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Un sostantivo "evirato"

Mi chiamo Mica, e voglio raccontare la mia storia a coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere. Sono di origini nobili discendendo dal latino “mica, micae” che significa ‘briciola’ (di pane), ‘pizzico’, ‘granello’. All’anagrafe risulto sostantivo ma gli eventi della vita mi hanno ridotto ad avverbio e io, questo, non lo sopporto, quindi, quando mi si presenta l’occasione mi prendo una bella rivincita diventando... scomodo per chi mi usa. Cerco di spiegarmi meglio.
Come ho detto sono nato sostantivo. Un giorno, non ricordo quando con esattezza, alcuni mascalzoni, affossatori della lingua, mi portarono di peso in una località a me sconosciuta (oggi potrebbe essere la Casablanca della lingua) e mi sottoposero a un intervento chirurgico: da quel momento la mia vita fu, e lo è tuttora, un inferno. Da sostantivo, quale orgogliosamente ero, divenni un avverbio improprio e mi costrinsero, mio malgrado, a negare: sono adoperato, infatti, come negazione.
Quante volte, cortesi amici, avete sentito dire, o dite voi stessi, frasi del tipo: “mica scemo l’amico”, usando quest’espressione per mettere in evidenza la “non scemaggine” dell’interlocutore? Bene. Anzi male. Non avete negato un bel nulla: il vostro amico, stando alla lingua, un po’ scemo lo è, quindi si dovrebbe risentire.
Perché? Perché io, Mica, per avere valore di negazione debbo essere preceduto, e lo esigo, dall’altra negazione “non”: da solo non nego un bel niente. L’operazione coatta, quindi, non è servita a nulla; anche se alcuni sedicenti scrittori mi adoperano assoluto, come avverbio di negazione. Poiché molti non sanno, appunto, che senza il “non” non nego nulla mi prendo le mie belle rivincite.
Sentite cosa ho fatto un giorno, e fatene tesoro se non volete che un’avventura simile capiti anche a voi.
Un mio conoscente ricevette una telefonata da un amico lontano. Io, avendo immediatamente intuito le intenzioni del conoscente, detti repentinamente un calcio al “non” cosí, alla fatidica domanda “come stai?”, questi rispose “mica male”. L’interlocutore – un ‘mostro’ in fatto di lingua – si precipitò all’aeroporto e prese il primo aereo in partenza per andare a trovare l’amico che aveva “una briciola” di male. Sí, gentili amici, avevo fatto in modo, facendo scomparire il “non”, che il mio conoscente avesse dato l’impressione di non sentirsi troppo bene: aveva un po’ di male, un “pizzico” di male. Adoperato da solo ridivento, infatti, sostantivo con il significato originario: “granello”, “briciola”, “pizzico”.
Vi ho raccontato questa storiella, amici, perché sono veramente stanco di essere usato a sproposito. Ricordatevi, perciò, che esigo sempre la negazione “non”, in questo modo mi “rifaccio” dell’operazione coatta che ho dovuto subire. Non vi sarete “mica” offesi? Spero di no.
Vi ringrazio dell’attenzione che mi avete prestato e vi lancio un appello: non seguite la moda di certi scrittori che credono di potermi adoperare a loro piacimento. Si sbagliano di grosso; anch’io ho la mia personalità, e l’ho dimostrato. Se voglio, dunque, posso diventare un avverbio oltremodo scomodo. A chi conviene? Grazie ancora e a risentirci.
     
                                                                                                           Il vostro amico
                                                                                                                  Mica
 
 

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