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Lo sciamano - Roberto Calasso

<< La parola “sciamano” apparve per la prima volta, in russo, nella “Vita dell’arciprete Avvakum”, scritta fra il 1672 e il 1673. Ma la parola è tungusa – e proviene da un’area immensa, desolata e isolata, della Siberia. L’origine del termine è quanto mai controversa. “Alcuni hanno voluto ricondurre la parola al cinese “sha-men”, altri al pali “samana”, trascrizione del sanscrito “sramana” “. Infine Laufer riconduceva la parola al turco “kam”. Éveline Lot-Falck ricordava che Paul Pelliot aveva incontrato la parola in un documento turco del 1130 (e gli Jurchen erano gli antenati dei Tungusi). Inoltre, indagando aveva scoperto che “in tunguso esistono tre altre serie di termini che esprimono l’atto di sciamanizzare, la prima legata all’idea della preghiera al fuoco, la seconda a quella di parola e la terza all’idea di forza sacra”. Termini vari per l’atto di sciamanizzare venivano poi isolati dalla Lot-Falck in altre lingue turche, altaiche, mongoliche. Molte le connessioni con ulteriori significati. Ma l’asciutta conclusione della ricerca era questa: “L’etimologia che emerge per i termini tungusi e jakuti mette in luce l’idea di movimento, di agitazione corporea. Con buone ragioni, perciò, tutti gli osservatori dello sciamanismo sono stati colpiti da questa attività gestuale che dà il suo nome allo sciamanismo”.
“Habent sua fata verba”, avrebbe potuto dire Brichot. Nata in una popolazione minuscola e sperduta, la parola “sciamano” è diventata il passe-partout di una sorta di esperanto religioso. E tutto nel giro di pochi decenni, a partire dal libro di Eliade, che è del 1951. Evidentemente il mondo non disponeva più di parole che designassero un viaggio insieme fisico e psichico, uno stato – quello che si chiamerà “sciamanizzare” – dove i confini tra il visibile e l’invisibile tendono a cancellarsi, dove la parola e il suono del tamburo, il movimento del corpo e l’azzardo della mente si sovrappongono e si fondono. Così forte doveva essere il bisogno e la mancanza di questa parola che la sua espansione è stata invisibile e differenziata. In anni recenti, circolava in California un volantino dove si leggeva: “La finanza sciamanica è: integrare il denaro con lo spirito”. Alla fine è diventato arduo dire che cosa “non” è sciamanico. Quanto agli sciamani, o si sono dileguati o non si fanno riconoscere.
 
Alcuni considerarono gli sciamani siberiani come poveri malati di mente, afflitti da quel male misterioso che si chiama “isteria artica” e si acutizza tanto più quanto si va verso il Nord. Altri pensavano che fossero gli unici capaci di guarire i malati, perché sapevano, perché avevano visto l’altro mondo che si spalanca dietro quello che per gli altri è il solo mondo esistente ed erano gli unici capaci di trattare con gli spiriti e con i morti. Quei dubbi non si applicavano soltanto agli sciamani siberiani. Con le dovute trasposizioni e modulazioni, potevano essere applicati e Empedocle o a san Polo. O a Nietzsche.
Gli sciamani siberiani si differenziano dagli altri “che sanno”, in altre parti del mondo, innanzitutto perché il loro mondo visibile è ridotto al minimo. Non ci sono città, né regni, né ricchezze, né scambi. Solo la taiga, gli animali, il gelo. Per accedere all’invisibile, occorreva in primo luogo “vestirsi”, caricarsi di tutto quel poco di palpabile che può avere un potere. Le vesti degli sciamani siberiani potevano anche pesare trenta chili. Ma quelli che le indossavano sapevano muovere i loro passi con leggerezza.
 
Nel “Ŗgveda” si parla dei “muni” dai lunghi capelli, che cavalcano il vento, avvolti in “sporchi cenci rossi”. Lasciavano “gli dèi entrare in loro”, guardavano dall’alto due alti oceani, a oriente e occidente, capivano la mente delle Ninfe, dei Geni e degli animali selvatici. Bevevano da una coppa una bevanda di cui nulla sappiamo, se non che poteva essere droga o veleno. Era chiamata “vişá”, veniva dal dio Rudra e a Rudra la passavano. Furono la prima apparizione degli asceti, degli “yogin”, dei “sâdhu”, che attraversano incessantemente l’India, dai tempi vedici a oggi.
“Estasi”, “possessione”, parole accompagnate, a seconda dei luoghi e dei tempi, da connotazioni positive o negative, designano entrambe la conoscenza “metamorfica”, quella conoscenza che trasforma colui che conosce nel momento in cui conosce. Il presupposto comune: una mente permeabile, soggetta ai flussi e riflussi di elementi che all’inizio possono sembrare estranei ma hanno anche la capacità di insediarsi come ospiti perenni. Là dove invece compare un Io provvisto di compartimenti stagni e presunto padrone del suo recinto, né estasi né possessione sono più ammissibili. Ma al tempo stesso si restringe l’area del conoscibile – o anche solo dell’esperibile. Molti ne furono fieri, ma non è chiaro perché. Se non per un motivo: ebbero una vita più tranquilla, meno soggetta a scosse, come se si fossero applicato un paraocchi – e questo gli sembrasse appartenere all’ordine naturale delle cose.
Apollo vola dagli Iperborei portato dai cigni bianchi, come Abaris giunge dagli Iperborei in Grecia a cavallo di una freccia d’oro. Viaggi sciamanici. Dio della luce, del metro, dei lupi e dei topi, Apollo.>>
 
(Roberto Calasso, “Il cacciatore celeste”, Milano, Adelphi, 2016, pp. 24-27)
 
 

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