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Fantasmi

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Lo chiamava L’Uomo della Pioggia, perché lo aveva incontrato in una notte di temporale.
 Camminava per una strada solitaria, di periferia, illuminata dalla luce gialla dei lampioni contro lo sfondo plumbeo del cielo. Anche la pioggia era gialla di luce; le cateratte del cielo si erano aperte e cadeva dal punto più alto. Lui (in quel momento era lui) trovava un fascino particolare in quella solitudine silenziosa, nello splendore artificiale di quei pali, alti come dei, che si specchiavano nelle pozze nere sull’asfalto.
 Lo vide all’angolo di un incrocio, appoggiato ad un muro sotto un lampione. Si raddrizzò e posò su di lei (ecco, adesso era diventata lei) il suo sguardo.
Le si accostò e le sorrise - Sembrano cascate d’edera, vero?-
Sorrise di rimando ed annuì. La voce era calda e profonda.
- Solo che le arcate dei ponti sono troppo in alto per essere viste… Ma noi avevamo un appuntamento? -
- Sì… Credo di sì. -
Poi si era ritrovata a casa sua. 
Non ricordava dove fosse, come ci fossero arrivati e in quanto tempo. Avevano davvero viaggiato o si erano semplicemente ritrovati lì? Lui aveva raccontato parole scolpite nella sua memoria ma che ora non riusciva a ricordare; non avevano smesso di sorridere, mano nella mano come vecchi amici e la pioggia non li aveva mai lasciati.
 La stanza nella semi oscurità delle candele… Una stanza d’altri tempi, con mobili di mogano e pesanti drappeggi di velluto e broccato.
Continuava ad oscillare tra l’impressione che fosse un estraneo e quella di conoscerlo da sempre, come perennemente oscillava fra le sue due identità. Pallido, occhi verdi. Sapeva già ciò che le diceva e, allo stesso tempo, le risultava nuovo. 
- Cosa c’è, mia cara? Mi sembri confusa… -
Poi la sua mano fra i capelli, le lenzuola sulla pelle nuda, il suo corpo, il respiro che si scambiavano, calore e dolcezza infiniti e la sensazione di sciogliersi in Uno.

 

E adesso era di fronte alla Casa.
Anche stavolta non avrebbe saputo dire come ci fosse arrivato e questo fluttuare della sua essenza cominciava ad essere stancante. Avevano imboccato una via un po’ nascosta, poco frequentata, in fondo c’era la Casa. Antica, di un’età indefinibile, sembrava sospesa in un’atmosfera propria. Era una giornata di sole ma lì l’aria era fredda e non arrivava il rumore della strada. Il cancello di pesante ferro battuto cigolò silenziosamente, quando il suo compagno lo aprì. Il giardino in ombra sapeva di umido, del muschio che cresceva dovunque, di un immemore tempo passato cristallizzatosi. L’erba attutiva i loro passi, angeli di marmo bianco come la casa li fissavano. 
Non dovettero nemmeno bussare; arrivati alla porta, aprì un’ anziana signora, anche lei di un’età indefinibile e con lo stesso bianco marmoreo nei capelli. La carnagione sembrava aver catturato le ombre che l’avvolgevano. 
Sorrise - La stavo aspettando - 
Aveva una voce bassa e dolce.
- Dove siamo?- Aveva rivolto la domanda al suo compagno ma, voltandosi, si era accorto che non c’era più. 
- E’ a casa sua. Si rilassi, la vedo turbato. Non si preoccupi, tornerà subito. -
- Questa non è casa mia… -
- Ma certo che lo è. Lo è da sempre. Prima o poi sarebbe tornato. -
Lo stesso mogano, gli stessi drappeggi della stanza in cui aveva passato la notte (l’aveva, forse, portato lì?) ma ogni camera, ogni lungo corridoio erano avvolti nella penombra della luce che arrivava dalle grandi finestre.
- E’ piena di stanze e sembra un labirinto; ci si potrebbe perdere, senza mai trovare l’uscita… -
Si fermò di fronte ad un grande specchio dalla cornice di legno dorato. Guardò la sua immagine riflessa… Un uomo… Una donna… Era la sua quella forma femminile che si intravedeva, sovrapposta alla propria? La superficie di vetro sembrava fluttuare, la toccò con la mano e si sciolse in acqua. Ritrasse la mano stupito… poi la reimmerse, fino al braccio e anche la testa e il busto. Dentro lo specchio nuotava una sirena… o una donna nuda… che lo guardava e gli sorrideva, tendendo le mani. La figura era mutevole…  Capelli lunghi che si allargavano come alghe, pelle bianca dai riflessi smeraldini come l’acqua e la sua coda di pesce. Silenzio, luce. Lo stava chiamando a sé e, più di ogni altra cosa, avrebbe voluto andare, trasformarsi lui stesso in sirena. Poi un caldo abbraccio, seni sotto le sue mani, baci, sprofondare dentro di lei, dentro l’acqua, sempre di più, di più… nuotando all’unisono… Pace totale… 
Era ancora di fronte allo specchio, sbigottito. Non era diventato una sirena. L’anziana donna continuava a sorridere pacata. 
- Molto tempo fa qui una ragazza annegò. - 
Cominciò ad avere paura di quel posto che non capiva, che sembrava fatto della sua oscillazione interiore, popolato di presenze, invisibili e fluttuanti quanto lui, ma di lui molto più reali. Fuori, tornando sulla strada, sull’asfalto... Lì c’era la vita, il definito; lì si sarebbe salvato dalla nebbia che incombeva.
- Devo andarmene! - Scappò via, cercando l’uscita; già non riusciva più a orientarsi. Non si accorse nemmeno che la donna non lo aveva seguito.
- Ok, se non riesco a trovare la porta, vuol dire che uscirò da una finestra qualsiasi, dopo tutto siamo al pian terreno. -
Entrò in un salotto, un uomo e una donna stavano parlando sommessamente ma, appena indugiò lo sguardo su di loro, scomparvero. Si accorse di avere alle spalle il suo compagno.
- Dove sei stato? -
- Ero sempre qui, nella Casa -
- Proprio adesso due persone stavano parlando, in questo 
salone… -
- Certo. Questa casa è piena di persone. -
- Sono scomparsi. Che cosa significa tutto questo? Dove mi hai portato? Cosa vuoi da me? - 
- Perché cerchi di fuggire? Conosci già tutte le risposte, tu fai parte di questo posto. -
- Fantasmi: siamo in una casa abitata dai fantasmi. Tutto è morto, siamo in una specie di cimitero. -
- I fantasmi non possono più morire, sono immortali. Qui c’è la vita eterna. Quanto è viva la morte, rispetto a quella che tu chiami la vera esistenza? -
- Credi davvero a quello che dici? -
- E tu credi davvero a quello che vedi fuori? -
- Se faccio parte di questo posto… allora sono morto anch’io? E anche tu lo sei? -
- Tu puoi decidere di non morire mai. Ascoltami, non è come gli altri credono: sono quelli che vivono fuori, che non si salveranno. Tu sei nato qui… -

 

Continua a parlare, ma non lo ascolto più. Un lampo nella mente e improvvisamente comprendo e ricordo: sono nato dai morti. Mia madre è morta qui dandomi alla luce. Era morta… e poi io ho fatto capolino. Vita dalla morte, un embrione sospeso fra due dimensioni. Maschio o femmina?
Con il ricordo arriva l’accettazione. Il mio continuo fluttuare, le meravigliose potenzialità di una forma non finita e limitata, di una vita nata al riparo dalla Vita e dalla corruzione che porta con sé.

 

Cammino in riva al lago, tenui vapori si alzano dall’acqua, dove rami neri sbucano come ossa dalla superficie di liquido mercurio. Mercurio dell’acqua che riflette il piombo del cielo, mentre l’erba stropicciata, umida e scura dorme sotto un sudario di ghiaccio e bianco assoluto. E’ bianco e grigio il regno del sonno, è freddo, bagnato ed immobile. Voci tenui come sussurri e sgocciolii di rami nudi, come lievi presenze di vita vibrante e sottile. Sono grigi e impalpabili i campi dei fiori dei morti: pennacchi evanescenti, che tremano ad ogni alito di gelo, e bassi cespugli di palle nere, irte di spine. Ora posso apprezzarne la bellezza e gioire di questa vita nascosta.
Il sentiero all’entrata del bosco sembra accogliermi ed il suono dei miei passi è attutito dal morbido tappeto di neve. Le mie impronte quasi non si vedono, tanto sono leggere, io stesso sono una presenza fuggevole. Mi fermo a guardare una lepre dal folto pelo grigio, che si mimetizza in mezzo ai tronchi degli alberi. Si accorge di me e scappa verso il centro del bosco, con piccoli saltelli veloci.
La raggiungo quasi volando in una corsa gioiosa. E’ morbida, pulsante di vita, agitata nel tentativo di liberarsi. Il pelo è bagnato. Affondo i miei denti ed il suo sangue è caldo e vitale. Sento il calore e la vita dentro di me. Gli occhi della lepre sono spenti adesso, non si muove più. Scavo una buca e depongo il suo corpo esanime, ricoprendolo con una coperta nera e bianca di terra e neve perché possa dormire.

 

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