scelti per voi

rosso venexiano
 
 Autore del mese: norastella
 

 Perle di Ottobre

 
miglior commento: La poesia è istinto, ma anche cesellatura, come uno scultore che lucida la sua opera, così il poeta sperimenta fino a raggiungere l'armonia tra anima e parola. di ComPensAzione

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Bachisio Lavezza - La favola della vigna proibita

Bachisio Lavezza - La favola della vigna proibita.jpg
 
Bachisio Lavezza - La Favola della vigna proibita
 
C'era una volta, in un paesino incantato, un vecchio vignaio di nome Acete. Egli era un vero maestro dell'ampelotecnia e l'unico a conoscerne i segreti, le sue pergole erano sempre straripanti ed al seno della sua vigna poppava tutta la contea.
Ogni vendemmia era una gran festa per Acete, ed assieme a sua moglie e ai suoi tre figli pigiava l'uva a passo di Tarantella, canto e cantaro al labbro.
Egli infatti era il primo dei suoi clienti e la sua sete di vino era inestinguibile come la sua ebrietudine.
In quel magico paese, situato nel nord-est dello stato di Ebrezza, tutti si ubriacavano col vino di Acete e la gente viveva in armonia, correva nelle foreste, praticava l'amore libero e non lavorava.
Per questo tra la gente del paese, Acete, quel rubicondo dispensatore d'ebrietà dal singulto facile e dalla pipa fumante, godeva di grande rispetto e stima; soprattutto da parte delle belle dame che rimanevano spesso sedotte dal suo prestigio e dalla sua vivacità ed egli non esitava di certo a cogliere quei bei frutti di carne che gli si offrivano docili.
Acete Insomma, aveva sempre la botte piena e la moglie ubriaca.
 
Col tempo però la sua sete crebbe a tal punto che per averne ancor di più per sé, aumentò il prezzo del vino, dapprima di pochi centesimi e poi pian piano arrivò a venderlo a peso d'oro. I suoi clienti iniziarono a diminuire progressivamente ed egli che era l'unico produttore di vino della contea, poco a poco, stava diventandone, quale protervo ardire, l'unico consumatore.
Di lì a poco, la sua sete divenne orrenda ed il popolo fu costretto alla sobrietà.
Quella penosa condizione durò sette lunghi anni, la gente in preda alla disperazione, indulse presto alla malinconia ed alcuni rinunciando alla loro dignità di uomini, iniziarono addirittura a lavorare; mentre Acete si succhiava da solo tutto il succo della sua vigna. Ma la sua vendemmia miracolosa non rimase tale per sempre, infatti un fungo maligno s'insinuò tra i bei pampini, abortì i germogli, contorse i tralci finché ogni succulenta bacca fu disseccata.
Quel demonio aveva un nome agghiacciante: peronospora!
Il buon vecchio Acete con la sua vite perdette tutto, non gli rimaneva che qualche botte di vino in cantina.
Inoltre, come se non bastasse, quella malattia emorroidaria di cui già soffriva, inesorabilmente s'aggravò, come una beffa del destino, una deformazione professionale e passionale, quel pulsante grappolo emorroidario, l'unico rimastogli, non gli dava tregua. I suoi famigliari cercarono di dargli una mano d'aiuto ma egli preferì un dito di vino e si rinchiuse in cantina dove ne prese un intero braccio. Rimase chiuso nell'apoteca per giorni e giorni e bevve, bevve, bevve,
e nelle pause trangugiò, trangugiò, trangugiò,
e nelle soste tracannò, tracannò e tracannò
tutto il vino sino all'ultima goccia.
 
Il vecchio giaceva prono sul suolo senza alcun velo pietoso, quando udì una voce che computava a fior di labbra:
"Duemilacentoventuno, duemilacentoventidue, duemilacentoventitre..." e così di seguito.
Acete si voltò di scatto e vide suo figlio chino su di lui, al che esclamò:
"E tu come diavolo sei entrato qui?"
Il figlioletto rispose con voce tremante:
"Padre devi fare assolutamente qualcosa per quelle emorroidi o morrai!"
Il vecchio infuriato rizzò in piedi e sbattendolo fuori dalla porta strillò:
"Non permetterti mai più di entrare senza bussare maledetto!"
Il vecchio sprangò la porta e subito piombò il silenzio.
 
Ma dopo qualche istante il silenzio fu sciolto da una voce altisonante:
-"Acete, vecchio mio!"
"Ti ho detto di non rompere i coglioni maledetto!" intimò il vignaio,
-"Bada a come parli uomo!"
"Ma chi sei?" chiese il vecchio,
-"Sono il dio Bacco!"
"O perbacco! Perdonami credevo che fosse quello stronzo di mio figlio che rompe sempre le palle..." disse incredulo Acete,
-"Tu hai negato il piacere del vino ai tuoi simili! Mi hai tradito ed è per questo che ho maledetto la tua vigna."
"È vero mio grande Bacco! Perdona la mia ingordigia, ora ho imparato la lezione, aiutami!" implorò Acete,
-"Io sono un dio che ha un debole per gli eccessi è risaputo,
ed inoltre in onore della nostra vecchia amicizia, ti aiuterò!"
"Ti ringrazio oh mio grande Lysios! Ed in che modo lo farai?" domandò incuriosito il vecchio,
-"Tu sei seduto sopra la tua fortuna Acete e neanche te ne avvedi.
Quelle che tu credi emorroidi sono in realtà "enorroidi", in parole povere, acini d'uva."
"Cazzo chiamala fortuna porca troia..." replicò stizzito Acete,
-"Come non volevi una vigna tutta per te? Bene ora ce l'hai. Ahahahahah!"
"Eh si prendimi pure per il culo..."
-"No grazie non ho sete. Comunque col succo di quella sacra uva tu dovrai ubriacare l'intera contea,
tutti dovranno avere vino in abbondanza come Bacco comanda, altrimenti ti faccio venire la peronospora!"
 
Il vecchio Acete, seppur con una certa riluttanza, ringraziò il dio.
Col tempo però la sua riluttanza scomparve, in fin dei conti il suo vitigno autoctono era facile da lavorare,
dava un vino di ottima qualità e con tale generosità che incominciò persino ad esportarlo all'estero.
Certo quando giungeva il momento della pigiatura erano acini amari...
ma Acete stringeva il culo e faceva buon vino a cattivo gioco.
La vita cominciò di nuovo a sorridergli,
il vecchio Acete si pentì del male fatto e pian piano riacquistò tutto il suo antico entusiasmo,
la sua dignità e tutti i suoi vizi, grazie a Bacco!
E fu così che peronospora ad astra,
il nostro Acete assieme a tutta la contea vissero di nuovo felici e contenti...
finché non furono sterminati dalla cirrosi epatica.

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