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L'aggettivo intensificatore

Gli amici che ci seguono da tempo sanno benissimo che non perdiamo... tempo nel denunciare la pochezza della maggior parte dei “sacri testi” che si occupano della nostra lingua: gli argomenti sono trattati - per lo piú - in modo superficiale e non appagano la fame di sapere di coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere. Quante grammatiche trattano, per esempio, dell’aggettivo cosí detto intensificatore? Abbiamo piluccato qua e là nei vari testi in nostro possesso e non abbiamo trovato traccia alcuna. Siamo sicuri, per tanto, di non essere tacciati di presunzione se affermiamo che la quasi totalità dei nostri lettori - anche acculturati - non hanno mai sentito parlare di questo tipo di aggettivo anche se, inconsciamente, lo adoperano a ogni piè sospinto. Prima di addentrarci nei meandri dell’aggettivo in oggetto, rivediamo il concetto di aggettivo stesso. La definizione che danno le grammatiche è “quella parte variabile del discorso che si accompagna al nome per meglio specificarlo”. Deve il nome al tardo latino “adiectivum”, tratto da “adicere”, aggiungere, composto con “ad” (presso) e “iacere” (gettare); propriamente “gettare presso”, quindi “cosa che si aggiunge” (al nome o sostantivo). Si è soliti dividere gli aggettivi in due grandi categorie: qualificativi e determinativi. I primi indicano una qualità del nome (bello, brutto, cattivo, gaio ecc.); i secondi, invece, esprimono una determinazione di “quantità”, di “possesso”, di “numero”, di “luogo” (poco, tanto, mio, questo, quinto ecc.). Quanto alla collocazione dell’aggettivo (anteposto o posposto al nome) non esiste una “legge” specifica: dipende, insomma, dallo stile di chi scrive o parla. Qualche regola generica, tuttavia, è possibile darla e la prendiamo dalla grammatica di Trabalza-Allodoli: «In genere, l’aggettivo viene a collocarsi avanti al nome quando non vuole spiccare sopra di esso; dopo, nel caso inverso, quando infatti richiama di piú l’attenzione e specialmente se contiene il motivo dell’espressione». Una regola, insomma, come dicevamo, non esiste; la “perfetta” collocazione dell’aggettivo non fa parte della grammatica vera e propria, ma della stilistica. Bene. Alcuni aggettivi qualificativi tra i piú comuni (bello, buono, piccolo, grande, forte, discreto, onesto, basso ecc.) sono detti “intensificatori” perché possono essere impiegati oltre che per indicare una precisa qualità (qualificativi, appunto) anche, come dice lo stesso termine, per dare una particolare intensificazione al concetto o all’immagine espressi dal nome al quale vengono aggiunti (“aggettivi”). In questo caso la legge grammaticale vuole che siano collocati, di norma, prima del nome. Un bellissimo esempio di aggettivo intensificatore lo prendiamo dal Collodi: «Aveva un manto reale di circa un metro di lunghezza: eppure ne strascicava per terra almeno due ‘buoni’ terzi». Come si può ben vedere, questo “buoni” intensifica il concetto di quantità (due terzi). C’è da dire, in proposito, che molti aggettivi qualificativi, adoperati in funzione intensificatrice, divengono quasi sinonimi e la scelta dell’uno o dell’altro dipende non tanto dal significato quanto dalla loro “posizione”. Per concludere, quindi, possiamo dire che in moltissimi casi la distinzione tra funzione intensificatrice e funzione qualificativa è data dalla anteposizione/posposizione e il relativo spostamento dell’aggettivo dall’una all’altra posizione muta l’intero significato della proposizione. Alcuni esempi semplificheranno il tutto: un ‘forte’ odore (funzione intensificatrice, in quanto ‘forte’ anteposto al nome ne intensifica il concetto e vale un “odore intenso”); un odore ‘forte’ (funzione qualificativa perché, in questo caso l’aggettivo “qualifica” il sostantivo e vale un ‘odore acuto’). E sempre a proposito dell’aggettivo, ci piace terminare con una massima di Alphonse Daudet: «L’aggettivo deve essere l’amante del sostantivo e non già la moglie legittima. Tra le parole ci vogliono legami passeggeri e non un matrimonio eterno».
 
Fausto Raso

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