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Lettera ad una sconosciuta

 
Questo biglietto è stato scritto a mia figlia mentre  tornava in treno dal mio paese, da un ragazzo sconosciuto che la guardava dormire.  Non si sono neppure conosciuti  ma il biglietto mi è molto piaciuto e io, la mamma, l’ho conservato perché  mi è piaciuto la delicatezza  in essa contenuta.
Dopo 27 anni posso inserirla tra gli scritti dei miei allievi omettendo località:
 
 
                                                                                                         
4 settembre 1986
                                                                                                         
ore 5 di mattina
 
Sorellina,
spero che tu non ti offenda e non me ne voglia se mi permetto di scriverti queste righe anche se sono uno sconosciuto. Non sono troppo timido, non tanto in ogni caso da non poterti dire a voce queste poche cose, ma stai dormendo e non voglio disturbarti, non voglio che tu mi prenda per il solito cretino che cerca d'attaccar bottone in viaggio (spero di non esserlo).
Non mi piace nemmeno quest'idea del biglietto, ma qualcosa devo fare, in qualche modo devo comunicare con te, lo sento da quando sono entrato in questo scompartimento e non posso farne a meno. Qualcosa che non so ancora ben definire mi attira in te irresistibilmente.
 Saranno i tuoi occhi che si aprivano appena nella penombra morbida e stanca del treno e le simpatiche e ammaccate forme che prende il tuo corpo rotolandosi per farti riposare un po', il modo grazioso in cui ti sei allungata per unirti le caviglie dal fresco (settembre) questi pantaloni bianchi che certo più lunghi di quanto sono non possono diventare... O sarà questa tua mano che ora, che stai distesa e rivolta verso il sedile, emerge sottile e rosata dalla massa dei tuoi capelli... O sarà semplicemente il pensiero che dormi tranquilla, abituata forse agli sguardi della gente che ammira la tua bellezza, ma ignara certo del tizio stanco e stravolto che dovrebbe dormire anche lui e invece ti scarabocchia tra i sobbalzi del treno una lettera senza senso.
 A meno che il senso non sia questa tristezza nel sapere che tra poco arriverà la mia stazione e scenderò, prenderò un altro treno, mi disperderò tra le colline bagnate di rugiada e di ricordi, mentre tu proseguirai verso chissà dove, senza ch'io sappia almeno il tuo nome.
Forse il senso è questo leggero sgomento nel vedere che la vita cammina e passa e un qualsiasi incontro sfuma, si perde nel mare di piccole luci che si vedono ora dal finestrino, le luci umane fuori dalle vie, che non sono stelle, ma invitano a seguire la strada.
 Forse quello che volevo dirti è che questa notte avrebbe potuto essere buia e invece c'è stata la tua piccola involontaria luce a rischiararne il cielo, una piccola tenerissima luce alla quale non so dare un nome, ma che ringrazio di cuore come di cuore ringrazio il cielo stellato anche se fatto di stelle cui non so dare un nome.
 Vedi, i primi giorni di settembre sono per me (per ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare qui) un periodo magico e pieno di segni. Non so se anche tu sei uno di essi o se è solo la mia fantasia maldestra, la mia stanchezza e il silenzio della notte a provocare lo strano effetto che mi fai. Comunque se ti scrivo è perché mi sembra di dover reagire d'istinto come sento.
 Ho uno zio che da quando mi ricordo ripete che vincerà la lotteria uno di questi giorni e sostiene che è necessario soltanto lasciare aperta una finestrella alla fortuna. Per questo compra ogni anno un solo biglietto d'una qualche lotteria. “Se la Fortuna vuole -dice- entra lì”.
Ecco allora che ti do un indirizzo. Sarò lì tra 15 giorni. Tutto quello che chiedo è di mandarmi in una busta il tuo indirizzo naturalmente se hai tempo e vuoi, senza nient'altro. Se è vero ciò che credo di leggere dalla dolcezza del tuo respiro, ora che siamo rimasti solo noi nello scompartimento e si sente solo lo stridere del mio pennino sulla carta, il rollio del treno e il tuo sonno lieve andrà a vivere nel mio cuore e scriverò quello che mi dice, così forse riuscirai a capire di più l'indelicata invadenza di questo personaggio che non ha trovato niente di meglio che fare che scriverti all'alba del 4 settembre, mentre quando un lampione giallo s'inquadra per un secondo nel finestrino, le tue unghie riflettono il suo bagliore, lo rimandano alla tua borsa color argento e da questa arriva ai miei occhi... l'indirizzo è
                        Danilo …
  E' dove vivono i miei genitori, io di solito vivo a Viareggio. Ecco, ho appena scritto il mio nome e già sembra d'aver rotto l'incanto, avrei dovuto lasciare anonimo questo biglietto, che si perdano le mie parole e il treno le porti via da una città all'altra, da una notte all'altra... siamo ad una fermata, hanno detto all'altoparlante il numero di questo treno, le fermate che fa... io mi stendo alle fermate, fingo di dormire, non voglio che entri qualcuno e ti svegli.
È passato il controllore e gli ho detto che i nostri biglietti li aveva già visti. Non ti ha disturbato, sorellina, non ha nemmeno acceso la luce... tra poco spunterà l'alba, azzurrina e pallida, sulle pianure piemontesi. Io scenderò con le mie valigie e questa voglia di conoscerti.
 Ti sveglierò per lasciarti il biglietto o lo lascerò accanto al tuo corpo addormentato? Non sono il principe della favola da permettermi di svegliarti con un bacio, né le tue palpebre sono chiuse dall'incantamento d'un mago maligno. Farò il gesto che mi verrà, non ha importanza. E tu, se poi avrai la pazienza di leggere tutte queste sciocchezze perdonami l'assurdità di questo inchiostro, butta via , dimentica o -meglio- regalami un sorriso amico d'addio.
 Ho passato una bella serata ieri a Livorno col mio migliore amico, che si chiama Umberto, e oggi vedo il cielo schiarirsi poco a poco, con Venere che brilla appiccicata a mezz'aria e le cose tutte che da nere si tingono adagio adagio dei loro colori. Penso a mio fratello in Sudamerica, alla sua isola sul lago delle Ande e al suo mandolino fatato, vedo i colori delle tue vesti farsi poco a poco più vivi, mi illudo d'aver cullato con il pensiero il tuo sonno e mi va bene così.
 Non volermene, sorellina, e se non dovessimo mai più vederci, buona fortuna e un abbraccio.
 
                                   Danilo
 
                                                                  Maria Dulbecco
 
 
 
 
 
 
 
 

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