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Di fiori e silenzio

Ricordo come fosse ieri il giorno del trasloco: una giornata uggiosa, dove neanche uno spiraglio di sole se la sentiva di darmi il suo appoggio. Era stata una decisione sofferta e mi sentivo come un condannato a morte che doveva andare al patibolo. Strano, a dire il vero, perché la condanna era stata l’intera vita con la persona sbagliata. Quella era l’unica decisione possibile che avrebbe costretto il sole a mostrare ancora la propria luce. Eppure, sentivo tremare la terra sotto ai piedi e mi sembrava di camminare perennemente scalza, su un terreno che in tutta la vita non era mai stato composto di erba soffice o di fiori profumati.
Quando lui era assente, mi sentivo libera: potevo leggere, scrivere, cantare, respirare. Appena tornava a casa si chiudevano porte e finestre. Io tornavo Ariel, la sirenetta senza voce, o Raperonzolo, quella principessa rinchiusa nella torre, alla quale però erano stati tagliati i capelli. Lui, che voleva solo Cenerentola, non mi aveva mai capito: non è annullando l’altra persona che questa resta al tuo fianco.
 
Ricordo come fosse ieri quando gli ho detto che me ne andavo. Quel volto coperto di lacrime che mi guardava come se avessi sbattuto la testa forte; quelle domande stupide, che mi avevano fatto capire chi in realtà l’aveva sbattuta forte, probabilmente quando era piccolo.
Mi ero ripetuta fino allo sfinimento che era giunta l’ora di smettere di odiarsi o di cercare una ragione qualsiasi per continuare a farlo. Finalmente Ariel aveva riavuto la propria voce e l’aveva usata per dire la meravigliosa parola “Basta” e a Raperonzolo erano di nuovo cresciuti capelli lunghi e forti.
 
Ricordo come fosse ieri come mi sono sentita poi, uscendo da quella casa con le valige lucide e piene, mentre mi veniva gettato addosso fango. Alla fine, l’avevo usato per rendere quel terreno più fertile, una via spianata e comoda da percorrere: più me ne veniva lanciato, più facile diventava scivolare via da quella gabbia fatta di privazioni e violenza psicologica.
 
Ricordo come fosse ieri la difficoltà dei mesi successivi, fatti di lacrime nere e braccia rosse: modi tanto semplici quanto sbagliati di far uscire parte di un dolore insito nell’anima, composto da quella maledetta paura di non essere mai abbastanza.  Guardavo le tessere di quel puzzle che con tanta fatica avevo messo assieme non combaciare mai.
 
Ricordo come fosse ieri la persona che sono diventata dopo: forte e sicura di sé, testarda a volte, con un libro sempre in borsa e dolci melodie sulle labbra. La osservo anche oggi, mentre il sole sornione le fa l’occhiolino da dietro alle nuvole. La osservo, camminare su terreni composti di pietre, vetri, fango, ma anche fiori, mentre, in silenzio, respira quella che sarà una nuova vita.
 
Lui, non ha ancora capito e mai capirà, ma non ha più importanza.

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