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blog di raffaela ruju

Metastasi dell'ombra


Chris Peters, Late afternoon (2008) Leggi tutto »

i vestiti nuovi dell'imperatore

Hanno messo a tacere le campane
per farci vivere nella placenta dell’ignoranza
.
Le canaglie stanno nutrendo lo sciacallo
perché hanno serrato le finestre

sprangato le porte alla conoscenza
e nell’incoscienza strozzato la coscienza

Vendono a caro prezzo fango e sterco
facendolo brillare come fosse argento

In processione camminano
con addosso i vestiti nuovi dell’imperatore

con le carni ferite
anestetizzate dall’etere

con  le menti lacerate dalle finzioni
propagarsi in onde d’amore inesistente.

e mordono  la pelle e strappano il pelo
mostrando la conca della menzogna

E vanno a corrompere lo splendore
di una terra che soccombe ignara.

Alle porte del tempo

 
 
In questo giorno bifronte
chiudo la porta che apre il giorno
 
In questo giorno bifronte
chiudo la porta che apre la notte
 
Spalanco le porte dell'eterno
vagando tra l'uno e l'altro occhio
 
- osservando -
 
Innescato ora è il rumore
del vitreo silenzio
 
 
e m'incammino
dove il raggio piomba in terra
 
tra luci e ombre
 
 
 

L'ora onesta ( 31 dicembre )

La luce e l’acqua
volano dietro il raggio
goccia e sostanza

e noi nel cerchio a ballare

quel che la stella impara
la luna insegna
il verde che mi porto sulle labbra

nel silenzioso fiato

mi piego alla radice
come un ramo inginocchiato
nell’eterna preghiera delle foglie

e aspetto il vino buono

ora che i tralci nudi
sembrano fantasmi rinati
estirpo il vecchio

e faccio spazio al nuovo

ascoltando le rane dello stagno
nella finzione dei vapori
è finito anche quest’anno

e non sono stata cieca

neppure indifferente agli eventi
ero sveglia come la terra
col ferro dell’aratro sopra i denti

e manca poco alla conclusione

ancora poche ore
per sperare in un anno migliore
a tu per tu con i sogni

desiderando l’aria

goccia e sostanza
di una risonanza che scorre
come luce nell’acqua

andando a morire a mezzanotte

per risorgere in un attimo
uguale eppur diverso
nella notte piovosa e pungente

nell'unica ora onesta

 

risonanze

Entrano a piedi scalzi queste risonanze
che scendono leggere
colpevoli come ladre
con l’aria salmastra sulla schiena

Volti ancora assonnati e pieni
di ansie effimere
fanno una fila ordinata con il solito
mansueto silenzio

vanno a pagare le bollette dei sogni.

Un abbaiare di cani ammaestrati
e il vuoto di voci che fa ancora rumore
bruciano nel ghiaccio di luglio
pugnalando il fremito del fango che rimane.

La gente vive ancora nelle pagine
e scava grotte sulla sabbia
ed io guardo da lontano
distillando essenze da ciò che amo

e non resto indifferente alla coda del gatto

che dorme sornione sopra un dizionario
e scodinzola sui baci fugaci
allineati sopra lo scaffale
che mette in bella mostra la vita vagheggiata.
 

Al mercato delle pulci

era l’alba delle rose
fatta di sepali e sbadigli:
un dondolio di verde sulle foglie

venti centesimi per il primo vento

e cartapesta di colori
tra tendoni a strisce e a fiori:
la vecchia grida l’ansia al cielo

venti denari per un pezzo di nuvole

e coriandoli di mare
sulle ombre dei tetti antichi:
il vecchio lucida passati cimeli

venti soldoni per un angolo di cielo

e  briciole di terra umida
nel controluce del tempo:
la bimba compra un cuore di cera

venti milioni per un frammento di luce.

 

La valigia rossa

la valigia rossa 3

Per anni sono stata custodita in una campana di vetro. Per anni ho tenuto stretto nel pugno della mano destra un brandello di pelle rossa.
Mi rendo perfettamente conto che c'era qualcosa in me che all'epoca non andava bene. Vivevo in un albergo alla periferia di Pensiero, una città allungata sul mare che aveva alle spalle una catena montuosa che scendeva a picco sulla strada di Pinta.
Eravamo in tredici nell'albergo; sette ospiti e cinque inservienti. Io ero la tredicesima e passavo la mia giornata a guardare quella massa di
carne umana che alitava sui vetri della mia campana.
Dal davanzale della finestra dove avevano scavato le fondamenta della mia sferica casetta, potevo contemplare un mondo trasparente come l'acqua mentre il tempo volava insieme al bianco che invadeva il cielo.
Il mio occhio quadrato aveva avversione per tutto quello che riusciva a immaginare di un mondo in cui il buio era solo emanazione mentale. Leggi tutto »

amministrati gli inferi

hanno dato in pegno
 la nostra bocca
 il nostro seno e i nostri denti

masticazione di capezzoli
 a svenare l'aria.

Lui è basso,
ha un sorriso
bianchissimo da furfante.

un elegante mascalzone
affamato delle nostre sopravvivenze.
 

suono di ciglia

Andiamo
a lastricare melma
nelle colline-seno

Andiamo
dove la luce stronca
viscere di vento-in-onda

ti chiamo abisso: oggi.

Adesso saprei parlare agli agrifogli
nel tempo del gelo caldo e della neve asciutta
il miracolo di un germoglio abbozzato.

Nei luoghi lasciati andare
grattano agli usci i gemiti
di un sole mai infinito-finito.

Ti vedo verde in nero seme: ancora.

Annodiamo lingue di fuoco
con lacrime di mare in maree stracciate
strappando a parole l’ultima pagina

E non è trasfigurazione di isole
il giallo improvviso del sole
quando la luce cerca la fessura per scappare.

Ladro di equinozio il cielo
stride la bonaccia del tempo-riverbero
squarcio di vela in burrasca: il fiato.

Teme la grafia morente
il fiore rubato
donando ugualmente un rosso di colore

quando scolora i tempi condensati: attimi.

La canzone è suono di ciglia
e sopraciglia a incorniciare il volto
di una venere scura prigioniera d’ombra

E’ mia questa menzogna
che cammina
tra i glicini a primavera

Anche l’avaro non può accumulare
una catasta di buchi-fori.
 

Ispirata

si chiamano spoglie
queste vesti
che mi hai cucito addosso
nell'ora degli addii
ero presente
nuda
col primo vagito tra le labbra
e il respiro immobile.
 

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