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I DODICI - I - GIUDA ISCARIOTA

Cominciare a scoprire
e soffiare sul fuoco
per  portare fretta alla morte.
 
Tutto ciò che vive dentro è seme.
 
Volumi teneri spianano attentamente
le ombre fluttuanti
e la luce della terza donna
 ferma sul ponte dell'infamia
cerca le prime foglie di maggio.
 
Qui una mano
e il suo calvario
hanno distrutto duecento preghiere nere
e il dio dei sogni
non sa dare che sogni
come l'uomo di Kent.
 
La piccola capanna di vetro
somiglia al mantello
rappreso dal dubbio
e non ha freddo e si scalda
col sale e col denaro.
 
Coi soldi truccati
prende uno scialle d'oriente
e lo mostra fiera
 alle sue compagne vicine
con la ricchezza delle voci scontate.
 
Rotolare e cadere…
rotolare e salire…
rotolare e perdere...
 
Anche una notte amata
ridotta a sola carne e odiata
è follia conquistata.
 
Anche una follia amara
irriconoscibile nel canto e nella storia
che ama ripetersi
è donna.
 
Piange l'anima irrimediabilmente
e intorno ridono i fiori.
Sente la fretta del tempo
e l'incosciente maturità dei frutti
si rivolta nel ferro donato
e non sa che giocare.
 
Dire no è poco
e niente.
Dire niente
è semplicemente la via giusta
e il modo di dormire protetto.
 
Anche il dio degli Egizi
si perdeva sulle colonne
e sulle labbra dei sacerdoti.
Tutmosi rivelava segreti contorti
ed era intento a scavare
Iside era la luna.
 
Di là del mondo di vetro e di cemento
continue voci soffocate scommettono
e la forza di un bimbo incatena universi.
 
Di qua una vita scontata
una mano che apparecchia il solito rito
un piatto vuoto al domani.
 
E' LA SOLITA PAURA DEL VERME
 
 

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