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Il carnevale

Siamo in pieno periodo carnevalesco, come non spendere, quindi, due parole due su questa “festa”? Dal punto di vista prettamente etimologico il carnevale (o carnovale) è il latino “carmen levare”, vale a dire “togliere la carne”, non mangiare carne, insomma. E questo perché è il periodo che precede l’altro periodo in cui la Chiesa (adesso le cose sono un po’ cambiate, ci sembra) proibisce di mangiare carne per tutto il lungo digiuno della quaresima. Potrà sembrare un po’ strano il fatto che questa festa “consacrata” – per certi aspetti – alle gozzoviglie possa prendere il nome dalla fine di ogni godimento (la carne). C’è da osservare, a questo proposito, il fatto che originariamente il “carnem levare” era riferito esclusivamente all’ultimo giorno della festa, vale a dire al martedì grasso, ritenuto giorno “preparatorio” al digiuno.
   Quanto alla “storia”, si tratta di una festa dalle tradizioni antichissime, tanto da potersi considerare la continuazione della festa dei Saturnali che i nostri antenati Romani celebravano verso la fine di dicembre. Dal punto di vista cristiano il carnevale è il periodo che va dall’Epifania al primo giorno di quaresima e in origine – come abbiamo visto – era il solo giorno che precede alle Ceneri. Il carnevale, insomma, è “un periodo di divertimento, di allegria, di baldoria immediatamente precedente la quaresima, cioè fino al mercoledì delle Ceneri”. Durante il carnevale insomma, se non cadiamo in errore, si consuma quella sfrenata allegria che cessa di colpo con il sopraggiungere della quaresima che apre un periodo di penitenza e di sobrio raccoglimento.

   Tornando un momento sulla sua “origine etimologica”, non possiamo sottacere la tesi di alcuni Autori che fanno derivare il termine dal latino “carrus navalis”, ‘carro navale’, vale a dire “nave su due ruote” che si usava portare in giro nelle processioni festive (da qui, appunto, la tradizione, ancor oggi viva, dei famosi “carri”?). Il carnevale ci ha richiamato alla mente il… “Carnevaletto delle donne”. Diamo la parola a Ottorino Pianigiani – insigne linguista – il quale sarà più chiaro dell’estensore di queste modestissime noterelle.

   “Quest’espressione risale al tempo in cui infieriva nelle province meridionali dell’Italia certa strana malattia nervosa attribuita al morso della tarantola, contro la quale si reputava unico rimedio la danza al suono dei tamburelli e dei pifferi. Infatti per risanare o almeno diminuire le sofferenze di questi ammalati, fino al XVII secolo era costume che intiere turbe di sonatori girassero i paesi meridionali d’Italia nei mesi d’estate, e che nelle città e nei villaggi venisse intrapresa in grande la cura dei ‘tarantati’: e questo tempo del ballo e dei suoni appellossi il ‘Carnevaletto delle donne’ mentre esse più che gli uomini se ne interessavano e per tutta la loro provincia accumulavano a tale oggetto i loro risparmi, e trascuravano perfino le faccende domestiche per prendere parte a questa festa e potere compensare i bene arrivati sonatori. Anzi, Ferdinando Medico di Messapia del secolo XVII narra di una certa Mita Lupa, agiata signora, che consumò per tale oggetto tutto il suo patrimonio”.

   Oggi è caduto il complemento di specificazione ed è rimasto in uso solo “carnevaletto”, diminutivo di carnevale, con il quale si indica qualunque tempo di allegria e di baldoria. Mentre a Milano, con “carnevalone” si intende il prolungamento del carnevale dal mercoledì delle ceneri alla domenica successiva e secondo il rito ambrosiano è il primo giorno effettivo di quaresima.

   E concludiamo – queste noterelle – con una curiosità che esula dall’argomento trattato. Perché una persona che cambia pensieri e propositi si dice volubile? Perché può “ruotare”, “girare”, quindi  “cambiare” (parere). Volubile è, infatti, il latino “volubile(m)”, derivato di “volvere” (girare intorno, volgere) e, quindi, in senso figurato, “mutevole”, “incostante”.
 
Fausto Raso
 

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