Ti ho visto nella notte, tanto tempo fa, venisti a prendere per mano una bambina impaurita dalla vita, con addosso i lividi del suo dolore infame… la portasti per le vie del tempo in un sogno che le parve incubo, e vide, tutto quello che c’era da vedere degli uomini, le spiegasti tutto ciò che può contenere la loro anima, ogni pensiero di bene e male che può produrre la loro mente, le svelasti l’angoscia dei disastri che la ragione può realizzare, i dolori che l’anima può sopportare. Ti vidi come un’ombra grande e buona, passammo, stretti nelle mani, l’uno accanto all’altro, per le vie di città distrutte, camminammo su macerie alte come montagne che avevano alberi fatti di arti umani seppelliti dalla terra, innaffiati dal loro stesso sangue, udimmo lamenti atroci che mi facevano stringere più forte la tua mano. Andammo insieme, più oltre di dove si poteva andare, dove, dalle finestre, uomini e donne rovesciavano escrementi su di noi. Ne fummo pieni nei panni e sulle carni, urina e feci ad infestarci l’anima, e mi dicesti: “Ti faranno questo, ma tu resisti, portati pulita avanti nella vita, qualunque cosa accada non farti mai sporcare dentro”. E camminammo ancora, camminammo tanto, ed ebbi come l’impressione che vi fosse recintata l’eternità in quella notte, fino a quando mutarono le piogge su di noi e, per le stesse vie, dalle stesse case scendeva oro a rivestirci gli abiti. Ero piccola, non mi ricordo gli anni, ma quel mattino mi svegliai senza alcun dolore dentro, ero serena, sentivo nelle ossa la forza di quel padre che ovunque vai non ti abbandona mai. Ne ho traversate di strade fetide in tutti questi anni, e ne son trascorsi di giorni miei nuotati in un mare di escrementi, quanti ne ha sentiti l’anima di dolori, una infinità, eppure, pur nella più disperata lontananza, non mi sono mai sentita sola a combattere le avversità. Ti ho riconosciuto, in qualche notte della vita, da adolescente, da giovane, da donna, quando sei venuto a consolarmi di bene e, mentre mi facevi sorridere di gioia, sentivo le tue mani, umide di lacrime mie. Mi asciugavi, mi riscaldavi, ripulivi ogni angolino di questo cencio d’anima, cancellavi il ricordo, il dolore, portavi via con te ogni risentimento, tutto l’odio che può nascere in un cuore a seguito delle violenze umane, e di quelle sue ingiustificabili ingiustizie… Te ne andavi al mattino, in quell’attimo in cui la notte abbraccia il sole di tenera stanchezza porgendogli nelle mani tutto il peso del destino umano e, con un impalpabile bacio, mi lasciavi tutto il tuo amore perché io potessi continuare a camminare le vie di questo mondo senza paura, da sola, senza averti accanto nella luce dei giorni. Ed ho sbagliato tante volte in questi quarant’anni, ho creduto di vederti nell’uno o nell’altro uomo, ma non eri tu. Quante volte mi sono presa la tristezza del cuore nelle mani, ed ho strappato ad una ad una le schegge della delusione e dell’afflizione, e quanti inganni di pensieri e di parole ho recitato a me stessa con gli occhi chiusi, oppure fissi al muro, davanti ad uno specchio, per riuscire a trovare il corpo della speranza, e curarlo perché vivesse ancora dentro me, e portarmi pulita, avanti nella vita, come un tempo mi dicesti tu. Passavano, i miei giorni finiti di dolore e le mie notti sterili di eternità, scorrevano lenti e veloci, fatti di guai e di quiete, di ricchezza e povertà, di paure e di lotte, ed io ti sentivo, ti vedevo in ogni attimo, nella pelle di donna che mi trascinavo addosso, eri il meglio di me stessa, la mia parte intelligente, sensibile, colta, lottatrice, impavida, estremista… e capivo che tutto il bello di questa mia esistenza lo facevi tu. Sono arrivata esausta ai miei quarantasette anni, così rattrappita di dolore che non sentivo più nulla, priva di sensi e di ragioni, vuota di speranze e sentimenti. E sei tornato tu, in carne ed ossa. Non sei più solo un ombra grande e buona, ora sei un volto stanco, ma sorridente, l’hai negli occhi, tutta intatta, la forza della vita, è ancora incolume e strabordante quell’amore antico che ti galoppa il cuore e il corpo per arrivare fino a me. Sei venuto un’altra volta ad aggiustarmi i giorni, a controllare che fossi in grado di navigare il resto delle acque in questo mare d’esistenza, a farmi comprendere che ce ne è ancora di gioia da aspettarsi, e altrettanto dolore da masticare, che devo ancora dare credito ai sogni, a quelle fantasie che lavano dal viso la stanchezza dell’esistere, che devo continuare a ridere quando piango, a piangere quando rido. Sei venuto a darmi il tuo ultimo insegnamento che, in una piccola poesia, si può racchiudere l’universo.
L’ho sempre pianto, nelle mie notti, l’amore tuo che mi mancava, e ancora ne ho bisogno per sorridere.
Oggi, guardo questo piccolo mondo mio, e in questa vita che è sempre stata tua, ci vedo l’ingombro di tutta l’attesa passata, ci scorgo la lontananza del presente, l’inconsolabile ombra di un pianto che è mancanza di te nel mio futuro, dove non vi sarà rassegnazione per l’assenza di un amore perfetto e puro che anni fa ci fece camminare insieme per le vie del tempo, oltrepassando il muro dei corpi e dei sensi. Mi sento tanto stupida, e temo, di me stessa, gli errori. Mi capita, qualche volta, di dubitare di quel che sento dentro, di quello che tu trasmetti, e resto ferma a chiedermi: Sei tu? Sei tu? Dimmi se mi sto sbagliando ancora, dimmi che sei tu!
Non ho sfide dopo la notte trascorsa in quell’amore dove mi sono dissolta tutta, dandoti ogni spazio di me. Perché questo resto: spazio, tra rabbie e incomprensioni, in una realtà distruttiva e confusa di parole che non capiscono il sentimento. Mi sento sbaglio perpetuo, mani e labbra che non camminano il retto sentiero del tuo vivere, e non so raddrizzarmi ai tuoi passi, perdo il sincrono dei piedi, con esso l’armonia delle ali. E’ forte la tua passione, rabbiosa di protezione verso il cuore che porti nel petto… non mio. Mi spacchi timpani e tempie, anima e corpo, fantasia e ragione, e sono divisa tra l’immaginazione di un bene notturno e il dolore di un male diurno. Se amarti è questo… lo voglio! Nascondiamoci bene alle parole, agli occhi degli altri, imbalsamiamoci i corpi col vuoto dei sensi, dimentichiamo le convenzioni del mondo e facciamoci aria e cielo, terra e mare, vuoto e silenzio dell’universo, solo così scopriremo che l’amore riesce a fare a meno di tutto… anche di un insieme di carne composto dal noi. Togliamoci le voci, in quell’ora del mattino e del pomeriggio, cancelliamo le parole sul nascere, quando passano dal pensiero alla penna, facciamole mute, non per gli occhi, non per le orecchie… tacitiamo il dire dell’anima, e restiamo ciò che siamo… il nulla della diversa realtà che viviamo. Pensiamo pure d’averlo annientato l’amore, crediamoci, a quella idea che lo presenta morto nelle assenze di ogni sua manifestazione, illudiamoci, che privo delle sue azioni … lui non esista più. Poi, fermiamoci all’ascolto di noi, ci meraviglieremo, quando ci accorgeremo di non sussistere più e che, di una umana materia, il vivente rimasto è solamente lui.
… non ho più dubbi: “Sei tu”.
Marilina Frasci - drudylla
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