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Scalinatella

 
 
Percorrevo a piedi ogni giorno una via di Napoli rallegrandomi moderatamente per l’umanità che vi incontravo e lasciandomi trasportare da un’onda di migliaia di individui che prorompeva con irruenza dal sottosuolo del metrò. Un’onda i cui flutti agitati facevano a pugni  tra di loro, composta da gente nevrotica che sembrava sgusciar fuori a libertà da una gabbia condivisa con mostri pubblicitari.
Appena fuori dal metrò, pur in balìa di quel mare umano, mi piaceva respirare l’aria del primo mattino nella quale coglievo profumi e lezzi per le varie attività che si svolgevano in quella via.
Erano odori di vita che si mescolavano in fantasmagorica alchimia con le voci dei venditori ancora assonnati, voci  impastate di sonno che reclamizzavano frutta, pesce e salumi. Una volta in quel concerto ne sviolinò una in particolare.
Era un giorno d’inverno, freddo ma soleggiato, quando sentii anelare una sottile vocina da così lontano che mi meravigliai non poco fosse arrivata al mio orecchio in quella confusione. Proveniva da una “scalinatella” che mai avevo avuto modo di notare prima (sembrava comparsa improvvisamente) e che  si apriva ad un certo punto della strada. Era tanto stretta  che il sole faticava ad entrarvi ed i suoi raggi la baciavano a sprazzi. Era talmente lunga che se ne perdeva la fine ed era così asimmetrica che non si distingueva se salisse in cielo o scendesse a mare. Tutta lastricata di” vasole” nelle quali luccicavano coriandoli di sole, s’inerpicava tra due file di bassi ( case in cui si cucina   si mangia  e si muore)   così oscuri da sembrare nere caverne. Attirato da quella vocina cominciai automaticamente a salire lasciando in basso il frastuono di un traffico impazzito di auto e ammattito da motocicli. Sbirciavo a dritta e a manca in quegli antri bui nei quali ogni tanto , come in una dissolvenza cinematografica, s’illuminavano volti, ora di vecchie, ora di giovani donne che sembravano interrogarsi chi fossi e dove andassi.            
Una mi colpì particolarmente, non perché mi sorridesse ammiccandomi, come infatti faceva, ma perché somigliava straordinariamente a mia madre: mora, capelli neri, alta, molto bella, espressivamente serena e sincera. Mi fermai un attimo a riprendere fiato ed a guardarla e m’avvidi che costei, con un movimento della testa, mi invitava a proseguire per scoprire di chi fosse la vocina che, come in una nenia ripetitiva, diceva continuamente: - ‘O giucattolo…Volete ‘o giucattolo?-.
Quella cantilena vaga ed armoniosa, seppur sommessa, si spandeva per l’aria e via via addolciva gli anfratti muschiosi, i muri d’edera, le ortensie ormai morte, vanamente annacquate da una donnicciola dall’aspetto appassito come uva di controtempo. E le note, poche e sempre uguali, salivano al cielo scivolando tra un cielo di “copertelle e camicine” fino a perdersi come palloncini in un azzurro radioso. Io, povero semplice umano stracarico del fardello di una banale quotidianità, continuavo a salire finché  raggiunsi una rampa che ospitava  colui che  emetteva quella voce.
Era un bambino magrissimo, dal viso scarno, occhioni lucidi tondi e neri, capelli scuri, rasati a  zero.
Vestiva con un maglioncino di lana viola consumato ad entrambi i gomiti che si intravedevano attraverso  disordinati sfilacciamenti ed un pantaloncino grigio a quadretti tenuto su da una sola bretella trasversale. Era scalzo ed aveva accanto una cesta con alcuni giocattoli.
Seduto su un gradino, mi fissò con uno sguardo da cane bastonato e ripeté ancora una volta:
- ‘O giucattolo…-
Incuriosito mi avvicinai per vedere di preciso cosa avesse nella cesta. C’era un trenino con i vagoni blu, una trottola, una trombettina di latta, un pinocchietto a molla. Rimasi senza fiato! Volevo profferir parole, ma queste mi si strozzavano in gola, non riuscivo a farle uscire e deglutivo solamente. Quei giocattoli erano perfettamente uguali a quelli i che avevo avuto da bambino e che, crescendo, il tempo mi aveva sottratto.
Mestamente, mentre si levava il vento, che si mise a giocare in terra con carte e foglie, mi rimisi sulla via del ritorno. Ora minacciava pioggia ed i “bassi” eran tuti serrati. La mora che somigliava a mia madre ora era solo un ricordo. Quando scesi l’ultimo gradino e m’ immisi nella via affollata, mi girai per dare un ultimo sguardo alla scalinatella, ma questa non c’era più. Allora mi avviai insieme all’altra gente, ma prima di svoltare l’angolo udii ancora una volta la vocina:
-‘O giucattolo…Volete ‘o giucattolo…- .  
 
 
Dedicata a me stesso.
 
 
 
 
  
 
 

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