scelti per voi

 
 Autore del mese: Carlo Gabbi
 
 Perle di Agosto
 
miglior commento: mi piace molto la chiusa: quel senso di piccolezza infinita, di fronte all'infinita grandezza del cosmo... di erremmeccì qui

Login/Registrati

Concorso fotografico “L'estate è dentro di te”

Commenti

Nuovi Autori

  • bcom13
  • lara
  • Kristella
  • StellaDelVespro
  • isole19

La casa dello specchio - 1^ puntata - "Ritorno al passato"

mano.jpg
“E voi riflettete davanti allo specchio? O dentro?”

Barbey D’Aurevilly

 
            Quella mia immagine riflessa nello specchio lungo e stretto dell’appendiabiti sistemato nei pressi della porta della nostra abitazione, mi compariva di sfuggita tutte le mattine quando lasciavo la casa per andare al lavoro. Compariva e scompariva in poco più di un secondo come un treno in corsa, ma completa di ogni particolare: giacca, camicia e cravatta in Primavera-Estate; cappello, soprabito ed ombrello in Autunno-Inverno. Era assolutamente precisa nel riprodurre ogni mio minimo particolare come il bavero del paltò alzato o un fazzoletto che appena fuoriusciva da una tasca perché non sistemato bene. Un secondo e spariva divenendo ombra sbiadita sul muro, poi più nulla, fino a fare il percorso inverso quando rincasavo. Eppure, che quello specchio riproducesse la mia immagine sarebbe stato un fatto scontato, ma in quel duplicato c’era qualcosa che non andava, qualcosa di straordinario ed assurdo allo stesso tempo.
 
            Un giorno, nonostante la mia proverbiale fretta, mi fermai a guardarmi davanti allo specchio e con l’indice della mano destra rimisi a posto una ciocca di capelli bianchi che mi cadeva sulla fronte.  Avvicinai gli occhi al vetro per guardare meglio, così come, naturalmente, fece la mia immagine riflessa. Incrociammo i nostri sguardi, sgranammo gli occhi, arricciamo per un attimo i nasi, ne guardammo i profili, poi andammo via.
“Basta un’occhiata allo specchio per credersi altri” scrisse Montale nei “Travestimenti”. Al di là della sua forma e del suo uso lo specchio è sempre stato il punto in cui realtà e finzione si confondono. L’alter ego evocato da una superficie riflettente è un vero fantasma incorporeo che realizza un’invisibile unione fra l’oggetto e il suo riflesso speculare quale immagine di un’altra immagine. Tuttavia quella realizzata dal mio specchio aveva ben poco di narcisistico: essa rifletteva il volto di un uomo ormai maturo, naturalmente accigliato, il suo fare lento e compassato, i segni del tempo sul suo corpo. Fu proprio nell’esaminare quella ciocca di capelli bianchi che mi accorsi che l’immagine riflessa in quello specchio aveva qualcosa che non riuscii a capire subito, ma della quale ebbi solo un’intuizione.
Quell’appendiabiti lo acquistai molti anni fa da un rigattiere, quando, con l’aiuto di mia moglie Ada arredai la  casa. Era fatto in maniera davvero particolare: ai due lati dello specchio c’erano, suddivise sei da una parte e sei dall’altra dodici mascherine di ferro caratterizzate da un impressionante particolare del quale vi narrerò poi. Per il momento vi basti sapere che esse riproducevano facce umane in diverse espressioni: irata, gioiosa, triste, terrorizzata, muta, urlante, cattiva, serena, pensosa, ilare, arrogante, sospettosa.
Quelle facce di ferro le avevo già viste da bambino in casa di un vicino, inchiodate proprio a quell’attaccapanni che sarebbe poi stato acquistato da me molti anni dopo per un caso fortuito. Si trattava di un mobile antico di fine Settecento, epoca durante la quale negli intellettuali si affermò il fascino del personaggio di Satana che, nel “Paradiso perduto” di John Milton,  fu apprezzato per le sue qualità nobili diventando addirittura una figura positiva.
 
            A quell’epoca avevo all’incirca sette anni ed abitavo con i nonni a Napoli, al n. 16 di Via Giovanni Bausan alla Riviera di Chiaia, in un antichissimo palazzo. Insieme ad altra gente dimoravamo su una terrazza di questo edificio in abitazioni denominate “soppigni”. Si trattava  di locali ricavati in soffitte, composti da una sola piccola stanza ed un cucinino illuminate da un lucernaio in alto che dava sui tetti e dalla luce proveniente dalla porta di ingresso. Non c’erano servizi igienici. Per l’acqua corrente ci servivamo di un lavatoio posto ad un lato della loggia. Accanto ad esso c’era il gabinetto rinchiuso in un camerino di legno e muratura. Nei sei “soppigni” che affacciavano sulla loggia vi abitavano complessivamente ventotto persone tra grandi e piccini. Immaginate in quali condizioni poteva vivere questa gente in sei, sette o anche otto individui in una sola piccola stanza. Eppure, nonostante la precarietà economica, quella gente era dignitosa, pulita, onesta e laboriosa. Ed un onest’uomo era don Paolo (il vicino di casa proprietario dell’attaccapanni in questione) che a quell’epoca era già oltre la soglia dei 90 anni. Da giovane era stato cocchiere di tali Conti Imperiali coi quali aveva viaggiato per mezzo mondo. Ci si incantava nel sentirlo narrare fatti dei quali era stato diretto testimone e che erano accaduti in Austria, Olanda, Inghilterra o addirittura nelle Americhe. Particolare attenzione gli prestavamo quando ci parlava di un certo Gaetano Garofano, un vecchio brigante che nel 1863 aveva fatto parte della banda “Picone”[1]. Garofano gli aveva raccontato che il suo capo non era un qualunque ladrone sanguinario, ma un vero e proprio patriota, fautore del ritorno dei Borboni nel regno di Napoli.
- Mi riferì – raccontava – che Antonio Cozzolino era detto “Picone” perché teneva una statura alta e grossa. Portava un cappello alla calabrese con due bellissime penne di struzzo: una bianca e un’altra rossa. Vestiva con una giacca blu e calzoni colore nocciola con fasce nere. Sul panciotto di colore nero stava appesa una medaglia e all’occhiello del bavero si vedeva un nastrino, simbolo di un ordine cavalleresco.-
Mentre il vecchio descriveva minuziosamente questo fantomatico personaggio, la sua immagine compariva nella mente di noi bambini, ed era allora che sulle nostre teste si materializzava il cappellaccio con la penna rossa e quella bianca, e sui nostri corpi la giacca blu con la cartucciera ed il fucile a tracolla. Ed era allora che, lasciato il vecchio ai suoi affari, impegnavamo le nostre spade di legno in “epiche battaglie”, in atti di “eroismo” perpetrati  in un anacronismo storico tanto confuso da far combattere i greci del cavallo di Troia con i briganti dell’800 e il settimo cavalleria del generale Custer con i “marines” americani della 2^ guerra mondiale.
            Don Paolo era un uomo grande e grosso, con un’epa enorme che gli si poggiava sulle gambe per sorreggere le quali utilizzava un lungo e nodoso bastone. Capelli radi ma lunghi completamente bianchi gli fluivano sul collo dai due lati della testa che egli teneva quasi sempre reclinata di lato su una spalla. Il suo aspetto era torvo e severo, ma in quel volto quasi gorgoneo risplendevano due occhi brillanti  come il mare di “Santa Lucia” calmo e sicuro, o come quello di “Mergellina” che ride nelle morbide notti d’estate, quando il raggio lunare pare diviso in sottilissimi fili d’argento.
Riceveva noi ragazzi stando sempre seduto fuori dalla porta della sua imperscrutabile abitazione dove mai nessuno vi aveva  messo piede, e nella quale, riuscivamo appena a sbirciare ed a vedere l’attaccapanni con le mascherine di ferro che, colpite da un fascio di luce proveniente dall’esterno, luccicavano con uno scintillio che  aveva qualcosa di sinistro nei suoi riflessi di colore innaturale, intenso ed indefinibile.
            Noi bambini, seppur distratti dai racconti del vecchio, cercavamo di lanciare sguardi all’interno di quell’antro buio nel quale, a me in particolare, sembrava di vedere ombre che si materializzavano dalle facce inchiodate all’attaccapanni ed andavano a stemperarsi poi via via come fumo nel nulla. Spesso la notte sognavo di entrare in quella casa. In sogno volavo come un’aquila, ed il vento mi frustava il volto.
Vico Giovanni Bausan è poco distante dal mare di via Caracciolo, dal grande verde della Villa Comunale e da quello di Villa Pignatelli in via Chiaia.
Il rullio della risacca delle acque del mare giungeva nella mia casa, unitamente al profumo dei pini e delle querce. Non so perché, ma quegli odori si confondevano nella mia mente creando lontane e fantastiche immagini esotiche: rudi pirati dei Caraibi, romantici tigrotti della Malesya, sperduti soldati della Legione Straniera.
Ricordo che da bambino mi armavo di sciabola di legno ed indossando un cappello di carta di giornale andavo a gironzolare proprio fuori Villa Pignatelli. Qui trascorrevo ore ed ore a guardare, oltre un’enorme cancellata, l’imponente casa padronale con le enormi colonne dell’arcata centrale. L’intero parco era sorvegliato da due bellissimi cani neri ai quali sistematicamente lanciavo delle nespole appena comprate da un vicino fruttivendolo. I due animali fiutavano il frutto, alzavano la testa e mi guardavano stupiti con i loro occhini lucidi, poi si giravano quasi sdegnati ed andavano via.
Sognavo di fare larghi giri sulle due ville e sul mare per poi planare dolcemente sulle piastrelle multicolore della loggia tappezzata dal giallo delle foglie che venivano giu dai rami di un pioppo che vi si affacciava sopra. La terrazza era deserta e tutte le porte delle abitazioni  erano chiuse; tutte meno una: quella della casa di don Paolo, alla quale mi avvicinavo scivolando, senza muovere le gambe, come calamitato da una forza ignota che, comunque, cessava di avere i suoi effetti proprio sulla soglia della porta. Era allora che riprendevo il controllo dei miei stessi movimenti ed entravo. Era allora che sentivo, provenire non so da dove, una musica strana, o meglio, un suono senza motivo che cominciava in sordina per divenire pian piano sempre più intenso ed assordante.  Tutto era assolutamente avvolto dal buio, eppure in quella oscurità  riuscivo a muovermi ed a vedere. Mi trovavo in un cunicolo stretto e profondo ai lati del quale, in apposite nicchie a destra ed a sinistra vi erano sistemate decine di foto che riproducevano momenti della vita del padrone di casa.
Camminavo, camminavo e camminavo ancora fino ad incontrare un muro dove era sistemato l’attaccapanni con le mascherine, una delle quali cominciava a ridere a crepapelle seguita subito da tutte le altre che, agitandosi, cercavano di schiodarsi dal legno e piano piano si trasformavano in figurine sulle quali erano ritratte facce di calciatori. Era a questo punto che mi svegliavo madido di sudore nel mio lettino accanto a quello del nonno e della nonna, non riuscendo poi a dormire per il resto della notte e sbirciando da sotto le coperte per assicurarmi che la porta di casa fosse sempre ben chiusa.
Don Paolo si era sposato tre volte: la prima volta nel 1866, a 22 anni, con la figlia di un mobiliere dal quale aveva avuto in dono l’attaccapanni con le mascherine, ma costei, purtroppo, morì di tifo dopo soli cinque anni di matrimonio, lasciandogli tre figli: Giorgio, Matilde e Virginia.
Se i primi due ebbero un’esistenza più o meno normale, lo stesso non si può dire per la più piccola Virginia violentata ad appena undici anni e morta in circostanze misteriose dieci anni dopo.
Da bambina abitava col padre e con i fratelli nella zona delle “Fontanelle”[2] a pochi passi da un antico cimitero scavato nel tufo nel quale è sepolta parte delle vittime di un’epidemia di colera scatenatasi nel 1836.
All’epoca dei fatti quel luogo era ancora una vera e propria “ ‘nfrascata[3] nella quale sprofondavano le cave della necropoli dove la bambina soleva scendere per deporre ogni tanto un fascio di fiori di campo davanti alla “ Testa del Capitano [4]. Lo faceva nel tardo pomeriggio quando tutti gli altri visitatori erano andati via. Si avviava pian piano giù per la discesa che portava sottoterra tra teschi e femori ammucchiati in collinette dietro file interminabili di lumini che ingigantivano tutte le ombre sulle vicine pareti. Senza alcun timore attraversava quella “terrasanta” fino a giungere ad un’orribile “cantarella” dove era poggiata la “Testa del Capitano”.
La “cantarella” è una nicchia scavata nella parete e provvista di un sedile bucato dove si metteva il cadavere, avendo cura di fermarne la testa e sostenerla con un’assicella di legno murata tra i due margini laterali della nicchietta. Sotto il sedile bucato c’era un vaso scavato nella pietra nel quale calavano le viscere e la materia decomposta del cadavere che, dopo un certo tempo, si essiccava.
All’epoca quel sito era occupato esclusivamente dal teschio del capitano che la ragazza provvedeva a pulire periodicamente con cura quasi maniacale. Innanzi al cranio si recava a pregare ripetendo alla fine delle orazioni le parole di una scritta funeraria che si trovava nei pressi e che ella aveva imparato a memoria:
 
“GUARDATE O CIECHI
IL TANTO FATICARE A CHE VALE.
TUTTI RITORNEREMO NELLA NOSTRA
ANTICA MADRE
DOVE APPENA SI TROVANO
I NOSTRI NOMI.”
 
Virginia era di bell’aspetto, aveva due treccine bionde che le scendevano ai lati di un volto pallido nel quale brillavano due luminosi occhi azzurri. Il suo corpicino era esile, ma aveva già le vere e proprie fattezze di una donna. La sua indole era però molto particolare: parlava poco, chiusa in un mondo tutto suo dove non c’era posto per niente e nessuno, sembrava non interessarsi di tutto quanto le accadeva intorno. Il suo carattere scontroso fu certamente influenzato dalla nonna che le trasmise, più che una vocazione, una mistica mania per tutto quanto riguardasse la religiosità cattolica.
Un giorno, come al solito, la ragazzina discese da sola in quel cimitero di colerosi. L’ora era già tardi ed il sole era ormai tramontato dietro i Colli Aminei[5]. Molti dei lumini portati dai visitatori si erano ormai spenti, ragion per cui quel luogo, già cupo e sinistro di per sé, era diventato ancor più tenebroso e lugubre. Portava con sé un fascetto più d’erba che di fiori e lo teneva tra le mani stretto al petto. Passò oltre una grande statua di Gesù da dietro la quale, senza che se ne avvedesse, ne uscì l’ombra di un uomo grande e grosso che prese a seguirla fino alla “cantarella” con la “Testa del Capitano” e, mentre la bambina stava per deporre i fiori in un vasetto, le si avvicinò alle spalle e disse:
- Te piace ‘sta capa, eh?-
Udendo all’improvviso quella voce la bambina trasalì per la paura ed il fascetto che aveva in mano le cadde in terra. Per l’oscurità non riusciva a vedere il volto di chi le stava davanti che premurosamente si chinò a raccogliere i fiori ad uno ad uno.
- Lascia…- disse – Faccio io…Faccio tutto io…Tu non hai da fa niente…Hai solo da guardà…-. Poi aggiunse: - Ma che belle cosce che tieni!- Allungò una mano per toccarle e la bimba indietreggiò.
- E che de’? Ti faccio paura? Tu vieni qua da sola, poi io ti faccio paura?- Si alzò, la sua ombra coprì completamente il corpo della bambina, in un assurdo silenzio, la stese a faccia in giù nella polvere sotto lo sguardo vuoto della “Testa del Capitano” appena illuminata dalla fioca luce di un lumino che andava a finire, ed abusò di lei senza che questa, impietrita dal terrore, osasse impedirglielo.
In famiglia si accorsero che a Virginia era capitato qualcosa e tanto indagarono da scoprirlo. Ma la ragazzina non seppe (o non volle) mai dire chi fosse stato ad approfittare di lei, quasi convincendosi alla fin fine di essere stata preda di uno spirito maligno fortemente geloso della sua vocazione religiosa.
A diciannove anni prese i voti di monaca di clausura nel monastero delle “Trentatrè”[6]. E’ una costruzione che nel suo basamento mostra una sagoma quasi etrusca con pietra da taglio a blocchi di lunghezza ed altezza uguale. Si trova in via Pisanelli di fronte all’omonimo palazzo dove, oltre lo scantinato, in quell’epoca c’era un “cemeterium”della Corporazione degli Speziali.
Pare che spesso, nottetempo, Virginia uscisse dal monastero per scendere nello scantinato di fronte. Cosa ci andasse a fare non si sa bene, sta di fatto che un mattino fu trovata morta d’infarto ai piedi di una “cantarella”.
Intanto nel 1904 il padre era convolato nuovamente a nozze, ma anche quella seconda moglie, dalla quale ebbe un altro figlio, morì nel 1916 di tubercolosi. Alle veneranda età di 75 anni don Paolo si sposò ancora una volta. La terza moglie, che si chiamava Luisa ed aveva ventotto anni  meno di lui, veniva da  Spezzano Grande, un rustico centro silano in provincia di Cosenza e, contrariamente ad ogni buon calabrese in cui la vecchia filosofia della roba si unisce al più sfrenato consumismo,  era ella, invece, una donna infima e profittatrice, legata esclusivamente al venale denaro. Aveva infatti intravisto in quella unione la possibilità di vivere con le rendite del marito e di ereditare una vera fortuna che il vecchio pare avesse raccolto nei suoi tanti viaggi e che tenesse nascosta da qualche parte  nella casa.
Luisa era lenta, taciturna e sottomessa. Non si ribellava mai a qualunque cosa dicesse o volesse il marito. Aveva radi capelli tutti arruffati in testa, un naso lungo e spigoloso, il mento ricoperto da una folta peluria. Era decisamente brutta.
Un pomeriggio don Paolo, mentre ci raccontava una delle sue solite storie, notò che tra noi bambini serpeggiava una certa inquietudine
-Ma che d’è? – chiese – Che tenite? State distratti…Che forse le storie mie non vi interessano più?-
Poi, seguendo il nostro sguardo, girò per un attimo la testa verso la sua casa, per rigirarsi quasi subito ed invitarci:
- Che niente niente vulite vede’ la casa mia? Siete curiosi? Allora trasite[7], vi  faccio strada.-
Io specialmente non aspettavo altro. Ero eccitato come se stessi per entrare nell’antro oscuro di uno stregone, ma grande fu la delusione quando mi accorsi che in quella casa, a parte l’attaccapanni intravisto tante volte dall’esterno e che aveva sempre suscitato su di me grande fascino, c’era ben poco di misterioso. Si trattava di un “soppigno” che, come già detto, era costituito da una sola e semplice stanzetta con cucinino a parte. Tutto l’arredamento consisteva in un letto, due comodini, un comò, un tavolo con quattro sedie e una credenza di colore nero. Nulla che potesse veramente interessarmi. Ma l’appendiabiti, no. Da quello fui irresistibilmente attratto. Mi separai allora dai miei compagni e mi avvicinai al mobile. Esso era composto da uno specchio alto e stretto che poggiava su un’ampia superficie di legno di noce, completamente avvolta da una cornice finemente intarsiata sulla quale erano situate delle mascherine di ferro i cui volti umani si fondevano con qualcosa di animalesco: corna di bufalo, orecchie d’asino, muso di caprone. Non avevano occhi, ma solo cavità nelle quali sembravano aprirsi  immensi abissi dal profondo dei quali, come essenza naturale, pareva scaturire il male. In particolare ognuna di loro aveva un orecchio mozzato.
- Neh, guagliò…- la voce di don Paolo mi distolse da quelle attenzioni. – Vieni qua a vedere. – Mostrò a tutti una statuetta di legno: si trattava di una donna che teneva in braccio un neonato in fasce: - Questo -  disse – tiene più di trecento anni. E’ un pezzo della Scuola Lignea Posillipina e risale al 1600.- Poi ci mostrò una vecchia macchina da scrivere; un tritacarne a muro di fine ottocento; un disco a 78 giri dove c’erano incisi due successi di Nilla Pizzi risalenti al primo festival di Sanremo: “Vola colomba” e “Papaveri e paperi”; una moneta da 100 lire in oro del Regno d’Italia del 1912 ed una da cinque lire del 1878 con l’immagine di Umberto 1°.
- Ci stanno un sacco di cose di valore in questa casa. -  sussurrò il vecchio – Ma quello che più vale, il mio vero tesoro…lo tengo nascosto….-  La moglie che era intenta a cucire in un angolo della casa drizzò bene le orecchie: - …Nella mia mente. -  continuò il vecchio – Sono i miei ricordi, le mie esperienze, le storie che ho vissuto. E ce ne sono assai che non vi ho mai raccontate. Una in particolare: lo vedete questo mobile qui? – Ci condusse tutti davanti all’attaccapanni:- Questo mobile tanti anni fa me lo regalò il padre della mia prima moglie. Mo’, pare che esso fosse appartenuto a un francese, un certo Saint-Fond. Chi era quest’uomo? Era un libertino, un immorale…comme v’aggià spiegà? ‘Nu scostumato! Questo disse: “C’è una mano qualunque che ha creato tutto ciò che vedo, ma lo ha creato soltanto per il male che è l’essenza che lo perpetua. Avete capito? No? Nun fa niente.-
Non avevo capito, perché a quella età non potevo capire tali concetti, comunque quelle parole mi avevano sconvolto. Con enorme interesse ascoltai il resto della storia.
- Mio suocero- continuò il vecchio – mi raccontò che le maschere ai lati dello specchio stanno a rappresentare tale pensiero e che lo specchio stesso riflette un mondo parallelo al nostro. Ma, mi capite o no?- Mentre tentò di semplificare il concetto agli altri miei piccoli compagni che restarono ad ascoltarlo stralunati, io guardai la mia immagine in quello specchio ed anche allora scoprii un ricciolo bianco che proprio in quel momento mi cadde sulla fronte. Anche allora avvicinai il mio volto allo specchio e mi accorsi di qualcosa che non andava e che non riuscivo bene a capire cosa fosse.
            Quando tornai a casa mi riguardai nello specchio dell’armadio di nonna, incuriosito e meravigliato dalla scoperta di quella ciocca bianca, ma per quanto  mi passassi le mani tra i capelli, per quanto li scompigliassi, del ciuffo albino non vidi più traccia, per cui pensai che dovesse essere stato l’effetto di un riflesso di luce.
Don Paolo morì due anni dopo, nel 1956 di cancrena per una banale ferita ad un piede. Si trattò di un morbo gassoso i cui germi avevano prodotto una quantità tale di anidride carbonica da determinare la diffusione di un processo che causò una morte lenta e dolorosa.
Nei suoi ultimi istanti di vita noi vicini, grandi e piccoli, eravamo tutti là in casa sua per testimoniargli con la nostra presenza  amore e rispetto e cercare di dargli conforto. In quell’antro più buio e spettrale del solito gli uomini stavano in piedi, le donne erano sedute raccolte in preghiera e noi ragazzini eravamo tutti riuniti in un angolo. Sentivo un odore di muffa penetrarmi fin nei polmoni e guardavo tutta quella roba vecchia (dai dischi, al tritacarne, dalla macchina da scrivere, ad alcune statuette e quadri appesi ai muri) essere spettatori inermi nell’atto supremo della vita del loro padrone. Sentii mio nonno che diceva  ad un altro che gli stava vicino: - Mò mi viene da pensà a come la morte è ‘na scemaria[8],  a comm’è ‘na stranezza: ogni problema si può risolvere a parte la morte che tutti noi viviamo comme a ‘nu mistero orribile e ne parliamo sempre a bassa voce.-  E l’altro: - Eh, sì. La morte è una cosa ultima e perciò definitiva.-
Quelle “cose ultime” di don Paolo furono rese particolarmente sgradevoli e drammatiche dalla moglie che al suo capezzale sbraitava:
- Paolo! Paolo maledetto! Aundi so’ li soldi?[9] -
Il vecchio la guardava con gli occhi sgranati senza riuscire a rispondergli.
- Abbrisciri,[10] maledetto!  Dimmi, aundi stanno? Pe’ chella ‘ndrocchia[11] de mammeta, nun mi lassari senza soldi! Aundi stanno?-
Ed avvicinava l’orecchio alla bocca del vecchio che balbettava qualcosa di incomprensibile. Anche allora fui irresistibilmente attratto dallo specchio di quello strano attaccapanni. Mi avvicinai e guardai in esso riflessa tutta la scena che si stava svolgendo in quella casa: il vecchio morente sul letto, la moglie che sgolandosi gli chiedeva dei soldi, gli uomini in piedi e le donne in preghiera. Anche allora c’era qualcosa in quelle immagini riflesse che non mi convinceva ed anche allora non riuscii a comprenderne il motivo.
- Otto! – suonò la voce di don Paolo che improvvisamente riprese tono e forza.
Otto ero io. Era il nome del mio bisnonno. La mia famiglia era d’origine tirolese, quasi austriaca, ed il mio nome, completo di cognome, suonava: Otto Helmmerh. Don Paolo chiamava me.
- A chi vuo? A lo quatraru?[12]- chiese la donna al marito con tono di voce falsamente pacato, poi rivoltasi verso di me con malcelata grazia disse: - Tu, ammustrati qua[13], arricchiati[14] e fammi sapere chillu ca te dice. Chimmu[15] ca te dicìa de li fiorini! -
Quando mi avvicinai al letto ed accostai l’orecchio alla sua bocca, il vecchio, con uno sforzo supremo, mi afferrò per un braccio fin quasi a farmi male e disse: - Le mascherine…-
- Che dice? – Fece la moglie.
Ed io: - Dice le mascherine.-
- E che ‘nciazzeccano ‘ sti mascherine? Qua’ mascherine? – Poi volse lo sguardo verso l’attaccapanni e credette di realizzare:
- Le mascherine?Vuo’ vede’ ca lu denaro truovasi dint’allattaccapanni?-
Si avvicinò al mobile incurante dei presenti e cominciò ad esaminarlo attentamente. Nel tastarlo, però, fu ferita ad una mano dal chiodo di una mascherina di ferro
- Maledetto! – Urlò ancora, quasi presa da una crisi di isterismo – I muorti di chi t’ è muorto! Qua nun ce stace niente! ! Aundi so’ li soldi, fetente? -  Non ebbe mai alcuna risposta. Il vecchio fu preso da  atroci spasmi e sebbene non avesse più la forza di farlo, cominciò a gridare ed a dimenarsi nel letto. Alcuni uomini, compreso mio nonno, gli furono subito da presso per trattenerlo.
- Voglio scennere! -  urlava – Voglio tuccà terra! – E si dimenava cercando di mettere in terra proprio quell’orrendo piede tanto martoriato  da  piaghe  da non avere quasi più umana sembianza. D’un tratto si fermò, alzò la testa, strabuzzò gli occhi verso l’alto, e dopo aver emanato un ultimo rantolo, morì,  mentre la moglie girava per la casa ed  ancora urlava: - I soldi, i soldi!- Gli uomini rimasero impietriti in piedi, le donne terrorizzate con le preghiere soffocate in gola e i bambini atterriti in un gruppetto a parte. Due mesi dopo la morte del marito, morì di tetano anche donna Luisa, ed anche a quella morte assistettero tutti i vicini: gli uomini sempre in piedi; le donne sempre raccolte in preghiera e noi bambini sempre in un gruppetto a parte. Mio nonno disse le stesse cose che aveva detto in occasione della fine di don Paolo: - Mò mi viene da pensà a come la morte è  ‘na scemaria, a  comm’è ‘na stranezza. – E l’uomo a lui vicino gli rispose allo stesso modo:
- Eh,  sì. La morte è una cosa ultima e perciò definitiva.-
- I soldi…i soldi…- farneticava ancora donna Luisa mentre spirava. Nel momento del suo trapasso  fui attratto da uno strano riflesso proveniente dalle mascherine. Fu allora che ebbi la netta sensazione che le espressioni dei loro visi cambiassero unificandosi in una sola: ridevano tutte!
I figli del vecchio si avvicendarono poi in quella casa alla ricerca del denaro del quale, però, non fu mai trovata traccia, tanto da far pensare che il tesoro del buon cocchiere altro non  fosse che una mera leggenda. Di buon accordo, allora, vendettero tutto e chiusero la casa che non fu mai più abitata da alcuno.
A noi bambini don Paolo mancò, ci mancarono i suoi racconti epici, le sue storie di briganti, ci mancò la sua voce calma e suadente, la sua figura bonaria, la sua America lontana, terra di grattacieli, di sconfinate praterie e brulle montagne, paese dove si volava “Via col vento”, dove si sentivano “Tamburi lontani”, dove suonava “Mezzogiorno di fuoco” , dove i “buoni” soldati americani  sconfiggevano sempre i“cattivi” indiani. Col vecchio andò via una parte della mia infanzia: quella dei sogni, dei voli della fantasia, dell’illimitata immaginazione.
 
            La cosa straordinaria fu che per un caso fortuito ritrovai il suo attaccapanni molti anni dopo da un rigattiere.
Mi trovai a passare in auto per Via Matteo Renato Imbriani a pochi passi dal quartiere Materdei in Napoli. Si tratta di un arteria che, a mezzo di Via Giacinto Gigante e via Salvator Rosa, collega il centro della città con il quartiere Arenella al Vomero. Come sempre la strada era enormemente trafficata e le auto procedevano a passo d’uomo. D’un tratto, fuori da una vecchia bottega avvistai il mobile che riconobbi subito. Così, non senza difficoltà, parcheggiai l’auto e chiesi informazioni all’artigiano. Era costui un ometto di bassissima statura, aveva una testa enorme su un tarchiato tronco dal quale sbucavano due piccole ed esili braccia. Le gambe erano corte ed arcuate, tanto da determinargli un’andatura bizzarra e dinoccolata. I capelli corvini, tutti tirati all’indietro,  erano esasperatamente impregnati di brillantina, una rada peluria gli copriva il volto scabro e lungo nel quale si apriva un sarcastico sorriso
- Voglio disfarmi di questo mobile. – disse – Lo tengo fuori non per mostrarlo, bensì per non vedere quelle mascherine che lo adornano. Mi innervosiscono. E poi non mi piace per niente guardarmi allo specchio! Guardi, questo è l’unico mobile con specchio che ho; non ci stanno specchi nella mia bottega. Fa parte dei luoghi comuni sugli adolescenti una esasperata concentrazione sul proprio aspetto esteriore, è vero, ma io, anche se adolescente non lo sono mai stato,  non sono mai riuscito a conciliarmi con la mia natura, comprende? Lo vuole questo attaccapanni? Glielo cedo volentieri per pochi soldi nonostante sia  antichissimo e di valore. Non so quando sia stato costruito, ma pare che fosse appartenuto ad un tale Saint-Fond, rapace ministro della giustizia francese. Un uomo il cui libertinaggio e la cui cattiveria erano divenuti proverbiali-
Mi raccontò che ad una donna indigente che non si capacitava del perché suo marito fosse stato imprigionato, così giustificò il suo operato:
- Cosa avete da rimproverarmi? Ho fatto rinchiudere vostro marito, è innocente, è vero. Anzi ho fatto di meglio perché egli non è più in vita. – La donna implorò: - Ma che male abbiamo commesso? -  Ed il ministro: - Avevate una proprietà accanto alla mia che non volevate vendermi. Distruggendovi l’ho avuta. -
- E i miei bambini disgraziati? – chiese piangendo la poveretta.
- Ce ne sono milioni di troppo in Francia. – replicò beffardamente Saint-Fond – Se li sfoltiamo un poco renderemo un favore alla società:-
- Un uomo maledetto!- concluse il rigattiere – Come Hegel, come Marx, peggio di Hitler e Stalin, dei campi di sterminio e del Gulag!  Ma del resto l’omicidio era legittimato in una società non portatrice di diritto, ma oggetto di potere. Le pare? Comprende?-
Qualunque cosa dicesse quell’omino continuava sempre a dire “Le pare? Comprende?”, e lo fece anche quando si contrattò sul prezzo del mobile che poi non fu proprio da svendita, come aveva detto, per pochi soldi, anzi alla fin fine ebbi la netta sensazione che fosse proprio lui, ciarliero com’era, “curto e male incavato” [16](come si suol dire a Napoli), ad aver concluso un ottimo affare.
 
            Quando scoprii nello specchio quella ciocca di capelli bianchi mi ricordai che tale avvenimento si era già verificato al tempo della mia infanzia, con la differenza che questa volta quei peli albini c’erano davvero e non era effetto come allora di un riflesso di luce. Mi venne da pensare che già a quel tempo ciò fosse un segno premonitore di qualcosa che mi sarebbe accaduto dopo, quando, appunto, scoprii di nuovo il ciuffo niveo.
Scoprire di invecchiare fu cosa alquanto straordinaria. E’ strano come un evento così naturale possa essere in realtà causa di meraviglia nel veder modificarsi il proprio corpo, nell’osservare la pelle delle mani anchilosarsi, i muscoli di braccia e gambe afflosciarsi e rinsecchirsi, il volto segnarsi di rughe, le forze di un tempo venir meno. Eppure il mio corpo non era che all’inizio di tale processo di invecchiamento, tuttavia questo principio di declino non mi creò particolari traumi.  
 
            Con mia moglie avevo da poco festeggiato i vent’anni di un  matrimonio fino ad allora sereno, felice, ma purtroppo senza figli.
Conobbi Ada durante una delle mie supplenze scolastiche. Ebbi una nomina annuale  per l’insegnamento della “Stenografia” presso l’Istituto professionale femminile “Isabella d’Este” di Forìo d’Ischia, l’unico comune isolano che tutt’oggi conserva intatto il suo centro storico, con i vicoli, le torri, i monumenti inalterati nella loro struttura. Forìo, il cui nome pare derivi da Phoros cioè fertile, anni fa fu il ritrovo internazionale per celebri uomini d’arte e di spettacolo: Visconti, Pasolini, William Walton, Eduardo De Filippo, Moravia, Guttuso, Neruda ed altri..
Ada, allora, era una giovane applicata di segreteria  ed era anche l’unica impiegata in tal senso, date le ridotte dimensioni della scuola (in tutto una decina di classi situate nei locali di un antico convento). Da quelle aule nei giorni di sole si poteva ammirare l’azzurro intenso del mare, ed in quelle di vento e pioggia si ascoltava la rabbia delle onde che andavano ad infrangersi sul costone sottostante. Io trascorrevo tutte le mie ore libere nella piccola segreteria dove c’era lei. Cercavo anche di dare una mano nel disbrigare faccende di lavoro. Alla giovanissima impiegata la mia presenza faceva piacere non poco e questo lo si capiva dagli occhi che le brillavano, ma non nascondo che le dava fastidio quel mio continuo voler operare per aiutarla nel tentativo di ingraziarmela.
 - Non toccare questo fascicolo…Lascia stare quella pratica…Mettiti buono e guarda quello che faccio io…- Mi ripeteva continuamente
           
Sul litorale di Forìo, con le sue continue rientranze e sporgenze, si estendono non solo lunghe spiagge, ma anche luoghi appartati.
E fu proprio negli anfratti di uno di questi che una bella mattina di primavera, approfittando del fatto che tutta la scolaresca non era entrata a scuola (non ricordo bene per quale motivo) mi appartai con Ada.
C’era un leggero venticello che muoveva appena le onde che ad una ad una venivano a languire sulla sponda lambendo appena i nostri piedi scalzi. Non avevamo bisogno di dir nulla, per noi parlavano i nostri occhi che sembravano sussurrare con gli sguardi:
- Baciatevi, baciatevi…-
Ascoltammo i nostri sensi, e le nostre bocche si unirono. Fu allora che, per la verità, avvenne un  fatto straordinario che lì per lì imputammo a cause assolutamente naturali. Mentre le onde venivano su calme e placide, si formò in lontananza una massa d’acqua anomala che si alzò sotto un improvviso vento impetuoso, e più si avvicinava alla costa più diventava burrascosa e si gonfiava di rabbia. Sbatté sulla riva travolgendoci e bagnandoci da capo a piè, e grande fu la nostra meraviglia quando ci accorgemmo che quell’ondone enorme aveva trascinato sulla spiaggia decine e decine di gelatinose meduse. Questi animali sono dei predatori eccezionali, capaci di uccidere crostacei, molluschi e pesci, ma in quella strana occasione si muovevano sulla rena agitando i loro tentacoli per avvicinarsi e divorarsi a vicenda.
 
            Ada era “Comme a ‘nu mare che quiete pare e sotto nun se sape che succede”, cioè esteriormente palesava una dolcezza straordinaria, una calma serafica, una sicurezza estrema, ma attraverso il suo sguardo pensoso “di fuor si leggeva come di dentro avvampava” . Veniva da una famiglia di agiate risorse economiche; il padre, commerciante, aveva un negozio di elettrodomestici a Casamicciola. Si era laureata in lettere moderne ed il suo sogno naturale sarebbe stato quello di insegnare, ma la via per accedere ai ruoli di Stato era lunga e tortuosa, così, in alternativa, chiese l’inclusione nelle graduatorie come applicata di segreteria riuscendo ad ottenere la sua prima  nomina a tempo indeterminato proprio nell’Istituto di Ischia. Sull’isola se n’era andata ad abitare da sola in una casa dalle parti di Monterone, un piccolo villaggio situato all’estrema periferia di Forìo. Era un vero e proprio cascinale, tutto dipinto di bianco e circondato da una fitta vegetazione. Un giorno, all’uscita di scuola, il mare era talmente grosso da non consentire partenze di traghetti  ed aliscafi.
- Vieni a mangiare qualcosa a casa mia – disse Ada, poi aggiunse: - Ma solo a mangiare! Nel pomeriggio il mare si calmerà e prenderai la prima nave in partenza. - . Non me lo feci ripetere due volte, vi andai di molto buon grado, e siccome nel pomeriggio la forza del mare non calò affatto d’intensità, vi rimasi anche a dormire. Quella notte Ada mi sistemò su un divano in una stanza attigua alla sua camera da letto, ma non riuscii a prendere sonno: un po’ perché il divano era troppo corto per la mia statura e troppo stretto per la mia mole, ma principalmente perché fui in preda ad un irrefrenabile desiderio di infilarmi nel suo letto. Così mi alzai e, trattenendo il fiato,  mi avvicinai alla sua porta. Girai la maniglia, aprii lentamente e la guardai. Una donna che dorme, per la verità, non so che pensieri fa balenare in mente: il cuore non mi diceva di svegliarla, ma neanche mi diceva d’andar via, tuttavia la ragione e la mia galanteria mi suggerirono di richiudere la porta e tornarmene sul divano sotto un plaid che Ada aveva avuto l’accortezza di lasciarmi.
Intanto fuori il vento si era calmato e si udiva solo il canto di un grillo che si era andato a cacciare chissà dove: forse tra l’erba umida di una fontanina dinanzi al cascinale o in quella del giardino intorno o, forse, in un buio pertugio di un muro. Fatto sta che sotto i raggi di una luna che  rotolava fuori dalle nubi, quel suo frinire solitario ed insistente non faceva altro che confondere maggiormente i miei pensieri.
D’un tratto il  grillo cessò di  cantare. Il rumore delle fronde e degli sterpi calpestati mi fecero credere che qualcuno si stesse avvicinando alla casa. Alzai il capo e drizzai le orecchie per ascoltare meglio. Non mi ero sbagliato: qualcuno si avvicinava davvero! Mi alzai, allora, dal divano ed infilai le scarpe, tirai su il plaid sulle spalle a modo di mantello e guardai fuori attraverso una finestra senza, però, vedere nessuno. Allora presi un vaso di vetro, lo capovolsi facendo rovesciare l’acqua e i fiori che conteneva e lo impugnai a mo’ di randello. Poi in punta di piedi avanzai verso la porta che aprii lentamente: niente, non c’era nessuno! Stavo per richiudere, quando, calando lo sguardo verso il basso, scorsi finalmente quell’ospite che mi aveva messo in tanta apprensione: era un cane, un bastardello dal pelo corto, irto e fulvo, con orecchie lunghe e cadenti pezzate di bianco. Aveva uno sguardo timido da “cane bastonato”. Con circospezione venne ad annusare le mie scarpe, e più facevo per allontanarlo, più quello mi si avvicinava e sniffava sui miei piedi.
- Di chi è questo cane? -  disse Ada, comparendo alle mie spalle.
- Non so. Avrà scambiato la mie scarpe per ossi da rosicchiare.-
Il cane mi si sedette proprio di fronte e  cominciò a guardarmi inarcando le orecchie e declinando la testa ora a destra ed ora a sinistra.
- Ma quanto è caruccio! – disse Ada – Vado di là a preparargli un po’ di latte caldo. – Prese la bestiola in braccio e se ne andò in cucina.
Stavo per chiudere la porta, quando la mia attenzione fu attirata dallo strano ondeggiare di un gruppo di alberi di fronte. Non c’era vento, eppure essi presero a muoversi come spinti  dalla furia di una tempesta. I tronchi degli alberi si piegavano come al passaggio di un gigante invisibile che avanzava verso il casolare. Improvvisamente, in terra, a pochi passi da me comparirono delle orme di zampe gigantesche. Fui pervaso da un brivido di terrore, tuttavia ebbi la forza di indietreggiare, rinchiudere violentemente la porta ed appoggiarmi con le spalle sopra per impedire l’entrata a quel qualcuno o quel qualcosa che veniva da fuori.
Mi trovai faccia a faccia con Ada che mi guardava stralunata col bollitoio in mano e col cane che gli scodinzolava da presso. Non seppi dare nessuna spiegazione a quello strano evento, anche in virtù del fatto che il giorno dopo, uscendo fuori, ebbi modo di notare che non vi era alcuna traccia di quanto era  accaduto durante la notte.
 
            Nella fenomenologia  paranormale vi è un settore che riguarda semplici eventi che dal piano mentale passano alla manifestazione fisica. Tali fenomeni sono scatenati da un soggetto paranormale.
Alla luce di alcuni episodi accaduti durante la mia  infanzia ed a quelli avvenuti ad Ischia, questo concetto mi diede modo di intendere che io stesso fossi appunto un soggetto paranormale e come tale tendessi ad esprimere degli aspetti in forma esclusivamente oggettiva, proprio come accade agli artisti. Questo concetto fu avvallato da un incontro “casuale” che feci alla fermata del metrò  a Chiaiano. Era verso sera ed ero seduto su una panchina in attesa del treno. Non c’era nessun altro al di fuori di me. Ero assorto nei miei pensieri, quand’ecco che da presso udii la voce di un uomo saltato fuori chissà da dove. Era di statura alta  e portava un paio di occhiali scuri quasi nascosti da un grande cappello nero a larghe falde. Il suo volto mi ricordava qualcuno.
 - Buona sera, signore…-  disse
- Buona sera a lei…-
- Freschetto, eh? – fece alzandosi il bavero dell’impermeabile bianco che indossava.
 - Con chi ho il piacere? – chiesi io.
- Non è importante il mio nome. E’ importante, invece, sapere che noi due abbiamo qualcosa in comune-
-Non comprendo…-
- Sa, noi siamo come quei tali di un vecchio film: “Highlander” se lo ricorda? In quel racconto gli immortali avvertivano le presenze gli uni degli altri ed ingaggiavano duelli per eliminarsi a vicenda. Ma non tema, io e lei non abbiamo scopo di eliminarci., anzi, abbiamo bisogno l’uno dell’altro, perché, vede, noi siamo come collegati mentalmente.-
- Telepatia?Lei, signore, sarebbe…un fenomeno paranormale?
- Ed anche lei.-
- E come l’avrebbe scoperto? Si è fatto analizzare?-
- la componente fondamentale per lo sviluppo di un evento paranormale è sempre l’uomo che non è semplice elemento da essere trattato asetticamente in un laboratorio. E’ l’inconscio il luogo dello sviluppo dei fenomeni paranormali, cioè la dimora di emozioni che determinano il verificarsi di eventi straordinari. Le sue emozioni, nel periodo della loro maggiore intensità, hanno determinato il verificarsi di fenomeni paranormali incontrollabili.-
- Cosa ne sa lei delle mie emozioni?-
-Ne so…ne so.Le sue, le mie…non c’ è differenza.  L’emozione è un esempio di comportamento rispondente, comportamento cioè dove può essere individuato uno stimolo scatenante, legato alle motivazioni profonde.-
- Le mie emozioni – diss’io alzandomi perché arrivava il treno – sono sempre state intense perché frutto di una passione vigorosa. Ma oggi che esse sono assopite possono ancora verificarsi fatti paranormali?-
Mentre chiesi questo, il treno si era già fermato ed aveva aperto le porte. Mi accorsi che quel tale non mi aveva seguito in carrozza  ed al rinchiudersi delle porte, sebbene guardassi fuori, era misteriosamente scomparso così come era venuto. Il treno ripartì ed io mi andai a sedere di nuovo assorto nei miei pensieri. Un paio di fermate dopo mi avvidi che in qualche posto più avanti c’era seduto un uomo con impermeabile bianco, occhiali neri e cappello a larghe falde. Credetti che fosse lo stesso col quale avevo parlato qualche minuto prima, così mi avvicinai e chiesi a voce alta e chiara: - Possono ancora verificarsi fenomeni paranormali oggi che le mie emozioni sono meno intense? –
- Prego? – fece l’altro cadendo dalle nuvole e rivelandosi per una persona del tutto diversa da quella che avevo creduto io.
 
           Le mascherine nel periodo della mia infanzia, le ombre che vedevo levarsi da esse, lo specchio che rifletteva capelli bianchi che allora non avevo, le meduse sulla spiaggia ad Ischia, la cosa che spostava gli alberi attorno al casolare di Monterone: tutto mi faceva pensare che fosse, quindi, la mia persona stessa a magnetizzare tali eventi, e quel tale incontrato in metrò non fece altro che convincermi maggiormente che io fossi davvero un fenomeno paranormale i cui poteri, pur inquadrati in una realtà oggettiva, sembravano non rispondere alle leggi fisiche conosciute. D’altronde altri avvenimenti, seppure di minore entità, mi erano capitati  altre volte nella vita. Quando ero di servizio in qualità di supplente annuale in una scuola al centro di Napoli accadde che mentre attraversavo un corridoio, un foglio di quaderno accartocciato in terra prese fuoco da solo senza un plausibile motivo. Un giorno, in quella stessa scuola mi ero attardato in aula per la correzione di alcuni compiti. Ad un tratto la maniglia della porta cominciò a muoversi da sola su e giù senza che dall’altra parte, attraverso il vetro, riuscissi a scorgere nessuno. Tuttavia tutti questi avvenimenti, sia pure molto particolari, non erano mai riusciti a sconvolgermi, fino a quando, per puro caso, quell’antico attaccapanni non tornò in casa mia.
 
[1] Brigante ottocentesco al servizio dei Borboni.
[2] Località del Rione Sanità.
[3] Campagna in dialetto napoletano.
[4] Un teschio pare appartenuto ad un capitano dell’esercito borbonico.
[5] Colline che sovrastano la zona delle “Fontanelle”.
[6] Dal numero iniziale delle monache che vi dimoravano.
[7] Entrate
[8] Balordaggine
[9] Dove sono i soldi
[10] Riprenditi, risorgi
[11] Puttana
[12] Ragazzo
[13] Vieni qua
[14] Ascolta in silenzio
[15] Piacesse al cielo
[16] Modo di dire partenopeo per indicare una persona di statura bassa, ma furbo di mente.
 

Cerca nel sito

Pubblicazioni di Rosso Venexiano

     
           clicca sull'immagine 

Cerca un autore

Inserire uno o più nomi utenti separati da una virgola

Sono con noi

Ci sono attualmente 4 utenti e 44 visitatori collegati.

Utenti on-line

  • leopold bloom
  • ileana
  • ferry
  • Bruno Amore