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Dalle memorie di Professore - Incontro con Pinuccia

Ero in penombra, nel mio piccolo studio, intento a preparare la prefazione di un'opera di Orazio, quando vidi, vicino alla persiana, una giovane, lo sguardo trasognato. Era al suo banco, con i quaderno aperto... ma la stilo, sospesa, tra le dita.
Mi sembrò doveroso, richiamarla, anche se avrei voluto entrare nel suo sogno.
“Signorina, perché non sta scrivendo? Le sembra bello seguire i suoi pensier, mentre io sto spiegando?”
”Professore, mi scusi...”
Mi avvicinavo al banco, vicino alla finestra, e vidi i suo capelli cangiarsi al primo sole; notavo i tratti delicati, gli occhi mesti. Riconobbi Pinuccia. Per scrutare il suo cuore, le dicevo: “Signorina, adesso per favore, dica quello che ho detto.” Mi rispondeva: “Sono mortificata, Le porgo le mie scuse.” Le dicevo, ma con delicatezza, “Mi porga le sue mani,” rimanendo in silenzio alcuni istanti. Mi diede le sue mani con dolcezza, le diedi due carezze per vedere, se ero nei suoi sogni. Mi commossi, cogliendo in quel trasporto quel che anch'io avrei voluto dirle. Si univano i respiri in un afflato: ”Professore, io l'amo;” “anch'io, Pinuccia.” Frenando l'emozione, le dicevo: “Ti ho perdonata, ma dovrò assegnarti, una doppia versione.” Mi rispondeva: “Grazie, Professore,” mettendo tra le mani il suo quaderno; lo schiudevo dicendo, “può sedere;” mi sedevo al suo fianco. La penna scivolò per l'emozione e lei me la raccolse; io la ringraziavo, sentendo il mio cuore all'unisono battere col suo. Cominciavo scrivendo giorno e mese: 21 marzo del 1891. Ovidio mi ispirava le due poesie: “Sentimento di un poeta” e “Caduche bugie”. Sentivo un calore sfiorare il mio palmo e diventare voce: “La stilo va leggera Professore, e so che il mio cuore parla alla sua mano; per questo voglio dirle che io l'amo e sulla mano le ho posato un bacio.”
 
Il viaggio per raggiungere il Professore Rao
 
Ero ormai risoluto a chieder al Professore Rao, il cambio di cattedra. E fu una mattina di fine Aprile, che prendevo, in tutta tranquillità il treno per Messina. Maria mi aveva detto: “Sii prudente, perché se il professore è malato, potrebbe contagiarti.” Le rispondevo: “Dolce sorellina, ne abbiamo visto tante di malattie insieme... Che vederne una in più, non vuol dir niente.” Qualche alterco ci fu, perché Maria, sebbene dalle sventure si fosse rialzata, al pensiero di malattie e germi stava male; le malattie, ella le sentiva, come qualcosa a sé, fuori dalla persona. “Giovanni, sappi che sono impressionabile, e se tu dovessi ammalarti, non saprei, come aiutarti.” Le rispondevo: “Se dovessi ammalarmi, per il tuo bene, mi terrò lontano...” Impressionata da queste parole, si inginocchiava, chiedendomi perdono: “Fratello, sono fragile e non so quel che dico; se dovessi ammalarti, mi farò forte perché ti voglio bene.” La strinsi a me, dicendo: “Non temere; anche le nostre nonne erano malate: la madre di papà e quella della mamma, e dello stesso male. Noi siamo immuni... Ma tu non lo sapevi di nonna Margherita. I fratelli maggiori, ritennero non dirlo alle bambine, per conservare intatto quel calore, fra nonna e nipotine.”
Fu allora, che Maria seppe delle nostre nonne. Tranquilla, mi aiutò a preparare la valigia.
Partivo in pieno orario; mi fermavo a Firenze. E da Firenze poi, prendevo il treno per Messina.
Scendevo che erano le nove. Messina, mi appariva familiare; ogni persona, persino ogni cosa, sembrava mi dicesse: ”Sei il benvenuto.” La piazza dl Duomo era vicina; me lo disse un passante al quale mi rivolsi per sapere dove potessi prendere un calesse; la raggiungevo dopo pochi metri. Il Duomo, in stile gotico, mi sembrò somigliante a quello visto nella città di Macerata. Ma il torrione, con il suo carillon, era davvero originale; aspettai mezzogiorno per sentirlo suonare. Ed appena scoccato mezzodì, sentii il gallo cantare, il leone ruggire, e due fanciulle suonare le squille... Qualcuno mi informava che furon due eroine della città, che notando le barche dei Turchi-Saraceni, suonaron le campane, mettendo in salvo tutti i cittadini. Entravo in chiesa, il tempo di vedere il colonnato, e il grande affresco della Madonna della Lettera. Uscivo e vidi che i calessi erano già tutti appostati. Mi avvicinai al primo dei cocchieri che mi faceva un sorriso: gli dissi: “Mi può dire, per favore, come far per raggiungere Novara?” Rispose: “Novara è un po' distante: generalmente, ci si parte dal comune più grosso che è Milazzo; la porterò sin là, se le va bene.” “Va bene, grazie.” Dopo circa due ore fui a Milazzo; trovai splendido il porto come pure, il corso Garibaldi; ridosso alla parete di una costruzione, su una lastra marmorea lessi i nomi di coloro che diedero la vita per l'unità d'Italia. Sarei rimasto volentieri, ancora, ma il Professore Carmine sapeva che sarei giunto verso mezzodì... Perciò, senza indugiare, prendevo la prima carrozza, in piazzale S. Crispino. Il cocchiere mi accolse cordialmente; ma per quanto cercassi di essere sereno, cominciavo a sentire l'oppressione delle montagne, l'asprezza dei tornanti ed il senso di vuoto. Non sfuggì al buon cocchiere che ero silenzioso, perché non stavo bene; ”vedo che non sta bene”, mi disse: “se non si offende, nella mia valigia, ho del buon vino e dell'acqua fresca...” Gli rispondevo: “La ringrazio tanto, ma, durante il viaggio, sento che è ancora peggio. Se ha del pane, ne accetto, invece, una fetta volentieri, perché ho capito dalla mia esperienza che aiuta ad attenuare i senso di vuoto.” Rispose: “È fortunato, ho in serbo una pagnotta di pane casereccio; gliene offro mezza.” Rispondevo: “La ringrazio moltissimo, ma, me ne basta una fetta.” Dopo quel pane mi sentivo meglio; giunsi a Novara, sempre nel meriggio. Via Pisacane era certo, lontana, ma il Professore, mi disse: ”Non si preoccupi, non ci son problemi, perché mi troverà ad aspettarla nella piazza col Davide e il Golia.” Mi fermai prima, in un esiguo slargo, attratto, solo, dal “Pescatorino” in bronzo che un artista sconosciuto foggiò in onore di Andrea del Caravaggio. Poi proseguii; giungevo nella piazza del centro storico, ma prima del Davide, vidi, il Professore. Unanime la gioia, nel rivederci, ci abbracciammo.
Il Professore mi chiese innanzi tutto: “Ha fatto un buon viaggio? La trovo in buona forma.” Annuivo sorridendo... “E Sua sorella?” “Sta bene,” dissi, “la saluta tanto.” Mi prese a braccio, e mi indicò il calesse; si fermò in una strada di campagna,... C'era un cancello e un viottolo... portava alla casetta. Giungemmo: la casa era preziosa per la pace che vi regnava... Ma aveva molte tegole sfaldate, rustici i muri e nel contempo belli, superbi della loro vetustà lasciavan presagire che ad alcuno, avrebbero concesso di imbiancarli. Il professore mi faceva strada: giunto, all'ingresso, prese un candeliere da un armadietto e accese due candele; “queste,” mi disse, “l'aiuteranno a salire la scala.” E sollevando la mia valigia, mi invitava a seguirlo. La sala del soggiorno era molto ampia; un tavolo rotondo, un grande centro, ai lati due buffet. Su di uno c'era la fotografia dei genitori e di una giovinetta. Mostrandomi la foto, mi disse: “Le presento la mia famiglia: la mamma, il babbo, mia sorella. Mia sorella, benché, anche lei malata, ce la fece a sposarsi e farsi una famiglia; poi volò in cielo. Ora, i suoi figli, i miei due nipoti, non vengono a trovarmi perché hanno paura del contagio.
Ma io li assolvo... Ho cercato di farli ragionare, dicendo loro che le malattie, si prendono soltanto, a diretto contatto. Mi hanno risposto: non ti offendere, zio, noi ti vogliamo bene, però, temiamo per i nostri bambini.”
“Immagino, sarai stanco”, mi diceva, passando al Tu, con la disinvoltura, di chi dà voce solo al sentimento. Risposi: “Non sono stanco; rivedo un amico e son felice che mi abbia dato il Tu. Fai altrettanto”; sorrisi, acconsentendo. Intanto, mi indicava la camera da letto ed il bagnetto. Ogni cosa era in ordine, e l'arredo, rivelava la sua tranquillità. Gli rivolsi uno sguardo compiaciuto, dicendogli: “Sembra rinvigorito; complimenti...” Rispose: “Son d'accordo, è proprio vero; devo venir quaggiù, nella mia valle, per sentirmi sereno.” La camera da letto, era modesta; aveva un letto lindo ed un armadio in legno chiaro. Tutto il mobilio era di frassino tendente al bianco.
“Ami i colori leggeri?” “Ti confido una cosa”, rispondeva; “li ho scelti per esorcizzar l'idea, che ci si è fatti della mia malattia. E triste, essere soli.” Tra una parola e l'altra, ci accorgemmo, che era l'ora di pranzo. “Adesso, perdonami... vado in cucina... riscaldo le vivande... Ma se vuoi, puoi seguirmi.” Riconoscente per la familiarità, io lo seguivo... Vidi che stava arroventando, sulla brace, qualcosa... Già mi sentivo male... Ma quando, più vicino, mi accorgevo, che il mio intuito non si era sbagliato, mi feci forza e dissi: “Carmine, perdonami: per evitare il peggio, devo dirti una cosa...” Carmine, colse al volo il mio imbarazzo; rispose: “E' per il pollo?” Annuii, dicendo che ero da sempre intollerante e sentirne l'odore, mi faceva star male.
“Non ti preoccupare,” mi diceva; “a tutto c'è rimedio... e pensare che qualcosa, me lo faceva presentire, però Luisa, la mia cameriera,mi disse: cosa dice, Professore, il pollo è una carne delicata, ed è indicata, non ci sono dubbi, a chi affronta lo stress del viaggio. Ti porterò dalla signora Clelia, che dicono cucini molto bene.”
La locandiera ci accolse molto bene; ci disse: “C'è del sugo di pomodoro per i rigatoni, poi, ho delle frittelle, ancora calde: son di cavolfiore.” Trovandoci concordi, optammo per quelle. Così, mezza giornata, era passata. Tra un rigatone e l'altro, ci scambiammo, alcune confidenze... dicevo al nuovo amico che Messina, la sentivo già dall'infanzia, e prima ancora di quel viaggio che ebbe come meta, Capo d'Orlando. Gli dissi: “Ero solo uno scolaro, quando mi apparve in sogno un ragazzino, con il mantello a ruota; mi disse: il mio nome è Giuseppe; ti conosco perché abbiamo in comune gli ideali; ci incontreremo quando verrai a Messina.” Carmine, non sorpreso, mi disse: “Quel ragazzino ha detto il vero, perché io quel notaio, lo conosco.

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