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Il chierico vagante

Il Vescovo Arcibaldo chiamò presso di se il più zelante dei correctores: il frate gesuita Bonino di Arcadia, che tanto aveva operato per la chiesa carolingia, conculcando i fedeli di tante diocesi, ad una vita fedele alle regole ecclesiali. Era stato tra i più efficienti propagatori della necessità di – allontanare le donne dalla gestione dei beni e della educazione dei fedeli. Pervicacemente convinto della indispensabilità di una dura legge per una sana vita religiosa e civile. Autore egli stesso di statuti e regole per conventi e clausure, trasferite poi nella vita comune del contado che, materialmente, li mantenevano.

Frate Bonino – insolitamente invitante, cominciò il vescovo quando furono di fronte – saprete che quel tal Luciferro da Pamplona, esecrabile chierico vagante di lunga data, si aggira nella nostra diocesi, ottenendo grande ascolto, nonostante la fedeltà a Nostro Signore della cara, amata popolazione diocesana. Mi si informa abbia quartiere nella chiesa sconsacrata di Torre Alta, dove riceve poveri ignoranti, parlando loro indegnamente di parabole e testi, citati come sacri, che mai ebbero l’imprimatur papale. E quel che più delittuoso, induce a sottovalutare la veridicità della chiesa, in rapporto ai vangeli. Ma, il ribaldo, ci fornisce un appiglio per punirlo. Celebra riti pagani, diabolici, si direbbe, in occasione della morte di chicchessia ed al cui capezzale viene chiamato per assolvere peccati, invece del prete di Nostra Santa Chiesa. Leggi tutto »

La prima volta

La prima volta del respiro
è uscita con un grido
nudo e indifeso all'ignoto
cieco di luce dal buio
caldo del ventre materno.

La prima volta del cibo
ha conosciuto il capezzolo
turgido del latte tiepido
con un firmamento d'affetto
a conciliare col mondo.

La prima volta del pianto
la fame che brontola dentro
la sete del volto materno
per accidente lontano
il pannolino sporcato.

La prima volta del riso
a caro viso lo specchio
risposta a carezza di bacio
gioia d'ottenuto possesso
di cuore amoroso richiamo.

Di queste cose ci han detto
di cui non serbiamo ricordo
che manca solo a pensarlo
ai nuovi venuti guardando
di cui ci prende ogni inizio.

E la vertigine viene d'abisso
dell'ultima volta al pensiero
del rotolarsi all'indietro
dal riso fino al respiro
spento alla luce dal grido.

Il dubbio

Un poco alla volta la mente si snebbiava e come in un film, fotogramma per fotogramma, rivissi il viaggio vacanza-lavoro in Russia che mi ero concesso l’anno prima. Allora la fissai ad occhi spalancati pronto a gridare il suo nome, ma accidenti a quel bavaglio che me lo impediva.
Lei si fece più vicina portandosi con il viso all’altezza del mio, scrutandomi con quegli occhi di ghiaccio, mi sputò in faccia il fumo della sigaretta poi, ridendo, disse: <<Ecco, bravo, hai indovinato!>>   Stizzita si raddrizzò e con il piede prese a pestare il mozzicone che aveva gettato sul pavimento, quindi con un movimento rapido mi prese il collo del maglione e si mise a scuotermi come fossi lo zerbino del benvenuto che si mette davanti all’uscio di casa, sbraitando: << Dov’è, dov’è. Ti decidi a dirmelo!>> E io strabuzzando gl’occhi e mugugnando cercavo di farle capire che fino a che non mi avesse tolto quel maledetto bavaglio non sarei stato in grado di parlare, anche se non capivo ancora di cosa.
Finalmente dopo tanti sforzi pareva averlo compreso perché me lo strappò di bocca e puntandomi un dito lungo, lungo sul petto gridò: << Giusto! Ora ti decidi a rispondere.>>
La guardai dal basso all’alto con un sorriso ebete stampato sulla bocca. << Ciao Olga, come stai?>> << Come sto un corno, ti vuoi decider  una buona volta a dirmi dove lo hai messo?>> << Ma messo chi, cosa, C . O . S . A…>> << Senti tesoruccio, non fare lo gnorri che con me non attacca, se non cominci a dirmelo giuro, giuro che ti faccio un buco in testa, così impari.>>

le rispettive assenze

erano entrati sorridendo. avevano salutato tanta gente. avevano riso, scherzato, preso in giro, saputo e fatto finta di non sapere. poi avevano mangiucchiato, bevuto, ritrovato, conosciuto, confuso, dimenticato. erano euforici. avevano ancora incontrato, abbracciato, baciato, fatto complimenti e ammiccato critiche. poi avevano preso in disparte, rivelato, negato, ammesso, sorvolato. erano esausti. avevano allora preso i cappotti, la faccia di chi deve andare da qualche altra parte, l'aria di aver dato più del dovuto, lo sguardo complice del "lui ha un appuntamento... lei deve passare di là..."ed erano usciti.
tornando a casa, solo il motore della macchina dava segno di meccanismi di vita. se fosse stato per loro, si sarebbero dissolti nelle rispettive assenze.

nevicata in viaggio

Ricorda com'eri bravo.

Ci siamo guardati un giorno
meglio dire forse che sei stato tu
ero altrove in quelle ore.
Non hai visto però l'assenza mia
mi hai trovata là dove ero finita
e  neanche sapevo che mi cercavi.
Non arrabbiarti ora
se ti pare di non trovarmi
dove credi io debba stare.
Ricorda com'eri bravo
a scovarmi quando ero nascosta
anche a me stessa.

La piccola commedia delle ombre.

 
(Tre ombre che non hanno notti
dispongono il loro manto nero sugli occhi del cielo.
Le nuvole non vedono dove
e piove ovunque.)
 
Prima Ombra
- Io fui tale finchè il sole
sguainò i suoi raggi
e uccise il mio cavaliere antico
ma non il suo cavallo.
Vivo galoppando sulle spade
ed ho ferite ai piedi.
 
Seconda Ombra
- Io fui tale finchè la lampadina
degli occhi
mantenne sguardi sui fogli
e mi produsse un abile poeta
perso alla ricerca di una rima.
Vivo descrivendo onde ai mari
ed ho ferite in bocca.
 
Terza Ombra
- Io fui tale finchè un fuoco
divampò nel cuore di un tiglio
innammorato della serpe verde
poi l’alba l’incupì
e il tasso morse la serpe nell’anima.
Vivo di pelle in pelle descrivendo amore

Legai un cavallo ad un raggio di luna

 

Legai un cavallo ad un raggio di luna
ma il cavallo fuggì
solo perchè ebbe paura.

Legai una barca
ad una foglia d'erba
e la barca andò via
ma solo perchè non amava la laguna.

Legai un amore
ad una pozza d'acqua piovana
ed è ancora li
perchè non ha bisogno di nodi
per durare ancora.

Forse perchè

                                           Un'altra poetessa del mio corso : 
Forse perché il tempo
Scorre lento lungo
Le rotaie del destino
Io non distinguo
Il dolore dalla gioia,
ma vado incontro
al mio debole futuro
nell’effimera certezza
che tu ci sei, o amore,
per indicarmi col tuo sguardo
il sentiero lungo il quale
far correre le mie gambe stanche,
per andare là dove potrò
sconfiggere la noia mortale
e risentire insieme a te la gioia,
il dolore, l’amore.
Svegliare la mia amina spenta
e adagiarla fra le tue braccia
e lentamente correre,
senza più cadere,
nella calda tana,
dove l’inverno
non imbiancherà più il giardino
del mio cuore stanco.
 
                      Lucia Giongrandi
 
 

IL PAESE DELLE PAROLE

C’era volta, tanto tempo fa, un paese che si trovava sul cucuzzolo di una montagna lontana lontana.
Il sole appena sorto lo illuminava di una luce brillante accendendo di bagliori tutti i fili d’erba bagnati di rugiada, e la sera al tramonto rifletteva la sua calda luce sui vetri delle finestre per augurare una buona notte agli abitanti e con la promessa che sarebbe tornato all’alba.
D’inverno, anche quando c’era la nebbia, il piccolo paese si svegliava sempre al sole. Un bianco mare di soffici nuvole si stendevano ai suoi piedi, dando agli abitanti la sensazione di potervi camminare sopra.
Dovete sapere che era un paese davvero speciale: i suoi abitanti erano composti di pensieri.
Avevano sì un corpo, ma non era una cosa solida e fissa, era come una immagine olografica, Avevano un aspetto umano, ma dentro non scorreva sangue, scorrevano parole pensieri, idee.
Quando uno era arrabbiato, infatti era di colore scuro e cupo perchè così erano i suoi pensieri. I bambini erano sempre di colori pastello perchè i loro pensieri erano allegri e fantasiosi.

lLA DONNA CHE NON AVEVA TEMPO

C’era una volta una donna che non aveva tempo.
Non aveva mai tempo per fare le cose che le piacevano.
Aveva deciso che, nella vita, avrebbe fatto prima le cose che erano necessarie e doverose e, a un certo momento, avrebbe smesso e si sarebbe presa tutto il tempo per fare le cose che le piacevano davvero.
 
Abitava in una casetta bassa, in cima ad una montagna. Da lassù si vedeva il mare. Le sarebbe bastato poco tempo per prendersi una sedia e guardare il sole tramontare. Dalla sua casa, si vedevano le navi attraccare al porto.
 
Dio regalava dei tramonti fantastici su cui fermarsi.
 
Al tramonto, il mare diventava di cristallo e le barche che galleggiavano sembravano fiori di ninfea dentro uno stagno.
 
Poi il cielo diventava arancione e giallo, e cambiava il colore del mare, regalandogli sprazzi di luce che si rincorrevano tra un’onda e l’altra. Quando, poi, il sole si tuffava nell’acqua, il cielo diventava rosso e gli sprazzi di luce, come bimbi assonnati, si acquetavano e si addormentavano tra le onde.
 
Pian, piano, diventava più scuro; si accendeva Sirio, la più luminosa, e poi  arrivava la Luna, che si dondolava nel cielo aspettando che si accendessero tutte le altre stelle.
 
Ma la donna che non aveva tempo non si fermava mai a guardare. Tanto sapeva che c’era ogni giorno un tramonto e poi, quando avrebbe avuto tempo, li avrebbe visti tutti.
 

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