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Pasolini

Omaggio e lettura, composti, vedi data,  nel trentennale della scomparsa. 
06.10.05
“Ragazzi di vita”, romanzo di Pier Paolo Pasolini, Roma, 1955.
Commento:
Er libbro de Pasolini ‘ncomincia propio indove abbitavo io da regazzino. Donna Olimpia,
Monteverde, er Ponte Bianco, li mortacci sua, manco m’o ricordavo che ‘o chiamaveno così. Pe esse sinceri, io stavo propio ‘a fine der Ponte, sine, ma nun era più ‘n ponte, quanno c’abbitavo io, era diventata na strada piena de palazzoni arti quinnici piani. Aho, nun ce se crede: è er primo libbro de Pasolini che me riesce de finì. Sì perché l’antri libbri, quanno appena ch’arivavi ’a paggina 1, t’encominciava ‘identikit der pisello umano, che a me, che mme frega? Qui armeno ste descrizzioni nun ce stanno, che nun è che me ne frega ‘na mazza, però er ricconto de ‘n frocio che scrive de li regazzini che vede, me po’ pure incuriosì, ma de le schifezze che fanno, òh, ma che cce frega?. Vero si è che sti ragazzini annaveno “pe froci”, propio così dicheno. C’annavano pe’i sordi, è ovvio. E quelli je ronzaveno ‘ntorno, pe adescalli. C’era n’amico mio che c’annava puro lui. ‘Na vorta ch’eravamo inzieme, arivati ar dunque se stavano pe infrattà, quanno er frocio, vedendo che me n’annavo, me fa: “Aho, e vié pure te, no? Che c’ha paura de fatte vedé er pisello?”. Così disse. E io presi er fugone, che me faceva ribrezzo, a me regazzino tredicenne delicato e schizzinoso, solo a penzacce. E questo è tutto quello che me ricordo de sto schifo de vita che facevano sti regazzini…
E adesso, fatto il dovuto omaggio al lessico della mia infanzia, riprodotto fedelmente dallo scrittore, , sia pure con qualche incongruenza (mai sentito dire in romanesco “pecché” “ghitara” o “paragulo”, per esempio, ma ce ne sarebbero molti altri) nonché a lui medesimo; vorrei aggiungere che, non ostante la “simpatia” che il romanzo mi suscita, esso spinge a far riaffiorare la differenza che ho sempre percepito tra me e Pasolini, cui riconosco per altro l’alloro pressoché esclusivo del suo valore sovra-nazionale. Il fatto è che io ho condiviso con i suoi patetici eroi borgatari il medesimo desolante fato socio-culturale, fino a esprimermi nella stessa lingua, per le stesse occorrenze e in una eguale sfera di accadimenti. Persino i famigerati “bagni” nelle melmose acque capitoline non mi erano estranei, per quanto mi sia sempre rifiutato di prendervi parte. Ricordo ragazzini nudi che sguazzavano in enormi pozzanghere fetide e fangose, grandi come piscine, godibili per buona grazia del Tevere che rientrava nel suo letto, dopo qualche nubifragio, lasciando a disposizione di quei disgraziati le sue gigantesche chiazze maleodoranti. Ed ecco che, con tutto ciò, e sia pure che io parlo di quello stesso cosmo, posteriore tuttavia di un decennio, la nostra esistenza di ragazzini non degradava mai agli “inferi” descritti dal poeta-regista. Il problema era suo. Era dentro di lui che il degrado del mondo effettivo prendeva corpo, fino a erigersi a sua rappresentazione. Cioè, il mondo non gli era sembrato rappresentabile se non all’interno di una scenario degradante e refrattario, in cui non uno dei sentimenti “normali” e degli affetti “normali” del genere umano venivano in luce. Così lui se ne andava a cercare la salvezza proprio là dove risultasse il più improbabile e bizzarro possibile rinvenire alcunché. Cercava una palingenesi umanistica dell’umano rovistando nella spazzatura, nelle speranza utopica, e anzi assurda, che i morti di fame mezzo malavitosi fossero restati immuni dall’odio e dall’abiezione della razza borghese, dalla quale lui proveniva. Così, questi giocondi avanzi di galera gli apparvero santificati dall’aureola di una innocenza aurorale, primordiale, irrorata sì di violenza, ma al pari di quella, come dire?, “rousseauniana”, e cioè animale, della preistoria.
Io invece osservavo che i fji de na mignotta erano tali e quali a qualsiasi grado di civiltà o benessere si trovassero e che, in luogo di quell’”aura” da lui vagheggiata, non si vedeva altro che la turpitudine e la depravazione montare in cattedra, tenendo sotto mira l’unica e sola prospettiva del lucro. Dunque non c’era che una spiegazione, e questa bisognava andarla a stanare dal covo in cui se ne stava ingabbiata. E questo “covo” non era se non l’anima “franata” dello scrittore, il suo ethos sgretolato e corroso da chissà quali devianze patogene (chissà, il padre militare, il Cattolicesimo maledetto…), che sempre lo esortavano al martirio, alla flagellazione. Perciò Pasolini frugava nella spazzatura, alla ricerca di un messaggio messianico - non per masochismo, ma per un gettarsi via sacrificale che in un qualche modo evangelico-omosessuale avrebbe emendato l’orrore del Mondo (e nella fattispecie, l’orrore borghese del Mondo), restituendogli la sua primordiale innocenza. E venne così irretito nella millenaria turpitudine di Roma, scambiandola invece per il filo d’Arianna della conversione urbi et orbi della Città Eterna, presa a modello universale.
Queste premesse, tragiche in sé, non potevano che addurre alla tragedia. Quando si vedeva Pasolini a un qualche dibattito culturale, si provava una sorta di compassione a vederlo magro, quasi emaciato, vestito per benino, col suo sguardo “pazzo” e buono (un po’ come quello delle foto di Nietzsche) e che sembrava profumare persino alla TV. E poi inevitabilmente lo si confrontava col martirologio della sua nomea sessuale, della “chiacchiera” che gli ronzava al disopra come un’aureola di perdizione e di disistima, e non si poteva non sentire pena per come non se ne difendeva, per come lasciasse che la macchina della diffamazione lo stritolasse, offrendosi alle offese come sulla “Flagellazione” di Piero Della Francesca. Così che lui, tutto sommato il migliore fra le nullità gonfie di prosopopea che si pavoneggiavano (siccome ancor fanno) davanti alle telecamere, sembrava modesto, arrendevole, gentile…
La “sua” Roma, che era anche la mia, era circondata di prati “zozzi”, affondata nei rifiuti, percorsa da marciapiedi ineluttabilmente tutti screpolati, africana, irrespirabile ed eternamente immersa in un olezzo urico, sfiatante da muri sempre scrostati e pericolanti. Elementi tutti incrostati al suo occhio doloroso che non era in grado di percepire altro che la piccineria e la grettezza del mondo – senz’alcuna possibilità di remissione. Quando, qualche anno fa, per avventura scambiai due chiacchiere con Ninetto Davoli, suo amichetto interprete di tanti suoi film, e che mi pare proprio di riconoscere nel “Riccetto” del romanzo, convenni che era come diceva lui, la nostra città, ma perché lui l’aveva prescelta, anche nella figura di Davoli, e aveva deciso che tale fosse, perduta e irremissibile per sempre, come appunto Davoli era per sempre rimasto, per sempre inconciliabile e inassimilabile con me, che ero l’incarnazione indefettibile e concreta di altre città, di altre Rome, che lui, ahimè, non aveva potuto riconoscere.
 
Mi pare di vederlo Pierpaolo Pasolini, un seccardino docile come un cagnetto, che coltiva sentimenti grandiosi che tuttavia non riesce a ridurre alla propria ragione. E ne ha così tanta di ragione da non riuscire a venire a capo della propria sciarada. Perché sente così forte e con tanto pathos, e perché in combinazione con la presenza di questi piccoli stronzetti, abbrutiti dalla fame e dal pauperismo? La sua anima enorme, sproporzionata, prigioniera del suo corpicino gracile e gentile, gli brancola dentro come una belva ferita e lui non capisce se darle ragione, e abbandonarsi ai suoi giusti istinti, o metterglisi contro, scatenando una bellicosa schizofrenia. Così decide per la libertà: l’anima violenta e selvaggia sarà liberata nel suo impulso animalesco, e il corpo ne diverrà il bersaglio sacrificale. Ecco perché getta questo corpicino inane nel tritacarne sanguinario dell’umiliazione sessuale, arrovesciandola nella perversione religiosa di immolarlo alla furia lussuriosa dei suoi aguzzini. Un processo di auto-olocausto che trova in Celine o in Simone Weil (proprio per ribaltamento) dei precedenti assoluti (si pensi pure a Lars von Trier e al suo film sugli “angeli”). E i suoi aguzzini infine non saranno altri che questi piccoli tangheri miserabili, dispogliati del falso ideale rousseauniano e ricondotti al bruto codice che gli compete (Il Pelosi, suo assassino al seguito di una bandaccia di balordi analfabeti e cerebro-labili).
 

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