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Mia intervista a F.G. Lorca

 

Le prime Opere di Garcia Lorca:
Poema del Cante Jondo e Romancero gitano
Premessa:
Non si può parlare di alcun Artista se prima, contrariamente a quanto sostengono i benpensanti che io chiamo i Gentili, non si parla della sua vera Identità umana, prima ancora di cercare di comprenderne quella artistica.
È infatti nella prima che risiedono tutte le sofferenze, le vicinanze, le appartenenze, le consolazioni dell’individuo.
Garcia Lorca è un Escluso in quanto è, e si sente, in una società che li esclude, un omosessuale fin dall’adolescenza. È, ed ha, nel proprio sangue, l’appartenenza alla Terra d’origine, che è l’Andalusia. Qui è nato, ed ha vissuto per buona parte della propria esistenza rimanendo per sempre ad essa indissolubilmente legato. Ad essa e a tutti i valori umani ed etici di cui è portatrice.
L’Andalusia, come è a tutti noto, è la Regione all’estremo sud della Spagna dove vive da tempi remoti il popolo Calè, (appartenente ai più popoli Gitani esistenti) inventore, per così dire, meglio sarebbe dire depositario, del Cante Jondo e, a discesa., del Cante Flamenco.
Cosa sono questi due Canti? Semplicemente, Linguaggi. Linguaggi musicali completi che, attraverso il Tempo, hanno trasmesso, e mantenuto nello Spazio che ricomprende lo stesso insieme di umanità, l’Anima gitana di quei popoli.
Ma vi prego di ascoltare, per puro sfizio seguendo il metodo Calvino dei dialoghi, proprio su questo argomento un testimone d’eccezione: lo stesso Poeta.
Quanto ebbe a dire in una Conferenza appositamente indetta a Granada negli anni venti.
Prima parte della Conferenza:
“.Questa sera vi siete riuniti nel salone del Centro Artistico per udire la mia umile, ma sincera parola, e io vorrei che questa fosse luminosa e profonda perché arrivasse a convincervi della meravigliosa verità artistica che racchiude il primitivo canto andaluso, chiamato cante jondo.
Il gruppo di intellettuali e amici entusiasti che patrocina l'idea del concorso, non fa altro che dare la voce d'allarme. Signori, l'anima musicale del popolo è in gravissimo pericolo! Il tesoro artistico di tutta una razza, va camminando verso l’oblio! Si può dire che ogni giorno che passa, cade una foglia dell'ammirevole albero lirico andaluso, i vecchi si portano nel sepolcro i tesori inapprezzabili delle passate generazioni, e la valanga rozza e stupida dei couplés, intorbidisce il delizioso ambiente popolare di tutta la Spagna.
E’ un'opera patriottica e degna quella che si pretende realizzare; è un'opera di salvataggio, un'opera di cordialità e amore.
Tutti avete sentito parlare del cante jondo e, sicuramente, avete una idea più o meno esatta di esso..; ma è quasi sicuro che a quanti non iniziati nella sua trascendenza storica e artistica, evoca delle cose immorali, la taverna, i bagordi,  i balli da caffè, il ridicolo lamento, il folklore alla spagnola insomma!, e bisogna evitare per Andalusia, per il nostro spirito millenario e per il nostro particolarissimo cuore, che questo accada.
Non è possibile che i canti più emozionanti e profondi della nostra misteriosa anima, siano trattati  da sporchi canti da osteria; non è possibile che il filo che ci unisce con l'Oriente impenetrabile, vogliano legarlo al manico della chitarra festaiola; non è possibile che la parte più diamantina del nostro canto, vogliano sporcarla con il vino scuro dei duri di periferia.
E' arrivata, dunque, l'ora in cui le voci dei musicisti, poeti e artisti spagnoli, si uniscano, per istinto di conservazione, per definire ed esaltare le chiare bellezze e suggestioni di questi canti.
Unire, dunque, all'idea patriottica e artistica di questo concorso la visione lamentabile del cantaor con il capotasto e le coplas caricaturesche del cimitero, indica una totale incomprensione, e una totale ignoranza di quanto si progetta. Nel leggere l'annuncio della festa, ogni uomo sensato, non al   corrente della questione, chiederà: Cos'è il cante jondo?
Prima di andare avanti bisogna fare una distinzione essenziale fra cante jondo e cante flamenco, distinzione essenziale per quanto riguarda l'antichità,  la struttura,  lo spirito delle canzoni.
Si da il nome di cante jondo a un gruppo di canzoni andaluse, il cui tipo genuino e perfetto è la siguiriya gitana, dalla quale derivano altre canzoni ancora conservate dal popolo, come los polos, martinetes, carceleras y soleares. Le coplas chiamate malaguenas, granadinas, rondenas, peteneras, etc.. non possono che essere considerate  una conseguenza delle anteriormente citate e,  sia per architettura che per ritmo, differiscono delle altre. Queste sono le chiamate flamenche.
Il gran maestro Manuel de Falla, autentica gloria di Spagna e anima di questo concorso, crede che la cana e la playera, oggi scomparse quasi completamente, abbiano nel suo primitivo stile la stessa composizione della siguiriya e le sue gemelle, e crede che suddette canzoni fossero, in tempi non lontani, semplici variazioni della citata canzone. Testi relativamente recenti, gli fanno supporre che la cana e la playera occupassero nel primo terzo del secolo scorso, il posto che oggi assegniamo alla siguiriya gitana. Estebanez Calderon, nelle sue bellissime “Scene andaluse”, fa notare come la cana sia il tronco primitivo dei cantari, che conservano la loro filiazione araba e moresca, e osserva, con la sua peculiare acutezza, come la parola cana si differenzi poco da gannis, che in arabo significa canto.
Le differenze essenziali fra il cante jondo e  il flamenco, consistono nell'origine del primo, che bisogna cercare nei primitivi sistemi musicali dell'India, cioè, nelle prime manifestazioni del canto, mentre il secondo, conseguenza del primo, può dirsi che prenda la sua forma definitiva nel secolo XVIII.
Il primo, è un canto tinto dal colore misterioso delle prime età; il secondo, è un canto relativamente moderno, il cui interesse emozionale scompare davanti al primo. Colore spirituale e colore locale, ecco qui la profonda differenza.
Vale a dire, il cante jondo, avvicinandosi ai primitivi sistemi musicali dell'India, è appena un vagito, è un'emissione  più alta o più bassa della voce, è una meravigliosa ondulazione vocale, che rompe le celle sonore della nostra scala temperata, che non ci sta nel  pentagramma rigido e freddo della nostra musica attuale e apre in mille petali i fiore ermetici dei semitoni.
Il canto flamenco, non procede per ondulazione, ma per salti; come nella nostra musica ha un ritmo sicuro e nacque secoli dopo che Guido d'Arezzo avesse dato un nome alle note.
Il cante jondo si avvicina al trillo degli uccelli, al canto del gallo e alle musiche naturali del bosco e la sorgente.
E’, quindi, un rarissimo esempio di canto primitivo, il più vecchio di tutta Europa, che porta nelle sue note la nuda e struggente emozione delle prime razze orientali.
Il maestro Falla, che ha studiato profondamente la questione e dal quale mi sono documentato, afferma che la siguiriya gitana è la canzone tipo del gruppo cante jondo e dichiara con fermezza che è l'unico canto che nel nostro continente abbia conservato in tutta la sua purezza, sia nella sua composizione, sia nel suo stile, le qualità intrinseche del canto primitivo dei popoli orientali.
Prima di conoscere le affermazioni del maestro, la siguiriya gitana aveva evocato in me (inguaribile lirico) un cammino senza fine, un cammino senza crocevia, che finiva nella sorgente palpitante della poesia “bambina”, il cammino dove morì il primo uccello e si riempì di ruggine la prima freccia.
La siguiriya gitana, comincia con un urlo terribile, un urlo che divide il paesaggio in due emisferi ideali. E' l'urlo delle generazioni morte, l'acuta elegia dei secoli scomparsi, è la patetica evocazione dell'amore sotto altre lune e altri venti.
Dopo, la frase melodica va aprendo il mistero dei toni e scoprendo la pietra preziosa del pianto,  lacrima sonora sul fiume della voce. Ma nessun andaluso può resistere all'emozione del brivido, ascoltando quel grido, ne’ nessun canto regionale può essere paragonabile in grandezza poetica e poche volte, pochissime volte, riesce lo spirito umano a plasmare opere di così tanta naturalezza.
Nessuno pensi per questo, però  che la siguiriya e le sue varianti siano semplicemente dei canti trapiantati da Oriente a Occidente. No. “Si tratta, al più, (dice Manuel de Falla), di un inserto, o meglio ancora, di una coincidenza di origini che, certamente, non si è presentata in un solo e determinato momento, ma che ubbidisce all'accumulazione di fatti storici secolari sviluppati nella nostra penisola”, e questa è la ragione per la quale, il canto peculiare dell'Andalusia, che per i suoi elementi essenziali coincide con quelli di un popolo così geograficamente lontano dal nostro, racchiude in se un carattere intimo così proprio, così nazionale, che lo rende inconfondibile.
I fatti storici a cui fa riferimento Falla, di enorme sproporzione e che tanto hanno influito nei canti, sono tre.
L'adozione da parte della Chiesa spagnola del canto liturgico, l'invasione saracena e l'arrivo in Spagna di numerose bande di gitani. Sono queste genti misteriose ed erranti che danno la forma definitiva al cante jondo.
Lo dimostra il qualificativo di “gitana” che conserva la siguiriya e lo straordinario uso dei loro vocaboli nei testi delle canzoni.
Questo non vuole dire, naturalmente, che questo canto sia puramente loro,  visto che pur esistendo gitani in tutta Europa e in altre regioni della nostra penisola, questi canti sono solo coltivati dai nostri.
Si tratta di un canto puramente andaluso, che già esisteva in embrione in questa regione prima ancora che vi arrivassero i gitani.
Le coincidenze che il grande  maestro nota fra gli elementi essenziali del cante jondo e quelli che si trovano  in alcuni canti dell'India sono:
-L'enarmonia come mezzo modulante; l'uso di un ambito melodico così richiuso, che rare volte trapassa i limiti di una sesta, e l'uso reiterato e ossessivo di una stessa nota, procedimento proprio di certe formule d'incantesimo, e anche di quei recitativi che potremmo chiamare preistorici,  fanno supporre a molti che il canto sia anteriore al linguaggio”.
In questo modo arriva il cante jondo, e specialmente la siguiriya, a darci l'impressione di una prosa cantata, distruggendo ogni sensazione di ritmo metrico, anche se in verità  i suoi testi letterari sono terzetti e quartetti assonanti.
-Anche se la melodia gitana è ricca di giri ornamentali, in questa -così come nei canti dell'India- si usano soltanto in determinati momenti, come estensioni o impulsi suggeriti dalla forza emotiva del testo, e bisogna considerarli, secondo Manuel de Falla, come ampie inflessioni vocali, più che come giri di ornamentazione, anche se prendono l'aspetto di quest'ultimi all'essere tradotti dagli intervalli geometrici della scala temperata”
Si può affermare definitivamente, che nel cante jondo, allo stesso modo che nei canti del cuore dell'Asia, la gamma musicale è conseguenza diretta di quella che potremmo chiamare gamma orale”
P.S. Se avrete la bontà di seguirmi proseguirò, altrimenti siate felici così.
Gli errori eventuali che potrete riscontrare nel testo sono gli stessi riportati nell'inciso, non per trascuratezza certo ( la traduzzione è a cura del Prof. Gianni Ferracuti, docente di letteratura spagnola all'Università di Trieste).
II Parte: le interviste:
-taglioavvenuto
Poeta, cosa intende dire con "mantenuto nello Spazio"?
Lorca
Intendo dire che pare esserci in generale, nei singoli individui appartenenti ad una stessa razza, uno, o più elementi comuni, che li caratterizza e li unisce strettamente: una specie di obbedienza ad un codice primitivo riconosciuto, ed accettato pienamente. In altre parole, molto di più che in una collettività più allargata, i tipi psicologici e gli archetipi, le esperienze passate, sono maggiormente evidenti. Addirittura somatizzate.
Così, a mio parere e secondo le mie osservazioni, è la Pena, che emerge come elemento di rilievo in questa razza. Della quale questa razza parla. Che restringe il suo territorio.
Che costituisce la sua poesia.
Ricordo a tutti i nostri lettori che questo popolo fu braccato e cacciato dal Paese d'origine, l'India, dal Gran Tamerlano, e spinto da lì alle sponde dei Paesi medio-orientali. Che fu con le invasioni saracene della penisola iberica, al seguito di quegli eserciti, che approdò nell'Andalusia, dove si insediò probabilmente al servizio degli occupanti.
Non faceva, però, parte, né degli invasori, né dei nativi. Era quindi, per definizione, un popolo Escluso.
Fu principalmente per questo motivo che le cose, le storie o la storia, le vicissitudini di cui i componenti dello stesso popolo salmodiavano o parlavano inizialmente raggruppati attorno a un fuoco, assunse la forma di canto. Un canto che per naturale riserbo, ecco la seconda caratteristica di questo popolo: l'etica, la forza che proviene dall'isolamento, la dignità soggettiva che impediva di lamentarsi, si espresse sempre più facendo ricorso al canto degli uccelli, alle nebbie, alle montagne, alle acque, elementi ugualmente naturali, presenti ogni qualvolta nell'esistenza degli uomini.
Ricordo anche, pur se palese al popolo ispanico, il significato letterale di jonde, che vuol dire profondo: quindi canto profondo, profondo dall'anima.
Il Dolore, la Pena, viaggiarono così su questi elementi risuonando in tal modo, uscendo, musicalmente dall'ugola dei Cantaores.
-taglioavvenuto
Poeta, a me pare che Lei distingua nettamente tra dolore e pena. È talmente importante questa differenza, poeticamente? Le chiedo pertanto: cos'è la Pena, ed è essa solo poetica?

Lorca
Prenetto che il Cante jondo è, per i motivi sopra esposti, un canto essenzialmente popolare, e per popolare intendo dire non povero, ma comune: di appartenenza comune a quel particolare popolo.
Già ho riferito che ha radici antichissime: non nasce per caso, bensì come scelta: come selezione da parte di questa gente della migliore espressività possibile,  e qui, espressività sta per trasmissione nel modo più completo di un messaggio che possa essere compreso dai partecipanti del gruppo attorno al fuoco nella maniera meno equivocabile.
L'antichità del linguaggio è evidenziata dal ricorso dei salmodianti ad elementi altrettanto inequivocabili e semplici quali quelli che possono essere nel raggio visivo o uditivo, oppure conosciuti o riconoscibili comunque dai partecipanti, quali sono gli elementi naturali. Vi era il problema di ampliare la gamma dei suoni, e si ricorse principalmente all'onomatopea, ma e soprattutto ci si affidò, trattandosi di un linguaggio musicale, alla potenzialità delle corde vocali, ai timbri e ai toni che il corpo sa esprimere.
Risulta evidente, a questo punto, che sia il dolore sia la pena hanno, in accezione poetica, un valore non dissimile.  Ciò che li segna, li distingue, non è tanto un valore assoluto. Ciò che farà la differenza, come è nelle cose, sarà invece la loro intensità. Il dolore, che è cosa improvvisa, unica, potrebbe così essere rappresentato da un grido, mentre la pena, che è un valore, un sentimento più profondo e a lunga gestazione, inabissatosi eppure presente, si avvale di timbri e toni diversi da quelli del dolore per rendere più propriamente il suono della propria profondità e durata.
-taglioavvenuto
Insisto Poeta, Lei sta descrivendo la Pena con occhio cartesiano pur avendo detto, nella Sua conferenza a Granada, che la stessa è il fondamento del Cante jondo e, quindi, del popolo gitano andaluso. Io ricordo per intero il suo intervento e so che Peña è sinonimo, nel suo Paese, di Valor. Desidererei, avendola qui presente, che ampliasse il senso di questa parola, quindi oltre lo “scritto”, svelando quello del “non scritto”, che so, quello del gusto, del sapore della stessa in bocca. Solo per farle un esempio di ciò che intendo chiederLe.
So anche, ma questo glielo chiederò, come mio solito saltando di palo in frasca parlando di Romancero Gitano, che i Luoghi flamenchi, in Andalusia si chiamano, tra gli stessi Gitani,
 

"Peñas

 
Lorca
È una storia lunga e complessa, infinita.
È la storia degli oppressi, della non accettazione, non comprensione, le esclusioni dei loro valori: una storia che non finirà mai di ripetersi; una storia di confine.
Lei ha presente il cannibalismo di cui parlava il maestro Calvino? Ad un certo momento ne ha parlato anche positivamente, a proposito di bocca da lei ricordata, quando ha raccontato della sua cena in Messico, insieme alla sua donna. Ma non ha mai dimenticato che il cannibalismo ha due facce, anzi due bocche. L'una è lì per mangiare, l'altra per mangiare a sua volta. Questione di sapori.
La storia della Pena è questa: la pena dei Gitani d'Andalusia, la storia dei negri d'America, (gli spirituals) la storia dei gitani dei Balcani olocaustizzati con la soluzione finale, la storia degli Ebrei ( anch'essi, sa? Avevano i loro canti in Sinagoga e il Cante hondo ne ha appreso.) Ma anche i Moriscos, dopo l'occupazione cattolicissima. E non finirei mai.
Ma la Pena continua a stare lì, davanti a nostri occhi, alle nostre orecchie, alla nostra pelle, alle nostre bocche, alle mani che si giungono e si dissociano, serpeggiano nel Flamenco, nella Resistenza della Gente: l'ultima risorsa, fosse anche il ricordo dell'ultimissimo superstite. Che lo racconta, lo scrive, lo canta, lo mima.
Vuole che continui dicendole della funzione del Cantaor, del Bailarin, del Poeta, della passione non ancora consumata?
 
-taglioavvenuto
Como, se il Cante hondo è il canto della grazia, se il flamenco è il bailar con gracia, se la tauromachia è il matar con gracia, si risponde così ad uno studente?
E in particolare per il Flamenco, questa storia del " prendi la mela, mangia la mela, nascondi la mela....
Lorca
Ahahahah! Studente lei? Lei è un ritardato psichico!
 
 
 

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