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Roccia mi farei

Con le mie chiacchiere
di solito mi trastullo
mi tengo per mano
e me ne vado camminando,
la testa rotola via
 per campi ebbri di pioggia
poi riposa
e intorno ha il sole
pigro sui pendii.
E a volte roccia mi farei
che sicura se ne sta
e guarda vita e morte
da lontano,
pietra che superba
nulla chiede e nulla vuole.

AUIGURI!

CARISSIMI AUGURI DI BUONE FESTE A TUTTI GLI AMICI DI ROSSO VENEXIANO Antonio Ragone

Notte di Natale 2

In quella notte infinita dove le stelle impolveravano il cielo e la cometa indicava il cammino, non è poi così vero che tutti sarebbero stati più buoni. In un antro malsano dove l’acqua putrida stagnava nel lavandino con i piatti da lavare di un mese, dove appena il giorno prima il curatore fallimentare aveva portato via quel poco che rimaneva, dormiva un bambino appena nato. Sua madre corrosa dall’astinenza sospirava esausta maledicendo il suo uomo che quando aveva capito che non c’era più trippa per gatti se l’era data a gambe. Era rimasto solo un lembo del manifesto attaccato alla parete della gloriosa pellicola musicale Jesus Christ superstar, poco da dire su quella montagna di bottiglie vuote di vodka e birra abbandonate in un angolo. Suonò il campanello e la donna improvvisamente impallidì, poi con grande resistenza si alzò e andò ad aprire. Davanti a se si trovò tre strani individui sembravano scappati da un circo o da una rappresentazione teatrale, avevano dei costumi sfarzosi e le loro facce avevano una strana espressione solenne. La donna proruppe con una risata spasmodica, che nella convulsione si tramutò in un attacco di tosse nervosa. Leggi tutto »

Quasi Natale

 

stellina

Frullano

fiocchi fra fronde

festose, favole e fiabe

fan facce felici, filanti festoni

a finestre e finestroni… finalmente fa freddo!

Fan fumo foglie e frasche, frantumandosi fan frizzi,

 flicorni e flauti flirtan  fiochi …ma fra fredde folate

festeggiamo al fuoco

fra frementi fanfare

che fomentan le fiamme!

Selvaticamente smuovi il vento

Selvaticamente smuovi il vento,
Accogliendo sulle tue labbra
Il fresco gocciolare del tempo
Come, della clessidra, la sabbia.

Ad ogni tuo battito di ciglia
Si aprono nuovi orizzonti
Densi di perla come conchiglia
Che nel tuo petto dolcemente affondi.

Ma è sul tuo bianco collo che vedo
Attorcigliarsi il tuo profumo,
Ed ogni cosa in cui io credo
 
Svanisce come nuvola di fumo.
Così il tuo sguardo mi rapisce
Intanto che l’alba si schiarisce.

Fa freddo ai tesi tattoo del cuore, a gennaio.

Quel che fu cercarci
lo trovammo in quel torrente smanioso
all’epoca del primo intenso gelo
che colse le nostre salive
nell’alveo dell’unica lingua che potemmo a scrosci.
 
Così passava l’acqua delle alborelle
sul collo del greto traendo limi
limpida nei rivoli
inconscia del fango che procurò alle pozze
come un qualsiasi incompreso atto
di gioventù
 
e ci allontanammo a viverne ovunque
con quella voglia che prende i ruminanti
un fieno rapido
che il corpo ha già consumato.

Natale ai davanzali

In ginocchio ad una terra paziente
voci di reliquie illuminate,
focolari di braccia felici,
Natale ai davanzali.
Abeti come torrenti
in festa
e sopra i tetti un'allegria bianca
a giocare un dicembre
che tuona di ghiaccio.
I miei capelli hanno visto.
Hanno visto
comignoli sorridere a passi veloci,
un fanciullo nascere
per secoli,
Natale ai davanzali.

La pigotta di Gianna

La Pigotta di Gianna 

L' aveva trovata in soffitta un giorno che era salita a cercare un album da disegno ed aveva scelto per lei il nome della sua cantante preferita: Laura Pausini.
“E' un compito che mi ha assegnato la maestra, vuole un disegno fatto l'anno scorso“. Disse alla mamma per farsi dare la chiave.
La madre, pur sapendo che era una scusa, andò a prendere la chiave e con mille raccomandazioni la consegnò alla figlia.
Gianna salì le scale d'un fiato, accese la luce e passando davanti al comò della nonna fu presa da una curiosità incontrollabile e cominciò a curiosare nei cassetti.
Nel primo c'erano abiti smessi, lo richiuse ed aprì il secondo, vide un album di fotografie in bianco e nero e si fermò a sfogliarlo, poi notò una cassettina di legno, la aprì e per poco non urlò di gioia alla vista della bambola di pezza che conteneva. Stringendola forte al petto, scese le scale e corse in cucina per mostrarla alla mamma che preoccupata la sgridò: ”E' solo una bambola di stoffa e per di più impolverata, non la puoi tenere, soffri di allergia!” Gianna era una ragazzina obbediente, ma quella volta non ascoltò la madre, mise la bambola in un catino d'acqua, la lavò delicatamente e l’asciugò con la stessa cura che usava sua mamma con la sorellina, quindi la portò ad asciugare in lavanderia scegliendo un posto vicino alla caldaia perché non prendesse freddo.
Da quel giorno Gianna non si separò più da Laura, la portava anche a scuola, in cartella e tra una lezione e l’altra non perdeva occasione per dare una sbirciatina e controllare che tutto fosse a posto.
Coi primi freddi, tanti ragazzi si assentavano per malattia e Gianna spesso cambiava compagna di banco, così un giorno, vicino a lei, si sedette la “curiosa”, l'avevano soprannominata così i ragazzi, ed in classe si diceva che avesse gli occhi anche dietro.
Con la sua curiosità non ci mise molto a scoprire il segreto di Gianna e bisbigliando per non  farsi sentire dalla maestra le disse: “Cosa te ne fai di una pigotta in cartella?” Gianna, pensando che la compagna la stesse scherzando con aria offesa le rispose: “Si chiama Laura, non pigotta la mia bambola!”
La maestra notò il battibecco, richiamò le ragazzine e chiese loro cosa avevano di così importante da raccontarsi. Gianna tacque ed abbassò lo sguardo, ma la “curiosa” non aspettava altro e disse che nella cartella di Gianna c’era una pigotta e che lei conosceva la storia di queste bambole.
All'insegnante venne l’idea di chiedere, come compito, una ricerca sulle Pigotte.

Da lontano

Lontana da te
lontana dalla tua rocca
affacciata su vasti prati erbosi
a guardar case bianche su verdi colline
arcobaleni che sanno di pioggia e di sole
e di te.
Aspetta il mio ritorno
prepara la tua casa ad accogliermi
il tuo tappeto
e il tuo cuore
e saremo ancora noi
coi nostri corpi frementi
noi con l’amore di sempre
e ci ameremo ancora una volta
come una volta.

Il canto dell'usignolo

 
"Si amarono così d'amore vero,
sotto la volta indulgente delle stelle
la dama e il cavaliere,
con dolci sguardi e timidi sorrisi.
Di notte, quando la luna riluceva
e il suo signore cadeva addormentato
la dama si levava lesta
avvolta in un mantello fatto d'oro.
A passi lievi davanti alla finestra e lui alla sua
pronti alla deliziosa veglia,
solo il piacere di guardarsi
senza parola alcuna a rompere il silenzio.
E quando le fu chiesto per chi perdesse il sonno
rispose lei indugiando appena:
"del mondo non conosce la bellezza o sire mio,
colui che non ascolta cantare l'usignolo.
Ecco perché sto qui - sussurrò ferma -
ascolto nella notte la dolcezza".
Ma l'uomo vile conoscendo il vero
fuggì veloce con l'ira per compagna
e ritornò al chiaror dell'alba,
portando l'usignolo senza vita.
Pianse la dama col cuore lacerato
e strinse forte al petto la creatura,
sapendo di aver perso in una sola volta
il canto melodioso e il vero amore."
 

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