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il mito di ferdinando celinio

che debosciati che sono i mariti, pensavo una notte di qualche anno fa. una notte ferma, stoica per certi versi, come sono stoici tutti gli uomini che si mettono a pensare quando i panettieri aprono i loro panifici. pensavo all'infernetto del matrimonio dopo i primi cinque anni. mi persuadevo che l'unica ragione che tiene unite due coppie ssi ramifica sempre in due fattori: la paura di rimanere soli e quel tenue languore di possedere come una quisquilia qualunque un'altra persona. io non sarei mai potuto essere marito. attenzione, scopavo e pure tanto e pure bene, ma non avrei sopportato mai di perdere quello spazio di solitudine che avevo messo una vita a costruirmi. semplicemente possedevo uno spirito selvaggiio che non aveva intenzione di adattarsi a qualunque intrusione nel suo spazio di riferimento. ero ferdinando celinio, mica balle. un eroico avventuroso uomo della giungla metropolitana. ero celinio lo scrittore, celinio il poeta, celinio il pittore, celinio il gran bevitore da soggiorno delle quattro del pomeriggio. e tutte quelle cazzate matrimoniali, gli shampo all'albicocca, i crakers integrali, il tofu o le passeggiate domenicali mi davano alla noia. celinio no. celinio aveva visitato il regno della follia ed era tornato indietro. celinio conosceva i morti, gli spettri, le fate, la poesia. era Alice in Wanderland. una sorta di eroe mitologico, era celinio, un re della repetita juvant. com'è e come non è non avevo una donna fissa da quattro anni. passavo buona parte delle mie giornate a leggere libri di sociologia e stavo anche divorando tutto Freud. credo che al di là del principio del piacere sia un libro più sconvolgente de Il processo o di The pit and the pendulum. e guardavo una quantità industriale di films. Miike Takashi e Bunuel tra i miei registi preferiti.ma non era questo quello che importava. era vero che i films e i libri ti potevano aiutare a non sprofondare, quanto era vero che questi stessi due strumenti artistici, come tutta l'arte in senso più generale, ti avrebbero potuto cacciare in un fondo più fondo del fondo.
per esempio le mie due passioni in un periodo molto buio della mia vita erano Cioran e Bacon. e io ci credevo a Cioran, a tutto Cioran, quanto tentavo di comprendere quanto il mio senso della perciezione fosse simile a quello di Bacon. erano nottate alcoliche quelle là. fuimi di alcol che montavano come neri dentro la mia vita. Tennent's che salivano e scendevano dallo stomaco. e paqntofole e stracci in mezzo alla camera e rutti e disperazioni nere, visioni arcangeliche, pitture, il sacro tempo della pittura, la grande jungiana madre che si agitava dentro, in fondo a me. ero io, ferdinando celinio, il Dino Campana degli anawim, ero la Janis Joplin rimasta in vita. e Cioran diventava come un mantra e i saggi di Deleuze mi riempivano di chiacchiere il cervello. cercavo in Cioran la verità, l'unica verità, l'ultima verità e con Bacon la mia stessa fissazione di sempre rispetto alla sensazione trovava sfogo nella maestosa architettura mistica della pittura dell'irlandese.
ho sempre cercato qualcosa, se ci rifletto bene, oggi, a ventinove anni. e con Cioran e Bacon ho trovato il modo più stupido per sprofondare. e quella notte lì, quella notte di tanti anni fa, pensavo al matrimonio, come un coglione che pensa, come un coglione che cerca ossessivamente il bandolo ma non lo trova. ricordo a memoria una frase di Celine:<<perché nella testa d'un coglione un pensiero faccia un giro bisogna che gli capitino un sacco di cose e di molto crudeli>>. è la frase della mia vita.
 

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