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Gustein

Così, non stanco la mia vita e
steso lì come un pascià, senza
tanti sospiri, tra nematodi, funghi
afidi, gasteropodi e limacce
sottoterra dialogo con Dio, come
tanto tempo fa bisticciavo con il dio
del fiume:
- ti ho detto che se dalla fettina
di vitello tra due giorni non fai
venir fuori i bigattini bianchi la tinca
non abbocca.
Allora inutile che l'abbia
fregata alla mia mamma!
 
Erano altri tempi, certo. Nei fiumi
addirittura si nuotava. Stanchi
di attendere le tinche, al tramonto
si gettavano i vimini alle rive
sabbiose della cava e si sperava
in un incontro a muso duro all'imbocco
di qualche masso cavo caduto con la frana.
Anche se i miei compagni di ventura
o sventura mi apostrofavano a volte con
“marocchino” a volte con “semintesta a pera”
ed io loro con “testa a mela”
pure se si veniva da luoghi distanti
un centinaio o due di chilometri
se qualcuno ti chiedeva un bigattino
non glielo rifiutavi. Io, ad esempio, avevo
i bianchi; quelli per le carpe, (i lombrichi della porcilaia)
se li teneva stretti Gustein, che andava sempre scalzo.
 
Non come ieri sera che, con la caviglia ancora
matta mi son seduto un attimo su di una panchina
in legno nei giardini, offrendo le ginocchia
ai tiri di alcuni ragazzini che parevano averle
prese di mira.
Che, quando ho esclamato “ ecché cazzo”
non capendo, hanno inviato, di ritorno
una testata al pallone alla maniera di Zidane.
Una cosa tipo, immagino, ai suoi tempi
Bergoglio sui campetti al seminario.
 

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