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In metrò (prima parte)

1.
 
   A Milano, quando la mattina arrivi sulla banchina del metrò per aspettare il treno, non puoi non pensare al sesso.
   Anche se fino a quel momento sei stato preso da altri diversissimi pensieri, anche se sei angosciato o incazzato per uno dei mille problemi che tormentano la tua vita, anche se sei mezzo addormentato, stralunato, assente, non puoi non pensare al sesso.
   E per forza: quando arrivi sulla banchina e ti avvii verso la parte finale (perché, si sa, nei primi vagoni si trovano sempre più posti a sedere), incroci almeno quattro donne in qualche modo “arrapanti”, una diversa dall'altra, tipo:
- una  biondina diciottenne  con  il  giubbotto-piumino  stretto alla vita, lo sguardo da stronzetta e la postura automaticamente sensuale come è normale che sia a diciott'anni...
- una brasiliana sui trentacinque, tirata da modella e con la pelle color caffelatte, che ti evoca immediatamente  sterminati  panorami   esotici   pieni  di sesso puro alla carnevale di Rio...
- una venticinquenne, mora e chiaramente di origine meridionale,  non  bellissima, ma proprio  per  quello  spinta a provocare i maschi con look pesanti, quasi volgari, tipo tacco otto, mini a metà  coscia  e camicetta slacciata fino al quarto bottone anche in inverno...
- una signora cinquantenne, donna manager, con cappotto  grigio attillato e lungo alla caviglia, tailleur firmato nero gessato e foulard di Hermès azzurro, che separa anche cromaticamente il cappotto dal tailleur.
   E quindi ecco: una, due, tre e quattro... Appena sveglio, sei spinto, trascinato, quasi costretto a ripensare alle donne, al sesso, all'eros...
   E attenzione! Non è che incontri sempre le stesse quattro "fighe", o le stesse quattro tipologie di "figa". No, ogni giorno, per uno strano gioco del caso o solo per un banale incastro di orari, ne incontri quattro  diverse, e ogni giorno quattro tipologie diverse... Per cui non ti puoi davvero riposare un attimo da quell'invadente, ossessionante pensiero.

   Comunque... Fu in una di quelle camminate sulla banchina del metrò che, passando in rassegna le quattro o cinque "fighe" presenti quel giorno, intravidi lei, la protagonista della mia avventura.
   Era al terzo posto. Veniva dopo una nera africana statuaria, che se te la immagini a letto pensi che ti disintegrerà con tutta la carica erotica che emana; dopo una studentessa stile centro sociale con tre piercing e capelli blu scuro, che emana un eros hard, incazzato e feroce; e prima di una venticinquenne borghesetta, tipo impiegatina di una prestigiosa azienda della moda, con l'aria perbenino e il modo di fare sdegnoso di chi non ti vede neanche se le stai di fronte.  
   Ecco, al terzo posto quel giorno c'era lei.
   Aveva un'aria strana, indefinibile: un po’ da  intellettualina-artistoide con lo sguardo secco e spavaldo di chi si sente di una categoria superiore e un po' da strafighetta che non disdegna il farsi puntare dagli uomini, mentre, appunto, aspetta il treno in metrò o cammina per la strada.
    Era vestita in modo carino ma semplice: una giacca a vento bianca, abbastanza elegante, attillata e lunga al ginocchio, un vestitino di lana grigio scuro tre dita sopra il ginocchio, calze fumées e scarpe nere con un piccolo tacco. Capelli castano scuri, un po' mossi e lunghi appena alle spalle, età tra i venticinque e i trentacinque anni, poco rossetto e poco trucco sugli occhi...
   M'incantai a guardarla e, quasi automaticamente, mi fermai alla sua altezza ed entrai nello stesso vagone.
   Quando fummo dentro, continuai ogni tanto ad osservarla, badando bene che il fatto non si notasse troppo. Lei teneva gli occhi  fissi sul finestrino e solo una volta si girò di sfuggita verso di me, con uno sguardo che sembrava dire: "guarda, guarda pure... l'ho capito sai che mi stai esaminando..."
   Quando scese, due stazioni prima della mia, la seguii con lo sguardo mentre  usciva e notai il suo modo di camminare: elegante, flessuoso, sensuale ma nello stesso tempo discreto... Cazzo!

   La mattina dopo entravo più tardi al lavoro, per cui non la rividi, e non la rividi neanche nei giorni immediatamente seguenti. Il lunedì successivo però, con mia gradita sorpresa, la ritrovai su quella banchina e subito mi persi di nuovo ad osservarla.
   Quel giorno aveva una mantella grigia sopra una gonna rosso scura, scarpe a tacco medio pure sul rosso scuro e capelli vaporosi, probabilmente appena lavati... Bella, ma in un modo completamente diverso dalla volta precedente...
   Vedendola, provai come un senso di sollievo. Mi piaceva poterla di nuovo ammirare, squadrare, esaminare... E lo feci, entrando nello stesso vagone, seppure all'estremo opposto rispetto a lei.  
   Potevo guardarla comunque, ed ogni tanto la guardai. Mi sembrò che anche stavolta lei capisse benissimo che la stavo osservando, e mi sembrò anche che non fosse per niente infastidita da quel fatto. Di tanto in tanto scuoteva i capelli, poi li riaccomodava con la mano destra; ed io interpretai quei gesti come se volessero dire: "...vedi che bei capelli che ho e che postura sciolta assumo quando li scuoto?"  
   Continuai a guardarla mentre usciva e mi sembrò che lei, prima di sparire dalla mia vista, mi lanciasse un rapido sguardo di connessione, come per dire: "si ho visto, ho visto che mi punti..."
   Da quel giorno la incrociai solo ogni tanto, ma mi resi conto che per vederla di sicuro dovevo entrare in metrò tra le otto e le otto e mezza, per cui, quando volevo incrociarla e i miei orari di lavoro me lo permettevano, sapevo come fare.
   Tutte    le   volte    che    la    incrociavo,    ripetevo    quella       cerimonia 
dell' "osservazione", e un giorno, inaspettatamente, ebbi anche il primo piccolo batticuore, perché lei, per caso, capitò proprio accanto a me davanti allo sportello dell'uscita…

 
2.
 
   Arrivò maggio, e insieme alla primavera arrivò un caldo fuori stagione, che spinse tutti a vestirsi in maniera quasi estiva. Per cui, quando la "rincontrai", potei gustarla in versione paraestiva, appunto.
   Aveva una giacchetta di pelle marrone sopra un vestitino a quadri marroni e beige su fondo grigio, attillato e corto appena sopra il ginocchio, calze trasparenti e scarpe marroni con un piccolo tacco. I suoi capelli erano allungati ormai e le toccavano abbondantemente le spalle.
   Quel giorno, non so bene per quale motivo, il metrò era strapieno. Era uno di quei giorni in cui si sta pigiati come sardine e lei, nel momento in cui tutti cercavano di trovare un buco in cui infilarsi per riuscire a non restar fuori, capitò proprio davanti a me. Quando fummo dentro, dunque, lei era appiccicata al mio corpo e impossibilitata a staccarsi a causa del totale affollamento.
   Diventai addirittura rosso in quel momento. Sentii addosso il calore del suo corpo e mancò poco che mi eccitassi... Ad un certo punto, a causa della frenata del treno, mi sobbalzò addosso urtandomi, per cui si voltò verso di me e mi sorrise, come per dire: "scusi, non è colpa mia..." Io le sorrisi a mia volta e subito dopo lasciai andare il mio corpo sul suo, senza più essere teso e barricato dall'imbarazzo... Allora sentii più del suo calore, arrivai a sentire la sua pulsazione, il suo ritmo... Solo per un attimo però, perché lei era già arrivata alla sua fermata e facendosi spazio a fatica si era staccata da me ed era uscita di scatto.

   Il giorno dopo, spinto dall'emozione che mi aveva dato quell'incontro casuale di corpi, feci di tutto per rincontrarla e ci riuscii. Entrammo ancora nello stesso vagone: lei dalla parte inferiore e io da quella superiore. Mi misi a sedere all'altezza della mia entrata e lei, non trovando posto dalla parte opposta, s'incamminò verso la mia panchina e si mise a sedere nell'unico posto libero: quello accanto a me...
   Cazzo! Cominciò a battermi forte il cuore e anche stavolta il mio viso si arrossò leggermente. Comunque, realisticamente, mi dissi che era un puro caso: quello era l'unico posto libero della carrozza, e lei solo per quello si era seduta lì.
   Il suo sguardo neutro e l'asetticità del suo atteggiamento confermarono in pieno la mia ipotesi minimalista. Ma sentendo la sua gamba a pochissimi centimetri dalla mia, non resistetti dal fare i classici movimenti impercettibili che a poco a poco annullano quei centimetri di distanza e ti fanno arrivare a sfiorare la coscia di chi ti sta vicino. Aveva anche quel giorno un vestitino leggero sotto a una giacchetta di cotone, e la sua coscia mi sembrò caldissima, e pulsante, e mi sembrò che anche lei la spingesse verso la mia, appena, con nonchalance... Finché, subito prima che lei si alzasse e scendesse, mi sembrò che le nostre gambe si stringessero, come in un abbraccio appassionato.
   Sperai che lei, prima di uscire, mi guardasse e suggellasse con uno sguardo d'intesa quel nostro esserci sfiorati. Ma lei non lo fece; uscì indifferente e s'incamminò tranquilla e decisa senza voltarsi, neanche di straforo...
   Rimasi male e censurai i pensieri che dentro di me cominciavano a cercare di convincermi che anche lei era dentro a quel gioco. Decisi che era tutto frutto della mia suggestione, e che lei neanche aveva notato che io ero lo stesso degli sguardi e dello stare appiccicati nel vagone affollato.

   Ma due giorni dopo, quando lei, vestita con un abito rosso fuoco attillato e scollato sotto a una sciarpa-pareo grigio-chiara, si piazzò accanto a me, alla mia destra, nella classica posizione da metrò: in piedi e con la mano sinistra attaccata al passamano in alto, non potei non ripensare alla mia ipotesi sul suo essere come me dentro a quel gioco...  
   Quando sentii poi che lei, lasciandosi trasportare dagli sballottamenti del treno, continuava a strusciarsi su di me, non riuscii a resistere. E siccome il vagone si era ormai affollato a livello di "pigia pigia" e il mio movimento poteva passare del tutto inosservato, decisi di osare. Col cuore in gola per l'emozione lasciai scorrere la mia mano destra sul suo culo, in  modo che lo sfiorasse appena con il dorso, e poi, quando sentii che lei non solo non lo scostava ma lo spingeva impercettibilmente verso di me, girai la mano e gliela piazzai lì sopra, aperta, spalancata... Poi cominciai a palpeggiarlo e ad accarezzarlo, quel culo, lievemente, educatamente diciamo...
    Lei non si mosse di un millimetro, anzi, lo spinse ancor di più contro la  mia mano ed io mi lasciai andare del tutto a quel gesto così forte e rischioso, continuando intanto a guardare, con la coda dell’occhio, il suo viso che restava quasi totalmente neutro e indifferente.
   E mentre sono in trance, ancora incredulo riguardo a quello che sta succedendo, arriva la sua fermata; lei si stacca verso destra ed esce sulla banchina. Cerco disperatamente un suo sguardo allora, e sono sicuro che stavolta me lo concederà. Ma invece si tuffa in mezzo alla folla ed io neanche riesco più a distinguerla, mentre sento il cuore che mi batte ancora a mille dopo quel gesto irreversibile, che non so ancora come ho avuto il coraggio di fare.
 
continua...

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