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Hannya [storia di un demone che un tempo fu donna]

Hannya era una donna, una di quelle che si potrebbe definire "proverbialmente bella".
Una donna che non lasciava traccia del proprio passaggio, solo l'incanto dello sguardo; aveva gli occhi di smeraldo, così rari da queste parti, e la sua pelle era lieve petalo di ciliegio, morbida, profumata come il tepore della primavera. Era una di quelle donne la cui gentilezza era capace di sciogliere i ghiacciai degli inverni più rigidi, era il magma che agitava i calderoni dei vulcani più temibili, era la passione che erodeva le anime di chi aveva il privilegio di incontrarla. Il suo spirito era libero, puro, ignaro dei tormenti inflitti agli spasimanti, un'onda che travolgeva gli squali totalmente inconsapevole della propria potenza.
Ma un giorno tutto questo cambiò.
 
Un giorno Hannya incontrò un uomo dall'aspetto di samurai, un uomo che portava sul volto le ferite di mille battaglie che la bocca amava masticare e rigurgitare in lunghi racconti; Hannya cominciò a nutrirsi di questi, epiche imprese di un eroe venuto da lontano, e la sua fantasia si colorò del sangue sparso sui campi di battaglia, sangue che ben presto divenne passione pulsante e feroce. A lei piaceva definirla "amore".
E sempre attenta era, sempre docile, ed i suoi occhi recavano già nelle iridi orribili simboli nefasti.
Il suo sguardo si perse nel vuoto più profondo, la sua anima si votò a quel mercenario vile e abbietto vestito da paladino, e fu per causa di ciò che, tempo dopo, Hannya perdette la ragione.
Un giorno, recatasi alla sorgente di un fiume per procurare un po' d'acqua per la casa, Hannya udì delle risa, nitide risa di donna che provenivano da poco lontano.
Tese l'orecchio, curiosa come era, per sentire meglio e afferrare le fugaci parole sussurrate nell'estasi.
Decise di avvicinarsi un po' di più verso il punto dal quale si irradiavano quelle note di gioia e spregiudicata spensieratezza, e vide ciò che non avrebbe dovuto mai.
Una spada, una katana dal fodero viola con intarsi dorati, giaceva sul prato verde, immersa in un'immobilità spettrale, quella spada le era nota, lo sapeva, ma respinse violentemente i pensieri continuando ad incedere verso i gemiti.
Profili di corpi avvinghiati in una morsa che aveva poco del sapore dell'amore, si fecero sempre più chiari e distinguibili. Attraversò con lo sguardo e la mente i sospiri e le vesti con il loro fruscìo, finchè, giunta agli addomi, ebbe un sussulto che la costrinse a scrutarne di fretta gli sguardi.
Lui stava lì, concentrato nell'atto del dominio, cavalcioni su di un corpo fremente ed avido di piaceri, mentre lei, Hannya, divenne spettatrice di una fantasia che spesso le aveva varcato le soglie del sogno, ma mai avrebbe immaginato che, al suo posto, un'altra avrebbe accolto la virilità e l'idealizzata dolcezza dell'uomo amato.
Il suo volto fu pervaso dalla più vasta gamma di emozioni, dalla disperazione ed il dolore all'odio per la donna e l'uomo insieme, divenuti ormai groviglio informe di corpi che perdevano, ai suoi occhi, ogni dignità d'esistere.
Non disse nulla, Hannya, e fuggì soltanto, fuggì verso il fiume vicino per poter confondere le proprie lacrime fra i flutti e annegare il corpo nel fango, ma uno spirito apparve e le parlò dal fiume; uno spirito che con voce docile le offriva comprensione ed aiuto.
Esso propose ad Hannya un patto che avrebbe posto fine alle pene del proprio animo.
Il suo volto chiedeva in cambio e la sua mortalità ricca di fasti e di bellezza, lui avrebbe pagato, tutto questo, donando la propria immortalità.
Hannya, che ormai non aveva più nulla per cui valesse la pena mantenere le proprie sembianze mortali, accettò lo scambio e votò per sempre l'anima all'immortale, ma una cosa, ella, non conosceva del patto: l'immortalità non è prerogativa umana, bensì di tutto ciò che non ha forma e non può perire, di tutto ciò che non conosce la morte, poiché nemmeno della vita è cosciente, tutto ciò che muta la propria consistenza senza svanire mai, ciò che lascia traccia indelebile, che viene poi dimentico, ma che riaffiora al sollecitarsi di un ricordo.
L'unica cosa che può rendere immortale un umano è la forza del proprio sentimento, quel motore inconscio che ne governa il pensiero e l'azione, ne condiziona esiti ed effetti... e quale era diventato, in Hannya, il sentimento immortale che mai avrebbe potuto cancellare? L'amore? No, la gelosia.
L'amore era stato solo una violenta esplosione artificiale, emozioni infantili che non rilasciavano il succo dell'esperienza vissuta, ma la gelosia, quella, era stata viva e reale, come lo era ancora.
Una gelosia che trovava origine nella vanità. Hannya, infatti, era divenuta cosciente delle proprie virtù di donna e fu proprio quell'uomo che le aveva rapito l'anima a porre in lei il seme della malizia ed istigato quel cuore adolescente al desiderio di passioni mature.
Hannya trasfigurò, così, il viso con l'odio e la gelosia che le avevano animato il corpo, e questi segni si fecero eterni, come ella divenne demone immortale.
Hannya adesso è orrida, putrida, non desidera più conoscere il sorriso di un uomo, ma ne provoca con soddisfazione il pianto, la paura, il tormento.
Hannya è ormai una creatura negletta, caduta preda di un inganno per causa della propria, umana, vanità.

Alexis
[A.H.V]
18.04.2011

Ps: in realtà, i ragionamenti sull'immortalità espressi in questo racconto, non rispecchiano esattamente quelli che sono i miei pensieri e riflessioni in merito, più che altro mi serviva un'escamotage per proseguire il racconto e regalargli un senso. Ciò non esclude il fatto che essi possano essere un punto di vista od una soluzione valida, una proposta, insomma, riguardante uno dei più antichi desideri umani.

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