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Mein Kam+fè

 
Questa opera non può esere riprodotta né digitalizzata, parzialmente o totalmente, per salvare e conservarne i diritti
d'autore.
Gabriele Menghi
Introduzione
ed orogenesi
Non so dove sono nato.
Mia madre era certamente con me.
 
I primi ricordi non confusi sono che dermivo nel letto grande al primo piano, una soffitta in legno cui si accedeva in modo ripido; insieme a lei, a mio fratello Maurizio, di tre quasi anni più grande; che il mio capo, la notte, era tempestato da incubi.
Sognavo di continuare a cadere continuamente. Sotto di me incontravo solo cose rotonde, terrificanti: delle specie di satelliti o piccoli pianeti e mi spaventavo.
Mio padre, un gigante di 1,90 con i capelli biondo grigi, lisci, gli occhi ugualmente grigi, era tornato casa.
Quella casetta, sulle Fosse, di fianco al palazzo comunale sulla piazza, era il luogo dove avevo i miei incubi.
Sulla finestra egli aveva appeso un grillo in una gabbietta.
Affacciandomi ascoltavo suonare un mendicante fisarmonicista cieco, seduto sui gradini della calinata dei portici, “ E Zighin.
In cucina mangiavo le pappe di riso di mia madre con, seduto sui piedi a riscaldarmeli, un enorme gatto nero. L'unico che mi facesse veramente festa insieme al fisarmonicista.
 
Allora non c'erano auto sulle strade di paese.
Le prime volte che riuscii ad uscire, mangiavo, raccogliendoli per le strade, i lupini o le bucce dei lupini, facendone delle scorpacciate.
Ero tenuto per mano da Maurizio, che mi strattonava continuamente, lamentandosi.
Poi ci fu un giorno in cui partimmo da questo asilo dorato. Fatto di crine, lane e materassi spioventi sulle Fosse.
Un camioncino americano in cui erano stati addossati “materassi e reti”.
Mia madre volle fermarsi in un vicolo, davanti alle suore. Le riempirono, piangendo, le mani di biscotti al cioccolato.
Nel pomeriggio tardi arrivammo a destinazione. Un cancello di ferro aperto di fonte a me, un cortile, ed un viale.
In fondo al viale mio padre che si sbracciava.
Presi la corsa e mi lanciai.
Arrivai fino al gradino, ad abbracciarlo, e caddi.
Iniziai a piangere.
 
Galeata, così si chiamava quel luogo, è stato un muro del pianto.
Finchè non partii da quel luogo, dai tre anni di seguito fino ai 17, vi sono stato chiamato per cognome.
Il motivo dipende dal fatto che mio padre, prima che nascessi, era stato fatto “prigioniero” e consegnato dai partigiani del suo paese agli americani; da questi esiliato su di un'isola, mi pare di Santo Stefano.
Quasi per punizione, ora gli era stato affidato il compito di custode del piccolissimo carcere mantamentale.
A Galeata erano tutti partigiani eccettuato Nino, il barbiere e il medico condotto, ed io venivo chiamato per cognome, come mio padre, sia all'asilo dove mi sputavano nella minestra in brodo e prendevo botte dai più grandi, sia per strada che a fare i bagni al fiume o a giocare a palla.
Mia madre, per consolarmi, mi prtava la sera, alla Fontava Nuova, a bere la nagnesia Brioschi sotto la fonte.
In quei brevi tragitti si lamentava di mio padre, che nel trattempo, da magro com'era, si stava ingrassando.
Da luglio alla fine di agosto, mio padre ci mandava da sua suocera Maria, che nel frattempo era passata a gestire l'Hothel Europa all'inizio di viale Bengasi.
Mia madre, aiutava in cucina, cui si accedeva scendendo qualche gradino, insieme alla sorella Emilia e alla cognata Gemmna. Al mattino, fatte le colazioni per i “tedeschi” le 4 donne si trasferivano a far loro le camere.
A volte, raramente veniva a trovarci mio padre.
Al mare egli pareva più magro, probabilmente per l'altezza ed era certamte un bell'uomo.
Sta il fatto, che una di quelle turiste lo prese in simpatia.
Forse, in uno dei corridoi che portavano alle camere, i due ebbero a dirsi qualcosa.
La Cesira, mia madre, in cucina ne ne parlò alle altre donne ed io ebbi modo di ascoltare le sue lamentele. Lo dissi in genuamente, avevo sette anni, e fui aspramente rinfacciato e ribattuto.
L'unico che mi faceva attraversare la strada portandomi alla spiaggia era il nonno Anselmo, il quale con una scatola da scarpe, m'aveva costruitito un carretto per i giochi e mi ci portava per qualche ora.
Da quel giorno inseguii l'inferno, conoscendo la gelosia.
Avevo tredici anni compiuti quando, per la prima volta, partecipai ad un campeggio estivo organizzato da don Giulio a Spinello.
Ad ottobre egli mi prese da parte per leggermi qualcosa.
Anzi, non me l'avrebbe detto, né letto; avrebbe messo la cosa a tacere da solo.
Riguardava mia mdre ed un giovane carcerato suo compaesano che era stato nel carcere mandamentale per alcuni mesi.
Era sorta una simpatia.
Egli le dava un appuntamento in un albergo a Forli, dove io andavo a scuola.
Non credo che mia madre ci fosse mai andata, ma io i due li avevo visti simpatizzare.
Mia madre non era più, innamorata di mio padre, anche se rimase sempre con lui.
A diciotto anni, dopo essere stato ospitato due volte, a sedici e diciassette, dalla nonna materna, mio padre, messo a riposo definitivo, si trasferì da Galeata a Rimini.
A Rimini ci andai con la Sita, la corriera che si prendeva ogni mattina davanti al bar per la scuola e su cui con mie compagne, eravamo abituati a strusciarci pesantemente sotto cappotti ed impermeabili o maglioni.
La presi anche quell'inizio di settembre.
Nel tragitto dalle Poste, Forli Rimini, trovai una giovane signora che mi parve accostarsi precocemente al modello.
A metà del viaggio iniziai congiungendo le ginocchia.
“ Ci stava”.
La Sita, man mano, iniziava a spopolarsi.
Troppo caldo! Con le mani, arrivai alle coscie, e alla fine del viaggio, alle labbra del suo inguine senza che si scostasse troppo dall' archetipo. Assaporai il “molliccio”, il “sudaticcio” della femmina.
Era stato un viaggio abbastanza “promettente”. Era sposata di certo, per la fede che portava al dito, sofferente nel viso, e in qualche cinema, ad esempio, all'Italia di Rimini, una domenica pomeriggio, avrei avuto modo di riprovarci , con lei o con un'altra simile.
Dei vari toccamenti successi nei cinema ne parlava, a quindici anni, mio fratello Maurizio.
 
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Si partiva, si andava all'estero.
 
Il primo a parlarne fu mio cugino Sauro, muratore figlio di emigrante ed emigrante egli stesso. Il figlio della Gemma.
Lo chiamavano” il Tunisino”, per i capelli crespi, gli zigomi affilati, ed il naso adunco.
 
I capitolo
 
Eleonora e Kristel
le tedesche.
 
Le avevo incontrate allo OO7 di Rivazzurra.
Elonora era la sorella bionda, una vetitreenne, la sorellina, Kristell, di diciotto.
 
Eleonora si esibì in un ballo in cui sulla pista la sottana larga le risalì fino alle mutandine, bianche, lasciandomi di stucco a guardarla. Dalla seconda sera uscì insieme al mio amico Luciano. Era egli il solo a possedere l'unica auto fra di noi:: una Giardinetta con i fianchi di legno che egli aveva cura di ripulire accuratamente, quella da macellaio, ricordo precisamente.
Riuscimmo solo a baciarle, portandole fuori per una settimana nei vari locali.
 
La successiva settimana le sorelle si parlarono. Elonora uscì dall'albergo per annunciarci che Kristell non era ben disposta, quella sera, né che il mio amico le piaceva, pure se simpatico,.
Ero l'unico a parlare quella lingua avendolo studiato a scuola. Mi appartai un attimo con lei. “ Eleonora, posso dirti una cosa?
“kristell è molto bella, ma a me piaci tu. Scusami.”
“ Manda via Luciano, aspetta. Lei rispose. E risalì in camera.
Mandai via Luciano. Prima che se ne andasse gli chiesi in prestito l'auto.
Con quella portai Eleonora al motel dietro l'aeroporto.
Entrai con lei in camera. Aveva le sue cose. Lo compresi dall'assorbente. Me ne fottei. La scopai come un forsennato
Ci entrai altre quattro o cinque sere in quel motel. Ricordo che per pulirmi mi impugnava il pene e per non rimanere incinta mi sciaquava al lavandino. Uscivamo che albeggiava. Non ero dolce; me lo disse, era offesa dal mio atteggiamento strafottente.
Il giorno seguente partiva. “Sono di Monaco, divorziata. Sono un uffiale della Polizia.Mi piaci molto. Vieni da me, stai sù un mese, vediamo.” Continuai a scoparla come un forsennato.
La accompagnai in Stazione, da dove sarebbe partita ln treno. Ci scrivemmo per tre mesi. Poi smettemmo.
 
 
 
 
 
 
Le Danesi
 
Erano di Kobenhavn, così lo pronunciavano, dolcemente e correttamente.
Madre e figlia.
Le portavo fuori insieme, dall'Hoten Jumbo, di Rivazzurra., dove facevo il portiere notturno e le avevo conosciute al tavolo, servendole.
La figlia era sedicenne-diciassettenne. La madre forse aveva diciotto anni in più. Forse.
Ero andato a fare il portiere notturno perché il Dopolavoro Ferroviario, gestore del precedente albergo, mi aveva cacciato.
Il vecchio tuttofare, dopo una spiata dell'impiegata, mi aveva sorpreso a letto con una milanesina..
Licenziato in tronco. Ero stato assunto come direttore in quell'albergo. Ciò che in effetti facevo, come funzione,era a mezzogiorno e la sera prima di cena entrare ed uscire dalla ghiacciaia a prendere e portare al tavolo vini e bibite.
Rischio pleurite, a diciotto anni. Mi davano un poco di più degli altri ragazzi.
Poi null'altro.
Madre e figlia al Jumbo, il pomeriggio venivano in spiaggia con me e sedevano nei loro lettini.
Con la figlia ci strusciavamo e baciavamo tutto il pomeriggio. Si faceva l'amore in mare tra le onde. Sotto lo sguardo attento della madre.
Erano due gigantesse e la figlia era molto presa.
Prima di partire mi volle invitare nella sua città.
La genitrice, alta poco più di lei, insisteva.
Ne approfittavamo per nasconderci agli occhi di bagnanti e dei turisti.
La madre dal lettino sorrideva, benevola.
Ricordo il modo tenero in cui, essendo più alta di me, del maschio, appoggiava sulla mia spalla il viso, sbacciucchiandolo, poi finalmente, fattasi coraggio, mi confessò la sua passione.
“ Tu vieni, promettimelo! Prima di inziare a studiare rimango tutto il giorno con te. Kiss me now Honey.”
 
Poi, un bel mattino sarebbe uscita, pensai; avrebbe preso a frequentare i propri compagni, a rimanere fuori. Ed Io sarei rimasto a casa, forse una settimana, forse quindici giorni. Dipendeva dal viaggio.
Magari la sera, da solo, stanco del pomeriggio d'amore offertomi o scoglionato dalle assenze, avrei guardato la madre maliziosamente, che mi avrebbe guardato a sua volta per raddolcirmi della scappatella della figlia e proteggerla strizzandomi l'occhio, sorridente come era ora, che ci ascoltava. Così come sorrideva vedendoci uscire dalle onde e proteggerci.
Aveva un bellissimo sedere, atletico e spampanato, mi accorgevo ora, un seno molto pronunciato. Immaginai di farmi sorprendere a farci l'amore. Le avrei liberate entrambe.
Erano libere, donne libere. Danesi come me.
 
Le Francesi
 
Una sera, a Parigi, uscii con Annette e Karole, le francesi.. Sui “bataux mousses” In braccio, l'una e l'altra. Di qua e di là. Un bacio in gola all'una e uno all'altra. Poi Annette, che aveva pagato la cena a Montmatre, si stancò e lasciò che mi portasse a letto Karole. Occhio femminile. Ma ognuna ne aveva voglia, e tanta.
Con Karole andai a letto una settimana e più, però. Tanto, stava via il suo fidanzato che nel frattempo aveva raggiunto i genitori dalla Sorbona.
Carinissima Karole. Per sedurmi nell'auto della sorella, sul sedile posteriore si era slacciata la camicetta sui seni fino ad apparire BERAVIGLIOSAMENTE, un'entreneuse. Tutto senza darlo a vedere.
Bellissima camicetta. Due bozze incredibili, bianchissime, semolate fino alle punte dei
i capezzoli. Ero incantato.
Più di Annette. Molto di più.
La sorella, Francoise, sorrideva guardandoci dal retrovisore. Era accompagnata al mio amico. Le avevamo trovate all'Embassy.Arrivammo davanti alla pensione, un albergo occupato esclusivamente da maghebini. Scendemmo e salimmo in camera. Prendemmo camere contigue.
A conclusione di ogni trombata le sorelle si bussavano alla parete. Ridevano;erano felici.
Ero partito per Parigi per incontrarle. Su un vagone letto.
 
In verità, all'Embassy, avevo incontrato Janine e Francoise. Janine me l'ero stretta così tanto che le si era sciolto il reggiseno con il quale era venuta a ballare.
Per coprirsi s'era ancor più stretta contro il mio petto.
Così eravamo usciti dal dancing ed andati a sederci su una panchina sul lungomare: baci e pianti.
A Janine piacevo, ma non mi poteva soffrire.
Allora le raccontai la prima frottola; le confessai di essere orfano, di essere cresciuto da solo. Fino a farla piangere.
La sera dopo, la ebbi.
Andammo fino a via Gambalunga, l'affittuario aveva liberato l'immobile; dove trovammo un divano lasciato dal proprietario. Un divano e un armadio a muro. Janine continuò a ripetermi “pas derriere, pas derriere, e le obbedii!”.
La settimana dopo partirono.
Il mese successivo, mi avvisò di seguirle a Parigi, di procurarmi i soldi per il biglietto e il viaggio. Così facemmo, da parte mia con grande sforzo finanziario, da squattrinato, lui laureato. Mi aiutù una donna sposata appena conoscuta..
Alla Gare du Nord, ci venne a prendere Fancoise che avvisò immediatamente che Janine era impossibilitata, essendosi, il proprio fidanzato, trattenuto a Parigi.
Di arrangiarci, cioè.
Francoise quel pomeriggio mi presentò Karole, la sorellina diciassettenne, che trovai tutta infagottata. Che ci portò a visitare la sua cameretta. Il fidanzato era partito ed il letto era ancora sfatto. Entrambe o entrambi, mi fecero una pessima impressione.
Per non rabbuiarci, Francoise il pomeriggio ci portò a visitare la torre Eiffel ed il museo dell'Uomo.
 
La svedese
 
La svedese la incontrai al 13 di Rivazzurra. Quando, nei militari, mi diedero da Udine, il permesso dell'ordinaria.
Era mora, aveva gli occhi azzurri, capelli sciolti, lunghi. Bellissima. Al 13 non ballava cun nessuno.
Seduto come lei, duro come lei, ci guardammo per due ore.
Poi mi alzai e l'andai a prendere. Ero magro come un chiodo per il nervoso. Ci attaccammo, come due sanguisughe. Muti.
Uscimmo e andammo in spiaggia.Lì, la presi per tutta la notte.
Era la più bella che avessi conosciuto.
Le sere successive, la incontravo a Rivazzurra, in un bar di un mio cugino Uscivo con lei, innamorati pazzi. Poi una sera tardi, molto tardi, un cameriere dello stesso bar, mi confessò che il pomeriggio ci era uscito insieme, ed avendo l'auto se l'era portata in auto. A scopare in campagna.
Partii in treno, per Udine il mattino successivo, e fui immediatamente ricoverato all'Opedale militare di Trieste per ilun “riscaldone”. Pareva ci avessi il fuoco.
L'inglese
L'inglese la incontrai in un dancing dove oggi è la Darsena di San Giuliano. Poco più avanti.
Ci andavo da via Gulli, dove abitava mio zio.
Ballando con lei, me la strinsi così tanto da venire ballando.
Uscimmo dal ballo e la portai oltre il posto canale.
Aveva un viso un poco cavallino, da inglese, era molto alta.
Prendemmo il traghetto.
Ricordo che sotto il naviglio guardavamo, sul fondo, le colonie di cavallucci marini.
Dopo il porto canale ci inoltrammo sulla spiaggia di Destra del Porto e ci infilammo tra due file di cabine.
Ci stendemmo tra le due file e ci prendemmo.
Mi sbucciai come una banana. Io cominciai a urlare, lei pure.
Io mi sentivo assassinato, lei urlava di non essere più vergine.
Rifacemmo l'amore più volte, un'ora dopo, contro il muretto di una scuola elementare vicino alla villetta unifamiliare di mio zio, in via Gulli.
Le piaceva così tanto da darmi d'appuntamento per le sere successive e per seguirla a Londra. Non ci andai.
Ci scivemmo per sei mesi.
Mammelle dolci e bellissima bocca, tenera. Ma viso all'nglese.
 
 
Due anni più tardi, conobbi la Carla, la Svizzera.
Si stava “sfidanzando” da un ragazzo di Milano.
Era segretaria dell'avvocato del Comune di Lugano.
Venne comunque in pista.
Riuscii anche ad attaccarmici, nonostante il caldo..
Era con le due sorelle.
Ci stringevamo molto strettamente.
Così facemmo per una settimana. Poi partì e non ci pensai più.
Prima di tornare a Lugano le diedi in telefono di mio padre, l'unico che avevo.
Mi telefonò all'inizio del mese di settembre per dirmi che aveva chiuso definitivamente con il fidanzato. Mi aveva molto pensato.
Stava pensando di prendersi un'ulteriore vacanza a Rimini e mi chiedeva se conoscessi un albergo.
Ne trovai uno sempre a Rivazzurra, quello di un bancario. Due giorni dopo glielo comunicai.
Con il bancario, funzionario della Cassa di Risparmio, stabilii che sarei dato in camera con la Carla ed egli pretese che,trattandosi di una camera singola, l'avrei fatto passata mezzanotte. Inoltre, era una ragazza seria.
Infatti lo era. Era vergine.
Ricordo che una sera, in bicicletta, sul cannone, la portai nel più bel locale sulle colline riminesi (vevo conosciuto Bezzi e Gaspari, i gestori, nello studio dove facevo pratica. Era l'unico locale con piscina e trampolino.
Quella notte, in camera, la Carla mi permise di sverginarla.
Quando partì ci promettemmo. Ci fidanzammo.
Partivo per Lugano ogni mese, con i soldi del tirocinio, pagavo la camera di un garnì di due sorelle in centro e mi ritrovavo con la Carla.
Mi presentò in casa ed io la presentai ai miei.
Studiavo Sociologia ad Urbino e stavo facendo la pratica da esperto contabile a Rimini.
Volli anche dare, nel frattempo, pensandolo facile, l'esame di stato di consulente del lavoro e fui bocciato. Un libro è troppo poco.
Lo comunicai alla Carla, la mia fidanzata, che una settimana prima, a Lugano, mi aveva parlato dei regali di fidanzamento : pelliccia di visone per lei e un orologio Zenith per me. La Carla a questo punto, mi comunicò seccamente che mi lasciava. Non dovevo nemmeno scriverle. Iniziava a fare discorsi strani, quali quelli che le sarebbe piaciuto essere una mosca per conoscere tutti i segreti delle persone.
Stetti male forse un anno, fisicamente intendo: cercavo di uscire con altre, ma ormai tutte volevano sposarsi. Lasciai Sociologia. Poi detti l'esame da esperto contabile., e fui promosso.
Mio padre mi accompagnò a cercarmi, da Babbi, dopo l'Arco, un tavolo di teak, mi presentò al Presidente di una Cooperativa di muratori che divenne il mio primo cliente. Mi regalò una tesère costruita da suo padre morto da giovane di polmonite. Era inorgoglito di duel figlio. Lì, in quello studio trovai un armadio a muro lasciato dal notaio Pizzi e un divano a righe all'entrata, dove ricevevo i clienti e qualche segretaria d'avvocato. Tenevo contabilità di società e buste paga.
Mio padre, con il suo motorino, continuava a seguirmi. Mi parlava dall'inferriata, a voce alta.
 
 
I Cavalieri del Mahdi
 
Chiamati gli Ashishin.
I calalieri del Madhi furono coloro che, durante le crociate iniziarono ad incrontrarsi con i Templari, ( del tempio ), alcuni crociati di parte avversa.
Si riunivano segretamente con essi.
Erano,allora, alchimisti e nobili cavalieri, si dice.
Perseguendo la conoscenza.
In effetti erano seguaci della Umma, nel mondo musulmano, erano cioè, dei sapienti conoscitori nel loro campo, la teologia: persone religiose.
Fra di essi sorse, come tali, quali interpreti dei Libri, del sacro, un grande rispetto.
Nel mondo religioso sono tuttora esistenti e potenti.
Nel mondo islamico ad essi spetta emettere “ le tatwe”, le maledizioni.
L'utima che ricordo, di quelle famose, è quella nel 1981, lanciata ai Versi satanici da un capo iraniano, quindi scita.
 
Pietro d'Amiens o Pietro l'Eremita
 
Molti lo definiscono predicatore povero, o umile.
 Forse perché viaggiava a cavallo di un asino, era vestito di stracci come un mendicante ed aveva molto seguito.
Dalla sua provenienza: il Municipio di Amiens: ponte sulla Somme, all'incirca oggi l'attuale Parigi, egli, quale trascinatore carismatico, predicatore e trascinatore di folle, anticipando le intenzioni di papa Urbano II, il quale, da Clermond, si stava rivolgendo perlopiù ai nobili guerrieri francesi per preparare le crociate armate contro i Saraceni, fu colui che, nel 1095, permise la partenza della cosiddetta I^ Crociata.
Ora, lo ritroviamo qua, tra coloro che erano arrivati in Palestina passando per Costantinopoli pervenendo dai Baltici, sotto le tende dei Cavalieri del Mahdi, nei pressi di Gerusalemme.
Fu questo essenzialente, l'unico luogo di inconto istituito tra le le due religioni, cristiana e musulmana prima e dopo gli eccidi da cui dipendevano e dipesero gli scontri tra questi due mondi antitetici.
 
- Saul ibn Palin Omaef
- Lele Piter
S. Sono un beduino Mia madre e mio padre, di notte, sotto la tenda, come rumori non mi nascondovano nulla. C'era silenzio tombale, in quell'oasi.
L.P. Quindi tu non ti vergogni di nulla. Ascoltavi.
 
 
 
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