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Lo zio e la nipote di Via Azeglio

Le lancette della torre dell’orologio segnavano le 10 in punto, il manto nero della sera avvolgeva nell’oscurità le strade sporche e desolate del Paese, dove si aggiravano già tipi loschi e gente dalla dubbia morale. Qualche cagnaccio randagio sonnecchiava per le vie malfamate, accanto a mendicanti e ubriaconi sbattuti fuori a calci dalle osterie, dove le urla chiassose di delinquenti e canaglie e le risate sguaiate di donne di malaffare turbavano la quiete della notte.
Mentre i quartieri si riempivano della feccia della peggior specie, un uomo camminava dissoluto per la sua strada, sorpassando con indifferenza barboni con la mano tesa in cerca d’elemosina. Lo sguardo cupo e l’aspetto trasandato incutevano timore e ribrezzo in chi lo guardava. Con la mano sinistra si grattava con forza la testa, affondando le unghia ingiallite nell’orrendo cespuglio di capelli neri, divenuto tana di numerose famiglie di pidocchi. Con la lingua stuzzicava un molare orribilmente cariato e quando lo sentì staccarsi dalla gengiva, lo sputò assieme a un esagerato rivolo di saliva appiccicosa, vicino lo stivale di un barbone mezzo morto. Giunse in Via Azeglio, dove nell’aria aleggiava un fetido odore che inaspriva le narici, facendo arricciare il naso. Si fermò dinanzi la casa più alta, bussando ripetutamente al vecchio portone di legno. Un uomo si affacciò alla finestra, incrociando lo sguardo di quello sulla strada. Dopo ben due minuti in cui l’uno aveva sostenuto con sfida lo sguardo dell’altro, il padrone di casa scese in strada, socchiudendo il portone alle sue spalle. 
- Bastianazzu – disse in tono altisonante – chi vinisti a fari?
Bastianazzu lo fissò dritto negli occhi.
- Nanni, unni è Lucia?
In quell’istante la finestra si spalancò e una donna affacciò sulla strada.  
- Bastiano!
- Lucia!
- Trasi, disgraziata! – urlò Nanni, con un feroce gesto della mano.
Le braccia delicate di una donna più grande si poggiarono sulle spalle di Lucia, costringendola a rientrare e richiudendo in fretta la finestra. Nanni tirò uno spintone a Bastianazzu.
- Quanto a ttia, vattini di cà! Nun si lu binvinutu!
- Nanni, tu nun la po teniri inchiusa a vita. Lucia è la ma zita e verrà cu mmia.
- È to niputi, fitusu! Mi fai schifo! 
Nanni spinse a terra Bastianazzu, sputandogli sulla camicia.
- Tu nun si chiù ma frati. Si mortu pi mmia.
I due uomini si guardarono ferocemente. Nanni sentì il sangue ribollire nelle vene non appena Bastianazzu osò alzarsi e avanzare di qualche passo.  
- Parlu arabu pi ttia?! Vattini!
- No, Nanni. Nun vaiu da nessuna parti senza Lucia.  
Bastianazzu rimaneva dissoluto nelle parole e nei fatti, mentre il viso di Nanni diventava sempre più rosso dalla collera. Fischiò e un gruppo di cinque uomini dall’aspetto burbero e lercio uscì dalla porta della sua casa, affiancandolo.
- Chistu cà è chiddu di cui vi parlavu. Dateci na bella lezione – ordinò Nanni.
Bastianazzu venne circondato dai compari del fratello, i quali non persero un istante a saltargli addosso, pestandolo con feroci pugni e calci violenti. Bastianazzu si difese come meglio poté, ma la differenza numerica si fece ben presto sentire e cadde a terra, sepolto dai calci brutali di dieci scarponi di cuoio. Venne preso per i capelli e trascinato per la strada, mentre nello stomaco gli arrivavano violente ginocchiate che gli facevano ritorcere le budella. Il pestaggio continuò per dei buoni minuti, durante i quali Nanni assistette del tutto indifferente alla sofferenza del fratello.
- Basta accussì! – gridò alla fine, richiamando i suoi uomini che si allontanarono con indifferenza dal corpo malmenato e sanguinante di Bastianazzu steso sul marciapiede. 
L’espressione dapprima compiaciuta e soddisfatta di Nanni si trasformò in una smorfia di sgomento quando vide il fratello rialzarsi. Gli uomini che lo avevano pestato si girarono. Bastianazzu sputava sangue e muco, ma con le poche forze alzò lo sguardo verso il fratello.
- Io nun minni vaiu senza Lucia.   
- T’ammazzo con le mie manu! – gridò Nanni, un secondo prima che una mano robusta lo acchiappasse per il collo della maglia, tirandolo a sé.  
- Chi diamini sta succedendo cà?! Lu sapiti chi uri sunnu!?
Carmine, cugino, nonché migliore amico di Nanni, era sceso in strada. Con la mano destra stritolava la spalla di Nanni, trattenendo la sua furia animalesca, mentre con lo sguardo severo scrutava uno ad uno i cinque uomini dinanzi a lui.
- Voi, energumeni, trasiti!
Gli uomini rientrarono in casa a testa bassa, ubbidendo come agnellini. La ferocia mostrata poc’anzi era scemata alla vista di quell’uomo tanto mingherlino quanto autoritario.
- E tu, Nanni – lo rimproverò Carmine – non abbassarti a lu livellu di stu miserabile.  
Nanni si calmò, poco a poco il suo respiro divenne regolare.
- Trasimmu, Nanni. Quanto a ttia, Bastianazzu, tornatene a casa, lestu!
Carmine e Nanni abbandonarono Bastianazzu sulla strada, ferito e sanguinante. Riusciva a malapena a reggersi in piedi e, quasi sul punto di svenire, zoppicò via, poggiandosi sui muri delle case accanto. 
 
- Turiddu, Turiddu.
- Vituzza, lassami dormiri.
- Turiddu, susiti! Tuppiano alla porta. Su li latri?
- Li latri tuppiano alla porta?! Sta cà.
Turiddu s’affacciò alla finestra e trasalì. Un uomo era riverso sullo scalino della porta di casa sua.
- Vituzza, veni cà, aiutami! – gridò, correndo alla porta.  
Turiddu sollevò l’uomo per le spalle, trascinandolo dentro casa.
- Matri mia, chi successi?! Bastianazzu! – esclamò Vituzza, aiutando il marito.  
Poggiarono Bastianazzu su un piccolo letto di paglia. Turiddu schiaffeggiò lievemente le sue guance. 
- Bastianazzu, arripigliati! Cu fu? Vituzza, lestu, piglia l’unguentu dilla lumaca nivura.
Era un unguento ricavato dalla bava delle lumache nere, la cui saliva produceva effetti miracolosi sulle ferite. Vituzza aiutò il marito a spalmarlo sulle ferite ancora aperte di Bastianazzu che si cicatrizzarono miracolosamente. L’uomo riprese conoscenza.
- Bastianazzu, comu ti senti?
- Turiddu, ce la fici ad arrivari ni tia, allura – sorrise Bastianazzu.
- Ma da unni veni? Tinni isti di nuevu ni to frati Nanni, veru? Bastianazzu, ma ti vua rassegnari? Chiddu a to niputi nun ti la duna pi muglieri.
- Nun ava dicidiri iddu, Lucia e io ni vuliemmu beni.  
- Ma ti ridussi iddu accussì?
- No, furunu li su cumpari. Canaglie ca ingaggiò pi teniri inchiusa so figlia.
- Pirchì nun vinisti ni mia? T’accumpagnava!
Vituzza porse a Bastianazzu un bicchiere d’acqua giallastra.
- Teccà, è acqua di lu rubinettu, megliu di nenti.
Bastianazzu bevve quell’acqua sporca tutta d’un fiato.
- Grazie, Vituzza. Turiddu, accumpagnami alla porta.
- Unni vo iri? Assettati! Tu stanotti dormi cà, dumani t’accumpagnu a casa.
Turiddu richiuse la porta e tornò a dormire.
- Vado anch’io ca sugnu stanca. Tu statti comodo, se hai bisognu, grida.
- Grazie, Vituzza – sorrise Bastianazzu, addormentandosi profondamente sul ruvido lenzuolo sul quale era disteso.
 
Lucia non poteva fare un passo nella propria casa senza avere addosso gli burberi sguardi degli uomini che suo padre aveva assoldato per farle da carcerieri. Tra padre e figlia non esisteva dialogo e nemmeno nella madre, donna dal carattere freddo e meschino, la ragazza trovava conforto. Da due giorni non aveva più notizie dell’amato Bastianazzu, dalla notte che si era presentato dinanzi casa sua. L’orologio segnava le 11 e tre quarti e Lucia si preparava a un’altra nottata insonne, infastidita al pensiero che fuori la porta della sua camera, uno dei suoi carcerieri l’avrebbe sorvegliata per tutto il tempo, entrando al minimo scricchiolio. Lucia, però, architettò un piano all’ultimo momento. Prese un cuscino dal baule di legno e lo sistemò in verticale sul letto, assieme l’altro cuscino, coprendoli entrambi con il lenzuolo. Si avvicinò alla finestra, quando sentì bussare alla porta della camera.
- Tutto a posto, signorì?
Era Gianni, il suo carceriere per quella notte.
- Nun trasiri, sugnu nuda.
Gianni indietreggiò, il solo pensiero di violare la privacy della ragazza e incorrere nell’ira di Nanni gli faceva accapponare la pelle. Lucia attese qualche istante, si sporse dalla finestra e poggiò i piedi sul cornicione.
- Buonanotte – gridò Lucia, richiudendo la finestra dall’esterno e traendo in inganno il suo carceriere.
Quando la ragazza riuscì a scendere in strada, corse via il più in fretta possibile.  
Bastianazzu non riusciva a dormire. Stava disteso sul lercio lenzuolo che ricopriva l’ammasso di paglia ruvida sul quale ogni notte si addormentava. Guardava il soffitto incrostato, contandone a mente le macchie unte. Ogni angolo era abbellito da una ragnatela e la polvere faceva quasi da ornamento nella sua umile casa. Bastianazzu si girò d’un fianco e provò a chiudere gli occhi. La sua mente vagava sperduta tra i ricordi, giungendo inesorabilmente a Lucia. Stava per addormentarsi col viso dell’amata davanti agli occhi, quando trasalì sentendo bussare violentemente alla porta. Si destò e corse ad aprire. Vide una ragazza il cui volto era seminascosto da un fazzoletto bianco. 
- Cu sì? – chiese confuso.
La ragazza si sfilò il fazzoletto, gettandosi tra le sue braccia.   
- Bastiano.   
- Lucia, chi fa cà?  Cuccù vinisti?
- Sicunnu tia cuccù vinni? Sugnu sula, Bastiano.
- Ma chi ti saltò in testa? A st’ura poi è pericoloso con le canaglie ca ci su in giru.
- Allura chiuemmuci intra, Bastiano.
Bastianazzu chiuse la porta, seguendo con lo sguardo i movimenti di Lucia. La ragazza si sedette sul letto. La tranquillità del suo sguardo contrastava con quello di un attimo prima, quando ancora l’ansia e la paura le facevano battere il cuore in gola. Bastianazzu le prese le mani.
- Lucia, si sicura ca nuddu ti seguì?
- No, statti sereno. L’impurtanti è ca tornu prima dill’alba. 
Lucia accarezzò il suo viso.  
- Tu comu sì? Lu sacciu ca ti pistaru l’antra notti. Nun sa la rabbia ca pruvavu, mancu l’avvissiru fattu sulla ma pelli.
- Lucia, nun ta preoccupari pi mmia. Tu comu sì? Quei miserabili ti ficiru mali?
- No, nun mi fannu nenti, mi controllanu.
- Ti porterò via da to patri, ti lu prumittu.
- Basta parlar di guai, Bastiano. Nun vinni pi chistu. 
Lucia accarezzò la barba dell’uomo più grande di lei, sfiorò le sue spalle smunte, sbottonò lentamente la sua camicia e accarezzò la peluria del suo petto. Bastianazzu poggiò le mani sulle guance della ragazza, lisciandole i lunghi capelli color carbone e avvicinando il viso al suo. Si baciarono, sfilandosi di dosso i vestiti spinti dalla passione che infervorava i loro animi e prendeva il sopravvento sulla ragione. 
Carmine passeggiava tranquillamente per le strade del Paese quando passando dinanzi a un gruppo di uomini intenti a borbottare tra loro, un nome familiare giunse alle sue orecchie.
- Lucia? La figlia di Nanni?
- Si, proprio idda. Ieri notti scappò di casa e c’è cu la vitti iri da so ziu.
Carmine si fermò ad ascoltare, mantenendo le distanze per non dare nell’occhio.
- Bastianazzu? Chiddu ca la voli maritari?
- Sì, iddu! Dio sulu sa socchi cuminaru ieri notti.
Carmine afferrò il collo dell’uomo intento a raccontare, soffocando sul nascere la sua risatina maliziosa. 
- Chi sta insinuannu sulla figlia di ma cusino? – chiese, fulminandolo con lo sguardo.
L’uomo impallidì sentendo quelle possenti mani callose strette al suo collo.
- Io nenti vitti, mi lu cuntarunu.  
- Cu ti lu cuntò?
- Nun mi ricordu cu, in Paese nun si parla d’atro. La figlia di to cusino vinni vista scappari e iri da so ziu.
- E chi è che sparsi la vuci, si po sapiri?
- Nun ricordu cu mi lu dissi, forsi un amicu mia ca lu sintì diri da so frati, ca lu sintì diri da un so conuscenti…
- Nun mi interessanu sti critinati! Vueiu sapiri cu sparsi la vuci!
- L’orchessa, fu l’orchessa di Via Azeglio – s’intromise un vecchio.
Il volto di Carmine divenne paonazzo.
- L’orchessa? – chiese – Quell’orrenda orchessa pittigula?! 
Carmine lasciò il collo del compaesano e corse via. In Via Azeglio viveva una coppia di orrendi orchi, i quali non facevano altro che arrecare disturbo ai vicini, Nanni compreso. Il marito era un orco arrogante e prepotente, la cui puzza infestava tutte le vie, sconcertando coloro che avevano la sfortuna di passeggiare assieme a lui, mentre la moglie intasava il Paese dei suoi pettegolezzi. Se qualcosa, anche la notizia più insignificante, giungeva alle sue orecchie, l’indomani sarebbe stata sulla bocca di tutti i paesani, di ogni via, zona e quartiere. Carmine sentì ribollire il sangue nelle vene all’idea che una faccenda tanto delicata fosse giunta a orecchie tanto immonde. Arrivato in Via Azeglio bussò ripetutamente a un portone di un legno color verde che ricordava tanto quello delle paludi. Venne ad aprire la padrona di casa, un’orchessa tonda e robustella.
- Zittitivi ca ma maritu dormi.  
- To maritu dormi sempri, scangia la notti pi lu iorno e viceversa!  
- Chi vuliti da iddu?
- Da iddu nenti, cu ttia vueiu parlari. Si tu ca mittisti in giru chiddi assurdi vuci sulla figlia di Nanni?
L’orchessa ammutolì, distogliendo lo sguardo da quello di Carmine.
- A mia lu dissi ma maritu. Lu sintì diri da un amicu ca abita vicinu a unni sta Bastianazzu e vitti…
- Cosa vitti?!
- Vitti la figlia di Nanni nesciri dalla casa di so ziu versu l’alba. E lu cuntò a ma maritu.
- E so maritu lu cuntò a ttia e la vuci si sparsi in tuttu lu Paisi!
- Nun te la pigliari cu mmia, io lu dissi a n’amica, fu chista ca sparsi la vuci.
- A mia nun m’interessanu sti scusi. La prossima vota si ricordi di teniri la vucca chiusa o giuro ca a lei e so maritu vi mannu nilla paludi schifusa dalla quali viniti, ca cà in Via Azeglio nun vi supporta nuddu!
Carmine lasciò l’orchessa in malo modo, precipitandosi dal cugino. Nanni era proprio davanti alla porta quando Carmine lo tirò per la maglia, facendolo rientrare in casa.
- Nanni – gli disse – devu parlari cu ttia, è impurtanti. 
Lucia cadde travolta dalla violenta sberla del padre.
- Chi cuminasti, disgraziata?!
Nanni era infuriato, i suoi occhi pieni di rabbia sfidavano lo sguardo apparentemente calmo della ragazza. Franca, la moglie di Nanni, coperta da un velo nero che le lasciava visibili a malapena gli occhi e la fronte, osservava la scena con distacco e silenzio, scrutando severamente il volto della figlia.
- Allura, mi lu vua diri chi cuminasti ieri notti!? – urlò Nanni, tirando la figlia per i capelli e mollandole un ceffone.
- Nanni – lo chiamò Carmine entrando nella camera di Lucia – arrivò l’allevatrici.
- Falla trasiri. Devu sapiri socchi cuminò ma figlia!
- Passavu la notti cu Bastiano.
Le parole di Lucia furono una pugnalata al cuore per Nanni che si voltò di scattò verso la figlia inginocchiata dinanzi a lui, con lo sguardo fiero e le braccia protese.
- Fammi cuntrullari, nun m’affruntu. La mia verginità la dunavu a ma zio, patri.
Nanni barcollò, appoggiandosi al braccio proteso della moglie e portandosi una mano al petto. Uscì dalla stanza in silenzio, con Carmine al seguito.   
- Quel miserabile oltrepassò lu limiti.
- Chi vua fari?   
- Carmine, giuro su Dio ca si Bastianazzu si fa vidiri arriè da chisti parti, lo ammazzu. 
Uscendo di casa, Bastianazzu trovò ad attenderlo un gruppo di 7 uomini dall’aspetto minaccioso. Erano tutti più o meno barbuti e puzzavano di alcool già di primo mattino. Uno di loro sorrideva, dando mostra di grossi denti gialli e macchiati dal rosso delle gengive malate e sanguinanti. Un altro, che teneva sulle spalle una enorme pala, si grattava assiduamente la barba e ad ogni tocco cadeva dal suo viso un ammasso di schifosi peli biancastri. Un altro ancora riusciva a malapena a sbattere le palpebre, incorniciate da densi grumi di muco duro. Quasi tutti erano armati di bastoni, tranne due uomini provvisti di tirapugni d’argento e un altro che, in testa al gruppo, stringeva tra le mani un laccio, pronto ad agguantare qualche morbida gola. 
- Bastianazzu – disse l’uomo con il laccio – sì prontu?  
- Turiddu, ce la facisti.
Bastianazzu si avvicinò all’amico.
- Cu sunnu chisti? Amici tua?
- Alcuni, atri sunnu canaglie ca assuldavu nilli osterie. Delinquenti, assassini, facissiru di tuttu pi un sacchittu di grana.
- Turiddu, grazie di tuttu.
- Menu smancirii, Bastianazzu. Nuatri siemmu pronti, li tua ordina aspittammu.
Bastianazzu sorrise.
- Amunì a prendiri Lucia. 
 
- Oh, matri mia. Nanni, affacciati alla finestra. È to frati.
Nanni si avvicinò alla moglie, sporgendosi dalla finestra giusto in tempo per incrociare lo sguardo del fratello alla testa di un consistente numero di canaglie. La rabbia di Nanni implose come una violenta burrasca. Scese in strada e proprio come la prima volta che il fratello si era presentato dinanzi casa sua, gli si rivolse in tono altisonante.  
- Bastianazzu, chi vinisti a fari?  
- Vinni pi ma niputi. La ma zita. La donna che vueiu maritari – rispose Bastianazzu, avvicinandosi di un passo ad ogni frase pronunciata.
I due fratelli si trovarono faccia a faccia. Le mani di Nanni tremavano, desiderose di stringersi sul collo di Bastianazzu. 
- Nun mi sfidari, Nanni. Io mi prenderò Lucia e puru la to casa – lo provocò Bastianazzu.  
Nanni fischiò rabbiosamente e dalla sua casa uscirono gli stessi uomini che avevano pestato Bastianazzu la volta scorsa, stavolta armati di grossi coltelli affilati. Iniziò una tremenda lotta tra i compagni di Bastianazzu e quelli di Nanni. Nonostante quest’ultimi fossero armati di coltelli, gli uomini di Bastianazzu presero poco a poco il sopravvento. I due armati di tirapugni spaccavano nasi come fossero noci, gli altri bastonavano a volontà. Uno s’impossessò del coltello del suo avversario, infilzandoglielo nella gola. Il sangue sfavillava come scintille dai corpi dei feriti, sporcando le strade. Turiddu agguantò l’orribile collo molliccio di un avversario alto due metri e grosso quanto un barile, mollando la presa solo dopo avergli sentito espirare l’ultimo respiro. Il rumore della violenta rissa aveva attirato un gran numero di spettatori, tra cui la coppia di orchi la quale assisteva affacciata al balcone, osservando con divertimento Bastianazzu e Nanni che lottavano a mani nude, stringendo l’uno il collo dell’altro. Mentre la presa di Bastianazzu si avvinghiava più forte attorno la gola di Nanni, quest’ultimo allentava la sua sul collo del fratello, arrendendosi a quella stretta mortale che gli toglieva ogni respiro. Tutto attorno a lui diventò scuro e i suoi occhi caddero all’indietro esausti. 
All’improvviso Carmine uscì di casa, gridando a pieni polmoni.  
- Basta! Basta! – strillò, afferrando Bastianazzu per le spalle e scaraventandolo lontano.
Nanni si girò d’un fianco, tossendo fino a vomitare e divorando con ingordigia l’aria che rasserenava finalmente i suoi polmoni. Carmine ottenne l’attenzione di tutti gli uomini, i quali lo guardarono esterrefatti, ma con la voglia inconscia di ricominciare a malmenarsi a vicenda. Carmine li scrutò uno ad uno, sia gli uomini di Bastianazzu, sia quelli di Nanni rimasti solo in due. Guardò i tre cadaveri, due dei quali riversi in una pozza di sangue. Rabbrividì nel vedere come il più grosso di tutti fosse stato facilmente strangolato da un uomo tanto magrolino come Turiddu. Posò, infine, lo sguardo sui suoi cugini. Prima su Nanni ancora piegato a terra, poi su Bastianazzu, in piedi con uno sguardo fiero.
- Che sta vriogna? A st’ura di la matina la genti travaglia. L’ata finiri!  
- Pirchì ti immischiasti, Carmine? – s’infuriò Bastianazzu – È na faccenda ca riguarda a mia e ma frati.   
- No, è na faccenda ca riguarda tutta la famiglia e tutti sti individui ca vi purtastivu appressu.
- Allura chi prupuni? – chiese Nanni, asciugandosi la bava colatagli sul mento.
Carmine lo aiutò a rialzarsi.
- Nanni, Bastianazzu, vi propongo nu duellu all’ultimo sangu. Ma non oggi ca siti stanchi, facciamo dumani sira alle deci. Niente imbrogli! Io accetterò lu vincituri chiunque sarà e la nostra famiglia finirà di fari parlari la genti di lu Paisi! Accittati la proposta, vi farà onore agli occhi del Paese vinciri onestamente.   
- Io ci staiu sulu a na cundiziuni. Amma fari stu duellu liali, allura se vincu iu, vuieu Lucia comu sposa e sta casa comu mia. Tu, Carmine, e ma cognata Franca dovrete andarvene.
- Va beni, Bastianazzu. Lo giuro. Se Nanni murirà, io e Franca ti lasceremo Lucia e la casa. Tu si d’accordu, Nanni?  
- D’accordu sugnu! Dumani t’aspetto cà, Bastianazzu, e giuro sulla tomba di nostro patri ca t’ammazzu.  
- Allura è deciso – annunciò Carmine - Dumani sira alle deci vi affronterete a duellu pi l’ultima vota. Stavota lealmente e da suli. Ora iti vinni, lu spittaculu finì! 
Nanni digrignava i denti mentre la moglie gli disinfettava le ferite ancora sanguinanti.
- Avissi già ammazzatu Bastianazzu se Carmine nun fussi intirvinutu cu sta strunzata di lu duellu!
Carmine lo colpì alla nuca.
- Tu si orbo. Bastianazzu pi tanticchia nun ti struzzava! E se Bastianazzu nun t’ammazzava, t’avissi ammazzatu lu su cumpari Turiddu!  
- Matri mia – sussultò Franca – chiddu Turiddu era? Lu strangulaturi?
- Proprio iddu. Prima di maritarisi e cangiari vita, iddu viniva assuldatu pi strangulari la genti scomoda senza lassari tracci. Nanni, lassa fari a mia. Oggi arriposati, ca dumani ti prumittu ca to frati morrà pi manu tua.  
Carmine camminava lentamente lungo la strada dissestata di un quartiere dimenticato da Dio. Ai lati dei marciapiedi si estendeva una lunga fila di immondizia e molti dei sacchetti neri erano stati rosicchiati dai topi che ne avevano rovesciato a terra il contenuto. Scarafaggi grossi quanto un pollice sbucavano dalle fogne, risalendo le tubature delle case popolari che davano quasi l’impressione di essere disabitate. Carmine allungò il passo, giungendo dinanzi una porticina così minuscola che per entrare in casa bisognava curvarsi un po’. Bussò, accorgendosi in un secondo momento che la porta fosse socchiusa. Entrò e riuscì a schivare per un pelo una mazzata dritta alla sua testa.
- Cu sì tu? Comu ti permetti di trasiri accussì in casa mia?!
Una vecchia signora agitava minacciosamente una scopa sopra la testa. Il suo viso era rugoso e lurido, pochi denti pendolavano dalla sua bocca e i lunghi ricci bianchi attorno al viso le cadevano appiccicosi sulle spalle, puzzolenti e lerci tanto quanto gli stracci che indossava. Le sue mani callose, che stringevano con una presa sorprendentemente salda la vecchia scopa, erano già pronte per assestare un altro bel colpo.  
- Berta, pi carità! Carmine sugnu!
La vecchia lasciò cadere la scopa. Prese tra le mani il viso di Carmine, avvicinandolo al suo. Carmine cercò di non dare a vedere lo sconcerto che provava nell’avere il proprio viso così vicino a quello della vecchia. Poteva vedere benissimo il lerciume incastonato tra le sue rughe, i suoi occhi strabici e all’apparenza privi di vita, le sue labbra leggermente bavose e il suo naso incrostato di muco e peli bianchi che fuoriuscivano leggermente dalle narici dilatate. Un brivido di disgusto gli attraversò la schiena quando la vecchia, con un largo sorriso, diede mostra degli ultimi cinque denti che abbellivano la sua bocca. 
- Carmine, gioia mia, quantu tiempu. Comu sì?  
Berta lasciò andare il viso di Carmine che deglutì e poi rispose.
- Me la cavu, Berta.  
- Chiamami zia Berta ca ti vitti crisciri. Ricordu ancora quannu to matri ti civava comu un uccellino. Innucenti!
- Zia Berta, pirchì sta cu la porta aperta?
- Stavo ittando la spazzatura. La lassu su lu marciapedi, datu ca lu nostru amatu sinnacu nun ci furnisci mancu un cassunettu pi ittarla! È na vriogna! Ma tu assettati, arrivu subito.
Carmine si sedette su una sediolina scricchiolante, distogliendo con ribrezzo lo sguardo da un topino che si dimenava in un angolo del pavimento, tentando disperatamente di liberarsi dalla trappola che gli stringeva dolorosamente la coda.
- Eccomi cà – disse la vecchia rientrando in casa.
- Zia Berta, catturasti un surci.
- E lassalo stari lu surci, dopu ci pensu.
Berta si sedette al tavolo, dinanzi a Carmine.
- Allura, cosa ti porta nella mia umile casuzza?
- Ascunta, zia Berta. Vinivu pi chiederti nu favuri. Sacciu ca sì na strega, veru è?
- Strega o no, la genti mi evita lu stessu, nun mi cangia nenti – rispose la vecchia, ridendo.
- Ascunta, li velena su la to specialità, veru?
Lo sguardo gioioso di Berta cambiò rapidamente, divenendo serio e cupo.
- Carmine, in passato richieste di sto genere mi li facia to patri, c’abbisugnavanu sempri velena pi nuovi nemica ca si faciva. Ora cominciasti tu?
- Zia Berta, ti pregu, mi servi prima di dumani sira.
- Carmine, nun ta offenniri. Smisi di fari sti cosi.
- Pi favuri, mi servi solo ca tu prepari nu veleno e n’antidoto, tutto cà è. 
- A cosa ti servinu?
- Faccende di famiglia.
- Mi spiaci, nun sinni parla.
- Zia Berta.
- No, Carmine. Troppi innucenti sulla cuscienza. Sugnu anziana, nun mi resta chiù molto tiempu da viviri, vueiu arrivari da lu Signuri pulita e pintita.
- Zia Berta – fece Carmine, lanciando sul tavolino un sacchetto pieno di denaro – a differenza di ma patri, io pagu prima. 
Berta si voltò, attirata dal luccichio delle monete gettate sul tavolo. Le contò, ricambiando il sorriso di Carmine.
- A ttia nun possu diri di no, gioia mia. 
Bastianazzu si trovava sotto casa del fratello, scrutando con insistenza la finestra più alta della casa dove sapeva fosse rinchiusa la sua Lucia. Dietro di lui, il compare Turiddu gli dava manforte. Quella sera in Via Azeglio nessuno dormiva, tutti stavano affacciati in attesa dello scontro decisivo tra i due fratelli. Gli orchi della casa accanto sedevano su due comode sedie sdraio, affacciati al balcone. L’orchessa teneva lo sguardo fisso su Bastianazzu e le orecchie ben drizze. L’orco, invece, sbadigliava a bocca spalancata, grattandosi il flaccido e puzzolente sedere.
Carmine e Nanni raggiunsero Bastianazzu e Turiddu in strada. Il cugino reggeva tra le mani due pugnali luccicanti. Ne porse uno a Nanni e l’altro a Bastianazzu.
- Chisti su pugnala avvilinata, anche un tagliu insignificanti vi farà perdiri la forza. Cu ci avrà chiù potenza, darà lu colpu di grazia. Capistivu?
Bastianazzu e Nanni assentirono con un cenno del capo. Entrambi si misero in posizione. Passò solo una manciata di secondi prima che i due s’aggredissero a vicenda, procurandosi ferite superflue ma infettate dal veleno delle lame. Bastianazzu graffiò il viso di Nanni, sfiorandogli la pupilla chiara con la punta del pugnale e accecandolo dolorosamente. Nanni emise un urlo raccapricciante, mentre con un braccio protesse il proprio petto da un’altra pugnalata. Bastianazzu affondò la lama nel suo avambraccio, estraendola poi bruscamente. Nanni urlò per l’intollerabile bruciore del sangue che schizzava fuori dalla pelle strappata. Cadde in ginocchio e col braccio sinistro affondò il pugnale nella gamba di Bastianazzu. Quest’ultimo indietreggiò con un salto, il sangue fuoriuscì colorandogli di rosso le scarpe marroni. Schivò per un pelo un altro colpo diretto stavolta alla spalla, ma la lama avvelenata gli lacerò ugualmente la pelle, innervosendolo. Quindi spaccò rabbiosamente il naso di Nanni, sferrandogli una violenta testata e facendolo capitombolare a terra.
Il duello continuò tra i fischi della gente affacciata ai balconi e gli sgradevoli rutti dei due orchi. Carmine e Turiddu assistevano in silenzio, pregando ognuno per la vittoria del proprio compare. 
 
Lucia camminava avanti e indietro per la camera, esaurita dalla prigionia. La finestra era stata sbarrata con delle tavolozze di legno e la stanza era piombata in una lugubre oscurità, illuminata in maniera spettrale dalla candela sul comodino. Lucia tratteneva le urla e le lacrime nell’udire le grida di dolore di Bastianazzu. Si costrinse a riflettere per trovare il modo di uscire da lì e alla fine puntò sull’ingenuità e il buon cuore di Gianni, il suo carceriere. Si avvicinò alla porta chiusa a chiave e gridò così forte da far trasalire Gianni e l’altro giovane a guardia della sua camera. Infine si lasciò cadere a terra, schiantandosi sulla porta della camera con tutto il peso del suo corpo. I due giovani aprirono all’istante. Gianni si chinò su di lei e quando il suo viso fu abbastanza vicino, Lucia gli addentò il collo, strappandogli atrocemente un pezzo di gola. Il giovane cadde a terra senza vita, col collo che spruzzava sangue da ogni parte. Il compagno si lanciò rabbiosamente contro la ragazza che, afferrato il pugnale che Gianni teneva legato alla cintura, gli trafisse il membro. Il dolore fu talmente intenso che il giovane rimase annichilito, incapace persino di urlare mentre Lucia gli strappava via i genitali con violenza inaudita. Perse i sensi, accasciandosi sul corpo del compagno morto, mentre una pozza di sangue sgorgava tra le sue gambe. Lucia lo finì, piantandogli il coltello nella gola. Con il viso e le mani sporche di sangue, si nascose in un angolo della casa, tenendo il pugnale sotto la gonnella. 
Bastianazzu e Nanni continuavano a lottare e a ferirsi a vicenda, il peso della stanchezza e l’infezione causata dal veleno incidevano sui loro corpi martoriati. Nanni non si reggeva in piedi e i movimenti dapprima svelti di Bastianazzu diventavano sempre più lenti. Carmine esigette una tregua.  
 - Franca, porta un bicchiere d’acqua a to marito e uno pi Bastianazzu – urlò Carmine alla donna che assisteva muta dinanzi la porta.
Franca rientrò in casa. Prese da una mensola della cucina due bicchieri, di cui uno d’argento destinato al marito. Li riempì d’acqua e prese due fiale contenenti due liquidi trasparenti, in una delle quali c’era scritto il nome di Bastianazzu. Stava per versare i liquidi nei rispettivi bicchieri, quando Lucia le arrivò alle spalle, afferrandole i capelli e tirandoglieli con tutto il velo che le copriva il viso. Franca urlò e colpì Lucia in pieno volto con un brusco movimento del gomito. La ragazza cadde all’indietro, ritrovandosi il velo della madre stretto nella mano e qualche suo capello tra le dita. Quando la donna si girò, Lucia vide il suo viso sfregiato e pieno d’odio.
- Disgraziata, attacchi to matri a li spaddi, nun ha vriogna!
- Vua avvilinari Bastiano? Nun sunnu stupida, li vostri discursa li sintivu. Lu duellu è na messa in scena e li pugnala avvilinata servinu pi far stancari Bastiano e poi finirlu cu nu vilinu chiù potente, mentre ma patri vivi l’antidutu e vinci, nun è accussì?
- To patri sta luttannu pi ttia, si na figlia ingrata! Comu fa a vuliri stari con n’omu comu Bastianazzu?!
- E cuccù ma maritari? Cu n’omu come ma patri? Ca ti ridussi accussì?
Franca mollò un ceffone alla figlia.
- To patri è un uomo giustu.
- Tu si orba!
Le due donne si aggredirono, graffiandosi il viso con le unghia e strappandosi i capelli. Franca spintonò la figlia che cadde all’indietro, sbattendo contro il muro. La donna afferrò svelta un coltello dalla cucina, avvicinandosi a Lucia. Quest’ultima guardò la madre dal basso verso l’alto, mentre questa sollevava la lama luccicante del coltello.  
- Io ti detti la vita, figlia mia, e io te la levo! – gridò la donna, lanciandosi su di lei.  
Nanni e Bastianazzu, nel frattempo, si riposavano sorretti dalle braccia dei propri compari. Quando finalmente Franca uscì di casa, con il volto di nuovo coperto e i due bicchieri tra le mani, Carmine si affrettò a prendere quello d’argento, aiutando Nanni a berlo.
- Vivi, Nanni. Chistu è l’antidoto – sussurrò al suo orecchio.
Franca porse l’altro bicchiere a Bastianazzu, il quale lo rifiutò.
- Nun aiu siti. Ripigliammu lu duellu, Nanni.
- Miserabile diffidente, avia immaginarlo! – sussurrò Carmine – Tranquillu, Nanni. Anche se to frati nun vippi lu vilinu, ormai è stancu e infettu. Ammazzalo.  
I due fratelli si rimisero in posizione l’uno di fronte l’altro, con i pugnali stretti nelle loro mani. Lottarono per un po’, finché i movimenti di Nanni non divennero lentissimi, le sue gambe tremanti e la vista sempre più offuscata. Bastianazzu non perse tempo, gli conficcò il pugnale nel collo e con quegli ultimi schizzi di sangue mise fine al duello e alla vita di Nanni, il cui corpo si accasciò sconfitto sulla strada. Turiddu esultò mentre Carmine guardava incredulo il cadavere del cugino. La gente affacciata ai balconi applaudiva, i due orchi fischiavano e eruttavano insoddisfatti. L’aria di festa non durò a lungo e un attimo dopo Bastianazzu svenne tra le braccia di Turiddu, infettato dal veleno della lama con la quale Nanni lo aveva più volte colpito. Franca si precipitò su di lui, avvicinandogli alle labbra il bicchiere che poco prima aveva rifiutato.   
- Bastiano! Vivi chistu, è l’antidutu. Tutti cosi ti passanu. 
Incapace di ribattere, Bastianazzu bevve e in poco tempo il suo viso pallido riacquistò il colore naturale e il suo corpo recuperò piano le forze.
- Bastiano, comu sì?!
- Sta vuci. Sulu idda mi chiama accussì.    
Bastianazzu guardò la donna che si scoprì il viso del pesante velo nero, mostrando il suo vero volto sorridente.  
- Lucia!
Bastianazzu l’abbracciò sotto i curiosi sguardi dei vicini e lo sgomento di Carmine che inveì contro di lei.  
- Lucia! Chi cuminasti?!
- Salvavu lu ma omu – rispose Lucia, aiutando l’amato ad alzarsi.
- Chi facisti a to matri?
- La pugnalavu cu lu stessu pugnali ca usavu pi ammazzari uno di li ma carcerieri. L’altro l’uccisi a muzzicuna. E a ma patri ci detti a viviri lu vilinu.  
- Ammazzasti to matri e to patri, si na disgraziata!
- Nun parlari accussì alla mia futura moglie – ruggì Bastianazzu - Finì, Carmine. Lu duellu lu vincivu e Lucia sta cu mmia. Chista non è chiù casa tua e in sta strada nun ci ha chiù mintiri pedi.    
Carmine impallidì, fissando prima il cadavere di Nanni e posando poi lo sguardo sulla bella casa dove giacevano altri tre cadaveri. Guardò Bastianazzu e Lucia, stretti l’uno all’altra e distolse lo sguardo da quello minaccioso di Turiddu, il quale avrebbe potuto ucciderlo a mani nude se solo Bastianazzu glielo avesse ordinato.
Carmine chinò il capo e accettò la sconfitta.
- Lu duellu lu vincistivu vuatri. Fati chiddu ca vuliti – disse Carmine, allontanandosi da quella che per molto tempo era stata anche la sua casa e che ora apparteneva a Bastianazzu e Lucia, i quali sarebbero presto convolati a nozze.   
Gli anni passarono, ma nessuno dimenticò mai i due innamorati di Via Azeglio: prima zio e nipote, poi ziti e, infine, marito e moglie.    

 
 

 

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