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Alle radici [o alle pendici]

Non c'è niente che io conosca talmente in profondità, da poterne disquisire a mio piacimento.
Avverto come vuote certe speculazioni teoriche rifatte su misura di nozioni e norme generali e generiche, al contempo, però, riconosco che ciò che l'umana ragione ha prodotto si riflette inesorabilmente in esse.
Come fare, quindi, a districarsi fra la libera associazione di idee e ciò che, di quell'idea, è stato già detto da altri e dotti? Il pensiero deve essere forse vincolato dalla previa analisi dell'altrui ingegno? Ma questo stesso, non era prima nato libero e poi divenuto schiavo di congetture ed impossibilità espressive?
Perché doversi avvalere di coordinate cognitive e non fidarsi di un afflato di intuito?
Spesso vivo i passaggi eccessivamente colti come delle forzature, delle storpiature rispetto alla natura primigenia delle idee e dei pensieri, delle ispirazioni; spesso mi sento in gabbia di fronte a quei dialoghi pieni di mirabile conoscenza, ma aridi di contenuti. Spesso preferisco il silenzio o l'osservazione ingenua di un bimbo, il racconto vivo di un saggio, un anziano o un ragazzo ad una trafila di logici se e ma, una consequenzialità utile da conoscere e per comprendere, ma che mai deve divenire totalizzante.
Credo anche di schierarmi troppo a favore delle potenzialità intrinseche dell'individuo, che prima aborrivo, ma questo è, forse, un semplice richiamo alla naturalezza, alla gioia ingenua dell'intuizione.
Una bambina che scalpita di fronte alle barriere postele dagli adulti.

A.H.V. - Alexis
30.03.2011

 

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