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Nolite te bastardes carborundorum

 
In quel pomeriggio che dissipò tutt’a un tratto, calando il piano d’osceno rimpianto per quelle spoglie dolci ore disperate, a pochi passi da quella stanza bruciata in segreto da sussurri urlanti, quietamente trasognata fluttuavi in bilico convesso a piedi nudi malandrini s’una bolla d’alcalino sale, granulando il giallo resinato d’una pozzanghera guazzante, le mani ‘filanti la tua seta costellata d’arabescati splendori ciondolanti, i gioielli d’una sposa gloriosa ch’arrossisti d’estatica colpa, ondeggiando all’indietro un peccato originale d’altro salmo rimesso a predicata penitenza, ←
 
allora da lontano lo sciamano decollato apparve,
frusciando ali bianche di colomba messaggera,
l’ipotecata anima vagante dello spino ferroso crocefisso sott’acqua cascata,
in un violento fragore di fulmini, applausi scotenti
 
→ e subito fu tempesta diluviante, tracimante, l’imbrifera dolina straripata in mare aperto, la bruma velenosa strisciata contro, e tu esplodesti il nero inchiostro denso, fucilando all’arma bianca l’immenso cielo prigioniero dei tuoi occhi, tintinnando catenelle chissà come appese a un filo dipanato tutt’intorno a pappagalli e scodelline.
Un fiammante cappio rugginoso t’annodava sanguinario la gola rabbiosa, e ti passavi raffiche ruggenti d’esitazione e dubbi coincidenti, precipitati giù nel crescente dissolto d’un pozzo ardente, una piaga aperta di furia elettrica nel tuo ventre strappato, abbattuto, il numero sbagliato d’un geniale questuante saltimbanco, un mostro deformato, raccapricciante, l’infuso maligno d’incantesimi desolati e gelidi e d’eterei bagliori.
Poi fu giorno, all’alba, l’apoplettica calma iniziale d’una luce improvvisa, e il tempo ricominciò la sua danza stuporosa; tu soprappensiero nell’aldilà smarrito e confuso d’un ghiribizzo apatico, frullasti a sangue l’innocente gozzoviglia doposole abbandonata sulla spiaggia, mentre un altro chiodo in testa d’assassina vera cadeva come un ciocco biondo sul fucile a canne mozze ch’aspettava il colpo. Il piombo divorò lo spazio e fuggì via.
 
Chi se ne fotte, *nolite te bastardes carborundorum, stronzi. 
 
* cit. The Handmaid’s Tale
 
 

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