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L'equilibrio

Come si sa, se non è un miracolo, la comune intesa è un equilibrio precario di compromessi e quasi sempre il peso è distribuito al limite della rottura, l'asta che lo regge forma un arco, il fulcro centrale patisce tutto il peso, per tornare a una linearità bisognerebbe togliere il peso da tutte due le parti contemporaneamente.
La meccanica del loro rapporto aveva funzionato bene fino al momento del non ritorno, quando pieni di esigenze non avevano né più spazio, né più forze e quelle che c'erano cominciavano a regredire, si sentivano sinistri scricchiolii salire dal basso ventre delle loro ingordigie, più si convincevano che l'unica strada era il cedere, il rendere, più accampavano pretese, tendevano al suicidio.
Il giorno per la notte, il sonno per la veglia, un calcolo esatto al collasso, lui affrontava il resto del mondo come un tradimento, era alla ricerca del tradimento completo, quello che azzerasse tutti i suoi valori, quello da fucilazione alla schiena, legato alla sedia, imbavagliato, bendato, senza colpo di grazia, lasciato lì dove stava. Amici, ideali, sposa, famiglia, sentimenti, tutto voleva tradire, restare solo, ammalato di male, senza nessuna velleità di potere, un guscio vuoto.
Uno alla volta li aveva traditi tutti, ma mai tutti insieme, cercava il grande finale, quello che gli avrebbe regalato l'oblio, quell'oblio che riemerge solo nelle discussioni sussurrate come un rosario, per mettere al corrente qualche ignaro dell'innominabilità del defunto.
Per altro canto lei si dilapidava, consumava il suo essere, il suo tempo, i suoi sogni, cercava la fine perfetta, quella che di lei non lasciasse nulla, nemmeno la polvere da rendere alla terra, quello che sembrava un cedere, in realtà era un accumulo, un lavoro continuo che accumulava cose attorno al suo sempre più esiguo essere, il peso complessivo aumentava, la barra tendeva sempre più verso il basso.
Insensatamente lui e lei si allontanavano, ognuno con le proprie cose, seguendo il medesimo asse, gravandoci sopra un po di più a ogni passo.
Lui trovo il suo abominio dentro una camera d'albergo, aveva riunito in un unico essere innocente tutto il suo male, rimaneva seduto nudo sulla poltrona a guardare quell'essere sdraiato sul letto, ormai lui non provava più nulla, era vuoto, non esisteva pena, né vanità, né nessun altro sentimento, sentiva il suo corpo asciutto, l'essere sul letto lo guardava con la pena degli innocenti, senza dire nulla, nascondendo e scoprendo il ricordo appena trascorso. Lui guardava i suoi occhi limpidi, cercava nel loro fondo il segno del suo doloroso futuro, l'idea della morte, lo faceva per una specie di riflesso condizionato, per essere sicuro che tutto era stato distrutto.
Lei scomparve un giorno di sole, per la strada, chi si prese la briga di togliere tutte le cose che aveva addosso al momento, non trovò altro, nemmeno un granello di polvere, il suo essere era stato assorbito, mangiato e digerito, era diventato alimento per appetiti cannibali, per pasti veloci, mordi e fuggi, l'ultimo suo pensiero era stato “sono...”
adesso c'è una barra dritta, quasi vuota, con sopra soltanto l'involucro di un essere.

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