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Il dì dopo la festa e una poesia

La poesia non è guaritrice,
anzi fa male alla pancia.
Io pensavo qualche anno fa
che m’avrebbe salvato
assieme al vino in scatola del discount.
Invece fa puzza di piedi
e da la nausea della provola,
riempie gli spazi,
ma non li satura,
è un divertissement,
un giocattolino,
una dissimulazione.
Esiste una differenza
tra pensiero profondo
 e profondità marginale.
La poesia viaggia in quella superfice
e quando va bene scava
tra i foruncoli del culo.
Per questo mi sento un’abiezione,
perché sono poeta.
Un bravo poeta.
Un diverso tra i diversi.
 
 
*
 
 
c'era puzza lì dentro. la lampadina accesa illuminava appena la finestra che dava su un terrapieno vecchio di millenni. liquidi. succhi organici. il gusto dozzinale della pappetta di vagina stabile nella mia bocca. sputai. dove mi trovavo? accanto a me, nel letto, un affare gommoso, un pupazzone, che mi fissava col suo sorrisino da pupazzo. 'Dinkey Donkey' pensai. ma non capivo cosa ci facesse lì il giocattolo della figlia di Mara. m'alzai e ispezionai la stanza. poi uscì fuori nelle altre stanze. 2 3 4 5. non finivano mai. e c'era anche il piano di sopra. a terra corpi sfatti di gente semi-nuda, uomini e donne, giovani, meno giovani, abbracciati l'uno all'altro, vicini alle bottiglie svuotate, dormienti, morti, devastati. c'era un uomo in mutande e maglietta che fumava una sigaretta alla finestra. " siamo a Messina?" gli chiesi. "no. è Raccuia questa. siamo a casa di Biagio". 'Biagio?' pensai. dalla scala in legno che dal pianterreno portava in mansarda si sentì uno scricchiolio di passi. era Mara. "cazzo Ferdinando, Dinkey Donkey s'è perso. come glielo dico a Alice? non ne fanno più pupazzi in quel modo. come glielo dico?" "ma chi cazzo è Biagio?" dissi io. poi scese Mario, il nano, l'artista. "celinio, figa a carovane iersera. c' è una tipa tutta boccoli biondi con due bombe che non ti dico..." "ma non c'è un cazzo da bere in questa reggia?" sbottai. prendemmo le birre da un piccolo frigo, erano le 4 e 40 della notte, Mario era eccitato, guizzava in quell'abitino di stoffa, si strofinava a Mara "oh oh, piccola Mara! oh oh, piccola Mara!" cantava. Io c'avevo un mal di testa universale. i postumi di una sbornia lunga e logorante si vedevano nell'instabilità che avevo nel camminare. con la testa stabilivo di andare dritto ma poi, per motivi di cortocircuiti causati dall'alterazione, battevo sempre sulla sinistra, ero lì lì per cadere, non mi reggevo, insomma. afferrai violentemente Mara dalla mano e le dissi "ora mi dici dove cazzo siamo e chi è sto Biagio!" lei sorrise, anzi no, rise proprio di gusto, mi guardò con quegli occhi brillanti e mi disse "alle 9 eri già bello che andato. ma non ti ricordi? il numero su Andy Kaufman? la polacca?" "ma quanto diavolo è che siamo qui?". poi ci fu un frastuono, un rumore come di qualcosa che si spezzava " te lo dico io figlia d'una cagna! ti sei scopata quel nero mentre io dormivo! brutta troia, ti faccio il culo a fettuccine!". passammo oltre. nella veranda un cane grosso, nero e festante ci venne incontro scodinzolando "ma questo è Bagy!" dissi "merda, mi ricordo solo di Bagy!". poi accesi una sigaretta, mi sedetti, sfilai il taccuino dal giubbotto e scrissi questo.

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