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Titolo obbligatorio

La presi anche quell'inizio di settembre.
Nel tragitto dalle Poste di Forli a Rimini, in mezzo ad una fila intermedia notai una signora che mi parve accostarsi precocemente al modello ipotizzato.
A metà del viaggio : Pensai “ Ci sta”.
La corriera man mano, iniziava a popolarsi. Strinsi il soprabito tra le dita e le chiesi permesso. Le chiesi di spostarsi ancora un poco. Scelse verso il finestrino.
I fianchi si sarebbero congiunti, pensai. Si spostò.
Ogni tanto mi guardava in silenzio e taceva. Con le mani sotto il soprabito, arrivai alle sue ginocchia, e alla fine del viaggio, alle labbra del suo inguine senza che si scostasse ulteriormente. Assaporai il “molliccio”, il “sudaticcio” della femmina.
Era sposata di certo, anche se non portava la fede al dito, sofferente nel viso, di occhiaie profonde.
 
In qualche cinema una domenica pomeriggio, o sotto casa, un qualche luogo dove avrei avuto modo di riprovarci. Con lei o un'altra, non importava.
 
Dei vari toccamenti successigli nei cinema ne parlava, già a quindici anni, mio fratello.
Anche di donne sposate insospettabili ai miei occhi e di soprabiti. Del buio.
Del diverso modo di convergere o divergere le ginocchia.
Del Dna o Rna delle stelle.
 
Me ne ricordai.
 
 
Si partiva, si andava all’estero
“Romanze senza parole”
 
Non è sempre vero, anzi…
 
Una sera sul lungomare.
Avevo imbroccato una torinese.
La sera dopo ella uscì con un’amica. Fui costretto anch’io a chiamare rinforzo.
 
Il primo a mostrare che era tutto il contrario di ciò che pensavo fu mio cugino, muratore, figlio di emigrante ed emigrante egli stesso.
 
Seppi in seguito che tutti gli amici lo avrebbero chiamato” il Tunisino”, per i capelli crespi, gli zigomi affilati, ed il naso adunco.
 
I capitolo
 
Eleonora e Kristel
le tedesche.
 
Le avevo incontrate allo OO7 di Rivazzurra.
Elonora era la sorella bionda, più grande: una vetitreenne, la sorellina, Kristell, una morettina, molto elegante, di diciotto.
Io diciannove. Luciano circa di anni trenta, con un naso enorme, una risata scioccante..
 
Eleonora si esibì in un ballo in cui sulla pista, la sottana le risalì fino alle mutandine, bianche, lasciandoci di stucco a guardarla. Dalla seconda sera l’Eleonora si accompagnò insieme al mio amico Luciano. Egli era il solo a possedere l'auto fra di noi: una Giardinetta con i fianchi di legno che, prima di sera, egli aveva cura di ripulire accuratamente dai rifiuti: quella da macellaio, ricordo precisamente.
Uscivo con Kristell. Luciano con Eleonora. Riuscimmo solo a baciarle, portandole fuori per una settimana intera nei vari locali.
Successivamente le sorelle si parlarono. Elonora uscì dall'albergo per annunciarci che Kristell non era ben disposta. Il mio amico le piaceva, ma non abbastanza, pure se simpatico.
Ero l'unico a parlare la sua lingua, avendolo studiato a scuola.
Mi appartai con lei.
“ Eleonora, posso parlarti?”
“kristell è molto bella, elegante, ma a me piaci moltissimo tu. Hai una bocca stupenda e degli occhi così blu. Scusami.”
“ Manda via Luciano, aspettami. Lei rispose. E risalì in camera.
Mandai via Luciano. Prima che se ne andasse, gli chiesi in prestito l'auto. Ero neopatentato.
In realtà, affamato com’ero, a me piacevano molto tutte e due.
Con quella portai Eleonora al motel Fabbri dietro l'aeroporto.
Entrai con lei in camera. Aveva le sue cose. Lo compresi dall'assorbente. La scopai fino al mattino come un forsennato.
Ci entrai altre quattro o cinque sere in quel motel. Ricordo che per pulirmi ella mi impugnava il pene e, per non rimanere incinta, dolcemente mi sciaquava al lavandino.
Uscivamo che albeggiava. Non ero dolce; me lo disse, anzi era offesa dal mio atteggiamento strafottente, ma era molto attratta.
Il giorno seguente partiva. “Sono di Monaco, divorziata. Sono un uffiale della Polizia.
Mi piaci molto. Non mi piacciono le cose strane. Vieni da me, stai una settimana, vediamo.”
 
Le accompagnai in Stazione, da dove sarebbero partite in treno prendendo quello per Monaco.
Ci scrivemmo per un mese.
 
 
 
 
 
 
Le Danesi
 
Erano di Kobenhavn, così lo pronunciavano, dolcemente e correttamente.
Madre e figlia.
Le portavo fuori insieme, dall'Hoten Jumbo, di Rivazzurra., dove facevo il portiere notturno e le avevo conosciute al tavolo, servendole.
La figlia era sedicenne-diciassettenne. La madre forse aveva diciotto anni in più. Forse.
Ero andato a fare il portiere notturno perché il Dopolavoro Ferroviario, gestore del precedente albergo, mi aveva cacciato.
Il vecchio tuttofare, dopo una spiata dell'impiegata, mi aveva sorpreso a letto con una milanesina..
Licenziato in tronco. Ero stato assunto come direttore in quell'albergo. Ciò che in effetti facevo, come funzione, era a mezzogiorno e la sera prima di cena entrare ed uscire dalla ghiacciaia a prendere e portare al tavolo vini e bibite.
Rischio pleurite, a diciotto anni. Mi davano un poco di più degli altri ragazzi.
Poi null'altro.
Madre e figlia al Jumbo, il pomeriggio venivano in spiaggia con me e sedevano nei loro lettini. Io sulla sabbia, su un asciugamano prestatomi dal bagnino.
Con la figlia ci strusciavamo e baciavamo tutto il pomeriggio. Si faceva l'amore in mare tra le onde. Sotto lo sguardo attento della madre e dello stesso bagnino.
Erano due gigantesse e la figlia era molto presa.
Prima di partire mi volle invitare nella sua città.
La genitrice, alta poco più di lei, insisteva.
Sederi e cosce molto elastici.
Ne approfittavamo per nasconderci agli occhi di bagnanti e dei turisti.
La madre dal lettino sorrideva, benevolmente predisposta, attenta a non mostrare troppo il seno.
Ricordo il modo tenero in cui  la figlia, essendo più alta di me, del maschio, appoggiava sulla mia spalla il viso, sbacciucchiandolo, poi finalmente, fattasi coraggio, confessò la sua passione.
“ Tu vieni, promettimelo! Prima di inziare a studiare rimango tutto il giorno con te. Kiss me now koney, poi c'è sempre la vecchia...mia madre, Vai per negozi... con lei.”
 
 

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