La veglia funebre d’un mutaforma | Prosa e racconti | Yuria Mizujima | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

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La veglia funebre d’un mutaforma

 
Al Cristallino cavatappi che s’avvitava strafottente sul soffitto delle stelle, s’offriva in punto di vista frastagliato e sghembo quell’amalgama repulsivo di linfa e di sangue, confusamente accovacciato dall’altra parte del’ ‘traverso, un folcloristico ingranaggio del tempo fatalmente corroso, ricoperto d’edera secca che penzolava tranciata dal collo fino ai piedi, l’inesorabile taciturna cantilena di un rampicante oblio declinato al gelido inverno che gocciolava esangue dal mio corpo.
I primi randagi lampi del sole, sibilando l’oltrepasso delle nuvole ch’esitava spaurito e indolente, m’impallinavano i fianchi scoperti e radenti un pezzo di muro che saliva dritto al bosco dei ciliegi intinto di primordiale rosso; là, addosso la neve sciolta, si rovesciava ancora l’orrido pasto putrescente di formiche al miele, l’ultima eco di sillaba pietrificata, spumoso e brulicante.
Il bianco latte del mio sguardo s’avvolgeva stupefatto al rivoltoso crepuscolo dello spacco martirizzato d’argento, una tonda vetrata aperta nel costato, ‘pena al di sotto lo scintillio decorato d’una collana di perline iridescenti, ormai vedova del fermaglio di luna sfavillante.
Non avere paura, la fine del verso, eppure l’abisso precipitante trascorse un infinito immenso tra le pieghe nascoste della mia pelle vomitata e incandescente, un attimo dimenticato d’orizzonte ribaltato, orribilmente spremuto nel capovolto andirivieni dei miei polsi, inseguenti le mani stese abbarbicate all’universo contrapposto.
L’idea d’andare a sperticare gli spasmi discontinui della dorsale in desolante variazione, ferocemente vincitrice m’aveva soggiogata e strisciavo piano il lungo marciapiede infastidito dall’eccitazione di quello specchio opposto al viso per carità illeso, ch’era tutto ciò che rimaneva dello spiraglio immobile, granellato dalla nebbia sabbiosa d’una veglia funebre.
Rasa al suolo dallo sparpaglio accelerato di molecola, rallentavo il di tanto in tanto e m’arrestavo, all’intorno risparmiato d’una traccia di bambina, intatto.
 
Disancorata,
oltre la foce divaricata
in acque risorte e sollevate,
ormai cristallizzata,
mi colorai di porpora poltiglia,
il grembo muto ripiegato.
 
 

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