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Scansia di ricordi

appena poggio le immagini
che hanno ferito o carezzato
i miei occhi stretti nel pensare
nella stipata scansia mnemonica
provo uno smarrimento come
avessi perduto irrimediabilmente
una cosa cara molto importante.
così in questo tempo quasi tutto
consumato lento a sopravvivere
temo non riuscire a rivisitare sogni
o sensazioni che mi parvero degni
di essere conservate custoditi
per un poi che adesso è arrivato
e pare un deserto se non ritrovo
quello che ho passato.

Autodafè

Luna, tu che fuggi via,
tu che il mio strazio ascolti,
urla a Cristo adesso
che riaccenda la tua luce spenta
per favore.
 
Il mio cuore strappato via lentamente
dal profondo di questo taglio
mai più, il mio domani
altre notti vedrà.
I prossimi sentieri per voi
saranno rosso demonio
troverò selvaggi mattini
e tornerò da voi per maledirvi.
Di nero mi si accusa
e di un raggio rubato...
 
Dalle nere bestie sanguinanti
di Cardinali Uffizi, io muoio.
Gettate i vostri cuori
e non piangete
o voi che guardate lo scempio. 
Rispondete piuttosto
con urli di rabbia
che non sian peggio dei miei latrati.
Cosa esigete dai gatti neri?
Che i galli sputin sangue
sulla nera sabbia?
 
Confessioni mie, strappate
supplizi miei ...urlati.
Ma il coro langue e le paure
che strappano le carni
ai cani voi gettate.
 
Travaglio di dolori in questa stanza oscura
di pinza e garrota.
Il fiato che manca allo strazio
non mi uccide ancora
e non svengo a queste catene.
Dolore e fustigazione a ferro e fuoco
e io brucio dentro.
La morte, unica amica,
da Santo Ufficio frustrata
mi cerca.
 
Dal carcere alle torture,
mai bando fu peggior galea.
Pena e morte più che mai voluta
alimenta il rogo del vostro dio.
Processione di giustizianti
che siamo noi dannati.
Il Santo Uffizio erige a noi
l’impalcatura del fio.
Pregate il sermone

Natale (d'annata) a Kabul

corpi fanciulli
in palandrane lunghe
bianchi zucchetti
irrequieti sempre
corrono verso la piana
arida recintata spinata
veloci claudicando
a destra o a manca
o sbracciando una metà.
verso l'atterraggio
dei paracadute colorati
ai pacchi strettamente legati
una pioggia di grandi cartocci
come rutilanti regali natalizi.
ognuno arraffa quello a tiro
senza curarsi di guardare dentro
poi...
il lucido acciaio d'una stampella
il rosa carne di metà gamba sinistra
oppure destra
un moncone o tutto un braccio
o soltanto una mano.
e si scambiano in allegria
scartandoli / i pezzi inanimati
secondo il bisogno.

voglio parole...

voglio parole!
le sto cercando
nella notte,
allungo una mano,
poi,
la seconda,
tocco qualcosa di vivo,
viscido--
è la Solitudine,
la odio,
provo a cacciarla via,
ma lei mi aggredisce,
medico le mie ferite
in un lontano angolo
dell'universo,
mi sto rifugiando
nella Rivolta...
voglio parole!!
il riso scemo
della Disperazione
sta distruggendo il mio udito;
un passo--
una spinta;
sto cadendo,
sento la Speranza leggera
come il fumo,
mi sto agitando,
le lacrime stanno festeggiando
la loro nascita;
sono stritolata,
mi butto nelle braccia
della Follia,
la sua avidità
mi fa paura...
voglio parole!!!
l'Umiltà
sta ridendo isterica,
una vera trionfatrice
davanti
alla mia impotenza,
mi sputa
in mio interiore;
mi fa schifo
tutto,
anche me stessa...
il mio desiderio
mi sta popolando,
mi sta maledendo
la mia debolezza,
mi sta insultando;
bisbiglio piangendo--
voglio parole...

Dimmi

quante volte ti ho veduta
quante volte ti rivedrò ancora
quante volte ho incrociato il tuo sguardo
quante volte ancora, cercherò di incrociarlo
quante volte mi sono perso nei tuoi occhi
quante volte mi ci perderò ancora
quante volte ti ho sognata
quante volte ancora, ti sognerò
quante volte ho sentito il tuo profumo
quante volte lo sentirò ancora
quante volte avrei voluto essere la causa di un tuo lieve sospiro
quante volte ancora, lo vorrò
quante volte ho sofferto per un tuo abbraccio
quante volte mi augurerò di soffrirne ancora
quante volte avrei voluto assaporare i tuoi baci
dimmi quante volte ancora,
prima che io riesca a trovare il coraggio di parlarti
                                                              Stefano Franco Sardi
 
 

congelati

*

siamo seduti
sugli scalini di piazza Cavour

un corrierame di gente
si contorce per le vie del centro

già si è aperta la caccia
a qualcosa d'inutile ma che assomigli

i piccioni sulla fontana della pigna
ci studiano e il Natale ci sbrina i visi

 

*

 

Nuda passione

Nella stanza muta
il tuo sorriso d’amore
squarcia il velo del silenzio.
La luna complice,
dalla finestra, ci spia
quando il tuo seno
è accolto nelle mie mani,
e quando i miei baci
vestono il tuo corpo.
Il letto ci è testimone,
mentre la stanza attende,
che la nostra passione
lasci al silenzio,
il sapore della tua pelle.

Franco

Ma sempre ti amo!

 

Non chiamarmi amico, non chiamarmi amore, ma non chiamarmi neppure nessuno perché ho legame fondato con te sulla vittoria della vita e non sulla scomparsa della memoria avvalendosi della distanza che ci divide. I battiti del mio cuore sono d’ascolto oltre ogni spazio e giungono anche al tuo udito pur se adesso giri le spalle per quel dolore che non ti abbandona! Io lo so, lo comprendo e nel sentirlo con te soffro. Perdonami, dolce fata, per le parole che non so più dire e per quelle che invece dico fuori luogo. Prendi dalla tua mente le visioni che stanno svanendo e fanne baluardo di ciò che è stato perché tu possa essere per sempre a me vicina. Il mistero che un giorno ha consegnato il suo svelare ai nostri sogni, ai nostri desideri, ai nostri corpi, non ha mai lasciato la sua parte migliore nei nostri cuori. L’indifferenza è momento breve di passaggio tra pochi sorrisi e molti strazi. Esalta i sorrisi e conservi l’indifferenza per tutto il resto! Io sono nell’esaltazione dei sorrisi, in quelli in cui ho specchiato la mia emozione di uomo come mai a nessuno è stato concesso prima e non lo chiamo amore per non oppormi al tuo volere, ma è amore, unico, vero ed eterno.  
 

(Tratto dal romanzo "Amanti leggeri")

Senza nome

Stuprata, sventrata,
pattume,
giaci ai piedi di un albero.
Formiche percorrono dita,
ti scavano gli occhi,
tanto è vuoto
il mondo di sotto,
a che serve guardarlo?
Qui Caronte
sdentato nocchiero
non traghetta più anime,
qui v’è terra su terra,
nient’altro,
e il silenzio dei corpi.
 
Scomparsa, finita,
sottratta al respiro,
stai zitta,
ché la lingua corrosa
dai vermi
non conosce alfabeto,
per preghiera
uno squarcio irridente,
il tuo nome dissolto.
 
 
Ma nel sonno
ricrescano ancora
i tuoi lunghi capelli,
avvinghiati tenaci a radici

per essere

per essere
le sue parole
così dolci
e buone
pur non avendo fame
avida
ho mangiato

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