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Carnevale in carta crespa

Quand’eravamo  bambine, a me e alla mia cugina rossa di capelli come un elfo irlandese , la sorella minore di mia madre cuciva gli abiti per il Carnevale. Li faceva di carta , quella  crespata  che usano ancor oggi i fioristi per addobbare  i vasi di piante. La Mariucci  - questo il nome di mia zia- trovava questa carta colorata, rosa o azzurra o verdolina, e ci ritagliava e cuciva gli abitini di carta . Un anno, ricordo,  ne inventò  due, da fata: a me toccò quello  rosa, moretta come  ero stavo bene; a mia cugina rossa capitò quello  verde muschio, adattissimo alle sue trecce .
Mariucci  ci fece pure i cappelli a cono, con le stelle dorate. Eravamo graziosissime dentro i nostri  sogni di carta. Dai  cappelli a cono  scendevano dei lunghi nastri di vario colore e noi  scuotevamo le teste per  farli girare attorno a noi. Il primo  giorno  di Carnevale, in cui  indossammo i nostri abiti di carta, splendeva un magnifico sole. Sotto la carta, comunque, le nostre madri ci avevamo  imbottite di maglioni. In campo dei Tolentini io e la cugina ci mescolammo tra gli altri bambini e ci correvamo incontro. Noi due facevamo davvero un figurone, perchè indossavamo abitini da maschera veri e propri, mentre la maggior parte degli altri bambini  si cammuffava con vecchi abiti delle loro madri e dei fratelli maggiori. In campo era una vera  bufera di coriandoli e di stelle  filanti.  Ovvio che qualcuno mi  strappò un poco la gonna, mettendoci il piede sopra e a mia cugina la manica, cosa che la mandò in un pianto dirotto. Ma si riprese subito graffiando come un gatto il possibile autore dello sfregio. Il secondo  giorno , dopo che Mariucci risistemò gli strappi con ago e filo, io e la cugina  fummo sorprese da una  pioggia invidiosa , proprio ai giardini pubblici, e gli abiti non solo si disfarono, ma persero pure il colore e la carta ci macchiò gli abiti  veri. Tenaci e ostinate tornammo da Mariucci  che paziente rattoppò  con altra carta nuova…Ricordo, comunque, che di questi due abitini a me rimase solo la gonna e a mia  cugina il corpetto. Ma eravamo talmente affezionate  che continuammo  a circolare per il campo dei Tolentini, addobbate con questi ultimi  residui cartacei,  anche la settimana successiva al  Carnevale. Dai cappelli a cono  s’erano staccate le stelle dorate  e la punta s'era ammaccata, ma ce ne importava poco. C’eravamo inventate i personaggi delle  fate strassaròle ( straccivendole) e così ci piaceva giocare, ciabattando in giro anche per casa, a me e alla cugina rosso irlandese!
 

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