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Il pesce fuor d'acqua

Al mercato del pesce, che dà sul porto del villaggio, un pesce blu e grassoccio se ne sta sdraiato sul molo scaldato dal sole. È caduto lì a causa di tre monellacci che, rincorrendosi, avevano strattonato un vecchio pescatore con un secchiello stracolmo di pesci e, prima che l’uomo riprendesse l’equilibrio evitando una bella caduta, il pesce era stato scaraventato fuori dal secchio. Sono passati parecchi minuti e l’aria si fa sempre più calda e umida. Il pesce non riesce a respirare, ha bisogno dell’acqua. E dire che il mare è a pochi metri da lui, se solo saltellando riuscisse a raggiungere il bordo del molo, allora gli basterebbe lasciarsi cadere per tornare a sentire l’acqua nelle branchie e poter finalmente respirare mare puro. Ma i pesci non sanno saltellare, né camminare, né volare. I pesci nuotano. Sotto di loro ci sono la sabbia, le alghe, le rocce e tutte le meraviglie del mondo marino. Il pavimento di legno su cui giace adesso non esiste negli oceani, non è familiare a un pesce come lui. Agita la coda, muove le pinne, apre la bocca e spalanca le branchie ogni secondo in maniera involontaria, in cerca di acqua, ma ciò che vi entra e fuoriesce è solo dannosa aria. La sensazione che prova è terribile. Per lui l’acqua è stata sempre qualcosa di scontato, come per noi lo è l’aria. Non ha mai veramente pensato alla sua importanza, solo adesso si rende davvero conto di quanto gli sia davvero indispensabile per vivere. Il mare è proprio davanti ai suoi occhi ma, allo stesso tempo, esso è irraggiungibile. Quanto è meraviglioso e limpido, non ci ha mai fatto caso, ma è forse il bene più prezioso a questo mondo. Le onde, giocose e vivaci, sembrano rincorrersi esattamente come quei bambini di poco prima, che avevano spintonato il pescatore e fatto scivolare il pesce dal suo secchio. Ora si schiantano contro gli scogli, causando un rumore simile a uno schiaffo, quasi come se le onde dispettose venissero punite e costrette a terminare la loro fuga dal mare. Se non venissero fermate, proseguirebbero, smarrendosi nei villaggi e nelle città, allagando case e strade, allontanandosi sempre più dal mare, loro padre.
Il pesce guarda il cielo, azzurro come il mare, le nuvole sono le sue onde, molto più tranquille e lente. Lì bisogna volare, ma semmai spuntassero ali alle sue pinne, mai il pesce le userebbe per raggiungere il cielo, bensì per gettarsi a capofitto verso il mare, come fanno i miserabili gabbiani, suoi eterni nemici. In fondo l’immensità del cielo è eguagliata solo dall’immensità del mare, il suo amato mare, così lontano, così vicino. E mentre la pupilla trema, le pinne si contraggono dolorosamente contro la sua volontà e la coda si dibatte, ferendosi in continuazione contro il pavimento di legno, il pesce nuota nei suoi pensieri, chiedendosi se l’immensità del mare è paragonabile a quella di Dio. Perché anche i pesci sanno di Dio. Ogni animale a questo mondo ne è consapevole, essendo anch’esso sua creatura.
Il pesce adesso si arrende e chiude gli occhi, i movimenti delle pinne pian piano rallentano e le branchie si rassegnano, distendendosi sulla pelle liscia. “Chissà se ci sono i mari nel regno di Dio?” si domanda il pesce, rassegnatosi a spirare l’ultimo respiro, quando d’improvviso sente sollevarsi in alto, sempre più in alto, verso il cielo azzurro. È pronto, avrebbe raggiunto il mare di Dio. Sale in alto, sempre più in alto e…cade giù. Dura solo un istante, si sente un tonfo e si ritrova in acqua. Le branchie si riaprono, lasciano entrare avidamente l’acqua dentro di loro, donando nuovo sollievo al pesce che si ritrova a sbattere le pinne e a nuotare felicemente nel suo mare. Spalanca gli occhi e si guarda attorno meravigliosamente perplesso, le lacrime di gioia sgorgano dalle sue orbite, diventando parte del mare stesso. È vivo. Alza gli occhi e vede una figura sfocata, una figura gigantesca. Che si tratti forse di Dio?
Il pesce allunga la testolina fuori dall’acqua in modo da vedere: si tratta di un bambino ai piedi del molo. Ricambia il suo sguardo, poi, voltandogli le spalle, fugge via. Il pesce fa lo stesso, s’immerge nell’acqua, allontanandosi veloce dal molo, felice di essere salvo e di ritrovarsi nuovamente nel suo amato mare. Immensamente grato a quel bambino, anch’esso meravigliosa creatura di Dio. 
 

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