Scritto da © taglioavvenuto - Dom, 04/10/2009 - 16:51
Una delle più importanti conclusioni di Oswald Spengler, contenuta nel suo libro Il tramonto dell'Occidente è:
"Ogni cultura ha il suo proprio criterio, la cui validità comincia e finisce con esso. Non vi è alcuna morale umana universale".
Se questa riflessione avesse il requisito della verità, cosa starebbe a significare?
Come nasce?
E' essa confutabile?
E' stata confutata?
Pregherei gli Autori eventualmente interessati a discuterne, di farlo non con commenti, ma pubblicando loro scritti, citando nel titolo il riferimento <Oswald Spengler-Relativismo>
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Concorso fotografico di Rosso Venexiano.
qui il suo blog
dici orima o dopo la diversificazione, pricess? eheheh
aggiungerei:dopo la diversificazione in sessi distinti, come si sono evoluti i rapporti fra gli stessi.
Ci si potrebbe chiedere: ma si sono evoluti i rapporti fra i due sessi? O lo pensiamo soltanto?
Un saluto a te edip0
se ho capito bene, pricess afferma che una cultura australe non potrà mai avere nulla in comune con una alsaziana. tu invece, taglio, ed orme mi sembra pure, avanzate ipotesi che possano esistere esperienze sensibili che possono aver influenzato tutti gli uomini in modo alquanto simile e che, quindi, vi possano essere, nella intera specie, tratti in comune.
orme porta, come esempio di una fattispecie di tali esperienze, la paura.
Ora, se fosse innegabile che la paura costituisce un tratto in comune, cioé un'"impressione" comune nelle cellule neuronali umane, se ne dovrebbero cercare altre, di queste caratteristiche, per poter affermare con sufficiente certezza scientifica, che esista una base comune tra le differenti culture.
sto pensando al rapporto con l'elemento acqueo, ad esempio, o al rapporto col buio, o al rapporto con altre specie: predatrici o non predatrici. al rapporto con l'aria, la flora.
sono andato fuori tema?
l'hai messo su rosso sito? è interessante veramente, sei una fucina di idee!!
Grazie, baci
In linea di massima io mi sento in accordo con questa affermazione.
Ogni cultura è relativamente a sè stante e in questa sua peculiarità raccoglie i molteplici aspetti, di territorio, di etnia, di clima, di storia ecc. che la compongono e che per questo la differenziano dalle altre culture.
Ad es una cultura australe- aborigena ha o avrà mai qualcosa in comune, qualche criterio fondamentale e linee guida con una cultura ad esempio dell'Alsazia, della Lorena o dell'Ellesponto?
A me sembra proprio di no.
Convengo che sarebbe pure limitante e triste pensare che, finita l'epoca di una data cultura, tutto di essa vada a sparire e poco o nulla possa essere conservato.
La peculiarità di ogni cultura si nota anche in questa epoca dove appunto il contatto con culture varie e diverse dalla nostra, a seguito delle ondate di immigrazione multietnica, creano conflitti più o meno grandi, dissidenze, difficoltà di accettazione e interrelazione fra esseri appartenenti a culture diverse.
In quest'ottica anche l'aspetto morale di una cultura non può appunto considerarsi universale, ma relativo soprattutto all'aspetto religioso di quella cultura.
Un saluto taglio
E' tanto che non si chiacchiera! :-)
Potendo porre infinite premesse avremmo un relativismo pieno. Solo che esiste in noi un apriori rappresentato, se non altro, da quell’istinto di sopravvivenza immesso nel nostro dna dalla natura.
Quindi si tradurrebbe il tutto in un relativismo ingabbiato, un navigare nella vasca da bagno, individuale o sociale, e pensare di essere, con la libertà tra l’insaponarsi, lo sciacquarsi e l’asciugarsi, in un grande oceano delle scelte.
Il nostro relativismo è costretto in quei 10 comandamenti, che, prevedendo tutte le nostre azioni, già danno in sé, e con le loro combinazioni, la misura, assai ridotta, del nostro relativismo: mangiare, dormire e fottere al meglio il più o meno prossimo: o anche, e dialetticamente combinandole, il contrario.
per prima cosa seguo il tuo consiglio.
per seconda ringrazio princess per il suo puntuale e dettagliato intervento; per terza ringrazio ThrasHAleXiS per quanto farà. per quarta comincio a dialogare con te walter, che mi fai notare alcune cose importanti per poter proseguire in questo discorso.
in primo luogo che la domanda da me posta all'inizio(rimanendo nell'ambito del relativismo)è una contraddizione in termini in quanto questa corrente di pensiero sostiene che non esistono verità assolute, ma eventualmente solo relative.Allora mi chiedo: ciò che tu hai detto sull'apriori (se non altro, da quell’istinto di sopravvivenza immesso nel nostro dna dalla natura)
Walter, sta a significare anche che potrebbero esistere nella specie uomo delle caratteristiche intrinseche formatesi in modalità stratificata(ab origine)? Mi fermo qui per ora, poi sarà interessante, a mio parere, approfondire il concetto di postulati, che già fin da ora, osservo, ha a che fare con la conoscenza.
Grazie, come al solito.
Paura nel concetto più ampio del termine.
C'erano degli oracoli che interrogavano gli dei nelle guerre.
La paura per il singolo capo di famiglia che potesse arrivare qualcuno più forte di lui e togliere a lui quello che lui, precedentemente, aveva, nell'economia di rapina, tolto ad altri.
La paura dell'imprevedibile non può essere tollerata in eterno. Occorre per forza ridurla.
Ci si affida agli dei. Ci si affida alle spese in comune per difendersi dal nemico, e diventare così più forti con una solidale difesa.
Abbiamo ancora oggi, per gli stati, la Nato.
Ma il vivere assieme in queste prime comunità senza vincoli di sangue richiede dei valori: voglia almeno si sapere se gli altri saranno leali come noi.
Occorre darci delle regole stabilendo almeno ciò che non deve essere fatto.
La paura potrà, in tal modo, essere mitigata dalla riduzione della imprevedibilità: sappiamo, dopo le norme, cosa occorre fare per acquistare e mantenere la fiducia degli altri componenti la nostra comunità, acquisendo dei valori sociali.
Sono solo pensieri buttati lì, Gabriele.
Sì, la paura condizionata e proporzionale all'imprevedibilità dell'evento!
Ma qui prevedi il concorso/aiuto della società di appartenenza. Ci sta.
Ma quando la paura è personale e non trovi conforto nemmeno nel pensare di condividerla, oppure la condividi e ti sembra in quel momento di boh... star meglio? Non lo so.
Ma la paura non fa parte della cultura, la paura è sentimento, emozione che condiziona, che frena, che ci muta.
In questi giorni ho paura! In quale contesto la vivo e come la manifesto? A chi la posso comunicare e vi è un senso nel comunicarla? Non potrei farlo con l'aborigeno australe poichè i codici di conoscenza e comunicativi sono così dissimili che non lo permettono. Eppure mi dispiace non poterlo fare, forse perchè chissà, magari un primitivo riuscirebbe con l'insieme della sua cultura ad alleggerire la mia paura, divenendone mediatore. Solo che non posso comunicargliela e così viene escluso dal processo di condivisione-consolazione-.aiuto.
Potremmo invece dire che voi qui, persone con cui si comunica e ci si scambiano idee pensieri e sensazioni, potreste compartecipare alla mia paura per alleviarla, e non dovrebbe essere difficile nel nostro caso, poichè apparteniamo a una matrice culturale essenzialmente simile.