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From her(e) to eternity

 
Il 454 di Santa Monica Boulevard era un pittoresco edificio in stile vittoriano, all’angolo con Cole Avevnue. Un’altissima palma rampicante ombreggiava la deliziosa veranda su cui si affacciava l’ingresso principale; le candide colonne del portico sorreggevano la balconata del primo piano da cui si rovesciavano a terra grappoli spinosi di piccoli fiori bianchi e arancio. Una fila di grandi vetrate artistiche correva da una facciata all’altra e sotto il cornicione di una suggestiva torretta che miss Golightly, la vecchia e arzilla proprietaria, chiamava pomposamente salottino del tè e delle rose.
 
Le grandi finestre rettangolari, che davano sul basso terrazzino ricavato nel tetto spiovente, erano aperte sull’estate della California; agosto era il mese più bello dell’anno, lo dicevano tutti. Jenny era sdraiata nuda sul letto, in una striscia di lenzuola sfatte, le lunghe gambe accavallate e lo sguardo fisso sul cielo. Fumava una sigaretta che teneva nascosta tra le ginocchia e soffiava il fumo sollevando appena appena il mento. Era una ragazza stupenda, giovane e inquieta, dai capelli mossi e biondi raccolti in una treccia, o sciolti sulla schiena, quando usciva con gli amici, e dagli occhi azzurri, grandi e ribelli. Stava pensando a sua sorella, alle avventure vissute insieme, e ai lunghi viali alberati di Beatrice, dove era nata, che si perdevano nel verde smeraldo di Chautauqua Park, proprio di fronte alla pista di pattinaggio e al ponte di assi e tronchi sospeso sul Big Blue River. Era venuta dal Nebraska piena di speranze; aveva sempre sognato di diventare un’attrice, sino da quando era una bambina.
 
Hollywood si era messa un sole che faceva schifo, quella mattina. Lurido. Lei vedeva quella città come una puttana di strada che aspetta una telefonata per sapere se nelle prossime ore avrebbe avuto la possibilità di lavorare e di mangiare. Non le piaceva, c’era qualcosa di indecente che consumava l’anima. Eppure, non si poteva non amarla. Abitava in quella casa da circa sei mesi; un incantevole loft ampio e luminoso, con la muratura a vista e il soffitto a cassettoni. Andava matta per un paio di mobili che aveva scovato per caso in un mercatino a Miracle Mile: il tavolo da pranzo con i piedi di ferro di una vecchia macchina per cucire e le due iconiche sedie di metallo A Tolix rosa confetto.
 
Verso l’una avrebbe dovuto incontrare William Morris, il suo agente, da Pour Vous, l’esclusivo lounge bar in Melrose Avenue, a breve distanza dalla Paramount. Dovette fare presto, aveva giusto il tempo di darsi una sistemata. Si vestì da capo a piedi in un lampo: un tubino di raso nero preso in prestito da Frida, la pittrice messicana con cui divideva l’affitto, sandali di pelle con listini e cristalli, una piccola tracolla trapuntata, occhiali scuri e un filo di trucco. Jenny salutò Frida con un sorriso; stava disegnando fantastiche seppie giganti sul pannello di legno che nascondeva la vasca e la doccia. Lei rispose con un ciao, arrivederci e uno schizzo di giallo limone che si sgocciolò ben bene sullo specchio della toeletta veneziana. Da lontano sembrava un dipinto di Jackson Pollock.
 
Faceva un caldo maledetto. Di solito, quando veniva l’ora del brunch, si fermava da Wendy’s per uno spuntino veloce: un bicchiere di cremoso yogurt con purea di ciliegie e cereali al cioccolato. Oggi era assolutamente impossibile, aveva fretta, temeva di fare tardi. Alla fine era arrivata con una decina di minuti di anticipo. C’era poca gente, a quell’ora; per ingannare l'attesa ordinò un Margarita e un piatto di gamberi marinati. La musica in sottofondo era piacevole; Bitches Brew, le sembrò di ricordare. Si fece portare un mocaccino e il conto. Una violenta, improvvisa pioggia la colse di sorpresa. Guardò l’orologio appeso sopra il bancone: le lancette segnavano le due meno cinque. Si costrinse a trattenersi ancora un po’. William Morris non si fece vivo. Per tornare, prese il primo taxi che le venne a tiro.
 
Era furibonda e provava un senso di vertigine che non era nausea ma le somigliava molto. Quando entrò nell’appartamento, c’era soltanto una luce accesa. Tolse le scarpe e gettò la borsa. Era di cattivo umore; quasi senza rendersene conto andò in cucina, prese la bottiglia di tequila dal frigo e ne bevve una sorsata a collo. Le andò di traverso e per poco si soffocò. Corse in bagno; aprì il rubinetto del lavabo, strinse le mani a coppa e mandò giù l’acqua. Frida la trovò che rovistava nei suoi cassetti, in lacrime, alla ricerca di un pigiama. Mi dispiace, piccola. Un giorno o l'altro diventerai una grande stella del cinema, le sussurrò all’orecchio con voce piena di dolcezza.
 
Buonanotte, buon riposo, dormi bene, Jenny.
 
 
dédié à toi et moi
 
Thanx to:
Audrey Hepburn & Givenchy
Marylin Monroe
seppie giganti by Nefelia
 
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ComPensAzione as Margarita
Novella as Frida
 

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