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La casa dello specchio - 3^ puntata - Alla ricerca del fascicolo 77666 -

Alice Liddel
            Dopo aver scorso con lo sguardo l’elenco dei nomi sul registro di classe, il mio professore d’Italiano delle scuole medie, con la voce che sembrava un rombo di tuono, esclamava: - Irederi! Interrogato! –
Era allora che dal posto accanto al mio si alzava tremante un ragazzo grande e grosso, con il volto paonazzo, ed avanzava verso la cattedra barcollando, mentre tutti quanti noi altri compagni, non essendo stato pronunciato il nostro nome, emettevamo un sospiro di sollievo.
Irederi, con quel suo sguardo mite, perennemente impreparato alle interrogazioni, mi faceva tenerezza. Forse per questo fu il compagno che ebbi più caro sui banchi di scuola, l’unico che avrei veramente voluto rivedere, non in veste dell’uomo che magari era diventato, ma per quel che era allora. Lo avrei voluto accanto per rivivere quel calore d’affetti che scaldava le nostre anime adolescenti, per ritrovarsi ancora col ricordo sui libri e sui registri di quel tempo e riaffacciarsi ad un mondo infinitamente felice ed ormai lontano.
           Miracolo fu quando, unitamente ad Anna, lo incontrai in un ufficio della Vicarìa[1] dove le nostre ricerche ci avevano condotto. Ci eravamo avventurati in quel vecchio castello, antico palcoscenico di intrighi e di lotte di potere perché pare che Lewis Carroll, in un brevissimo periodo non bene identificato della sua vita, avesse dimorato nella nostra città ed in quella occasione fosse stato testimone in una causa a favore di un conoscente partenopeo. Avevamo così pensato di effettuare le nostre ricerche negli archivi di quel palazzo di giustizia per cercare di rintracciare, ove mai fosse stato possibile, il luogo dove lo scrittore aveva abitato.
Fu appena varcai la soglia dell’ufficio “Campione civile”, che riconobbi nell’uomo seduto ad una scrivania accanto ad una grande finestra, il mio vecchio compagno di scuola. Aveva qualche chilo in più, molti capelli in meno, un paio di baffoni che gli sovrastavano la bocca e portava gli occhiali, ma la sua espressione bonaria e simpatica dipinta su un volto bianco e rosa non mi lasciò alcun dubbio. Era seduto dietro una scrivania intento a scrivere qualcosa su un librone. Mi avvicinai quasi in punta di piedi incurvandomi leggermente affinché mi notasse:
- Mi scusi...Lei è…Tu sei…Irederi…- Feci con grande meraviglia.
- Lei chi è?- Rispose lui abbassandosi gli occhiali sul naso e guardandomi con la testa china.
- Non mi riconosci?-
- Veramente…-
- Il nome del professor Pecci ti dice nulla? E ti dicono nulla i nomi di Abbagnale, Panico, Santini, Scolletta, Tidone, Tirone?-
- Questi nomi…Ma lei…- fece alzandosi dalla scrivania – Lei è…Tu sei…-
- Helmmerh!-
- Helmmerh? Ma porca..! Noi eravamo compagni di banco!-
- Già, e tu mi chiedevi di tutto: penne, quaderni…-
- E le figurine!-
- Le figurine, già! Migliavacca, Catalano, Pascutti…-
-…Loiacono, Corso…-
- Sivori…-
- Savoini…-
- Grillo…-
- Bertucco, Vinicio…-[2]
- Vinicio, mi ricordo, te lo detti io.- fece Irederi.
- Già, - risposi – ma pretendesti in cambio Cucchiaroni, Malatrasi e Massei!-
            E’ inutile dire che quell’incontro inaspettato mi fece quasi del tutto dimenticare della presenza di Anna che a malapena presentai come collega. Inevitabilmente i nostri discorsi caddero sui vecchi compagni di scuola: “Che fine ha fatto Scolletta?… Hai più visto Tidone?… Che n’è stato di Tirone?…”.
Scolletta, Tidone, Tirone…Non ne sapevamo più nulla. Che tristezza fu ricordare quei nomi ormai d’ignoti ai quali demmo del tu!
Irederi ci portò in un corridoio fuori dal suo ufficio e ci offrì un caffè da una macchina distributrice. Gli dissi il motivo della nostra presenza in quel posto ed egli cercò di dissuaderci dal nostro proposito spiegandoci che la ricerca sarebbe stata oltremodo difficile perchè sarebbe stato veramente impossibile rinvenire una qualsiasi causa iscritta a ruolo nel tempo precedente a trent’anni dal deposito della sentenza.   Tuttavia ci accompagnò egli stesso nella prima sezione dove il capoufficio si ricordò che alcuni elenchi datati erano conservati nell’archivio storico dell’Avvocatura dello Stato al piano ammezzato. Qui Irederi, prima di andar via, ci disse: - Io vi sconsiglio di perseverare in questa assurda e difficile ricerca. Ad ogni modo qui siete liberi di muovervi come meglio vi aggrada. Dopo venite pure di nuovo da me in ufficio, vi aspetto.”
Fummo fortunati perché, dopo aver cercato per un’intera mattinata, trovammo che il nome di Charles Ludwige Dodgson, alias Lewis Carroll, compariva come teste in una causa dell’aprile 1867 identificata con il numero di fascicolo 77666.
Fu Irederi stesso a condurci nell’Archivio generale di Castel Capuano. Si trattava di un ambiente sobrio, di una stanza immersa in un’altra epoca, insomma, dove non comparivano computer, né telefoni né altre diavolerie moderne. Allorché ci presentò al dirigente, cancelliere Salas, grande fu la mia sorpresa nel vedere che costui altri non era che l’uomo con la “voglia” violacea sul volto. Sembrava avere un carattere tipicamente schivo, tendenzialmente chiuso, anche se in certi atteggiamenti poteva essere trasparente nella stessa misura in cui era scontroso. Nel vederlo trasalii ed ebbi la netta sensazione che egli finse di non riconoscermi sforzandosi di  comportarsi in modo del tutto normale, ma con malcelato garbo.
- Dunque, lei conosce il  Cancelliere Irederi? –disse.
- Dall’infanzia, - intervenne il mio amico – e ti prego, per quanto ti è possibile, di assecondarne i desideri. Egli vuole esplorare l’archivio giù dabbasso alla difficile ricerca di un vecchio fascicolo.-
- Non è facile orientarsi laggiù.- disse con voce roca e minacciosa Salas. –L’archivio era abisso di tenebre e di pianti per carcerati. Esso occupava tre livelli: il piano ammezzato era riservato ai nobili reclusi; il piano terra era destinato ai criminali comuni; i sotterranei ospitavano gli elementi peggiori, molti dei quali morirono nelle loro stesse celle in seguito a gravi malattie o a torture. Le loro anime dannate non trovano pace e si aggirano ancora tra quei meandri. Esse si cibano di male!-
- Il ma…male? – dissi spaventato. -“Tutto è male”! – Tuonò Salas: - “Tutto quello che è, è male. Esistere è un male ed il fine dell’universo non è altro che male”!  Bisogna, allora, vigilare affinché la vita non sia la manifestazione del male stesso!-
Disse Irederi: - Il fascicolo che il mio amico cerca è numerato 77666 ed è relativo ad una causa in cui fu testimone Lewis Carroll.-
- Carroll?- fece l’altro.
- Si, l’autore di “Alice nel paese delle meraviglie”-  aggiunse Irederi.
E Salas: - Carroll, ovvero Charles Ludwige Dodgson, scrisse un seguito di “Alice”, e questo lo sanno in molti. Ciò che nessuno sa, invece, è il fatto che egli scrisse poi ancora un  seguito intitolato “La casa dello specchio”.
- Un secondo seguito? – Interruppi uscendo dallo stato di meraviglia che mi aveva attanagliato fino a quel momento.
Lo specchio, -  continuò Salas – se lo interroghi riesce a farti capire la differenza che tu sei. Riesce davvero a sdoppiarti. Ti permette di vederti da lontano, da fuori con un’improvvisa scoperta di alterità.-
Avvicinò il suo volto al mio e continuò:
- Sei tu quello che vedi? Chi è colui che ti fissa mentre lo guardi? Lo specchio ha l’orribile destino di riprodurre, ma la copia spesso è deforme! -
- Che…che signi…che significa? – feci in preda a grande sbigottimento.
La voce di Irederi interruppe quell’arcano discorso cercando di sdrammatizzarne i toni: - Salas è uno studioso di quei tanti misteri che ancora restano irrisolti nel nostro mondo. Spesso si lascia andare suggestionando chi l’ascolta.-
- Signor Salas, - intervenne Anna –lei ha letto quel terzo episodio di Carroll?-
- In esso lo scrittore menziona un mobile con uno specchio attraverso il quale si può passare in un’altra dimensione, in un mondo inverso al nostro nel quale è falso ciò che è vero ed è verità tutto quanto è falso.- Poi Salas si rivolse a me in particolar modo e quasi mi sussurrò all’orecchio: - Di quel mobile se ne son perse le tracce, non si sa chi ne sia ora il possessore, ma chiunque sia, egli dovrà stare molto attento a non cedere alle lusinghe del demonio!-
- Fo..forse è…andato distrutto…- risposi.
- E’ indistruttibile e malefico!- concluse Salas, poi ci condusse davanti ad una porta e, prima di andare via, ci spiegò che oltre essa, in fondo ad una lunga scala, si aprivano i sotterranei dove era allocato l’archivio.
Quando anche Irederi si congedò dicendoci che ci avrebbe aspettato ancora nel suo ufficio, varcammo la soglia di quella porta e, con un po’ di titubanza, scendemmo giù nel sotterraneo.
            Castel Capuano, chiamato anche Vicarìa, fu edificato dai Normanni nel XII secolo. Durante il governo di don Pedro di Toledo fu destinato ad accogliere tutte le corti di giustizia sparse per la città di Napoli, mentre i sotterranei furono adibiti a carceri dove nel 1851 fu rinchiuso Luigi Settembrini, condannato da Ferdinando II di Borbone, prima a morte, poi successivamente all’ergastolo.
Si trattava di una serie di cunicoli,  era, insomma, un vero labirinto lungo e buio nel quale non sarebbe stato difficile perdersi.
All’epoca dei fatti che sto narrando i sotterranei, dunque, ospitavano l’archivio del Palazzo di Giustizia, e per questo, lungo tutto l’intero loro percorso, si trovavano centinaia di scaffali di legno o di ferro dai quali straboccavano migliaia di fascicoli stracolmi di documenti ingialliti dal tempo e mangiati da topi e tarme.
Prima di inoltrarci nel sotterraneo, destò in noi grande meraviglia l’allocazione in un ampio vano di un altare sul quale era appoggiato un quadro con l’immagine di un giovanissimo Cristo. Il dipinto, probabilmente eseguito da un “madonnaro” da strada, mostrava il Redentore con i capelli biondi, lisci e fluenti sulle spalle, ed un sorriso smagliante in un volto bianco e rosa. Si notava subito che qualcuno dovesse averne cura perché i paramenti dell’ara erano tenuti in buon ordine; in un vaso erano stati messi fiori freschi e sulla base del sagrato erano accese due lunghe candele. Anna s’inginocchiò mentre io restai in piedi. Il silenzio era rotto solo dal sussurrio delle sue preghiere e da un gocciolio d’acqua d’ignota provenienza. Lo sguardo del Cristo esprimeva serenità  ed  il suo  sorriso riluceva al bagliore delle fiammelle delle candele che sembravano dipinte tanto erano immobili. Codeste candele creavano un cerchio di luce calda e vivida che contribuiva a ravvivare tutto l’ambiente.  D’improvviso, però, un flusso d’aria tanto fredda da far rabbrividire anche noi le agitò e le spense di colpo, cosicché  il locale rimase rischiarato solo dal tenue barlume di un pallido tubo al neon che era infisso nel muro di lato all’altare. L’immagine del Cristo, precipitata nella penombra, intanto, aveva perso il suo splendido sorriso. Nello sguardo, ora cupo per uno strano e squallido effetto di luce, non c’era più dolcezza, non c’era più serenità.
Mi girai e rigirai cercando di capire da dove potesse essere provenuta quella corrente d’aria, ma fu invano a causa dell’enorme estensione dei sotterranei. Anna fu appena distratta dall’avvenimento e, seppur in penombra, continuò a pregare ancora per qualche minuto, poi si alzò, spolverò con le mani i pantaloni all’altezza delle ginocchia ed infine mi disse decisamente: - Andiamo! –
            Gli oscuri discorsi di Salas, il fatto che mi aveva seguito tempo prima, mi avevano davvero suggestionato, tanto che quando ci avventurammo in quel luogo poco illuminato, ricettacolo di topi, scarafaggi ed insetti xilofagi[3], fui preso da grande ansia e timore. Anna, invece, sembrava tranquilla, ella era solo disorientata dalla stragrande quantità di fascicoli che si affacciavano dalle scansie:
- Sarà come cercare il classico ago nel pagliaio .- disse.
- Il pa…Ah, si il pagliaio! La luce è poca ed i numeri sono anche in parte illeggibili…- risposi con un groppo alla gola, poi chiesi:
Cosa avrà voluto dire quel Salas a proposito del 77666?-
- Nella cabala napoletana 77 fanno i diavoli, mentre, secondo certe credenze popolari, il 666 è il numero del demonio-  rispose Anna.
Mentre ci aggiravamo per quei luoghi alla disperata ricerca del fascicolo con quel numero, mi tornavano in mente le parole di Salas: “Era abisso di tenebre e pianti…”, “Le loro anime dannate si aggirano  ancora laggiù”.
Lo hai sentito quello lì? Lo hai sentito a proposito del fatto che tutto è male?- chiesi ad Anna.
- Ha recitato “Lo Zibaldone” .- rispose.
- Lo Ziba...?
- “Lo Zibaldone” un’ opera del Leopardi, e Leopardi era un pessimista per natura. Gli riusciva tutto storto: amicizie, amori…-
- Però diventare Leopardi gli riuscì bene…- risposi io.
Fu quando cominciammo a cercare tra gli scaffali che la mia emotività o, forse, il “dono” di essere un soggetto paranormale mi fecero vedere ombre furtive comparire e scomparire tra i meandri del sotterraneo ed udire un lamento lungo e sottile come un sibilo di vento.
- Hai sentito? – chiesi ad Anna.
- Cosa?
- Un lamento…-
- No, non ho sentito nulla. -
Tuttavia le ombre ed i lamenti continuarono a perseguitarmi, tanto che mi parve di distinguere delle figure immerse negli anfratti più bui che seguivano tutti i nostri movimenti con degli occhi bianchissimi dagli sguardi inquietanti tutti i nostri movimenti.
- Guarda qui…- disse Anna: - Fascicolo numero 77663, poi 77664, poi ancora 77665, ed infine 77667. Ci manca proprio quello che ci interessa.-
- Dove sarà finito? –chiesi senza aspettarmi naturalmente risposta.
- E’ stato portato via di recente…- disse Anna.
- Come fai a dirlo? –
- Guarda i lati dei due fascicoli tra i quali c’era il nostro, essi sono ancora del tutto puliti; non si è riformata la polvere.-
Avresti dovuto fare la poliziotta! – dissi –Dove sarà il nostro? –
- Bisognerà chiederlo a Salas.-
Non finì neanche di parlare che di colpo si spense la luce.
- Ecco! – Urlò.
- Cosa cacchio succede?- Urlai anch’io.
- Ma non capisci? E’ ora di chiusura. Stanno chiudendo ed hanno dato via la luce.-
- Cristo! E ci hanno dimenticati qua dentro!-
Tornammo indietro velocemente procedendo a tentoni e fu una vera fortuna se in pochi minuti raggiungemmo la scala che portava su all’ufficio direzionale dell’archivio. La salimmo di corsa ma trovammo la porta chiusa, allora cominciammo a bussare freneticamente e ad urlare nella speranza che qualcuno ci sentisse.
 
            Mia moglie Ada a quell’epoca lavorava nella segreteria di una scuola a pochi minuti da casa nostra e, nonostante vi fosse impegnata per quasi sei ore al giorno, non trascurava affatto le faccende di casa:  si alzava di buon mattino per precuocere i cibi che poi portava in tavola a pranzo; lavava i pavimenti, un paio di volte alla settimana li lucidava; innaffiava i fiori; rifaceva il letto; spolverava; attendeva al lavaggio del bucato in lavatrice, ne stendeva i capi in balconata, e faceva quant’altro avrebbe fatto una buona massaia. Era, insomma, una donna tutta casa e lavoro senza fronzoli per la testa, che non potevo fare a meno di apprezzare ed amare. Amare, si! Perché nonostante Anna, l’amavo veramente, anche se resta difficile capire come sia possibile amare una donna e desiderarne un’altra.
Però, dal momento che Ada negli ultimi tempi aveva cominciato a trascurare in maniera evidente proprio le faccende di casa,  pensai che forse ciò avvenisse perché era ormai certa della mia relazione con un’altra donna. Inoltre, aveva nei miei riguardi un atteggiamento passivo: non mi rivolgeva più la parola, non faceva più l’amore con me, non pranzavamo più insieme. Insomma eravamo dei separati in casa!
Mentre noi ci trovavamo nei sotterranei di Castel Capuano, Ada era rincasata da pochi minuti. Nello sbattere con i pugni sulla porta che ci teneva chiusi dentro, ebbi  l’impressione di vederla dall’altra parte di essa, come se la stessa porta fosse diventata uno specchio spesso ed infrangibile sul quale picchiavo disperatamente le mani e attraverso il quale vedevo la stanza d’ingresso di casa mia. Ebbi, allora, la precisa sensazione di trovarmi al di là dello specchio dell’appendiabiti della mia abitazione, ma Ada non avvertiva il fracasso che facevo, né udiva la mia voce. La vidi  riporre  il soprabito, vidi il suo volto avvicinarsi a quella specie di  barriera invisibile, poi ad un tratto ella ebbe un sussulto e mi guardò come se solo allora si fosse accorta della mia presenza,. quindi impallidì, indietreggiò e cadde svenuta in terra. A questo punto la sua immagine scomparve e la porta dell’archivio mi si materializzò di nuovo davanti. Cessai di sbattervi sopra i pugni e restai esterrefatto per quanto stava accadendo. Anna mi guardò e mi chiese:
- Cosa c’è? Cos’hai? Forza, batti ed urla, qualcuno dovrà pur sentirci.-
- Ma chi è?- D’improvviso udimmo una voce  dall’altra parte: - Chi è che sbatte ‘e ‘sta manera?-[4]
- Siamo chiusi dentro. Aprite! – Gridò Anna.
- P’ammore d’’a Madonna, ma che ce facite lloche dinto?[5]
Poi udimmo la voce di Irederi: - Santo cielo! Ma questi sono i miei amici! Aprite, presto!-
Si udì il suono metallico dello scorrere di un pesante chiavistello, poi la porta si aprì lasciando comparire dietro di sè il mio amico ed un anziano usciere, il quale riferì che, essendo ormai passata l’ora di chiusura, aveva provveduto a togliere la luce e sbarrare la porta. Irederi disse che per caso si era intrattenuto oltre l’orario di uscita e che pensava che noi ce ne fossimo andati, ritenendosi addirittura offeso per non essere passati a salutarlo.
- Il fascicolo 77666 è stato portato via dall’archivio!- Esclamò Anna.
- Portato via? E’ possibile! Si tratta di roba vecchia di un secolo e mezzo fa…-
- Tuttavia di quell’epoca c’erano tutti, meno quello che ci interessa.- rispose Anna.
- Vediamo un po’…Bisognerebbe chiedere a Salas…- disse Irederi.
Ed io: - Non c’è un registro nel quale sono annotati eventuali spostamenti di fascicoli? –
Irederi: - Ufficialmente no…-
Anna: - Tuttavia?-
Irederi: - Tuttavia ci sarebbe…c’è un libro nel quale in epoca passata si registravano come promemoria alcuni movimenti…E’ diviso in settori: anno per anno e mese per mese, ma non so se…-
Anna: - Dov’è?-
Irederi: - Veramente…Bè, tanto vale…Venite, è  proprio qui, nell’altra stanza.-
Ci portò in una stanza attigua a quella dove eravamo e cominciò a cercare in un grosso scaffale: - 1872…71…70…1869…68…Eccolo! 1867!-
Anna prese il librone e cominciò velocemente a sfogliarlo: - Gennaio…Febbraio…Marzo…Maggio! Manca tutto Aprile!-
- Mi faccia vedere…-  esclamò Irederi prendendo il grosso tomo: -Si, - disse – mancano proprio le pagine relative al mese di Aprile.-
Anna diede ancora uno sguardo al librone e notò che sul primo foglio di risguardo c’era annotato a matita qualcosa, un numero: uno, otto, cinque, uno.
Cosa significa?- chiesi.
- Mah? – rispose Irederi – Può significare tutto e nulla…-
Ed io: -  Forse il numero di un altro fascicolo.-
In quell’istante squillò il mio cellulare. Mi allontanai dal gruppetto e risposi.
Era Ada: - Sono stata male. – disse.
- Cosa?-
- E’ accaduto qualcosa di incredibile…-
- Cosa è accaduto? -
- Ho visto te e quell’altra…-
- Visto? Dove? Quando? -

Poco fa, qui in casa, nello specchio!-

 
Quando giunsi a casa Ada, che versava in uno stato confusionale, mi spiegò che nello specchiarsi davanti all’appendiabiti aveva, prima avvertito dei risolini provenienti dalle mascherine di ferro, poi lo specchio si era annebbiato ed infine, schiaritosi,  aveva mostrato la mia immagine e quella di Anna che dall’altra parte vi picchiavamo sopra con i pugni chiusi.
Le dissi che forse aveva avuto un malore, probabilmente dovuto ad affaticamento e che aveva sognato:- I sogni – dissi – sono significativi quanto le altre attività mentali come i pensieri e le fantasie ed esprimono i desideri, le paure e le preoccupazioni individuali. –
Le spiegai che quel sogno, dal momento che ella dubitava della mia fedeltà, esprimeva la paura di perdermi.
- Io non ho sognato! – disse Ada – Ho veduto te e quell’altra talmente bene da poterla descrivere!- Così descrisse per filo e per segno la figura di Anna e mentre lo faceva sentii un brivido di freddo che mi attraversava il corpo. Al suono della sua voce tremula  che riempiva il silenzio della casa, preso da un indicibile timore, mi avvicinai all’appendiabiti il cui specchio, seppur rifletteva normalmente la mia immagine, suscitò in me una tale inquietudine da trasmettere in tutte le mie membra un irrefrenabile tremore.
           Quella notte sognai di nuovo il buon don Paolo, da vecchio, così come lo avevo conosciuto al tempo della mia infanzia,  o meglio, il volto era il suo mentre il corpo era del tutto uguale a quello dello “Stregatto”, il personaggio del cartoon di Dysney tratto da  “Alice nel paese delle meraviglie”. In sogno l’anziano contastorie aveva il  corpo  grosso e goffo, a righe viola e grigie; nel suo volto si apriva, con una forma a mezza luna, un ambiguo sorriso dal taglio più grande del suo stesso viso. Egli  se ne stava appollaiato sui rami di un albero dalle foglie nere alla base del quale spuntavano come giunchi, demoni piccoli, demoni grossi come canne mature, demoni magri o grassi come porci a Natale.
- Satana, - disse don Paolo – “E’ una specie di ebreo errante che passa di fenomeno in fenomeno, di mito in mito, di uomo in uomo. E così segue da molti secoli”. Egli crea delle porte per confondere le cose di questo mondo. Ora c’è bisogno di gente che queste porte le custodisca al fine di impedire che il male le oltrepassi.-
Cominciò a ridere sempre più forte, e mentre rideva cadeva a pezzi dall’albero di modo che ogni parte che si staccava dal suo corpo finiva in pasto ai demoni appostati alla base del tronco. Alla fin fine dell’uomo “Stregatto” rimasero sospesi in aria solo gli occhi e la bocca che continuava a declamare, come in una cantilena: - “Lui fra gli angeli fu il più bello e dotato, Dio tradito dal caso e di lodi privato. Sia lode a te nel più alto dei cieli dove un tempo regnasti e nel profondo inferno, dove in silenzio, vinto, sogni”.[6]
Ciò detto anche gli occhi caddero come mele mature e la bocca si “spense” di colpo come una lampada notturna.
Mi svegliai in piena notte in preda a grande eccitazione e tormentato dal pensiero di non capire quel sogno, la cui interpretazione non potevo scartare a cuor leggero. Il mio sogno, infatti, andava considerato come causa e simbolo degli eventi, ma non ero io così sagace da avere la facoltà di coglierne il significato, anche se, riuscii a capire che si trattava di una premonizione, di un avvertimento.
Mi alzai dal letto per andare a bere un bicchiere d’acqua, e lo feci senza accendere la luce. Prima di entrare in cucina, però, fui preda di una forza oscura che s’impossessò di me e mi costrinse ad avvicinarmi allo specchio dell’attaccapanni. Era buio pesto eppure vedevo la mia figura riflessa, senza che null’altro comparisse dietro le sue spalle. Mi tornò allora in mente il quadro della “Conversione della Maddalena” del Caravaggio, con lo specchio convesso che non rivelava altra immagine se non il riflesso della luce divina. Rientrai nel letto tormentato da questi pensieri e non riuscii più ad assopirmi per il resto della notte. Ogni tanto giravo lo sguardo verso mia moglie che dormiva e provavo la strana sensazione di trovarmi accanto ad una persona estranea. Mi chiedevo come mai ad Ada non avevo mai parlato del mio incubo, perché non l’avevo resa partecipe delle mie ricerche, perché, infine, in nessuna occasione avesse avuto sentore delle mie pene e delle mie paure.
Mi alzai sul far dell’alba ed uscii fuori sul balcone, nonostante facesse un gran freddo, a  prendere una boccata d’aria fresca e pulita.  Il bagliore arancione del sole che sorgeva colorò il cielo là, dietro l’ombra bruna del Vesuvio, la cui vetta riuscivo appena a scorgere tra le cime dei palazzi. Udii che, oltre il cortile, la città. lentamente. cominciava a ridestarsi, a prendere vita, i suoi rumori ad intensificarsi. Tutto intorno fu via via esultanza ed attività mentre io, pallida ombra di morte, mi ero preparato ad invecchiare ancora di un giorno.
           Quella mattina per fare il caffè, mi servii di una vecchia macchinetta napoletana, ma eseguii il tutto con molta imperizia:  riempii il cestello con il caffè scuro e macinato; versai molta acqua nel cilindretto inferiore della caffettiera e l’avvitai neanche molto bene sul cestello superiore. Misi tutto sul fuoco e quando l’acqua bollì, tolsi la macchinetta dal fuoco così che l’acqua calda scorse attraverso il caffè nel contenitore col beccuccio,. Ne venne fuori una bevanda imbevibile, una sorta di caffè turco o all’americana al quale noi napoletani non siamo di certo avvezzi.
Si fece l’ora di andare a scuola, presi la mia valigetta e prima di uscire mi fermai davanti allo specchio dell’attaccapanni. Restai per qualche attimo pensieroso a guardarmi poi fui distratto dal riflesso dell’immagine di Ada che mi comparve alle spalle. Mi girai e la vidi arrivare proprio in quel momento!
- Oggi resto qui a sbrigare le faccende di casa. -  disse – Ho tanto da fare!-
 
 
            Quella mattina a scuola ero stanchissimo: vuoi per l’incalzare degli avvenimenti, vuoi perché la notte precedente avevo dormito poco e male. Tuttavia cercai come sempre di eseguire nel miglior modo possibile il mio lavoro di insegnante e lasciare fuori dalla classe i miei problemi.
In quell’epoca  non ero più un docente di “Stenografia”perché la mia materia, essendo ritenuta ormai superflua e sorpassata, era stata eliminata dai programmi di insegnamento e sostituita da esercitazioni al computer denominate: “Trattamento testi ed elaborazione dati”.
Il fatto aveva messo in serie difficoltà tutti noi docenti di “Stenografia” e quelli di “Dattilografia” in quanto per essere competitivi professionalmente dovemmo fare diversi corsi di aggiornamento. Proprio per questo avevo trascorso diverse ore dei miei giorni davanti ad un computer per comprenderne ed impararne gli automatismi.
Quel giorno, come al solito, avevo portato in laboratorio i miei alunni ed avevo assegnato loro un compito sull’uso del “Word”[7], quando Anna mi chiamò al cellulare e mi disse:
- Uno…otto…cinque…uno…Sai cos’è questo numero? 1851, l’anno in cui Luigi Settembrini fu imprigionato in Castel Capuano da Ferdinando II di Borbone. Qualcosa mi dice che dobbiamo cercare nei sotterranei la cella dove fu rinchiuso.-
- E come si fa? Non credo sia il caso di chiedere ad Irederi…- risposi.
- …E neanche a Salas. – intervenne Anna, poi continuò: - Bisognerà chiedere aiuto a qualcuno. Potremmo tentare con l’usciere che l’altro giorno ci ha aperto la porta dell’archivio. Mi sembra la persona adatta.-
 
            Al n. 316 di via Tribunali a Napoli, sotto la chiesa di S. Lorenzo, si trovano resti di mura greche. Sempre in via Tribunali, ma  molto più avanti, a pochi metri da Castel Capuano, sulla sinistra, si apriva il piccolo locale delle “Figliole”, un’antica pizzeria con i tavoli di marmo e ferro battuto, gestita da due arzille ed anziane donnette che, impastando, guarnendo ed infornando, facevano praticamente tutto da sole. Dal momento che da quel locale si poteva ben tenere d’occhio l’ingresso della Vicarìa, proprio lì ci appostammo nella speranza di veder uscire prima o poi il vecchio usciere.  Ai tavoli serviva un anziano omino dal corpo tarchiato e con le gambe arcuate. Costui, chiamato dalle due donnette semplicemente “Guagliò”[8] , si avvicinò e, declamando come un antico cantastorie,  ci consigliò: - Signurì, pigliateve ‘a “Margherita” ca è criscito ‘e pasta che sott’’e mane s’arravoglia e se sbroglia, po’ ‘ncopp’’o bancone se colora de janche, de russo e de verde, e, doppe ca te l’hè magnate, t’adduorme e te suonne che sì ‘nu  rRe pecchè tutte Napule sta ‘ncuorpo a te! -[9]
Naturalmente da buoni napoletani ne seguimmo il consiglio, ma tra un boccone e l’altro, tra un sorso di birra ed uno di coca, tenevamo d’occhio l’ingresso di Castel Capuano. Non ci aspettavamo certo che di lì a poco, sbucato da chissà dove, capitasse in quella pizzeria proprio il personaggio che speravamo di trovare.
Egli si ricordò subito di noi e, presentandosi come Michele Diddio, si sedette senza troppe cerimonie al nostro tavolo. Mi guardò stranamente e mi sorrise.
- Ma come mai state qua? – disse –Pe’ quanto me riguarda, io sto in malatia e non mi sono presentato in ufficio. Ma offritemi una bella pizza e vedrete che mi sentirò meglio. Mi ricordo di voi, signurì. Siete quelli che rimanettero chiusi nel sotterraneo. Ma ‘o ssapite che se non mi trovavo a passare  io fossivi rimasti tutta la notte là sotto? Certo quel sotterraneo...-
- Quel sotterraneo? – chiesi con apprensione.
- Niente. E’ umido, e l’umidità fa male! – concluse l’uomo.
Ordinammo una pizza anche per lui e gli spiegammo che per motivi di studio avremmo voluto visitare la cella nella quale era stato rinchiuso il Settembrini, ma che, per assoluta riservatezza, avremmo voluto farlo al di fuori dell’orario di ufficio.
- Riservatezza? – disse il vecchio – E’ già difficile entrare in tribunale nell’orario regolare, figuriamoci fuori orario d’ufficio!-
- Bastano duecentomila lire? -  propose Anna.
E l’altro, in modo del tutto sibillino, rispose: - Diciamo che qualcosa ‘e buono già m’aggio pigliata, ma non mi basta. Comunque, dicette Pullecenella: “Pe’ mancanze ‘e denare m’aggio perdute ‘nu sacco ‘e scialate!”[10] Vi farò sapere quando sarà possibile. Intanto lasciatemi un numero di telefono…-
La bella giornata di sole e la presenza di Anna mi avevano messo tanto di buon umore che, insieme a quella dell’anziano usciere, ordinai un’altra “Margherita” che, tra il daffare divertente delle “figliole” e del vecchio “Guagliò” mi parve ancora più gustosa e buona della prima.
Don Michele mangiò con grande appetito, nel frattempo, ciarliero qual’era, ci raccontò fatti strabilianti della sua giovinezza. Io lo ascoltai con grande attenzione e mi parve di tornare indietro nel tempo agli anni della mia infanzia ed alle storie del buon don Paolo. Intanto la gente entrava ed ordinava: chi una fragrante pizza con cicoli[11] e ricotta, chi una alla “marinara”, chi, avendo fretta, spizzicava in piedi una “pizza a fazzoletto”[12].
Era allegra tutta quella gente, piena di vita, cordiale e vogliosa di cose semplici e buone, ben lontana dall’immaginare gli avvenimenti straordinari che mi stavano accadendo ed il tumulto che essi avevano scatenato nella mia anima.
 
            Tutte le donne hanno sempre vissuto con paura il problema della sterilità perché il desiderio di avere un figlio è il significato che esse danno alla coppia, all’amore e più in generale alla loro stessa vita.
Anche Ada restò colpita da questa calamità quando alcuni problemi psicologici di non ben identificata natura le impedirono di avere bambini. Tuttavia negli anni passati insieme la sua delusione non aveva influenzato minimamente il nostro stato d’animo, non turbato mai i nostri rapporti, né il nostro entourage amicale e familiare.
D’improvviso, però, le cose cambiarono ed Ada, forse anche  depressa per il sospetto della mia relazione con un’altra donna, non solo divenne, come già detto, abulica e passiva, ma cominciò decisamente a trascurare quegli affari di casa ai quali, sempre con molta cura e solerzia, si era dedicata.  Il giorno dopo il mio incontro con Anna e col vecchio usciere, mentre mi preparavo per andare a scuola, mi disse:
- Ho veduto un bambino…-
- Un bambino? – le risposi – Bene, e allora?-
- L’ho veduto qua in casa-
- E cosa ci è venuto a fare? -
Non ci è venuto. C’era di già.-
- E dov’era? Si era nascosto da qualche parte? -
- Era nello specchio!-
Stavo mettendo dei libri nella mia borsa e, nel sentire quell’affermazione, mi fermai di colpo e chiesi timorosamente:
- Qua…Quale specchio?-
- Quello dell’attaccapanni.- Rispose lei abbozzando sul  volto un insolito sorriso.
Lasciai perdere la borsa ed  automaticamente mi portai davanti al mobile. Era lustrato da poco e le mascherine luccicavano come non mai. Oserei dire che nello squallore in cui versava la mia casa per l’abbandono di Ada, esso era l’unico oggetto che mostrava segni di una cura metodica e continua. Guardai nello specchio e di riflesso vidi proprio mia moglie venirmi alle spalle e con un filo di voce dirmi:
- Hai veduto che cura ho di questo mobile?-
Allora mi girai per chiederle il perché di tanto improvviso interesse e solo allora la vidi arrivare e dirmi: - Hai veduto che cura ho di questo mobile?-
La guardai senza trovar parole,  con grande meraviglia; i suoi occhi sembravano spenti, il suo volto tirato. Si avvicinò al mobile e cominciò a passarvi un panno sopra.
- Oggi non vado a scuola – disse – devo dedicarmi alle faccende domestiche, devo lucidare… e lucidare…e lucidare…-
Seguii Ada con lo sguardo: ella, con cura maniacale passava il panno sopra le mascherine fissando sempre lo specchio e cantando una sorta di cantilena:
- Devo lucidare…Tutto deve essere pronto…Tutto lindo e pinto.-  Di colpo tacque un momento, poi riprese con voce cupa e ferma: - Il mio bambino è qui dentro… - disse con occhi spiritati, parlando lentamente come se misurasse le parole. Restai a guardarla appoggiandomi alla parete di fianco allo specchio senza neanche togliere il soprabito che avevo messo per uscire ed in quella posizione rimasi per un po’ di tempo, mentre mia moglie che sembrava ignorarmi, continuava a ripetere: - Il mio bambino…il mio bambino…-
D’un tratto i suoi occhi  si illuminarono come improvvise fiammelle di fuochi fatui,  si fermò, buttò via il panno e congiunse le mani come in preghiera: - Eccolo! – disse – Ecco il mio bambino che è venuto a trovarmi di nuovo. -
Mi sollevai dalla parete, sporsi la testa per guardare nello specchio e, cosa strabiliante, vidi anch’io l’evanescente figura di un bambino ritto in piedi, con labbra viola che si aprivano in un asfittico sorriso.
- Figlio mio! – Gridò Ada – Vieni! Vieni dalla tua mamma!-
- Mamma! – suonò la voce del bambino con un tono metallico e distorto – Guarda, sto male, non posso venire. Vieni tu da me a guarirmi con le tue carezze, mamma! -. In un certo qual modo mi somigliava: era bianco come il latte; la sua testa era ornata di riccioli cenerei che appena gli coprivano il narcisistico volto. Improvvisamente allungò verso Ada entrambe le mani che fuoriuscirono dallo specchio e cercarono di afferrarla, ma io fui più lesto: dopo un solo istante di stupore, mi lanciai su mia moglie e, rotolando con lei in terra, la trascinai di qualche metro lontano, ma battemmo con la testa contro uno spigolo di muro  e svenimmo. Quando mi ripresi Ada era ancora incosciente, per il dolore mi massaggiai il capo, poi mi avvicinai di nuovo allo specchio, ma esso questa volta rifletteva normalmente la mia immagine.  Avevo capito cosa c’era di strano in quello specchio! A parte la strabiliante apparizione del bambino e l’incredibile episodio in cui Ada mi aveva visto con Anna chiuso nell’archivio della Vicarìa, esso rifletteva azioni che avvenivano con qualche attimo di anticipo rispetto al tempo reale. Un po’ come nelle radiocronache di partite di calcio viste contemporaneamente anche in televisione. La voce alla radio arriva prima dell’azione nell’immagine televisiva.
 
[1] Castel Capuano – Sede del vecchio palazzo di giustizia di Napoli.
[2]  Calciatori che nel 1959 militavano in serie A rispettivamente con Alessandria, Bari, Bologna, Fiorentina, Inter, Iuventus. L.R. Vicenza, Milan, Napoli, Sampdoria e Spal.
[3] Insetti che depongono le loro uova nel legno
[4] In questo modo
[5] Che ci fate là dentro?
[6] Baudelaire (1821 – 1867)
[7] Programma di videoscrittura della Microsoft.
[8] Ragazzo.
[9] Ordinate la pizza “Margherita” che è fatta di pasta lievitata e guarnita di rosso (pomodoro), bianco (mozzarella) e verde (basilico). Dopo averla mangiata, vi addormentate e sognate di essere un re:
[10] Amara costatazione di chi per mancanza di soldi, non è riuscito a godersi la vita così come avrebbe voluto.
[11] In napoletano “ciccioli”.
[12] Pizza piegata in quattro parti e servita in carta.
 

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