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Per il bene dell’editoria

Era un pomeriggio inoltrato di fine giugno del 2018. Aveva piovuto ininterrottamente per ore, malgrado fosse entrata già l’estate, e “l’aria sapeva di scorreggia bagnata” come direbbe Bukowski, anche se nel mio paese natale, di solito l’aria non ha un buon odore, neanche quando c’è il sole.
Eravamo in un bar io e Mario, aspettando che Antonio, ci raggiungesse con la macchina. La voce di Fabio, proveniente da un messaggio vocale arrivato sul telefono del mio amico ci avvisava, che aveva ancora un po’ da lavorare e che ci avrebbe raggiunti direttamente sul posto, anzi ci avrebbe raggiunti direttamente sul posto e si sarebbe cambiato lì.
- E dove cazzo la trovi una cabina telefonica per vestirti da Superman, Fabiè? – gli avevo risposto io prontamente, con un altro messaggio telefonico, sfilando il cellulare dalle mani Mario, con la stessa destrezza di Adriano Celentano nel film “Mani di velluto!”
- E dai! – aveva protestato l’amico mio, ma ormai il guaio l’avevo già fatto.
Dovevamo andare alla presentazione de “La seconda natura”, il nuovo romanzo di Mario. Visto che ero tornato in città, mi avevano invitato a parlare; o meglio, Fabio avrebbe fatto da relatore, introducendo la serata, il romanzo, l’autore e gli altri ospiti, me compreso. Io sarei stato presentato come scrittore metropolitano, anche se per anni avevo viaggiato con i treni della Circumvesuviana, seduto di spalle in direzione contraria a quella di marcia, in modo che le immagini del paesaggio mi comparissero come se venissero dal passato. Ad ogni modo, dopo pranzo avevo già segnato sul mio blocchetto delle poesie, tutte le domande da fare, inerenti al romanzo, che avevo avuto il piacere di leggere in anteprima; quindi mi sentivo abbastanza tranquillo, su ciò che avrei dovuto dire.
Nello stesso momento in cui bevevamo i due gin tonic, che avevamo ordinato per scioglierci un poco e gestire l’emozione di parlare in pubblico; nel garage del Municipio della nostra cittadina, il sindaco, abbandonato anche dall’ultimo dipendente comunale, stava registrando i freni della sua bicicletta. Da quando era stato eletto, per tener fede alla sua propaganda elettorale, era costretto a recarsi in Comune, tutti i giorni in bicicletta, schivando automobili clacsonanti, o parcheggiate nei posti più impensabili del corso principale del paese, buche nel manto stradale e merde di cane. Quella mattina, per farsi vedere dalla cittadinanza, più in forma del solito, aveva percorso l’ultimo tratto di strada alzandosi sul sellino, per spingere più a fondo sui pedali; fatto sta che aveva preso troppa velocità e quando aveva cercato di frenare, si era reso conto con rammarico, che i freni del suo biciclo si erano allentati. Per fortuna, le transenne di un cantiere mal messo in sicurezza avevano fermato la sua corsa, la bicicletta si era piantata di colpo e lui era schizzato dal sellino per piombare dritto col testone sul palo di un segnale stradale. “Ma più” si diceva fra se il sindaco, toccandosi con la mano libera il bozzo cresciutogli sulla fronte dopo l’incidente, “Mai più!” ripeteva con maggior ostinazione, mentre pensava alla Ferrari Maranello parcheggiata nel garage della sua villa.
Ma torniamo a noi.
All’improvviso mi vibrò il cellulare in tasca. Angela mi aveva mandato un messaggio: “Ho saputo che sei tornato, ci becchiamo in giro per una birra.” Con Angela è sempre stato come l’equazione di Schrödinger, per farla breve, quella che parla delle probabilità che l’elettrone di un atomo della mia maglietta, stia sul tessuto della stessa maglietta, o in Sudafrica. Ecco, lo stesso valeva per il “ci becchiamo in giro per una birra” della mia amica. In tanti anni che ci conosciamo, non abbiamo mai capito quanto fosse largo o quanto durasse, il nostro giro; abbiamo sempre avuto però la certezza che prima o poi avremmo bevuto assieme.
Ormai i mondiali di calcio volgevano al termine e le indiscrezioni dal calciomercato prendevano sempre più piede nei notiziari sportivi. Dalla radio annunciarono le ultime notizie da Madrid, sul futuro di Cristiano Ronaldo. Il giornalista aveva rivelato che alla stella dei Blancos era venuta in mente una “pazza idea”. Infatti il giocatore, aveva pensato di accettare la sfida di portare in pochi anni in serie A, una compagine italiana militante nel campionato di Promozione. La squadra in questione era il Montepulciano calcio. Sarebbe stato bello vederlo giocare la domenica mattina, nel campetto fangoso dell’oratorio di Montepulciano, fra fumi di arrosticini di pecora alla brace e damigiane di vino rosso, che si svuotavano velocemente; ma sappiamo tutti come è andata a finire la storia.
Continuavamo ad alternare in silenzio un sorso di drink, con un tiro di sigaretta. Io mi ero totalmente perso nelle mie riflessioni. Pensavo che nella mia libreria c’erano troppi pochi testi di Jack London, eppure li avevo letti, ma dove li avevo letti? Ahhh! Certo! Li avevo presi in prestito alla biblioteca comunale del paesino in Inghilterra, dove alloggiavo ai tempi dell’Erasmus. Li avevo letti in lingua originale, senza che nessuno mi facesse l’applauso, se che nessuno mi dicesse di voler essere come me, senza che nessuna ragazza mi chiedesse di ingravidarla. Poi ovviamente li avevo restituiti.
- Sai cosa? – Mario mi riportò alla realtà, mandando in frantumi le mie riflessioni;
- Cosa? –
- Ti sto per dire qualcosa, per la quale forse mi odierai –
Visti i tempi, pensai subito che stesse per rivelarmi che anche lui pensava che gli immigrati venivano in Italia per stare negli alberghi a cinque stelle, con il wi fi gratis, mentre i terremotati erano ancora nelle tende. Lì si che l’avrei odiato seriamente.
- Mario, non dirmi che anche tu … - cercai di fermarlo, per salvare la nostra amicizia;
- Io cosa? Io penso che in fondo Fabio Volo e Federico Moccia, fanno bene a scrivere romanzi –
- Fiuuu! – sospirai sollevato, - Ma che cazzo dici? Ma non è mica letteratura quella! –
- Aspetta – mi interruppe per spiegarsi –  È come coi cinepanettoni, servono per far soldi, in modo che vengano prodotti i film d’autore. Lo stesso vale per i libri di Moccia e di Volo, servono per far soldi, mantengono l’editoria e così danno la possibilità di pubblicare anche i romanzi impegnati –
- E poi che cazzo! – continuò – Su cento persone che comprano il libro di Volo, ce ne sarà una che butterà l’occhio sugli altri autori che iniziano con la “V” e magari compra anche “La colazione dei campioni” di Vonnegut? –
- E magari, su cento persone che comprano un libro di Moccia, ce ne sarà una che butterà l’occhio sugli altri autori che iniziano con la “M” e magari compra anche “Il tropico del cancro” di Miller, vero? –
- Esatto! – ridemmo tutti e due, buttando giù il resto dei nostri gin tonic, proprio nel momento esatto in cui ci raggiunse Antonio, che si offrì di pagare il conto al posto nostro. Beh contento lui.
La serata andò bene. Io e Fabio, che non si cambiò d’abito in una cabina telefonica, ma in camerino di fianco alla sala dove si teneva l’evento, ci divertimmo a fare domande cattive a Mario e a cercare metterlo in difficoltà, ma lui seppe tenerci testa. Fu una presentazione dove il pubblico partecipò in maniera interessata, alla fine ci fu anche un bell’applauso e la gente veramente si convinse che io fossi uno scrittore. Finì che cominciai ad autografare le copie del romanzo di Mario, scatenando non poco la sua ira. Ma tra amici, ci può stare.
Soddisfatti per come era andata la cosa, e anche un po’ affamati, ce ne andammo a bere. Appena entrato nel locale, chi vidi seduta attorno ad un tavolo affianco a suo marito e ad un altro gruppo di amici? Esatto, vidi Angela, la mia cara amica; che come si accorse di noi, balzò in piedi e ci invitò a gran voce ad unirci alla compagnia. Mangiammo e bevemmo fino alle 3 di notte, quando totalmente in preda ai fumi dell’alcool, finimmo per cantare abbracciati tutto il nostro repertorio di canzoni degli Squallor, con punte emozionevoli al momento di Berta e di Tombeado (perché sei morto Papelo).
Stasera , tornato dal lavoro, nel mio momento di relax sul divano, mi è capitato di leggere del boom di vendite che ha ottenuto il libro di Fabrizio Corona. L’articolo riportava anche la foto di una pagina di un capitolo del libro, denominato “Fighe”, dove il Corona raccontava di alcune sgroppate che si era fatto a letto. Mentre leggevo quelle poche righe mi è venuto da ridere, immaginando la faccia di quel povero cristo di ghost writer, al quale è stato commissionato il lavoro di scrivere l’opera magna del Corona, mentre redigeva tutta quella marea di stronzate da bullo di paese, che gli dettava il buon Fabrizio, peraltro nella maniera nella quale le scriverebbe lui, ma senza errori di ortografia.
Beh, leggendo quest’articolo, superata la fase “dobbiamo estinguerci tutti al più presto”, mi sono ricordato di quest’episodio accaduto l’anno scorso. Anche se con tantissima approssimazione, ritengo che magari il ragionamento che face Mario quella volta, potrebbe essere valido pure in questo frangente e magari, su un milione di persone che comprano il libro di Fabrizio Corona, ci sarà uno stronzo, al quale capiterà di posare lo sguardo su “Morte a credito”, o su “Viaggio al termine della notte” di Celine, o magari ancora su tutti e due, e magari gli verrà voglia di comprarli e di scoprire così cos’è la vera controcultura.
 

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