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Come primo dell'anno

Come primo dell'anno
sono sopravvissuto
abbastanza tutto intero.
Gli armadi sono vuoti di paillettes
e di cervelli di scimpanzé.
Di anno in anno acquisto
un voluminoso senso dello sfai da te.
Sfaccio, disfo, straccio mobili e bidet.
Disfaccio pacchi e suppellettili,
perdo dati e memoria,
dono mensilmente agli hacker
miliardi di supposizioni
e lati oscuri di me. Urlo al vento
disabile di un gennaio piatto.
E mi sfracello contro il calendario
a cercare di fermare il tempo
in impegni e appuntamenti
con ominidi, dromedari e anguille,
con spettri compiacenti e à la page.
Sono le sei in the afternoon
e addirittura post meridiem.
E a quest'ora io risorgo
da una voluminosa bonaccia
depressiva che mi fa per tutto il giorno
da sorella incestuosa, appiccicosa.
Che dire. S'ha da vivere pure un altr'anno.
E non ci sarebbe nulla di male in questo.
Ma qualcosa non mi convince.
Saranno le vene varicose. 
La calza bucata. Il fornello unto.
Sarà questa mia tristezza posticcia
e narcisista, che pretende 
di non pagare il conto
della mia lussuosa suite.
Sarà.
Sarà sera, se non si rasserenerà.

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