Scrittori fra noi

 

Una pagina speciale, un doveroso tributo riconoscente e di grande apprezzamento ad alcuni tra i nostri Autori. Ovviamente la pagina è in continuo aggiornamento e sarà presto arricchita da nuovi inserimenti.
La Redazione del Salotto Culturale Rosso Venexiano propone, intanto, la lettura delle recensioni dedicate agli Autori già presenti.
Un nickname che è diventato un nome ed un cognome, una forma che diventa sostanza e che possiamo considerare più tangibilmente.
Una breve biografia, una foto, alcuni testi che ulteriormente ci avvicinano e per molti versi ci accomunano.

Davide Ferrara [Davedomus]

S’intralciano le nuvole
in questo tramonto cucito all’orizzonte.
Spumano di nostalgia fermentata
mentre si spegne il bagliore dei ricordi.
Spina nel cielo il senso di quei giorni.

Cenni biografici
Davide Ferrara è nato a Messina l'11 aprile del 1958. Risiede a Catania dal 1977.
Libero professionista nel  settore delle  forniture odontoiatriche, si è occupato con passione fin dalla giovane età di astronomia, cosmologia, storia della scienza e di fenomeni misteriosi. La passione della lettura non lo ha mai abbandonato e lo ha accompagnato praticamente da quando ha avuto per le mani il primo libro. Appassionato di poesia da sempre e lettore accanito soprattutto di quella anglo americana e russa. Passione questa approfondita nel corso dei suoi studi universitari interrotti a circa metà del cammino (fino al terzo anno di Lingue).
Fa parte attiva dal 1992 del Gruppo Astrofili Catanesi di cui è stato membro del Consiglio Direttivo, webmaster e attualmente ricopre la carica di Presidente del Collegio dei Revisori dei Conti. E' impegnato nelle attività di divulgazione e di ricerca del Gruppo Astrofili Catanesi e dell'Unione Astrofili Italiani. E' stato relatore nei corsi di introduzione all'astronomia organizzati annualmente nelle scuole e patrocinati dalla Provincia di Catania. Ultimamente è stato relatore al convegno: "Dalla dimensione interiore all'esteriorità: lasciare libero il pa(e)saggio" patrocinato dal Comune e dalla Provincia di Messina e dall'Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Messina. Davide è attivo ed insostituibile componente della redazione di Rosso Venexiano.
Recensione
Nella poetica di  Davide Ferrara [davedomus] si ritrovano, a pieno diritto, aspetti lirici positivi. Le tracce di una poesia meditata, equilibrata, si colgono in prospettiva nella riga del gesto artistico, la cui forza si evince leggendo. Nei suoi versi vi è una nostalgia che evoca quasi sempre una riflessione, dietro cui si cela un ricordo intriso di malinconica attesa. In “Ho lasciato” tutto questo si palesa pienamente: la nostalgia è, infatti, raffigurata da una donna, su cui si riversano le aspettative di un probabile amore, sentimento che qualche verso dopo si annulla riportandoci così ad un’illusione vanificata.
Con oculate metafore riesce a delineare aspetti vitali di spessore. In “Il bruco”, componimento metaforico, si vede una puntuale riflessione sulla corposità dei sentimenti, quei sentimenti che colorano la vita, a volte spesso bistrattata, ma la animano nonostante tutto. L’animale, strisciante, è il metro d’analisi attraverso cui si pone una lente d’ingrandimento su ciò che ci circonda e, nel bene e nel male, riempie la nostra vita. Una metafora particolare per affermare con forza che per quanto il quotidiano sia irto di problematiche è necessario viverlo appieno e comunque… e il bruco n’è la testimonianza più evidente perché alla fine diventa farfalla-speranza. Nella poesia di davedomus s’avverte, inoltre, una punta di mistero, scaturita senz’ombra di dubbio dagli interessi e passioni che porta avanti, coltivandoli con professionalità e dovizia, da ormai molto tempo. Il suo approccio alla lingua è minuzioso ed accurato e in ”Calendimaggio” si nota un equilibrio dosato con cura, ove le parole s’agganciano l’una all’altra con sospensione precisa. Il ricordo della propria terra si compenetra nei gesti d’amanti e la rima alternata segna il procedere del verso in una sonorità d’effetto …

Francesco Anelli


Calendimaggio

Da una finestra esposta a primavera
una ciocca di pensieri scompigliati.
Sorseggio il vento dal bosco così com’era
di verdi labbra e di piaceri sospirati.
Intrecciati i corpi nudi degli amanti
s’aprivano ali ai sogni sussurrati.
Nei prati violati da gemiti ansimanti
promesse perse nei rami attorcigliati.
Tra un’erba illusa che non è più vera
nella mia terra i ricordi son spuntati.
Dalle memorie sbocciate questa sera
tutti i profumi di quei giorni son rinati.


Il passo della strega

Nel cerchio magico della vita
arranca il passo della strega.
Agita l'amuleto della conoscenza
dente del destino minuto dell'uomo.
Accende le candele nel rituale delle ombre.
In questa notte danza in tondo
il sortilegio della fine.
S'inarca il vento al fuoco delle lanterne,
fredde lingue leccano l'oscurità
mentre il bene e il male gorgogliano
scottati dai raggi della Luna.
In un gomito di buio accucciati
gli incubi dell'essere bevono
la pozione avvelenata dell'illusione.
Lilith ghermisce le anime perdute
sacrificate sull'altare del caos.
Alle porte dell'alba in un coro di follia
i gemiti lontani delle esistenze
evaporano come rugiada.


Migrano

Lame di foglie fendono bave di vento umido.
La maschera portata un tempo si scioglie
sferzata dalla pioggia.
E’ l’albero ancora,
poggiato su ricordi
radicati nella terra nera
non più feconda
ferita d’aratro crudele,
s’incurva in questo autunno
di tagliole nascoste
nei cespugli d’ogni giorno.
Soffre il peso di questo chiarore sbiadito,
agonia di sole
affogato nella nebbia.
Eppure ancora migrano le malinconie
spiegano le ali a sud del cuore
e lasciano le aride distese,
paesaggi nascosti in noi.


Il bruco

Senti l'urlo del bruco
intrappolato nella mela dell'anima?
Striscia negli antri del cuore
come parola nascosta.
Si nutre di briciole
residuo del pasto
consumato dentro al petto.
Lento risale sul ramo dondolante ai sospiri.
Adagia il suo bozzolo sulla foglia lingua
e aspetta.
Nella voce sarà farfalla
falena di versi che una luce inseguirà...


Sonetto amaro

Di un gusto amaro oggi sono vestito
e la domanda a te fatta senza risposta
è un altro graffio che livido ho subito.
Ogni voglia di vivere è ormai riposta
su uno scaffale di duro animo tornito
in mezzo a parole e frasi dimenticate
di un poeta che ogni verso ha esaurito.
Da amore e vita mi difendo a barricate
erette alte a fermar tutte le emozioni
che del mio albero di sogni erano i fiori.
Ora sono cespugli di rovi e di illusioni
che hanno tolto alla mia vita tutti i colori.
Le delusioni nell'animo sono come tuoni
che annunciano la tempesta di rancori.


Malinconia

Malinconia lanciata in corsa come cavallo
a fender pioggia e il sibilo del vento.
Scoppia il tuo cuore e, come pezza bagnata,
è spremuta di ogni goccia del tuo sangue.
Sei tu libero galoppo di quell'anima
che piange stelle e ceneri di amori.
Calpesti sterpi di rami ormai strappati
al cespuglio vestito di sole spine
orfano di rose fucilate all'alba.
Sento i nitriti del tuo misero destino
delle tue ossa che si schiantano nel fango.
Nel mio petto il tuo ultimo traguardo
corsa finita nel recinto del mio pianto.


-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti:  Manuela Verbasi
-Supervisione:  Paolo Rafficoni
-Autore di Rosso Venexiano:  Davide Ferrara [davedomus]
-Recensione: Francesco Anelli
-Editing: Anna De Vivo [Ande]

diciottomarzoduemilanove

Eddy Braune [Ladybea48]

Succo d’anguria

Il succo dolce
di polposa anguria
labbra tue tinge.

Io avidamente spengo
con un bacio la sete.

Cenni biografici
Eddy Braune (Ladybea) è nata a Udine il 4/6/1948.
Ha vissuto l’infanzia con i genitori nei campi profughi di Bagnoli, Pagani e Marinaro, dato che la madre esule era fuggita dalla terra natia con la speranza  di poter emigrare in America per avere una vita migliore, desiderio questo che non si concretizzò a causa della malattia contratta dal padre durante la guerra. La chiusura dei campi profughi coincise anche con la separazione dei genitori e il ritorno del padre in Germania, questo episodio, inevitabilmente, segnò tristemente Eddy, che con la madre si stabilì definitivamente a Trieste.
Per cinque anni fu ospite in un collegio di suore della zona e frequentò la scuola d’Avviamento Industriale conseguendo la licenza. Era suo desiderio poter proseguire negli studi e, malgrado l’interessamento del suo insegnante per farle usufruire di una borsa di studio, dovette abbandonare quell’intento per dedicarsi al sostentamento della famiglia. Ha lavorato per anni in un asilo in qualità d’assistente. Compiuto il ventunesimo anno d’età decide di sposarsi. Ha sempre coltivato la passione della lettura e scrittura, ma solo ultimamente ha conseguito delle soddisfazioni: alcune sue poesie sono entrate in raccolte antologiche e a Natale esce il suo primo romanzo.
Recensione
”(…) Lei cercava l’amore tra le onde del mare in burrasca e ciò che invece sulla riva trovava era solo tanta desolazione. (…)” questo verso, in tutta la sua semplicità lessicale, racchiude pienamente il messaggio poetico di Eddy Braune, alias Ladybea. E’ una pennellata piena di rimandi antichi, ove la sofferenza si aggancia con la quotidianità vissuta appieno, ove le cose più banali si vivono con orgoglio e vitalità pur sapendo che ci sarà da lottare. Nel cuore si esemplificano metaforicamente tutti quei sentimenti che animano la vita e sono proprio quelle sensazioni che ci conducono in ambiti troppo spesso inascoltati e mai affrontati per pudore d’essere giudicati: come se il mettere a nudo il proprio vissuto sia un difetto inaccettabile, come se parlare di amori vissuti male o non ricambiati fosse un delitto, come se parlare degli sbagli che si sono perpetrati verso qualcuno inficino la nostra intelligenza, come se esaminare le proprie debolezze fosse un atto di vigliaccheria, come se mettere allo scoperto i propri sentimenti potesse renderci vulnerabili…forse, tutto ciò in molti casi è vero, ma non certamente in quest’autrice. Eddy Braune, infatti, attraverso un semplice approccio poetico, ci porta a credere che le situazioni vissute con molta sofferenza siano ormai state assimilate e digerite con grande senso razionale da parte sua. Ci suggerisce altresì con garbo e delicatezza che la sofferenza, spesso, porta a slanci artistici emotivamente forti e carichi di pathos, la cui forza si traduce in versi di qualità e in immagini evocativamente radicate nella quotidianità. Nella sua poesia, che non possiede vincoli d’argomento, si trova appunto tutto ciò, si nota sempre un messaggio di speranza, un raggio di luce, una porta da cui poter uscire e continuare a sperare, il suo afflato è sempre carico di contegno, mai ampolloso, ridondante e pesante… Sa dosare le parole pur nella loro semplicità, è capace di creare sensazioni cariche di sentimento. In “(…) Quesiti ti pongo e tu rispondi con silenziosi comizi che mi assordano. Quel tuo muto parlare è il rumoroso silenzio che mi trafigge il cuore e amareggia la strada per raggiungerti nei tuoi sogni. (…)” si sente, si avverte un dolore pieno, corposo, palpabile, che si tocca con mano. Qui le parole prendono sostanza, si fanno penetranti e raggiungono il profondo dell’animo scotendolo efficacemente e l’immagine, già ben compendiata nel concetto generale, si rafforza con il contrasto del rumore fatto di silenzi. La forza espressiva di questo gioco porta il lettore a sentire o, meglio ancora, a percepire la fatica dell’autrice nel vivere il sentimento pienamente. Il suo verseggiare sciolto raccoglie, in tutta la propria profondità, una sorta d’analisi introspettiva con cui Eddy cerca risposte, desidera in qualche modo esorcizzare quelle paure, quei dolori che hanno segnato la sua vita e, sinceramente, non si sa se quest’operazione di ricerca abbia dato risultati…l’unico dato certo è che ha portato versi di spessore…

Franco Anelli


Baciami

Baciami
scavami la bocca,
marchiami
l’anima di ardenti baci.
Stringimi
fortemente, fondi
il tuo al mio cuore,
legami
per sempre
a sogni e desideri,
chiudimi
ai polsi manette d’oro
e prigioniera
fammi del tuo amore.
Struggimi
col tuo ardore,
grida
il mio nome
e piangi
lacrime di gioia
nel tuo avermi e
felicemente consumarmi,
notte e dì dolcemente
follemente
vivermi.

(lasciandomi alle mie manette ai solitari sogni a labbra aperte senza lacrime. Siediti e baciami.)

Da versi di una poesia di Manfredonia


Assordanti silenzi

Passano giorni, passano notti
che il tuo bel viso
non un sorriso mi da,
gli occhi socchiusi, lo sguardo perso
fissa i muri bianchi della stanza
senza nulla vedere.
Il respiro sospeso nel petto,
non un cenno, immobile,
sei lì ma non lo sei.
La tua mente vaga,
viaggia, vola attraverso mondi
a me sconosciuti, proibiti
perché solitario è il tuo peregrinare.
Quesiti ti pongo e tu
rispondi con silenziosi comizi
che mi assordano.
Quel tuo muto parlare
è il rumoroso silenzio
che mi trafigge il cuore
e amareggia la strada
per raggiungerti nei tuoi sogni.


Musa di passione
Sarò la tua musa ispiratrice,
oh mio  dilètto,
tu, il direttore dell’orchestra mia.
Con le tue abili dita
fai vibrare il corpo mio
come corde di violino.
Fai cantare al mio cuore
una canzone appassionata,
ai miei sospiri fa suonare
una musica flautata.
Spegni i miei lamenti
con baci leggeri come ali di farfalle.
Stringimi tra le tue
forti braccia,
strapazzami di coccole,
rendimi schiava di
questa passione,
e poi insieme cantiamo
il soave inno dell’amore.


Amore folle

Abbracciami come sai
  Mordimi il cuore
    Obliami la mente
      Rendimi
        Ebbra alle tue carezze
          Feconda dei tuoi baci
            Obbediente alle tue voglie
               Languida e
                 Lussuriosa alla passione
                   E amami, amami follemente.


Giorno dopo giorno
Come foglie ingiallite che
il vento d’autunno porta lontano
i pensieri dal capo si dissolvono
e giorno dopo giorno,
ora dopo ora, minuto,
attimo, un soffio…
il tempo se ne fugge,
la vita passa,
tra sospiri repressi,
tra dolori patiti,
tra amori finiti,
tra gioie fasulle
la vita va e passa
tu nemmeno te ne accorgi.
Ma se speri che i giorni
che muoiono possono tornare
ti sbagli, perché
in un istante ti ritrovi
senza ieri né domani
e ciò che tra le mani ti resta
è un pugno di polvere
e quattro mosche rinsecchite.


Credimi se…
Non ho palazzi,
non ho terra,
né gioielli o ricchezze
da donarti.
Son misera
nulla possiedo,
solo me stessa.
Quello che ho e
posso darti sono
occhi per guardarti,
labbra per baciarti,
mani per accarezzarti
e braccia per stringerti forte.
E credimi se dico
che la mia mente,
i miei pensieri,
il mio corpo,
i miei respiri,
il mio cuore e i desideri
ti appartengono.
Credimi se dico
che sono ricca perché
in cambio di questo
possiedo tutto,
ma tutto il tuo amore.


Ricordo
Sul fondo di un cassetto,
sotto un foglio colorato
un vecchio quaderno ho rinvenuto
che da tempo lì avevo scordato.
Tra le sue pagine chiudeva
tristi ricordi di un lontano passato.
Una foto ingiallita,
un sorriso di donna su un viso
fine e delicato che mi guardava
con occhi da cerbiatto smarrito.
Il viso bellissimo della
donna che ho tanto amato.
Un petalo di rosa rossa
che lei mi ha donato.
Il moccolo della candela
della nostra prima romantica cena.
Lo spartito di una canzone
che tante volte danzavamo.
Un fazzolettino intriso di disperato pianto
al nostro ultimo litigio.
Un bigliettino strappato
con su scritto a grandi
lettere solo la parola:
ADDIO.
Mio Dio, mi chiedo, perché
il nostro amore sì miseramente è finito,
io, lo giuro non l’ho ancor capito.
Girando le pagine di quel vecchio quaderno,
che mille e mille volte ho già sfogliato,
per la stanza si spande
l’aroma intrigante del suo profumo,
poi piano si dissolve assieme
a una voluta di grigio fumo,
che esce lentamente dalla pipa
che stringo rabbiosamente con le labbra,
e tra le dita, cosa ormai mi resta,
solo una foto ricordo
e tanto, tanto amaro in bocca.


Se potessi

Se potessi amarti
così tanto,
tutto il mondo
intorno a te cancellerei.
Con un solo bacio
un marchio permanente
sul tuo cuore di serpente
a fuoco imprimerei.
Tu avido peccatore,
di lussuriosi umori
mai sazio,
con catene d’oro
prigioniero del mio calore
sarai.
Con la mia essenza
di donna ti profumerò,
striscerò sulle tue cosce
i miei lisci fianchi,
a dolci torture
con il corpo ti sottoporrò
fino a che
una sola goccia di pianto
scenderà a bagnarti
il bellissimo viso
e il mio nome invocherai
allora, solo allora
con il  mio amore
da ogni peccato
ti assolverò.


L’alba splendeva

L’alba splendeva di mille promesse
sui nostri corpi addormentati.
Il mattino pregno di cento profumi
ci sorprese ancora felicemente abbracciati.
La luce chiara del meriggio
scaldava i nostri visi già imbronciati.
Il vento gelido della sera
con un soffio segnò
l’amaro destino
ne addii, ne inutili pianti
e per sempre fummo divisi.


Mare di vetro

Parole rabbiose
come venti artici
aleggiano
su un mare di vetro
dai contorni opachi,
spezzano come fossero uragani
le vele di dolci ricordi.
Lo sbattere furioso
delle onde scure
ferisce ed uccide
i cuori romantici.


Lei cercava

Lei cercava l’amore
ogni notte con affanno
ma nei sogni il suo volto
mai non vedeva.
Lei cercava di giorno l’amore
sulle facce stanche della gente
che frettolosa di lì passava
ma ciò che trovava era solo indifferenza
Lei cercava l’amore
tra le rose profumate del giardino
e ciò che invece trovava
erano spine e foglie secche.
Lei cercava l’amore
in cima alla montagna
più alta del mondo
e da lassù il suo nome invocava
ma il vento dell’ovest per dispetto
le parole dalla bocca le rubava
e tutto muto rendeva,
con mulinelli di polvere
gli occhi le feriva.
Lei cercava l’amore
tra le onde del mare in burrasca
e ciò che invece sulla riva trovava
era solo tanta desolazione.
Lei cercava l’amore
negli angoli più remoti del mondo
e ciò che invece trovava
era illusione e tristezza.
Lei cercava l’amore
sulla pallida luna ma solo
solitudine e silenzio trovava.
Lei cercava l’amore…
Lei cercava…
Ma nel suo cuore mai contemplava,
niente di ciò che vicino aveva
lei vedeva.
La dolce voce della mamma
non udiva.
La tenera carezza del padre
non sentiva.
E nemmeno guardava il sorriso
sul viso dell’amico
che paziente in disparte
un suo cenno attendeva.
Lei cercava l’amore
ma nulla di nulla mai trovava
perché il suo cuore era spento e più non
viveva.


Voltati

“Voltati”
e tu ubbidisci subito
pronto per me.
Fulmini di passione
t’accendono gli occhi,
il respiro sospeso
mentre ti tocco.
Golosa
bevo i gemiti
dalla tua bocca.
Lunghi cammini
tracciano le dita
sulla pelle accaldata.
L’incendio divampa
dentro di noi.
Il profumo di lussuria
e passione,
qual dolce brezza
si sparge dai corpi
intrecciati d’oblio.
Allora basta attese
e basta giocare.
Guardami,
ora così,
ti faccio mio.
Niente di più intossicante
dell’affogar in lui dolcemente.
Vibrante strofinar di mani
lungo il corpo caldo.
Inebriarsi del profumo
della sua pelle.
Cullarsi nella musica
dei respiri affannati.
Bruciar di passione.
Drogarsi d’amore.


Zitto ascolta

Zitto non parlare
ascolta solo il cuore,
odi come batte,
palpita così forte che
pare voglia uscire dal petto.
Io sono folle,
pazza d’amore per te
e tu non mi vuoi ascoltare.
Ora stai zitto
senti i miei deliri,
o sarò costretta
a danzare nuda
attorno al fuoco
come i neri selvaggi d’Africa.
O mi butterò dall’alto
di una scogliera giù
nelle acque irrequiete
dell’oceano Pacifico.
Non essere un uomo
crudele, toccami.
Solo quando mi tocchi
mi sento donna.
Solo quando sorridi
sento più forte la vita.
Solo quando mi ami
mi sento in Paradiso.
Su cosa aspetti ancora
amami.


-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: P. Rafficoni
-Supervisione: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Eddi Braune ladybea48
-Recensione: Francesco Anelli
-Editing: Emy Coratti, Manuela Verbasi

ventinovenovembreduemilaotto

Francesco Ballero [Franta]

Siamo tutti viaggiatori
alla ricerca di un volto

Cenni biografici
Francesco Ballero [Franta], classe 1949, ha recentemente pubblicato la silloge poetica Scenderò in cortile presso le Edizioni Kimerik (www.kimerik.it). 
La pudicizia che fa muovere Francesco Ballero incanta, egli attraversa le pagine di questo volume con la serena convinzione di amare i propri dubbi.
E’ come se tra i versi di questo libro trasparisse un dolce sorriso, il sorriso dell’Autore che ama la poesia delle cose banali, ritorni alla mente “la poetica della semplicità” di Umberto Saba.
Non vogliamo fare paragoni, Francesco Ballero ne rimarrebbe ferito, non si sente un Autore affermato, teme di apparire irriverente verso la “Poesia”, arte che ama e lo ha condotto fin qua. Queste incertezze appartengono a chi sa affrontare la vita.
Il dado è tratto, Francesco Ballero entra nell’arena della vita, ma attenzione, non scende in campo, egli scende nel cortile:

"Quale uomo sono
che non so capire
gli indizi su nel cielo
e l’interior brusio?".

Recensione
La decisione di eleggere "franta" ad Autore Eccelso di turno di questa nostra vetrina è risultata facilissima: tutti gli elementi della redazione, infatti, sono unanimi nel giudicare Francesco Ballero un forgiatore di versi che è capace, oltre a suscitare emozioni, a far risuonare, tramite quella propria, le voci ormai distanti ma per fortuna mai trascorse dei grandi cantori della mediterraneità. Più difficile è risultato decidere quale suo componimento "premiare". Già il 31 agosto proprio qui in redazione era stato proposto (dal sottoscritto) 'Il lamento di Giobbe', al che tutti avevano espresso parere favorevole. Ma colleghi di redazione, avevano anche "eletto" in alternativa le poesie 'Adesso l'aurora' e 'Inno ad Afrodite', che posseggono in effetti la medesima bellezza di taglio "classico", e dunque imperitura. Insomma: c'è stato l'imbarazzo della scelta. "Il lamento di Giobbe"  ricopre in  tal  caso un ruolo  per così dire meramente rappresentativo dell'arte di Ballero. Come ha già osservato qualcuno prima di me, vibrante musicalità e raffinata ricercatezza linguistica caratterizzano i versi di questo poeta. Non ci si può limitare a scorrerli distrattamente: essi catturano all'istante, ridestando in noi fantasmi che forse credevamo sopiti per sempre (la natura stessa delle nostre innegabili origini ellenico-latine!), facendo dono di suggestioni davvero magiche.
"Pennellate sulla tela del cuore" le hanno giustamente definite. A ciò non si può aggiungere altro. L'invito, rivolto non solo agli amanti della poesia ma anche e soprattutto a chi sostiene che la Musa della lirica abbia di gran lunga abbandonato il nostro (Bel)paese, è quello di visitare il blog di Francesco Ballero: http://franta.splinder.com .

Franc'O'brain


Adesso l'aurora
Scorgo adesso scrutandoti negli occhi
la sincera fiammata dell’aurora,
l’ora soave in cui la rugiada irrora
l’irta selvatica rosa canina.
Colgo adesso quel fiore tra le spine
lo serberò con me sino alla sera.
Scordo adesso le mie notti affilate,
mi sono amiche Pegaso e Canicola.
Porto adesso i miei carichi leggeri
lungo le strade che guidano a te.
Or la civetta tace i suoi presagi
e l’allodola intona il canto biondo


Inno ad Afrodite
Sarà per il mistero
penetrante
che Zefiro feconda
effervescente
su lo spumeggiar di onde
vigorose
per le striate conchiglie
variegate
che ti hanno consegnata
luminosa
all’ornata stagione
degli amori
su piume di passero
e colomba
sarà per Babilonia
per Fenicia
e la tua pandemica
acqua sorgiva
sarà per l’ampio abbraccio
con la terra
le celesti ragioni
d’intelletto
e l’anima assetata
da colmare
l’allettante smarrirsi
e l’indagare
la rotonda attrattiva
callipigia
le melodiose poppe
delicate
e cicaleccio e inganno
e voluttà
le tante ore trascorse
e l’avvenire
sarà perché sei amica
nel cammino
e vedi ove non giunge
il mio guardare
perché confondi e turbi
i calmi spazi
che io ti cerco madre
amante e sposa


Il lamento di Giobbe
Ma dov’ero io
quando non c’era margine
al tempo
o vela
strappata dal vento?
dov’ero quando
bastavan le stelle
ad irradiare
corone d’onore?
e non avevano argine
gli oceani
né l’orgoglio dell’onda
alcuno scoglio?
dov’ero quando
il pensiero era muto
e poi fu detto
"arriverai sin qui
ma non oltre oserai"?
Ma ora dove sei TU
ora che si sgola il dolore
e la bestia frantuma
ossa innocenti?
È sì tanto impotente
l’onnipotente Amore?
solitudine immensa
tra sudore ed angoscia?
abbandonato sangue
inchiodato al mio pianto?


-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti:  Manuela Verbasi
-Supervisione:  Paolo Rafficoni
-Autore di Rosso Venexiano:  Francesco Ballero  [Franta]
-Recensione: Franc'O'brain
-Editing: Anna De Vivo [Ande]
quindicimarzoduemilanove

Giovanna Trani [Sempregio]

Nel mare della Vita ...
le mie emozioni...
nascono dal cuore percorrono i meandri dell' Anima
per donare la luce di un sorriso

 

Cenni biografici
Giovanna Trani [Sempregio] nasce a La Spezia, e da qui l'amore per il mare, che è spesso presente nelle sue composizioni. A poco più di 20 anni ha lasciato l'adorato mare per la montagna, si è integrata bene nella piccola comunità in cui abita, svolge un lavoro che le piace molto perché le dà modo di comunicare con tanta gente, essendo un'operatrice telefonica. Coltiva fin  da  sempre la passione  per la scrittura, ma  è  soprattutto  negli  ultimi  anni che  si dedica intensamente a questa attività. Il tema da lei prevalentemente trattato è l'Amore, perché Giovanna crede nei sentimenti, nell'amicizia e nella condivisione. Ha 2 figli e la più grande sta seguendo le sue orme: nonostante la tenera età, infatti, scrive già versi, e promette molto bene. Da diversi mesi Giovanna Trani collabora con la redazione di Rosso Venexiano. Visitate il suo blog "La Nostra Isola dei Sogni" http://sempregio.splinder.com (ovvero "Scarlet Perdition"): un nome bellissimo per un sito-diario che si lascia ammirare, sfogliare come un fiore.

Recensione
"I poeti che amo … li amo perché son fatti per amarli; e qui finisce la critica." Così Renato Serra ventitreenne scriveva all’amico Ambrosini. Ma per noi è doveroso spiegare ai lettori il perché della nostra scelta con una piccola presentazione. Con Giovanna Trani penetriamo il reame di una lirica commossa e struggente. Le mani calde della bellezza hanno accarezzato lo spirito di questa poetessa. Eppure tutto è "semplice", per quanto possa esserlo dire "tu" con modulazione forte e convinta e poi "io" con voce sommessa. L'espressione dell'amore  per una persona  e, per  extenso, per  il prossimo e per il mondo intero, induce all'equilibro l'anima che assorbe tali versi misuratissimi e consapevoli. E i nostri sensi logorati riacquistano vita. "Non ho mai pubblicato editorialmente nulla di mio anche perché il mio scrivere nasce soprattutto per condividere emozioni cercando di dare voce al mio cuore." Così scrive Giovanna Trani di sé. E viene da pensare subito a Emily Dickinson, le cui creazioni "fuori da  ogni  scuola  e  da ogni corrente", dopo essere state scoperte, vennero considerate qualche cosa al di sopra della letteratura. Dico, con molta sincerità, che la lirica di Giovanna Trani è veramente umana e sentita; si tratta perciò di Poesie, con la "P" maiuscola.
Franc'O'brain

 

Giò oltre ad essere un'eccellente poetessa, dimostra anche di avere delle spiccate doti da fotografa. I soggetti ritratti sono i più disparati con una particolare attenzione per i fiori e per i cieli al tramonto, sempre avvolti da nuvole che creano effetti coloristici di grande intensità emotiva. In ogni scatto si rispecchia la sensibilità di un' artista completa che coglie gli aspetti più poetici della Natura dandole voce attraverso le parole dei testi che nascono dal cuore. Fotografia e poesia convivono nell'animo di Giò, unite in un eterno sposalizio sublimato dall'incantevole fuoco della Fantasia, che in lei è regina.
Alexis

 

 


 
Tempesta d'Amore...
 
Chiudo gli occhi
lascio che l' onda del desiderio
ricami filigrane rosso corallo
nel mio essere Donna
attimi di sensazioni brucianti
mi fanno compagnia
sento la tua mano
scorre lenta fra i meandri
delle mie voglie
ascolto il cuore è una tempesta d' Amore
che apre il sentiero
al mare della Passione
che oggi ha il tuo nome...

 
Il libro della Vita...
 
Sfoglio emozioni
alla luce del tuo sorriso
davanti a me
il Libro della Vita
pagine che s'intrecciano
fra sogni e realtà
difficile isolare
l'una o l'altra emozione
un vortice di sensazioni
è quanto rimanda con passione
ai miei occhi e all'anima
questo sfogliare
che si fa carezza nel vento
riparo prezioso per i pensieri
che si fanno strada dentro me
è piacevole perdersi in una lettura
che non conosce spazio nè tempo
solo il calore di un ricordo
e il brivido di un sogno...

 

Volami nel cuore...
 
Volami nel cuore
lascia che le mie emozioni
siano le stesse tue
conducimi fra sentieri
che si fanno culla
di sensazioni dolcissime
accarezza la mia anima
con la forza di un pensiero
che mi parla di Te
del come sai essermi accanto
fra un volo di gabbiani
e scarlatte rose di passione
che profumano il nostro sentire
sii carezza di vento
e non sarà mai buio
intorno a noi...

 
Sei...
 
Nel silenzio intorno a me
sei la voce dell'emozione
che si fa liquido desiderio
scorri nelle mie vene
penetri ogni anfratto
della mia esistenza
insieme a te
tutto si colora d'immenso
mi basta chiudere gli occhi
per sentire vibrare
il mio cuore
sei il soffio di vento
che mi accarezza dolcemente
nessuna distanza potrà mai dividerci
perché siamo due corpi
e una sola anima...

 
Sei onda...
 
Sei onda
scorri impetuosa
fra le mie emozioni
come il mare delle sensazioni
che riesci a donarmi
al solo pensarti
sei volo che rapisce
brivido che si fa voglia
tormento che diventa desiderio
sussurro che irriga di passione
la più rossa delle emozioni
e come alta marea
mi rapisci e mi porti con Te
alle porte di un sogno
volando oltre l'infinito...

 
 
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore di Rosso Venexiano: Giovanna Trani [Sempregio]
-Recensioni: Franc'O'brain, Alexis
-Editing: Anna De Vivo
 
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Giulia Luigia Tatti [Ventidiguerra]

Cenni biografici Giulia (Luigia) Tatti [ventidiguerra] nasce in Sardegna, in una cittadina del Campidano, a pochi km da Cagliari, il 6 Ottobre 1950. Nata in una famiglia di ceto alto che determina un'infanzia di cui mantiene un ricordo di serena, pacata agiatezza che non ha mai creato, però, preclusioni o remore verso chi avesse avuto meno agi o serenità: innati, in lei, fin dalla tenera età, l'attenzione e la disponibilità verso gli altri, ha dedicato la sua vita ai bisogni e alle necessità altrui, impegnandosi politicamente e socialmente negli anni della sua formazione professionale e sociale. Uno dei Membri fondatori di un Circolo Sardo, nel 1975, che oltre a divulgare Usi e Costumi della propria Terra, hanno promosso gemellaggi e iniziative con altre realtà geografiche per scambi Culturali e socialmente produttivi. Accanita lettrice, il suo amore per la lettura e per ogni possibile forma d'Arte, la portano con estrema curiosità alla visita e alla documentazione inerenti le Città d'Arte e all' assidua partecipazione a Rappresentazioni Teatrali. Da anni scrive Pensieri ed Emozioni, lontani dal voler considerare poesie, ma solo piccole considerazioni dettate dal mondo circostante, verso il quale si pone con discrezione e sincera umiltà. Ha partecipato a un Reading, che ha avuto luogo ad Albenga, di una Compagnia Teatrale (organizzata dall’attore/scrittore R.Bani) che aveva scelto alcuni suoi testi per l'inagurazione dell'unico CafféLettere della zona. Su richiesta e con il Patrocinio del Comune di Torino, dal 14 al 29 Aprile 2006,  nell'ambito  "L' Arte del Ricordo"  e su Foto-Documento del Dr. Massimo Pagano, venne istituita la Mostra Fotografica "Il  Silenzio  Dell'Orrore", Immagini  di Auschwitz-Birkenau  nel Giorno della Memoria, alla quale partecipò con la preparazione di didascalie e testi. Nel mese di Ottobre 2007, ha pubblicato un libro "Tracciati Percorsi", con la casa Editrice "Giovane Holden Edizioni": Libro nato non a scopi di lucro, ma per aderire ad una campagna di sensibilizzazione verso i problemi sociali: Lotta contro la pedofilia, adozioni a distanza, ricerca sul Cancro e Sclerosi Multipla. A Febbraio del 2008, pubblica "...E Profuma Ancora, Il Mirto" edito da: Ancora Edizioni (MI), un canzoniere composto da 97 Poesie, arricchito dalla Premessa introduttiva stilata da Luigi De Luca, responsabile del sito Aphorism, esperto della comunicazione, W.C.M., critico letterario; dalla Prefazione della Scrittrice, Critico Letterario, Dott. Carla Baroni; dalle recensioni del Prof. Francesco Anelli; del Prof. Vincenzo Atzeni; del Maestro Luciano Somma, Poeta, Scrittore, Musicista; di Manuela Verbasi, poetessa, Responsabile e Presidente dell'Associazione Culturale Rosso Venexiano; da un Acrostico personale, dedicato dal Poeta e scrittore Milanese Severino Gargano; e dalla recensione in lingua Francese cortesemente e inaspettatamente ricevuta da Alain Ponçon il Pittore che vanta a suo credito vernissages di grande valore pittorico, di fama internazionale, che ha gentilmente concessa l'opportunità di usufruire del Suo splendido dipinto per l'elaborazione della copertina del libro. Della semplicità delle cose e del quieto vivere, ha fatto una sua filosofia di vita che le consentono di vivere con dignitosa serenità il suo tempo e i suoi giorni. Da 32 anni in Lombardia, vive e lavora a Milano da 18 anni. Dedica questo suo impegno letterario ai suoi più accesi sostenitori: I due figli adulti e ormai indipendenti con i quali ha mantenuto uno splendido rapporto d' amore e che sono la sua più grande soddisfazione, quale migliore capolavoro della propria vita.
Recensione Giulia scrive con consapevole profondità; non ho letto mai di lei una poesia cattiva o scritta così per scrivere. Le sue composizioni sono talmente viscerali da arrivare sempre completamente nel cuore di chi ha la fortuna di leggerle. Piacciono molto i suoi versi, tanto da ritrovarli copiati pari pari in molte poesie di bloggers a caccia d'ispirazione... qualche volta ho letto tentativi di plagio da discount di "poeti" che attingendo all'idea della poesia di Giulia sono riusciti a rovinare il pensiero stesso. Mille e un motivo per elogiare l'amica Giulia, compagna di ideali :) da tempo, Donna con gli attributi e con la testa sulle spalle alla quale, in quel che posso, mi ispiro per relazionarmi con gli altri dando il giusto peso alle cose ed alle persone. Se non ci fosse Giulia, la sua positiva allegria, la sua serietà assoluta e la sua perseveranza, la sua coerenza e trasparenza, probabilmente non avrei perseguito l'obbiettivo di rendere Rosso Venexiano non solo un giocattolo web ma un'Associazione Culturale. Ritengo di doverle tutto relativamente a questo, alla serenità che vivo ed alla mia differente visione dei fatti che via via accadono. rispetto a prima di conoscerla. Sei grande Giulia, amica mia carissima (non ridere, sai che lo dico con il cuore e non lo scrivo mai).

Manuela Verbasi

Ad una prima lettura le poesie di Giulia Tatti [ventidiguerra] paiono ricolme di una semplice e delicata atmosfera, come se ciò che intende proporre sia privo di spessore artistico ... è solo una mera impressione. Poiché, attraverso  un'esegesi lessicale, strutturale del verso, ci si accorge che il suo dire possiede profondità e pienezza concettuale. Appare evidente che la poesia di questa autrice sarda ha forti agganci con il proprio vissuto, le immagini che scorrono sul testo sembrano giocare con la realtà in un preciso alternarsi d'emozioni, ove una dosatura equilibrata della parola si rivela come un respiro che ha anima. Nei  suoi  versi le tracce del suo impe- gno sociale e non si  concretizzano con forza a mano a mano che ci si addentra nella lettura, si vede con sicurezza la volontà di non apparire mai banale, mai scontata... E' chiara l'intenzione della ricerca... Partendo da uno schiocco legato strettamente ad un accadimento personale, in cui ricordi, emozioni,  sentimenti, reminiscenze, illusioni, desideri e livori prendono possesso del palcoscenico poetico dando un spessore concreto a tutto il componimento, è intento della Tatti ampliare il senso su un ambito più universale, più generale, che coinvolga in un certo qual modo il lettore pungolando alla riflessone e al ragionamento, inducendolo quindi ad ascoltare le proprie pulsioni. Anche in questa artista la natura è fondamentale componente poetica, sembra quasi che,  attraverso immagi- ni intrise di verdeggiante e naturalistico  pathos, ella voglia avvicinarsi al lettore  usando un'intro- spezione quasi psicologica. Lo stile, curato persino nei piccoli passaggi, rende la lettura leggera e non stentata, s'intravede tra le trame strutturali del lessico uno studio preciso, dietro cui vi è passione ed equilibrio...

Francesco Anelli

...E profuma ancora il mirto
Da San Gavino a Milano Accettiamo di pubblicare una nota di critica e di commento sul libro di Giulia Luigia Tatti per due ragioni essenziali:La prima è che si tratta di una poesia che si realizza in cima a un percorso che inizia in Sardegna e possiede, come matrice essenziale, l’audacia genuina delle poesia sarda d’improvvisazione; la seconda è che si tratta di poesia autentica. Per quanto forte e quasi arrogante possa sembrare, questa affermazione, ci sentiamo di sostenerla. Oggi, assistiamo a due tendenze apparentemente contrapposte, ma in realtà collegate: la grande produzione di letteratura poetica (ne gira in tutte le salse) e la ripugnanza del pubblico lettore ad affrontarla. Eppure, quando la poesia c’è, una volta che ci si convince che è “vera” piace a tutti. Questo sembrerebbe voler indurre l’ipotesi che esiste una linea di demarcazione netta tra la poesia autentica e quella scadente, in realtà non è così, si vuol dire, semplicemente, che l’autenticità e la bellezza di una composizione poetica può essere tale che il suo valore non sfugge a nessuno, si rivela immediatamente, e in questo caso piace.La poesia di Luigia Tatti è così! si rivela subito e appare capace di raggiungere qualsiasi lettore. E’ poesia piantata in un vissuto forte e tempestoso che una sovrana saggezza esistenziale va riordinando, attraverso la poesia stessa e attraverso una salutare percezione di immagini e di toni. E più ancora attraverso la creazione originale di modelli di lettura del mondo e della vita. Nella poesia TRACCIATI PERCORSI, leggiamo: …Ho alzato, talvolta,/ inquieti sguardi intorno/ portando con me i miei crucci/ e sprofondando in un oblio/ di passate tristezze/ ed ora, nuove speranze mi infonde/ moto di passi/ trepido e curioso/ verso ogni cosa che riprende / il suo vecchio andare/ lasciando negli occhi un senso/ di novità nitida e ordinata. La chiusa è inaspettata, sembra modesta, quasi casalinga, ma rappresenta, confrontata con altre poesie, la capacità che Luigia Tatti possiede di governare puntigliosamente il suo verso orientandolo alla conclusione che lei vuole e basta. Governo che non impedisce alla poetessa di sfruttare, ove si presenti l’occasione, la magia di un verso incantato. Come in SCINTILLE DI SOLE: ... mi vado rifugiando/ nel pensiero del segreto regno/da cui tendi le mani ad accarezzar la luna/ mentre nel pugno stringo/scintille di sole. Ancora più suggestiva la chiusa di COME CERCHI NELL’ACQUA: … lascia che il mio ricordo scivoli/ lento/ tra le tue braccia/ …E profuma di niente/ l’urlo di un amore mancato. La poetessa muove da un imponente capitale di sofferenze accumulate, di emozioni e di ricordi ma l’imponenza di questo bacino non sottopone il verso a una pressione che lo renda in qualche modo improvviso irruento o banale. Il suo verso è sempre ponderato come se il filtro della riflessione ne mitigasse sempre l’ardore per piegarlo alla sopportazione paziente e alla speranza. Ancora una chiusa: …Sotto un cielo lontano/ una brezza leggera e vagabonda/,avvolge i sogni dispersi/ e, li raduna/ E un’altra, nella poesia TEPORE DI SCIROCCO: …e la folla intorno di disperde/ mentre il mio sguardo/ indugia su un albero che geme/ inclinandosi a compiacere il vento. C’è sempre, nei versi di Luigia Tatti, un’immagine nuova. Gli argomenti della sua poesia, argomenti consueti, quasi abusati, lasciano nell’uso che lei ne fa una sensazione di novità sorprendente, come se li nutrisse una freschezza inusitata. La tensione che unisce nel libro le varie poesie è data dalla ricerca continua e dal coraggio di tentare sempre una nuova lettura dei fatti della vita. La poetessa non si arrende e piega il cielo e l’acqua, il sole, tutte le atmosfere, gli alberi sulla terra e il vento a costruire immagini che l’aiutino a capire, a proiettare nel significato di un futuro ogni istante vissuto, ogni sensazione passata. E questo bisogno insaziabile di pensiero e di immagini l’aiuta ad essere puntuale nelle parole a ricercarle nella loro specificità in modo che avanzi sempre il materiale per altre immagini. C’è in questa precisione delle parole e nell’invenzione della sintesi fulminea, l’abbozzo di un espressionismo letterario accattivante. L’espressionismo che da modo al ritmo della poesia di essere sempre adeguato all’argomento e al contenuto del verso. E il collegamento con l’inventiva, la rapidità di immagini e di rime con i poeti improvvisatori della lingua sarda sta proprio in questo: Nell’inesauribile originalità dei paragoni e delle definizioni. Le sequenze di parole non si ripetono mai. Ciò che si ripete è soltanto il vigore accattivante dell’espressione e il tono inconfondibile della poesia.

A. Secci

E' Vita, Sai...
E' vita, sai... Quest' affannoso senso di mistero che ti avvolge, un continuo affiorare di vibrazioni arcane sensazioni e messaggi che provengono da realtà invisibili, lontane e ti sottraggono da chiare spiegazioni concettuali come a domande poste a volto enigmatico di sfinge. Ed è vita, sai... ciò che indocile e mutevole ci guida, ci tormenta, talvolta, e a volte come madre pietosa ci conforta, ci fa sentire ramo, foglia, figlia, gemma,virgulto, a tratti fiume in piena ed altre, goccia. Piccola goccia, su filo d'erba tenero su cui la luna possa rispecchiare. Ed ancora, è vita, sai... il ritorno del sole, domattina nell' incanto di un paesaggio silente a curiosar tra i rami di un albero fremente di vibranti gorgheggi nitidi e gioiosi in un appassionato e dolce risveglio dal torpore della notte.


 

Disegni
Questo è il giorno perfetto per tornare su me stessa, rientrare in me con gli occhi della mente, avere accesso alle ragioni accantonate che fluttuano, disperse, in un lago salmastro, nel niente. Resto sulla soglia e mi sommerge un'onda, azzurra, che presto sfuma, impallidisce, e una pioggia di carte volteggia, corre, inseguendosi fino a che, mollemente, qualcuna mi si posa accanto. Tendo la mano, pervasa da emozione, per quei tratti indefiniti, incerti, del disegno di un viale ridente, vedo piccoli fiori profumati e teneri germogli di magnolie e di mirti. Davanti a me, appena più distante, ecco un altro disegno, sembra un muro... senza alcuna finestra, senza porta, e mi domando se non mi sia sbagliata: non riconosco bene cosa sia, bestia, o pozzanghera, buco nero, o pozzo che contenga un dolore, una piaga spalancata, ma forse, è solo un' ombra, ed è qui che mi volto, alla ricerca di inaspettato lume, che la dissolva decisa, di netto. Anche l'eterno buio, si è stancato s'insinua, scivola, scompare nelle crepe di quel muro scalcinato, inseguito dalla sera, si protende, s'allunga, s'avvolge attorno allo stelo di un lampione l'abbandona accecato, si nasconde in un vicolo che l'inghiotte nella morsa del suo abbraccio silente.  


 

Melodie D’ Autunno
Squarci di emersione da un inconscio che profumano di sambuco e menta era così, e fu lì che te ne andasti oltre la soglia, verso un punto ignoto avvolto dalla coltre di una nebbia eterna che, sempre m' infrange l' anima e l' atterrisce. Da un paesaggio lontano l'eco della tua voce, mi raggiunge, costeggia le mie siepi spinose, si posa su un vecchio libro, accantonato in questa stanza colma di memorie mentre il giorno dilegua in un cielo lacerato e in un pianto cristallino in cui annegano immagini intorpidite. So che sei qui, sebbene non ti veda, mentre turbina e mugghia il vento scacciando un'estate rilucente di fasci di raggi di sole e intanto, sparge melodie d' autunno fino a quando svaniranno le mie ultime illusioni, poi, piegherò il capo, gemente, chiudendomi come fa, alla sera, un fiore.  


 

Ginestre
Stagni gelati, screpolati percorsi fragili su cui cammino, e mi s' affaccia il ricordo di pensieri, come esili figure in lontananza, prosciugati da dettagli irrilevanti, smarriti tra le fronde degli alberi, inseguo, muta, sotto il velluto nero che la notte distende. Scende sul volto, la grigia tristezza delle vie fangose e desolate, e gli occhi non hanno più orizzonti in cui spaziare. Vespertino giù tinto di rosa solcato da piccoli sciami di veloci insetti che disegnano, in volo, vortici dorati su radure di ginestre fiammeggianti. Albeggia, ormai, e la terra d' intorno si risveglia, e il suo respiro attraversa le tenebre, s'inerpica su per colline dolci, mentre ultime trine di nebbia svaniscono veloci verso il cielo.



    pagina 2

 

-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano -Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi -Autore di Rosso Venexiano: Giulia Luigia Tatti [Ventidiguerra]

-Recensioni: Manuela Verbasi, Francesco Anelli, Vincenzo Atzeni

-Editing: Anna De Vivo [Ande]
 

 

 

Giulia Luigia tatti - …e profuma ancora il mirto pag 2

  recensione di Vincenzo Atzeni
 
…e profuma ancora il mirto
 
di Giulia Luigia tatti
 
 
 
Nell’indagare attraverso una lettura non capita spesso di sentire assonanze che consentono un intimo colloquio con un autore. Quando questo accade, si è piacevolmente sorpresi nel constatare quanto simili possano essere i modi di intendere, ragionare e poi concepire un declamare attraverso un lessico accattivante per forte impatto emotivo.
 
   Per queste ragioni è necessario, per esperienza, tenere lontane le emozioni nel momento in cui si recensisce un libro. In questo caso, uno di Poesie. “…E profuma ancora il Mirto” è uno di quei libri di Poesie che hanno messo nella condizione sopracitata chi in questo momento recensisce.  Preso atto di ciò,  è necessario fare dei distinguo tra costruzione, emozioni e quanto un’autrice riesce a far baipassare senza forzature né ammiccamenti. Le poesie di Giulia Tatti questo trasmettono senza alcuna forma di falsa, seducente maniera di convincere il lettore. Sono evidenti i modi di intendere e quanto genuini siano i pensieri che l’hanno attraversata per poi fermare sulla carta i medesimi.
 
   Quando nell’intimo, quello di un percorso di vita, si riesce a condensare senza sbavature versi che non hanno alcuna forma di petulanza scritturale, allora ci si trova a dovere constatare una consapevole – perché veritiera di un intendere non artificioso – visione introspettiva che non lascia spazi a vocazione per richieste di approvazione. Leggere le poesie di Giulia è come passeggiare nella battigia, a sera, quando si è soli a riflettere. Come quando i pensieri corrono veloci a fermare attimi e momenti che hanno cadenzato un vivere nel quale si è stabilita un’analisi molto attenta delle sofferte emozioni e, di queste, cogliere anche le sfumature che hanno inframmezzato di gioie non superficiali tanti anni di un vissuto molto intenso ed incisivo.
 
   E allora perché certe poesie “parlano” e sono positivamente ferenti per un lettore? Perché queste hanno in seno la magia di “sapere disegnare sulle nuvole” (come si legge nella poesia ‘Lungo il bordo della strada’) quei ricordi di echi arrugginiti dal tempo, come ancora Giulia declama nella stessa poesia. Arrugginiti dal tempo, certo, ma non dimenticati né privi di struttura emozionale. I percorsi tortuosi non sono necessariamente faticosi, ma possono rappresentare - come rappresentano – quell’indispensabile soffrire per giungere al termine di un percorso dopo il quale si può assolutamente dire: “…Ad occhi chiusi / ripenso ai giorni, al tempo in cui / ignoravo, e sentivo il mio cuore / aprirsi ai passi incerti della vita / e, come raggio di sole / che trafigge una nuvola, / mille ricordi attraversano la mente / …”. Così si legge in un’altra poesia ‘… E, mi manchi’, che ferma fotogrammi vividi di passione ed emozioni.
 
   Nell’incedere delle liriche di Giulia si percepisce anche, e per fortuna di chi legge, quel vento che soffia dalla natia terra e che viaggia nella consapevolezza di un io non desideroso di dimenticare ma, anzi, voglioso di essere partecipe di un percorso che ha valicato il mare per deporsi in altra terra accogliente quanto gratificante per gli affetti più intimi, quanto per tanti riscontri di ordine lavorativo e culturale. Nella Poesia ‘Tepore di scirocco’, questo sentire prende forma e si amplia: “Tepore di scirocco / addormenta la volontà / ispira / desiderio di sonnecchiar senza pensieri. […] Germogliano i lumi, per la via, / e a poco a poco / la folla si disperde / ed il mio sguardo / indugia su un albero che geme, / inclinandosi a compiacere il vento.”. Davvero eloquente ed intensa, quanto pregna di quell’amore viscerale che accompagna il passato attraverso il presente.
 
   Non si possono non sottolineare, anche, alcune liriche che entrano nel sociale affrontato con delicata osservazione e giusti interrogativi. Ne è un esempio la poesia ‘Il colore delle lacrime’: “… Piccola donna dal tratto Orientale / incedi, lenta, sulla tua vita sciupata / inciampando su quel destino mendace / che prometteva felicità e chiarore. / Ma come è faticoso, vivere, / fra esseri indifferenti e muti… / forse che le tue lacrime non siano del colore / delle mie? …”
 
   E’ certo, inoltre, il gusto estetico che non scivola mai nella retorica. Se si vuole osservare un valore aggiunto, lo si può trovare nella continuità di una semantica essenziale quanto efficace.
 
 
 
  
 
 
 
 
 

Livia Aversa [Silverdeer]

"Non ricordo quando fu,
ma venni preso un giorno dal desiderio d'una vita vagabonda,
dandomi al destino d'una nuvola solitaria che naviga nel vento." (Bashō)

Cenni biografici
Livia Aversa nasce a Roma il 26 maggio 1987, città nella quale cresce e studia. Sin da piccola subisce il fascino delle culture straniere ed inizia a studiare il francese. Nel 2001 si iscrive ad un liceo linguistico della sua città natale, dedicandosi allo studio dell'inglese, del tedesco e dello spagnolo. Compie vari viaggi in giro per l'Europa (Francia, Spagna, Germania), trascorre circa un mese in Inghilterra e partecipa ad uno scambio culturale con una ragazza ungherese. In questo modo approfondisce il suo interesse per culture e civiltà diverse dalla sua.
La sua curiosità non cessa mai di crescere e di allargare i propri orizzonti, così, conseguito il diploma, la sua passione per i viaggi, per lo studio delle lingue e per la conoscenza di culture straniere acquisisce una nuova forma: quella della passione per il mondo dell'Estremo Oriente. Attualmente frequenta l'Università di Studi Orientali a Roma dedicandosi allo studio del giapponese. Sin da piccola coltiva i suoi hobby: la passione per la lettura (che la spinge ad approcciare libri dei generi più disparati), per la poesia, per la fotografia e per il disegno.
Personalità introversa, sensibile e complessa individua nelle varie forme di arte un mezzo per esprimere il proprio mondo interiore.
Recensione
…Ed è un mondo interiore molto ricco quello di Livia, ragazza di oggi affascinata dalla cultura nelle sue varie manifestazioni, dai viaggi, dai paesi lontani, ma soprattutto dalla vita. Si definisce “curiosa” e questa curiosità è il punto di partenza delle sue riflessioni,che denotano la sua maturità, ma anche la freschezza della giovane età. Nelle sue poesie le parole scorrono fluide e leggere, toccano con delicatezza emozioni, sentimenti profondi, ricordi, speranze. Esprime la consapevolezza della fragilità dei sentimenti umani, le contraddizioni che ne derivano, e l’innegabile innato bisogno d’amore.
Livia scrive di sentimenti senza scadere nel sentimentalismo. Le note di malinconia si stemperano sempre nella speranza: “un sole tiepido…..cicatrizza le ferite”. Ricorrono spesso nei suoi versi immagini legate alla natura, - il sole, il vento, il volgere delle stagioni, il mare - e ai suoi colori, natura compagna del nostro percorso attraverso la vita. La mia preferita (tra i testi qui pubblicati)- Plasson- in cui Livia coglie in pieno l’essenza del personaggio di Oceano mare, la sua infinita ricerca, la sua sfida e conclude con una domanda a cui si può rispondere solo in modo sottilmente ironico …..questione di musica…

Mari de Cristofaro


Anestetico
Il vento sfiora i tuoi capelli
accarezzando lievemente il contorno dei tuoi occhi,
trascinando con sé
l’espressione corrucciata del tuo sguardo.
                                                            [Mi farò vento]
Un sole timido
si fa scudo di nuvole cineree
In una malinconica mattina d’inverno.
                                                               [Mi farò sole]
Sistemi il giacchetto
a ripararti dal freddo,
ad arrestare il gelo.
                              [Soffierò via il gelo dal tuo cuore]
Un’attesa che sa di vuoto,
uno scorrer di lancette che è nulla
poiché neanche il tempo
riparerà ciò che è già stato.
                                 [Cambierò il corso degli eventi]
Gli alberi sono spogli,
a richiamar la morte,
eppure tutto intorno procede,
indifferente.
                                                    [Mi farò primavera]
Ogni strada è una sola strada,
ogni pensiero è solo un pensiero
ogni istante è sospeso
nel gelo malinconico di questa mattina d’inverno.
                            [Vorrei anestetizzare il tuo dolore]


L’assenza
Dipingo tele bianche
alla ricerca dell'essenza umana,
dipingo tele bianche
tentando di coglier gli occhi del mare.
Il quadro è ben preciso,
è ben inquadrato
ma un particolare sfugge
ed è il principio,
l'essenza delle cose.
Ed il vuoto
pervade l'anima senz'occhi,
invade l'infinito,
oltraggia l'animale
senza principio né fine.
Ed in questa titanica sfida
vittoria e sconfitta sono obsolete,
lo sconfitto è l'uomo sfinito
o l'essere di cui è stata carpita l'essenza?
Questione di musica.
Poesia ispirata dall'omonimo personaggio di "Oceano Mare"


Riflesso sul fiume
Notte.
Magia d'estate
magia di vita
anime che si intrecciano
in trame tessute dal destino.
Silenzio di un attimo
suggellato dal chiaror di luna
timida spettatrice
di magie ancestrali.
Timidamente
due mani si intrecciano
due destini si rincorrono
due labbra si sfiorano.
E la luna
intanto
riflette la sua sagoma triste
sulle scure acque del fiume.
Lacrime di luna
avvolgono ricordi sbiaditi
cicatrici roventi
pensieri ovattati.
E lei
unica testimone
di sogni spezzati
dagli errori del tempo
custodisce
segretamente
la magia di un batter d'ali
in una lontana notte d'estate.


The end
Crepuscolo.
L'aria delicatamente si posa
sulla sabbia tiepida.
Granelli di sabbia si innalzano,
lievemente,
creando impercettibili
vortici di pensieri
nell'aria.
Un sole tiepido
intorpidisce i sensi,
culla i pensieri,
cicatrizza le ferite.
Un raggio di sole
timido
accarezza l'ondeggiare
lieve,
increspato,
delle ultime onde
che si infrangono sulla battigia
all'estremo confine del mare.


Ricordi di viaggio – carri a Firenze
Corre veloce il drago,
occhi grandi e spalancati
fauci enormi e possenti
intessute d’oro splendente
a dare il “la” per le danze.
E il lungarno s’anima
di segreti e bugie
sorrisi e misteri
-alchemiche magie-
con indosso sete scintillanti
e bandiere plurilingue,
svolazzando con candide ali
o cavalcando destrieri medievali,
incrociando finissimi broccati
dall’orlo di gonne infinite
come la scia di un sorriso.
E tutto è concesso
a questo mare in piena di colori,
poiché regina della festa
è sua signoria la Vanità,
in abito verde foresta
ed azzurro mare
-il suono della libertà-
Indossa ali di pavone
-mille sguardi fieri ed altezzosi-
rapisce il vuoto attorno a sé
cancellando i confini del tempo.
E con sguardo penetrante
fissa i suoi occhi nei miei
in un sorriso che è il mondo
-in un mondo di nulla-
finché il candore della notte
non porrà fine a tal giostra di colori
-portando via la tua mano dalla mia-
costringendoti a tornare
maschera.


Il cielo su Berlino
Bianco compassionevole
di un'arcana cecità
come un demone incombe
sul risveglio della malinconia.
Irrequiete tracce
di una luce surreale,
cielo macchiato d'indifferenza
velata d'un tacito consenso.
Alle porte di un incontro
con l'oblio della propria anima
abbandonarsi alla silenziosa solitudine.
Quiete surreale
calma che affligge
e rende ciechi
in uno spazio adimensionale.
Intensità e contrasto
sul suolo bagnato
dal candido gelo della neve.
Senso di abbandono
in una città che corrode l'anima.


-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti:  Manuela Verbasi
-Supervisione:  P. Rafficoni
-Autore di Rosso Venexiano: Livia Aversa
-Recensione: Mari de Cristofaro
-Editing: Anna De Vivo [Ande]
sedicifebbraioduemilanove

Lucia [Soylu]

Se della mente mia potessi fare a meno...
certo mi staccherei da terra senza ali

Cenni biografici
"... Mani strette a trattenere la vita Mani aperte a restituire tutto quello che la vita mi ha dato. Occhi che non si saziano di rubare..."
 

E' Lu, a descriversi con queste parole.
Seguiamo i suoi passi e lei, ci conduce per mano, a riscoprire quanto non percepiamo più, quanto non vediamo più assorbiti da mille pensieri, mille impegni mentre, abituati a seguire la sequenzialità del nostro incedere restiamo insofferenti e indifferenti a quanto ci circonda.
"perchè a Milano si cammina senza guardare come se qui il cielo non esistesse! Eppure c'è..."
Ti sarà capitato di incontrarla: ai Navigli, nei Parchi, mentre va a trovare i suoi amici clochard alla Stazione. Immancabilmente accompagnata dalla sua macchina fotografica con cui ha dato vita a centinaia e centinaia di immagini. I tramonti rosseggianti della sua Milano, le albe livide di smog della sua Milano, le giornate di sole della sua Milano.
Non è solo la sua città ad offrirle lo spunto per gli scatti splendidi, da vera professionista, ma i momenti che precedono il sonno, quelli che riesce a dedicare a sé stessa dopo giornate intense, da vivere ogni secondo con gioia, caparbietà, entusiasmo. Aspettando il susseguire delle stagioni, nel seguire i propri ragazzi andare incontro alla vita e, come lei stessa scrive: con tante cose per la testa e ancora tanti sogni stretti al cuore. Curiosa e golosa di sensazioni nuove, guerriera orgogliosa di tante battaglie di ieri, gambe ancora salde per il domani, mani ancora aperte per accogliere e trattenere amore e amicizie vecchie e nuove, bocca generosa di sorrisi e di parole, orecchie che riscoprono il piacere dell'ascolto, occhi che non si stancano di rubare al mondo...
... luci, colori, suoni, immagini, respiri, profumi, attimi dimenticati o mai considerati da riscoprire e apprezzare.
Ritroviamo in lei la mamma premurosa e attenta che guida i passi dei propri cuccioli, riscopriamo in lei la dolce fermezza della mamma che sostiene, nel dubbio, e infonde amore, gioia, sicurezza e teneramente esorta:

"Ti parlerò...appena i miei silenzi si ripopoleranno di parole...ti parlerò! Per raccontarti del buio che in questi lunghi mesi ha abitato la mia mente, che nessuna luce è riuscita a cancellare anche se a momenti sembrava di sì, ma poi svaniva perchè non mia...perchè apparteneva ad altri di cui ho approfittato per stare meglio!
Ti parlerò della poca voglia di vivere che mi è stata compagna, in momenti di apatia assoluta, quando la possibilità di lasciarmi tutto alle spalle mi sembrava l'unica soluzione per non sentirmi così inadatta! Ti dirò di strade facili e ripide salite, di cammini consumati con grandi personaggi, di questo mio sentire così lontano dalla consuetudine e della difficoltà del crescere e divenire...del mio invecchiamento che ancora non accetti... perchè la mamma , o meglio la sua età, non si ferma ad aspettare la tua crescita ma ti accompagna... e vorrei rispondere alle domande che ancora tieni dentro perchè temi le risposte!
Ti parlerò, tesoro, io ti parlerò..."

Il blog di Soylu è qui
Le sue splendide foto sono qui
Soylu su Rosso Venexiano è qui

Lucia vive, affronta, combatte la sua battaglia con il tempo, con la dignità e la forza che le sono consone, bagaglio di una grande capacità introspettiva e di una accentuata sensibilità.
Soffre per la percezione di quanta poca allegria intravveda nello sguardo di chi incontra, e che incede con stanca, pacata rassegnazione.
Non resta inerte, in attesa, nella sala d'aspetto che è la vita, nel palcoscenico sul quale ognuno è chiamato a recitare la propria parte, di quel treno che non  si sa quando e come arriverà... Per lei, è importante donare un sorriso, una parola, un gesto d' amore  a chi, con lei e come lei calca le scene della vita stessa. Mai da soli, dice Lucia, ma sempre guidati da mani esperte che devono sapere ricostruire le tue parti ribaltate, maltrattate e messe a nudo! Mai da soli, ma con chi ti muove accanto alla ricerca, come te, di quel sorriso e di quella tenerezza di cui, tutti, siamo più o meno consapevolmente in attesa.
Operare su noi stessi una crescita continua, su percorsi dolorosi, gioiosi, senza mai soccombere ai sensi di inadeguatezza, alle situazioni in cui la vita tenda a disgregare le certezze, a demolire l' autostima, a smorzare sorrisi che nascerebbero spontanei se un tarlo, un maledetto tarlo non ti sussurrasse che nulla valga la pena per cui spendere un sorriso.
Piccola, Grande Donna, Lucia! Ti leggo con ammirazione e grande stima, mi arricchisco delle tue parole, dei tuoi pensieri, delle tue riflessioni. Le tue poesie riaccendono soli spenti, le tue foto squarciano cieli bigi e fumosi, l' acqua di quel mare che ami tanto, per la sua forza burrascosa trasmette un senso di invincibilità, le acque dolci rinvigoriscono pensieri avvizziti.
Ti sono profondamente grata, insieme a tutta la Redazione, gli Autori, i simpatizzanti del nostro Salotto Culturale Rosso Venexiano, per quanto ci doni, per la preziosità e la bellezza dei tuoi testi e dei tuoi interventi, per le lezioni di vita che sai trasmettere.
Ti abbracciamo con calore e  con sincero affetto e verso te, ma proprio tutto per te, si leva il nostro...
Siamo con te, Lucia. Ti vogliamo bene!

Giulia Luigia Tatti

Il cielo a volte... va proprio fotografato perchè a raccontarlo non ci son parole e mentre il treno mi riportava in luoghi felici, io questo ritratto gliel'ho fatto!

Mi perdo...i colori del cielo mi catturano...e mi perdo!

Anche Milano ha questi colori...e quando la signora indossa questi abiti io non posso fare a meno di fotografarla!

Il cielo a volte... si trucca di un blu esagerato che tutto il resto perde di colore e di interesse

Grande artista la pioggia!!! Si ritira lasciando regali per tutti... perché non approfittarne? La "piccolina" ce l'ho sempre in tasca, pronta a rubare e restituire emozioni!


Acqua calda a rinfrancare il corpo
Che lo spirito piano  piano abbandona.
S’è fatto guscio troppo fragile la materia
Cede al conflitto con il tempo
E lo spirito combatte per liberarsi
Per fuggire lontano
A cercare nuovi respiri
Nuovi corpi da accompagnare e consumare….

Come il vento
Ti rimarrò dentro
Come questo vento
Che spazza i giardini e scompiglia i capelli
Strappando insieme alle foglie
L’anima.
Ti rimarrò dentro
Come questo freddo invernale
Che t’avvolge le spalle e t’arriva alle ossa,
Come questo tramonto
Che sembra fuggir con lui
Ma s’impiglia fra le tue ciglia
E ti fa chiudere gli occhi
Per far sbocciare la mia immagine
Solo per un attimo
Per ritornare a tratti quando meno te lo aspetti
Proprio come fa il vento.
Foto ©Soylu,  poesia  ©Laura D’Amico

Stasera
Pensieri impalpabili
Come bolle di sapone sospinti da un alito di vento
Muoiono al primo ostacolo
Calano una goccia
Come lacrima
Per la brevità della loro vita.



Il cielo stasera

E' proprio con il caldo di questi giorni che i vapori, i gas e le luci di Milano danno al cielo delle colorazioni "strane", ne sono convinta! Visti gli orari e il fatto che il resto del cielo fosse perfettamente normale, a parte questo spicchio, non trovo altra giustificazione a questo dipinto della natura...l'ho fotografato!!! Per lasciarvi un saluto, ecco, solo per salutare  e per ringraziarvi della compagnia...


-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore di Rosso Venexiano: Lucia [Soylu]
-Foto e testi copyright Soylu
-Poesia in chiusura di pagina di Laura D’Amico
-Recensione a cura di Giulia Luigia Tatti
-Editing, Manuela Verbasi & Giulia Luigia Tatti
trentaluglioduemilaotto

Annamaria [Ventodimusica]

 
 
 
Recensione
Racchiuderla in un verso, racchiuderla tra quattro note, racchiuderla tra madre e le sue figlie, che dire: “Ecco, è così, è questa Annamaria!”
Dal portamento morbido, incavolata su una moto nell'abbracciare l'uomo suo che intende correre ancor di più e dirgli: “aspetta che ho da far una foto”. Sia essa un ponte, o due gattini ancora a far le fusa.
Annamaria, filosofa orientale del ventesimo secolo, e in cui tutto è armonia dalla fisica in sé al pensiero sulla fisica, sia esso un pensiero di Heisenberg o di un altro dal nome Capra.
Annamaria partecipa: partecipa al sociale e se le si chiede cosa ha trascurato in Rosso (Venexiano) vi risponderà: “Nulla che io sappia”.
Annamaria racchiude l'armonia, la porta a spasso con sé, e tra una crisi e l'altra di un suo nuovo pensiero ci butta di sera anche un po’ di jazz.
E già, il jazz è improvvisazione, proprio quello che mancava alla nostra sulle 23. L'ora di un orologio, i ragazzi da istruire a scuola, un giornale da acquistare all'edicola di fronte. Questo è il mondo della nostra Annamaria, e più in là quello delle sue figlie, la prima quest'anno studentessa universitaria per la laurea in medicina e l’altra, la piccolina, la quindicenne che tiene la casa in subbuglio come fosse il web, brava com’è al suo PC.
Questi sono i pensieri di Annamaria. Questa è la sua musica.
Volete gustar dei suoi versi, volete gustar delle sue note, e allora sedetevi e sentite questi qui:

 

Tentativi
Cosa vi direi oggi
dei tentativi
le attività quotidiane
forse dobbiamo urlare di più
per farci sentire
forse
dobbiamo stare un po' più zitti.
Procediamo, cioè, per tentativi, come:
...
"come se nulla fosse
come se tutto
fosse sempre stato".
(da Lago calmo).

"Libertà
forse un diniego
un'attesa non vana".

(Alla ricerca del tempo di carta).

Walter - Ormedelcaos
 
 
 
Cortili bianchi nel pomeriggio

composizione al clavinova

Il canto:
nel giorno attento ai suoni
e ai colori
gli accadimenti minimi
dell’attesa
il bianco cielo della primavera
sotto i portici
e i cortili nascosti…
Una volta
annusavamo misteri
una volta
esploravamo luoghi ignoti
eppure adesso
ancora dentro
vaga la permanenza
dell’incognito
come un lago
increspato
da pensieri ondosi.
 
 
 
Un minuto

composizione al clavinova

Vedo:
l’istante passa su di te
danzando.
Ecco:
il suono di una ruga
mi rapisce.
In fretta scappo
con sguardo leggero
a dare un senso alle parole vaghe
che sanno di momento già passato.
Mentre ti guardo
tu non sei più qui.
E la presenza
al mio specchio pesa.
 
 
 
Pioggia

composizione al clavinova

Il viale mi accompagna
sono riso di pianto
sono foglia ingiallita
sono eco di canto.
Sono larva rinchiusa
in bozzolo di seta
sono acqua che scorre
verso un’ignota meta.
Montagna immota
nel cielo levigato
e sole che lambisce
un tramonto di prato.
Sono tutto stasera:
il senso dell'inutile
il come ed il perché
di una parola intera.
(Sarà stata la pioggia)
 
 
 
La ragazza che suonava di notte

 
Il rumore del giorno nella testa
evapora di colpo
e il buio del silenzio
-onda di clessidra  
tra dita di vento-
si dilegua
(come eri triste
-oggi-
fra le tue note)
 
 
 
L'adagio

 
Regalarti le parole
sensa senso che si muovono dentro
mi è impossibile
come frenare
il lampo di tristezza
quando vai via.
La discontinuità
pesa come un macigno
ma l’abitudine inganna.
Strano sarebbe
e dolce
fonderci ancora
in un solo Adagio.
   
 
   
Soffi

 
Di soffi dentro
di volti chiusi all’anima
di sogni estremi
nascosti ed infiniti
oggi ti canterò
ti sentirò
ti vorrò dire
dolce come uno sguardo d’ambra
mi entrerà dentro tutto il tuo sapore
come di giorni chiari
nuovi
aperti al vento
di ogni dove.
   
 
   
La bellezza

 
Vincevo
coglievo le cadute
al volo per rialzarmi.
 
Indietro volti e mani
occhi di fine viaggio
occhi di inizio.
 
Ascesa senza ali
quindi le viole
i profumi, gli amori.
 
Tutto per niente
per niente in cambio mai.
Per la bellezza.
   
 
   
Musica

 
Incarno stasera la passione
l’andamento ondulante
l’apprensione
come non ci fu detto
noi facemmo
e l’altrove entrò da qualche parte
quasi sognando la rivoluzione.
Adesso
mi dileguo nel senso
il liquido profilo delle note
se fosse già deciso anch’io saprei
ritrovarmi in cima al controcanto.
   
 
   
Purezza

 
Come molecola d’acqua
come ossigeno d’aria
come scorrere di fiume
ritroveremo la purezza
di sete
di fame
d’amore
ritroveremo la purezza
tutti.
   
 
   
Luci

 
Ci luccicavano gli occhi
non so se di pianto o di riso
quella volta
e tante altre, e ancora
di forza e debolezza
di incanto nel futuro
lo stupore di vita,
i lampi d’esistenza.
Com’era dolce la pioggia,
gocce di musica sul viso.
Ci luccicavano gli occhi
scavandoci il cuore,
quegli occhi.
Mai finito
mai voluto
mai dimenticato.
   
 
   
Voce

 
Vaga
nel muto mondo
di mare sassi e vento
voce solitaria
 
il canto giunge
tra pieghe di una notte
straziandomi il sentire
 
falsandone le note
vibro come di pianto
dipinto al muro
 
come di foglia
lieve cadendo
in volo sottile
 
quando
-tu dimmi quando-
potrò ascoltare ancora
e non morire.
   
 
   
Lo sguardo in te

 
Al di là
dell’orizzonte mio
scenari trasparenti
bianche visioni
rimbalzano tra gli occhi
la mente opprime
ma lacrime di perla
si mutano in collane di sorrisi
se oggi stanca
di vagare sola
poso lo sguardo in te.
   
 
   
Tutto

 
Di liquido sguardo
magnetico astrale
vibra nel centro
una sincrona lacrima
se indietreggi ti seguo
ed ancora
non avrai altro da me
che tutto di me stessa.
   
   
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Annamaria [Ventodimusica]
-Recensione: Walter - Ormedelcaos-
-Editing: Anna De Vivo
-Correzioni: Maria Catena Sanfilippo

 

diecimarzoduemiladieci

Antonio Ragone

 

Biografia

Sono nato a Vietri sul mare, sulla costiera amalfitana, da anni vivo in provincia di Roma. Dalla casa dove sono nato e vissuto fino all’età di sedici anni, mi appariva lo spazioso golfo di Salerno, con l’orizzonte lontano, ora cupo, ora luminoso, crescendo e sperimentando le mie prime esperienze di vita insieme al mare. Forse, è per questa simbiosi, che, già da allora, ho considerato il mare come una misteriosa metafora della vita. Negli ultimi tempi ho partecipato a numerose rassegne letterarie, nel 2008 ho preso parte all’Epidaurus Festival di Dubrovnik, organizzato dalla pianista e poetessa croata Ivana Marija Vidovic, e partecipato ad un incontro a Vietri sul mare, il mio paese natale, dove sono stato invitato, tra l’altro, ad un incontro con le scuole e gli studenti del posto. Per il resto la mia attività va dalla poesia, alla narrativa, alla saggistica, mi sono occupato di editing, recensioni e prefazioni. Ho tenuto alcune conferenze, tra cui una su Giuseppe Ungaretti e l'ermetismo. Ho conseguito, tra l'altro, il primo premio ad un concorso di poesia religiosa, una segnalazione d’onore dall’Associazione Prenestina del Cimento e il primo premio per una silloge di poesie al Concorso nazionale "Luigi Parchetti". Poesie e racconti sono presenti in varie antologie. Nelle mie raccolta di liriche ho cercato di far emergere un forte e ricercato desiderio di ri-conquista, fino in fondo, della vita, quasi mi fosse stata sottratta, sotto gli aspetti più intimi, in un crudele gioco, da uno spietato mercato consumistico, dove non c’è spazio per i sentimenti, anch’essi divenuti negoziabili. E lo faccio chiedendo alla vita stessa, in un medesimo momento, ossimoricamente, verità e bugie, distruzioni e difese, eliminazioni e salvataggi, accettando da essa solo l’unica vera offerta che è l’amore, esprimendolo con un linguaggio serrato, come in un vicolo stretto, spudoratamente essenziale, che vuole arrivare, pur nella sua complessità, direttamente al cervello del lettore, lasciando il compito di trascinare verso il cuore le sue vigorose emozioni servendosi di descrizioni simili a fuochi d’artificio, che a me è parso udire nel corso di questa creazione poetica. Parole scagliate, all’improvviso, come pietre, quasi impietosamente a cercare con sana rabbia quei sentimenti smarriti nel sottosuolo di una società che incoscientemente pretende di poterne fare a meno. Le molte anafore utilizzate hanno il vigore martellante di una difesa e, nel contempo, di una pretesa a riottenere tutto quanto si è perduto credendolo di averlo sempre posseduto, inventandosi aprioristiche illusioni che così spesso si accettano come amaro conforto per proseguire in un infinito percorso di ricerca. Una poesia, quindi, gridata, mai sussurrata e mai disperata, nel tormentato deserto della vita, una poesia che vuole rivendicare a sé tutti gli elementi primordiali dell’umanità, senza far sconti a niente e a nessuno. Probabilmente dovrebbe intravedersi un tentativo, spero almeno in parte riuscito, di uno studio teso a conseguire una tecnica poetica essenzialmente originale, con una poesia, a mio avviso, energica, ma funzionale per un consapevole recupero di valori smarritisi nel caos delle ideologie fallite e sconfitte, ripristinabili solo elevandosi e sublimandosi nel labirinto dei moderni egocentrismi che purtroppo regolano le relazioni interpersonali. La vita non è un che un sogno spezzato sotto il peso delle ansie giovanili, proprio quando, nell’alba d’un giorno primaverile, ci si appresta a percorrere un viaggio, che appare naturalmente incerto, lungo una via spoglia di luoghi sicuri, timorosi di non incontrarli mai, giacché il viaggio della vita non è mai facile, pur accettando una sfida impari, scegliendo di lottare senza cedere ad inconsistenti lusinghe d’una società disattenta e edonistica, impegnando l’esito d’una ricerca, un coraggio perso e ritrovato per affrontare la vita, pur se questa appare lontana nello spazio come una “filastrocca della luna piena”. Da anni ormai ho capito che il silenzio fa rumore e ogni giorno si vuole imparare a cadere per rialzarsi senza troppe ferite, rimettendosi continuamente in gioco, in un circuito vitale dove il mare è immenso come una suggestiva voglia di libertà. È come quando s’avverte l’interiore necessità di scrivere ad un vero amico giovanile, cercando l’occasione, dopo tanti anni, di rivedersi. Allora non si spenderanno mai troppe parole per ringraziarlo, assicurandogli con sincerità che in tutti quegli anni, scorsi via come acqua di fiume, il mio pensiero è sempre ritornato ai ricordi della giovinezza, ai quali mi sono nutrito e tuttora mi nutro con immutata nostalgia. Quanti ricordi! Le nostre passeggiate per il corso di Vietri sul mare, i bagni marini sotto il sole costiero dell’estate, le partite a carte nel retrobottega del ciabattino, quando la pioggia bagnava le vie del paese, le ore passate dai salesiani, le partite di calcio, le passeggiate a piedi fino a Salerno passando vicino Palazzo Olivieri. E quanta speranza nei nostri discorsi rivolti al domani, quel domani che è già passato, e siamo ritornati all’oggi. Strana è la vita, che ci illude spesso, ci prende per la giacca e ci porta dove vuole, in quel momento, nemmeno ce ne accorgiamo. Poi … poi, d’un tratto mi sovvengono i volti dei tanti amici che hanno attraversato la mia vita, in special modo di quelli giovanili, e ne definisco il valore che tuttora appare autentico ed essenziale, avendo condiviso insieme tante piccole gioie e, perché no, le illusioni e le delusioni del nostro tempo, che custodisco gelosamente nelle fotografie in bianco e nero che spesso vado a visitare. Ebbene, i ricordi di quella nostra giovinezza mi hanno aiutato a portare avanti la vita, soprattutto nei momenti difficili che spesso ho incontrato lungo il mio percorso.
Ultime opere pubblicate:
Viaggi verso il porto - raccolta di poesie - Gabrieli editore 2004; L'isola nascosta - raccolta di poesie - Edizioni Akkuaria 2007; Con gli occhi di un gatto – AA.VV. – Antologia: presente con il racconto “Il gatto d’un regno lontano”; d’acqua è il mio nome – AA.VV. – Antologia: presente con la poesia “Ricordo veneziano”; La Passione degli Apostoli - poemetto con saggio critico - Ed. Akkuaria  2008; I passi sul sentiero sconosciuto - raccolta di poesie - liberidiscrivere.eu 2009.

 
Recensione
“(…) Una poesia, quindi, gridata, mai sussurrata e mai disperata, nel tormentato deserto della vita, una poesia che vuole rivendicare a sé tutti gli elementi primordiali dell’umanità, senza far sconti a niente e a nessuno (…)”.
Sono queste le parole con cui si può sinteticamente compendiare la poesia di Antonio Ragone, illustre artista letterato amalfitano, il cui afflato artistico è sicuramente corposo e intriso di elevati messaggi universali.
La sua forte propensione al gesto poetico ha origine assai lontana, bisogna principalmente ricercarla nell’atmosfere calde e sanguigne della sua terra natìa, dove il protagonista incontrastato è il mare. Ed è proprio in questo rapporto simbiotico che si ritrova la scintilla che ha dato vita al suo amore per l’arte.
Nella sua poesia vi sono segni evidenti di una ricerca originale, tesa sempre al recupero di quei valori personali che si sono smarriti nell’ideologie false e ricche di egocentrismi, una carica d’energia vitale e positiva.
Questo slancio frizzante e pieno di segnali universali si affianca sempre, quasi fosse un ingranaggio imprescindibile, al suo mare.
E' “suo”, il possessivo perché è proprio suo: lo sente dentro, che scorre palpitando e si rivela in tutte le sue variegate forme presentandosi in tutta la sua spaventosa maestosità.
Nei versi di “La spiaggia dei vecchi” se ne ha una forte prova:

 

Sulla spiaggia che possiede il privilegio
d’aver senza spesa tutte le cose
vomitate con conati d’onde
da un mare solitamente avaro
di tutte le sue illegittime conquiste
ben ricoverate nelle voragine delle sue prigioni…

 

e ancora qualche verso di seguito

 

Forse alla stanza un lume a petrolio
rischiara a stento il palpito dell’alba grigia
che appaga l’indifferenza dell’indugio
d’affondare i piedi sull’affogata rena
d’un mare non ancora placato.
Ora non fa paura a questi vecchi senza pace
riprendersi tutti i rifiuti rubati e tanto attesi.

 

Proprio in queste semplici parole, concatenate in un messaggio forte e allarmato, che il poeta pone l’accento del suo grido d’amore.
Il participio passato con valore aggettivale “vomitate”, nella sua accezione lessicale non certamente positiva, risponde ad una vera preoccupazione dell’autore nei confronti di un mare colpito dall’ignoranza dell’uomo e, non a caso, qualche parola prima va ad usare volutamente il sostantivo “spesa”, quasi volesse far intendere al lettore che il mare sia diventato un super mercato, in cui ci si trova di tutto. E se anche il significato dell’intera strofa rivela altresì la capacità del mare di celare tesori nelle sue profondità e in seconda battuta poi rigettarteli a suo comodo, tra le righe, resta evidente un messaggio di disagio.
Ma il poeta non si ferma, va oltre e, infatti nella chiosa finale, ci descrive un gioco millenario, che perdura in modo matematico… Il marinaio, pur temendo l’ira e la possanza distruttiva del mare, è costretto da un bisogno di sopravvivenza a sfidare le onde per andare a raccogliere i doni che lo stesso gli offre. E’ un rispettoso rapporto, dove il nauta sa che, nella generosità, troverà il suo compenso. Il mare, quindi, diventa stimolo per emozionare, per ritrovare affetti lontani e, a volte, dimenticati ma mai sopiti, per analizzare le proprie paure e per conservare sensazioni dal gusto pieno, in cui odori, gesti, parole, atteggiamenti sono la vita dell’artista…

Di altro registro è “Filastrocca della luna piena”:

 

E stanno tutti ad aspettarmi
Lungo il margine del fiume
C’è la luna, c’è la luna
Che stanotte è luna piena.
Cercherò d’esser presente
Come sempre in questa notte (…)

 

In questi primi versi, un’attesa, che perdura in ambito quasi sognante, si fa largo nella memoria appesa al tempo che scorre inesorabile e nel bagaglio delle reminiscenze, con lento procedere, prendono corpo immagini intense, palpitanti, che di certo sono appartenute all’artista e che ora si delineano lungo la dorsale del ricordo appagante…
E più avanti:

 

(…) Cercherò di far ritorno
Lungo il margine del fiume
Com’è stato tante notti
Dove abbiamo sospirato
Io per primo io per primo
D’averla tutta intera questa luna.
Ma chissà dovessi ritardare
Vi prego voi restate ad aspettare
Ci sarà notte come questa
Altra luna luna piena.

 

Qui, invece, la sua carica nostalgica diventa palpabile e la gioia delle serate passate insieme agli amici e agli affetti più preziosi prende spazio divenendo introspezione elevata, l’autore, in questo andamento temporale, sembra quasi che voglia rievocare quelle emozioni d’allora, come se le stesse nutrano ancora, a distanza di molto tempo, il suo cuore.
E forse è proprio così, da quelle reminiscenze non si è mai staccato, allontanato, non ha mai potuto farne senza, anche perché sono la sua vita… Sono istantanee che tiene nel cassetto e, all’uopo, le fa ritornare a galla attraverso la poesia…
Tra le spire della sua poesia si percepisce, concreto più che mai, un amore spassionato nei confronti della sua terra d’origine, è un bisogno impellente, un’esigenza vitale che s’espleta come un ampex memoriale, la cui forza diventa messaggio universale.
E’ la forza del suo mare a rendere il suo afflato elegiaco forte, passionale e melanconico. In “L’assenza”, infatti, appare chiaro sullo sfondo nebbioso di una serata o un giorno, poco importa, il suo bisogno di nutrirsi ancora di ciò che è stato fondamentale per la sua crescita interiore e, in una presentazione oltremodo marittima, fa una riflessione carica di tristezza ma al contempo lucida e razionale:

 

Percepivo l’odore della nebbia nel respiro,
nessun lampione pur fioco illuminava la fanghiglia.
Ero solo, e se qualcuno avessi mai incontrato,
saremmo stati – io e lui – ancor più soli. (…)

 

In questa considerazione, come si appalesa dal tono dimesso dei versi, si coglie bene la tristezza del suo pensare, evocata dalla descrizione scarna ma puntuale del palcoscenico su cui il suo razionalizzare si muove.
In quelle parole, equilibrate, precise, lessicalmente efficaci, l’ansia prende corpo evidenziando tutta la sua dirompente gravità, si rende conto consapevolmente che quei momenti non ci sono più, quegli attimi così avvolgenti non potranno più essere vissuti, ma, nonostante ciò, al solo evocarli il cuore riprende vita…
A questo punto, è logico ipotizzare che la poetica di Ragone sia vissuta e metabolizzata come un periplo avvincente, appassionante, dove il mezzo usato non è un battello o un legno galleggiante, ma bensì la memoria.
In tale viaggio i colori, le emozioni, la consapevolezza, i pareri celati e il variegato spettro dell’illusioni diventano inevitabilmente mosaico caldo di un animo sensibile, ove si rivede, esaltato in piena luce, uno sviluppo interiore.
Un tragitto preciso, a volte anche tortuoso, problematico ma sempre indirizzato alla ricerca dell’accrescimento personale e in seconda istanza persino universale.

 

Ne “I morti non vanno mai via”, ove la narrazione s’avvia lentamente, si può rilevare come Ragone, attraverso un linguaggio e una costruzione narrativa apparentemente semplice, desideri in qualche modo indirizzare subito il lettore verso un ambito puramente introspettivo, dove le emozioni risulteranno protagoniste incontrastate.
Grazie, infatti, ad un flash-back onirico egli entra immediatamente nel vivo della storia.
Quel bimbo, descritto con forte sensibilità autobiografica, diventa un mezzo per descrivere uno scenario preciso: un palcoscenico su cui, ancora una volta, si vedono pienamente passaggi di un vissuto di una terra cui l’autore non può distaccarsi e, ancor di più, non vuole in nessuna maniera lasciare o abbandonare…

 

(…) Un bambino correva lungo la stradina fitta di fichidindia sotto piante di quercia. Al di là del muretto che delimitava la stradina cespugli ed ortiche erano nati sotto alberi di carrube, e più giù ancora, la roccia che scendeva sino al mare, la tirrenica roccia su cui esili agavi s'innalzavano. Il suono dell'estate era la cicala nascosta forse tra i rami del centenario pino e il cinguettio di passeri irrequieti. In questo schietto gioco la corsa del bambino era la pagina vitale più armoniosa, il movimento che spinge l'uomo a fare la sua storia. (…)

 

Si ha la netta certezza che l’amore per quelle zone alimenta il suo procedere e che i ricordi saranno il punto nodale di tutta la narrazione.
I protagonisti, in un alternarsi di sensazioni forti e tenui, risponderanno o, almeno tenteranno di farlo, ad un’esigenza dell’autore stesso, cioè quel comprendere se la forza evocatrice della memoria può sostenere un amore mai svanito…E sia Angela che Adele sono la risposta.
In entrambe, in modo differente per sviluppo e modalità, vi è una consapevolezza, una sicurezza che, nonostante tutto, la vita debba essere vissuta pienamente e che nei ricordi, originati da accadimenti segnanti per il loro contenuto significativo, vi sia una sorta di medicamento salutare…
Ragone, con saggia delicatezza, sembra dirci che le memorie, seppur a volte drammatiche, tragiche, animano la vita e con esse si deve andare avanti e se ne ha la conferma ulteriore nella conclusione della storia, quando, con delicato disinganno, ci ricorda quanto i morti non ci lasciano mai…
Per esemplificare, la morte è vista come grimaldello per entrare nell’animo umano e in “L’ultima poesia”, altro racconto di una forte carica simbolica, se ne ha una riprova tangibile.
In questo racconto, dai toni mestamente noir, si gioca proprio su questo tentativo di varcare la soglia dei sentimenti, di cercare di giungere fino all’estremo e di portare chi legge verso un confine delicato, insicuro, dove le azioni si conducono solo per effetto di una soluzione tragica.
La morte del poeta rappresenta, sovvertendo e esasperando i fattori, una liberazione da quei vincoli a cui quotidianamente siamo sottoposti, è una sorta di rottura attraverso la quale si arriva alla libertà eterna. In uno strano gioco del destino la morte attua il suo disegno e per quanto sia tragico, ingiusto e terribilmente triste bisogna accettarlo perché fa parte della vita.
Questo è tra le righe il messaggio che ci vuole trasmettere l’artista.
Forse, dopo questa esegesi lievemente indicativa, si può arrivare ad affermare che Ragone, in tutta la sua artisticità appassionata e al contempo celebrativa, voglia in qualche modo riportarci all’importanza educativa delle memorie . Puntualmente, in un passo de “Il gatto d’un regno lontano”, sotto forma narrativa, lo ribadisce con forza convincente, quasi volesse marcarlo a fuoco nel nostro sentire:

 

(…) essendo i ricordi custoditi in qualche luogo del nostro essere, non sono vicini, ma, addirittura, sono noi stessi, il nostro pensiero, il nostro modo di comportarsi, le nostre contraddizioni.(…)
Parole che raccolgono tutta la centralità del suo gesto artistico e che, insieme alla sua terra e al suo mare, danno la misura concreta della sua forza espressiva…

Francesco Anelli
 
   
Filastrocca della luna piena

 
E stanno tutti ad aspettarmi
Lungo il margine del fiume
C’è la luna, c’è la luna
Che stanotte è luna piena.
Cercherò d’esser presente
Come sempre in questa notte
Voi che state ad aspettarmi
Non andate via di fretta
Non c’è altro da vedere
C’è la luna solo quella.
È sereno pure il buio
Non c’è alito di vento
C’è l’umor d’acqua stagnante
Ma ci vuole pure quello.
Che rimane ormai del mondo
Se non gli occhi verso il cielo
C’è la luna forse è vecchia
Ma è lassù così leggera.
Voi state pure ad aspettarmi
Riposate i vostri sensi
Così sfiancante è stato il giorno
Cercherò di far ritorno
Lungo il margine del fiume
Com’è stato tante notti
Dove abbiamo sospirato
Io per primo io per primo
D’averla tutta intera questa luna.
Ma chissà dovessi ritardare
Vi prego voi restate ad aspettare
Ci sarà notte come questa
Altra luna luna piena
   
   
Intermezzo

 
Quando tutti mi avranno
dimenticato,
ritornerò,

il turbato monito
del mare taciturno
ascolterò,

estraneo
tra la mia gente,
camminerò,

sconosciuto,
come un turista
venuto di lontano.

Così
mi sentirò
rivestito del mio passato,
di nuovo avrò
vicino
i miei cari
e gli amici,
rimasti fermi,
nel tempo,

ad aspettarmi.

   
   
La spiaggia dei vecchi

 
Sulla spiaggia che possiede il privilegio
d’aver senza spesa tutte le cose
vomitate con conati d’onde
da un mare solitamente avaro
di tutte le sue illegittime conquiste
ben ricoverate nelle voragine delle sue prigioni.

Per questo dopo un’invernale burrasca
d’un agitato mare notturno
i vecchi marinai percorrono palmo su palmo
riprendendosi nascosti nei detriti
la giusta ricompensa per le loro ansie.

Chissà aspettato quanto tempo con impaziente calma
scrutando all’orizzonte ogni sera
il segnale convenuto segretamente loro
che dia a questi vecchi una notte insonne
piena di pioggia che il vento sbatte
in faccia al vetro d’una finestra scura.

Forse alla stanza un lume a petrolio
rischiara a stento il palpito dell’alba grigia
che appaga l’indifferenza dell’indugio
d’affondare i piedi sull’affogata rena
d’un mare non ancora placato.
Ora non fa paura a questi vecchi senza pace
riprendersi tutti i rifiuti rubati e tanto attesi.

   
   
L’agreste casa

 
Vieni, ascolta un poco il senso dei pensieri celati
che popolano l’agreste casa riflessa nello stagno,
casa addormentata, da sterpaglia cinta,
irritanti ortiche e ombrose parietarie.

Dorme la casa, da secoli forse immersa
immemore nel sonno d’una notte astrale,
sì, dorme, dorme, eppure ancora vive!

Non far rumore mentre recidi
la pannocchia ramosa dell’asfodelo,
il silenzio stesso della nostra presenza
potrebbe risvegliarla, scuoterla,
nei rigagnoli al suolo farla crollare come sale.

Voglio che dorma, che resista all’implacabile
rumore degli interminabili istanti
delle nostre notti, ove da sempre
dai nostri sogni ci preserva
e dai risvegli ad ogni alba più inquieti.

   
   
L’assenza

 
Lo incontrai per una strada di fango
- il buio nascondeva il suo volto e non lo riconobbi -
erano già tutti dentro, seduti accanto
ad un boccale di vino. Mancavo solo io,
io, io fui l’ultimo a giungere al casale dei pescatori.
M’attendevano da tanti anni, e quando
entrai era già tutto finito, quelli già tutti
erano andati via. O non erano mai giunti?
Nessuna macchia di rosso vino sulla tovaglia c’era,
che sempre scorre nel berlo. Uscii.
L’uomo che fuori al buio non riconobbi
non lo conobbi mai, solo perché
semplicemente non era mai esistito.
Percepivo l’odore della nebbia nel respiro,
nessun lampione pur fioco illuminava la fanghiglia.
Ero solo, e se qualcuno avessi mai incontrato,
saremmo stati – io e lui – ancor più soli.
Vagando, vagando, pervenni alfine al porto?
Questo, questo, solo per la salsedine nell’aria?
Non seppi mai se anch’esso fosse mai esistito,
il mare, intendo, così immenso
per essere davvero mai esistito.
Quella notte, una buona volta, niveo da secoli,
intesi che nulla era tangibile,
perché nulla è ciò che in verità aneliamo.
Nella nebbia e nell’odore del mare,
che da sempre per me solo m’ero inventato,
all’improvviso pensai di rivedere
l’uomo nascosto nel buio.
Fu un attimo, poi disparve, perché non c’era.
Naturalmente perché non c’ero anch’io.
   
   
Una sera d’agosto

 
Nel tranquillo aere d’una sera agostana
scorsi il lucore delle perseidi
precipitare nell’ondeggiante verde mare
dei colli castellani, svanire tra i vitigni.

Guaivano i cani alla chiara luna
dalle vicine gore si levava un flebile
gracidìo di rane nascoste al buio
mentre inconsapevole raccoglievo quelle lacrime.

   
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Antonio Ragone
-Recensione: Francesco Anelli
-Correzioni: Maria Catena Sanfilippo
-Editing: Anna De Vivo [Ande]

 

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

 
 

Bruno Amore ( bruno6amore/brunaccio)

Biografia

Nato a Collesano (Pa) 08/07/1936 Anagraficamente residente a Viareggio (Lu) vivo a Orciatico (Pi) piccolo borgo medioevale della campagna pisana, vicino Volterra. Trascorro l’infanzia “intrabellum”, girovagando per l'Italia al seguito del genitore militare. Scuole poche e mal frequentate, molto maestra la strada. Quarant’anni nell'Arma dei CC, ho svolto servizio di polizia nel reparto volo elicotteri in zone sensibili al banditismo. Esperienze di vita non tutte esaltanti. Caratterialmente insicuro, introverso, ma necessitato a farmi forza (violenza). Letture molte, senza guida o piani. Curiosità più che altro. Preferenza per l'umanistica in senso lato. Comincio a scrivere con assurdità nel 2004-2005 quasi una terapia antidepressiva perché, dopo la quiescenza, con la mancanza di impegno, si evidenzia una crescente carenza di senso per il futuro e recriminazione per il passato. Non ho veri hobby: vado in moto a caccia di paesaggi e realtà impolverate nei ricordi. Randagio per carattere, frequento cacciatori senza cacciare, pescatori senza pescare, agricoltori senza coltivare, ma mi offro per aiutare questo e quello nella loro quotidianità senza ansia.

Bruno Amore
 
 
Recensione
Bruno Amore si definisce un girovago, un randagio costretto, nei suoi continui spostamenti, prima al seguito del padre militare e poi nell’Arma dei CC, a portarsi appresso le sue insicurezze, le sue paure accentuate forse dalle esperienze “non tutte esaltanti” che è stato costretto a fare ma che gli hanno insegnato molto già che maestra gli è stata la strada. Ed è da queste esperienze e da una necessità di sfogo che nasce la sua creatività, a volte semplicemente a volte con proprietà di linguaggio ma sempre curata nei minimi particolari. Ma sa anche stupirci con l’ironia e con fine erotismo. Davanti al dipinto “l’urlo di Munch” dal quale l’autore ha tratto l’incipit del suo “Aspettando Munch”, lo scoramento ha portato a far risorgere ed a scatenare tutte le paure, le ansie e le incertezze che accuratamente teneva nascoste nel tentativo di debellarle, di ammansirle, di neutralizzarle, perché, forse, in quel momento si sentiva il protagonista di quell’urlo. “Fioca viene una melica, tango da fisarmonica seguita da violino…” Le note languide di un tango suonate da una fisarmonica, scandiscono il ritmo di questo struggente e sensuale canto, riportando alla mente dell’autore la passione che ha condiviso con il suo primo amore “finito”, come dice lui, ma mai scordato. “Corpi fanciulli in palandrane lunghe…” E’ con toccante semplicità, che qui l’autore ci fa sentire la sua partecipe sofferenza, il suo rammarico, per le vittime innocenti ed allucinate di un gioco perverso inventato dalla stupidità umana. Un gioco che ha privato del sorriso e tolto la spensieratezza dell’infanzia a ignari bimbi che “si scambiano in allegria i pezzi inanimati secondo bisogno.” Questa, per l’autore, è una delle sue prime e più care poesie. Amori che finiscono, amori che nascono, questo è il leit motiv dell’autore. Un raccontar di storie incapaci di chiudersi o di aprirsi. Versi, i suoi, che sembrano lame taglienti e lui, il tiratore provetto, che centra sempre il cuore delle sagome lasciando un segno indelebile. “C’era una volta (mia madre)” una dedica dolcissima e commovente. Quasi una elegia questa lirica, uno scavo nella memoria alla ricerca delle parole, dei gesti che solo una madre sa dire o fare. Il ricordo di momenti, di attenzioni che per un adulto rimarranno eternamente preziosi ma che un bambino invece mal sopporta. Gesti che un uomo, nell’età matura, inconsapevolmente si ritrova a ripetere. Nelle poesie di Bruno c’è compattezza e forza, condite a volte con una punta d’amaro ma che scorrono con impeto dall’inizio alla fine.

Eddy Braune
 
Aspettando Munch
 (questa è l'incipit del mio scrivere versi)
                          
Urlo lancinante un silenzio, da un
                             sentire sepolto,
profondo. M'impedisce perfino il
                                       respiro,
mi stringe la gola senza voce. Così
dentro la notte, quando si spengono
                  i tardi bagliori della sera,
mi ritraggo ad ingoiare le ansie,
                                    le paure.
E occhi gialli foschi spuntano
                         dai muri grigi
della città, spiano le vie. Sogno di buio
                                                   in buio
scansar l'ombra mia spossante, che
                                       mi insegue.
Chiamo, più forte di mai, ne esce un
                                    timbro ignoto,
come un soffio infrasuono che
                     scende nel gorgo
della coscienza. Lo strido straziante
                                          del muto,
al vicino, distratto da un sogno, che
                                         passa via.
 
Hotel Argentina
(il primo amore adulto che finisce)

fioca viene una melica
tango da fisarmonica
seguita da violino.
malinconiche voci
lamenti quasi languidi struggenti
in un pomeriggio afoso d'agosto
nell'Hotel Argentina.
nudi tra le lenzuola ormai sudate
tra profumi di essenze amare
afrori di corpi accaldati
che ci siamo presi furenti
senza gioia
nel pianto.
bevendoci le salse lacrime
perché tu presto andrai via
e senza rimedio ci resterà
la nostra mancanza.
 

 
Un giorno a Kabul
(la coscienza civile che incalza)

corpi fanciulli
in palandrane lunghe
bianchi zucchetti
irrequieti sempre
corrono verso la piana
recintata breve
veloci claudicando
a destra o a manca
o sbracciandolo solo una metà.
verso l'atterraggio
dei paracadute colorati
su pacchi strettamente legati
una pioggia di grandi cartocci
come regali natalizi.
ognuno arraffa quello a tiro
senza curarsi di guardare dentro
poi...il lucido acciaio d'una stampella
il rosa carne di metà gamba sinistra
oppure destra
tutto un braccio destro o sinistro
o soltanto una mano.
e si scambiano in allegria
i pezzi inanimati
secondo il bisogno.
 

 
Chi lascia & chi resta
(ancora l'amore che non si ferma mai)

Sempre chi lascia pare esser
l'obbrobrio e chi resta canta
l'abbandono come reliquia
del suo amore grande
mentre dell'altro non rimane
che l'infamia di non esser stato
adeguato a tanto.
non amasti mai davvero
senza esserlo stata cento volte prima
e non concedi nulla senza esser certa
d'esser prima mille volte desiderata
alzi ognora il prezzo del tuo cuore
ch'è certo prezioso e d'amor bramoso
ma resta sempre solo e tuo soltanto
tanto che lo riprendi in ogni tempo
quando l'altro si accascia ai piè
della storia incapace d'esser più
di come può o superar le prove
che ad ogni passo metti e
s'allontana per non farti male
più di quanto non ne voglia a se
per quel che vale.

 
C’era una volta (mia madre)
come odiavo le tue ansie
ad ogni mio seppur piccolo volo
l'aria sgomenta che mi accoglieva
la stretta spasmodica al rincasare
il tuo silenzio triste
quando dal balcone miravo l'orizzonte
avviandomi non mi trattenevi
e dai vetri un cenno mi mandavi
Ora amo disperatamente
quei tremori non soltanto tuoi
quella presenza che mi dava forza
di andare e sempre ritornare
quei baci profumati di cipria
il contatto stretto caldo
che più non mi consolano.
 
Corrono nubi
e corrono nubi grigie
cariche di sogni
attraverso il cielo
di questa stupida vita
è vento gelido quello
che le rincorre e porta via.
si scaricano lontane da me
come certe piogge attese
desiderate per rinverdire
sedimentati desideri inappagati
riposti in attesa di tempi migliori
che non vengono e verranno mai.
 
Timidezza
Non arrossire quando ti bacio
ascolta il tuo corpo che brama
viepiù le mie carezze languide
non intimidire il tuo cuore ma
scioglilo che impazzi gioioso
quando il piacere raggiunge
ambiti gelosi predestinati e
cogli le rose dell’amplesso
che seppur vi furono spine a
recintare il campo della vita
nulla ripaga di più d’un orgasmo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Bruno Amore
-Recensione: Eddy Braune
-Editing: Anna De Vivo
-correzioni di Maria Catena Sanfilippo  
 

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

 

Carlo Picozza - Fausto Raso - Giornalismo. Errori e orrori. Per non essere piantati in Nasso dall'italiano

libro Fausto Raso.jpg
 
 
 
"Questo repertorio linguistico nasce dall'osservazione degli errori più ricorrenti riscontrati da un giornalista e da un correttore di bozze nella lettura di quotidiani, periodici e nell'ascolto di servizi televisivi e radiofonici. Per questo è senz'altro un aiuto al lavoro giornalistico che, come si sa, si consuma nella fretta." (Dalla presentazione di Lorenzo Del Boca)
 
 
 
 
 
 

Editore & Imprint: Gangemi

Pagine: 126

Autore/i: Carlo PicozzaFausto Raso

Formato: Libro in brossura, illustrato

Data di pubblicazione: 2004 (2 ed.)

Prezzo deastore.com € 12.00

 

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Donatella Bisutti, tra il sacro e il profano della poesia e della spiritualità

 
Cosa fa nella vita chi nel 1984 ottenne il Premio Montale per la raccolta, di poesie inedite “Inganno Ottico”, pubblicata dalla Società di Poesia nel 1985 e poi tradotta, in lingua francese, addirittura da Bernard Noel con il titolo “L’Erreur Optique”?
Cosa fa chi diede alle stampe la raccolta di versi “Penetrali” ed il poema sacro “Colui che viene” con la prefazione di Mario Luzi, e poi, a valanga, altri sintomatici libri tra la Poesia e la Spiritualità, come “Violenza”, “La nuit dans sa couleur de sang, ed. bilingue, trad. Jean-Jacques Boin e Bernard Noel, (Editions Unes, 2000)? Certamente la scrittrice Donatella Bisutti, alla quale sono rivolte queste domande, ci potrebbe rispondere in vari modi e per primo che le sue poesie figurano in diverse riviste e antologie italiane e straniere. Donatella Bisutti ha svolto negli anni un'encomiabile opera di divulgazione della poesia in una forma assolutamente nuova, specialmente attraverso due volumi “L'Albero delle parole, edito da Feltrinelli nel 1978 e poi in edizione accresciuta nell'Universale Economica sempre di Feltrinelli nel 1996, dedicato in particolare ai ragazzi, e il saggio bestseller “La Poesia salva la vita, Mondadori 1992 e Oscar Mondadori 1998. Donatella Bisutti come traduttrice ha fatto conoscere in Italia poeti come Jon Silkin, Louis Simpson, sull'Almanacco dello Specchio, Edmond Jabès, di cui ha tradotto e curato per Mondadori il volume “La memoria e la mano,1992, e Bernard Noel di cui ha tradotto e curato il poema La caduta dei tempi, Guanda 1997, ottenendo il Premio Biella per la migliore traduzione. Sua è l'edizione completa, con inediti, della poetessa Fernanda Romagnoli della Garzanti. Cura la collana di poesia L'Albero delle Parole per le edizioni Dialogolibri. Nel 1990 è stata presidente dell'Association Européenne pour la Diffusion de la Poèsiecon sede a Bruxelles. Conduce corsi di aggiornamento per insegnanti e laboratori per le classi elementari e medie, e un corso di poesia per adulti presso la Fondazione Archivi del ‘900 di Milano. È membro del Pen Club della Svizzera ltaliana, figura nel comitato direttivo dell'Unione Lettori Italiani e della rivista “Poesia”. È una sensibile narratrice (Voglio avere gli occhi azzurri, Bompiani 1997) ed autrice per ragazzi (L'Astromostro, Feltrinelli 1980, Lucio e la luce della luna, Campanotto 2000). Donatella Bisutti è nata e vive a Milano. È di questo mese, maggio 2010, il numero 4 del semestrale di ricerca transdisciplinare “Poesia e Spiritualità” edito dalla Passagem Sem Guarda Edizioni. La rivista-libro di 313 pagine, fornita di DVD dal titolo “Cosmovisioni” curato da Giorgio Longo e Luisella Carretta, presenta in copertina diversi argomenti dai titoli accattivanti: Tavola rotonda su Poesia e Psicoanalisi con interventi di Eugenio Borgna, Alessandro Defilippi, Carla Stroppa, Cesare Viviani, Alfredo De Palchi. È segnalata la residenza di scrittura presso Mohammed Bennis. Testi di Henry Bauchau ed una lettura di Cartier-Bresson a cura di Paolo Lagazzi. Il Dossier “Astronomia” ha i saggi di Erminia Ardissino, Henry Bachau, Francesca Bartellini, Francesco Benozzo, Marco Bersanelli, Donatella Bisutti, Sandro Boccardi, Caroline Carrat, Luisella Carretta, Pierre Chirouze, Giuseppe Conte, il saggio sull’arte della nostra chiarissima Ivana D’Agostino, Paola Di Prima, Bianca Garavelli, Michael Gluck, Letizia Lanza, Jean-Marc Lévy-Leblond, Carlo Alessandro Landini, Oskar Arni Oskarsson, Quirino Principe, Luciano Ragozzino, Alberto Schiavi, Mando Touraine che è anche il fotografo dell’energia primordiale in foto come copertina del libro-rivista “Poesia e Spiritualità”. Il reiterato coraggio dello spirito poetico di Donatella Bisutti, fa sì che anche in un periodo storico caratterizzato dall’attuale passaggio politico culturale, ci disegna, con curve repentine, una vera e propria svolta antropologico-culturale. Donatella Bisutti con la sua rivista “Poesia e Spiritualità” ci fa almeno percepire la transizione da una figurazione di umanità ad un’altra, e cioè in definitiva da una forma mentis di un io personale, ad un’altra forma mentale allargata al gruppo sociale, come respiro del Principio di una Umanità rinnovata. In definitiva i saggi, le poesie, le tavole rotonde, i racconti, le recensioni hanno lo scopo di “avvertirci” che stiamo vicini ad una “svolta” epocale. In pratica è la Poesia vissuta come esperienza poetica, così come si apprende dalle Poesie di Michela Zanarella e, non per refuso ho scritto Poesie con la “P” maiuscola quelle della Zanarella che, uscendo da sé, entra in relazione con un Sé più profondo, con una luce sua interiore, che diventa parola scritta in forma di autentica ed alta Poesia.
Donatella Bisutti in queste pagine della sua rivista-libro incoraggia l’umanità con parole di speranza: “Abbiamo bisogno di sviluppare una spiritualità trans-confessionale, essenzialmente laica e moderna, che riapra la nostra umanità depressa e oscurata alla gioiosa ricerca di una vita sempre più libera e felice, di quell’essere umani in pienezza che preme in ognuno di noi con la forza e la gioia di un Nascente.” Proprio con queste parole Donatella Bisutti, autrice fra l’altro del saggio La Poesia salva la vita, presentò il primo numero del semestrale di ricerca transdisciplinare “Poesia e Spiritualità”, ora al secondo anno di pubblicazione con il n° 4.
Nel suo primo anno di vita la Rivista si è fatta conoscere anche a livello internazionale, con presentazioni di prestigio sia in Italia – a Milano all’Unione Lettori Italiani, allo Spazio Tadini e alla Casa della Poesia Palazzina Liberty, a Torino al Convegno Torino Spiritualità, a Roma alla Biblioteca della Camera dei Deputati con la Universitas Montaliana – e poi all’estero, dalla Maison de l’Italie di Parigi ai Dipartimenti di Italianistica della Columbia University e della Stony Brook University di New York, all’Istituto Italiano di Cultura di Lisbona. Si è trattato sempre di eventi contrassegnati dall’affluenza e dalla partecipazione del pubblico, con relatori di altissimo livello, fra Guy Goffette, Nuno Judice, Franco Loi, Bernard Noël, Maria Luisa Spaziani, Cesare Viviani”. Ed eccoci nel secondo anno di vita della rivista semestrale “Poesia e Spiritualità” con il n° 4, edito dalla Passagem Sem Guarda Edizioni.
La Poesia… vi sono istanti che diventano intensità. In questa intensità la mente respira, non più divisa, scivola ai confini del tempo, incontra la bellezza come puro esercizio di sopravvivenza… e si entra  nella vertigine del vero, dell’Arte.
Mi congedo da questo articolo con una frase di Louise Bourgeois: “Fare arte non è una terapia, è un atto di sopravvivenza. Una garanzia di salute mentale. La certezza è che non ti farai del male e che non ucciderai mai nessuno”.

 

Giuseppe Lorin, per Rosso Venexiano

 
 

Elfo Guerriero

 
Recensione
È penna delicata quella di .... capace di disegnare con sorprendente leggerezza una natura dalle tinte pastello. La poesia è incentrata sulla rappresentazione di un mondo evocato dove la vita scorre placida e serena. Ha una sua magnificenza sensuale capace di affascinare

..."miele di fiordistella
acqua d'aurora dipinta
un grasso fuoco giuggiola
nel buio di velluto/"

così in Moonlight, oppure

..." L'aria è un torrente di luce assassina
falene pallide fanno la questua
la fiamma langue nell'aria bruna
come un tramonto di resina e brace".

Gioco di contrasti apparentemente azzardati. Cromatismi poetici usciti da una tavolozza che non si esaurisce. Il sentimento per l'amore è presente nella poesia dove la passione è sospinta da una grande umanità. La scrittura si fa poi coinvolgente nel portare il lettore in un viaggio nel mondo della mente e del cuore

..."Il respiro d'argento che tintinna nel buio
Il calore vicino di un fuoco lontano
La dolce ira delle tempeste
Tra le tue braccia, amor mio",

(in Sweet Fair Of Summer),

l'immaginario è di grande respiro e suscita evocazioni di grande suggestione. Versi molto espressivi in cui ci si può riflettere e ricordare nostalgie sopite. Esperienze di vita sentimentale si mescolano alla fantasia descritta con agilità poetica fuori dal comune, ma sempre accessibile. Linfa vitale per una vita migliore. Sa abbinare i sentimenti umani al manifestarsi della natura

... "Il sentiero mi chiama lontano
ma stasera ho voglia di vita
intrecciamo le mani se vuoi
e danziamo alla luna
signora dei boschi"...

(in Wood Lady),

coglie lo stupore che sfuma nell'uso sapiente di versi sciolti dove la lettura si fa piacevole, scorrevole.

Roberto Rinaldi
 
Wood Lady
Lei cammina attraverso le selve
nella bruma di un cielo lontano
ogni foglia che sfiora s'accoscia
in un crepitio ghiaccio
Ha capelli di notte profonda
e vestiti di terra e di fuoco
ogni passo sussurra un saluto
alla luce del giorno
Mentre al suolo si allungan le ombre
il falò delle feste si leva
e riluci di gemme incantate
come viva rugiada
Il sentiero mi chiama lontano
ma stasera ho voglia di vita
intrecciamo le mani se vuoi
e danziamo alla luna
signora dei boschi.
 
The Green Walk
Vento alle fronde nude di veli ingialliti
pioggia di tramontana a scorticar tetti
lega la fiamma mansueta nel vecchio camino
la voglia tua di riprendere ora la strada
Freddo, mio pallido amico
inebriante stendardo di pace senza padroni
rassodato hai le piane e le valli di tiepido fango
corre lesto il passo e rinnova antichi sentieri
Dove vado non è che poi importi
ogni meta è castello e fortezza da conquistare
è frontiera di mare e di cielo cui porgere omaggio
vivo bosco di attese dormienti
in scrigni di sfagno e di caduchi giunchi
Basta un forte bordone di quercia
e il conforto del pan di via
per condurre e reggere il ritmo del viaggio
Compagnia ne troverò sempre
altri passi ad incrociar questo
ed il fuoco la sera è una casa comune
dove ognuno e nessuno è padrone
E se vuoto restasse il sentiero
canterò ad ogni albero e uccello
quale gioia ruggente è la vita che corre
a me appresso
nel verde cammino.
 
Love Song
Mi perdo a volte in un vicolo inquieto
di luce brusca e di gravidi lezzi
non c'è che pietra e imbarazzo d'attesa
per reiterate carenze di spazi
Unghie si rompono contro i mattoni
come un felino che aneli alla fuga
e rabbia scarichi nel parossismo
di barattare mattoni con carni
e sconforto con morsi
Mi perdo e cerco nell'ombra dei sogni
quella parola che chiama a me i venti
quell'ala gelida che mi sottragga
al cacofonico nulla dell'oggi
Eppure c'è tra le nebbie del forse
un luogo acconcio ai miei desideri
ove celarmi alla gogna solare
è la sorgente del tuo incedere dolce
il coglier lesti i profumi d'autunno
per intrecciarci ghirlande di bronzo
e di pallido oro del bosco
E' ancora verde il cammino dell'anno
è ancora dolce il sapore del vento
non mi appartiene il tuo corso ma so
come seguire la tua lenta danza
come percorrer la traccia suadente
di quel romanzo vergato di nebbia
di quell'eterna e novella scoperta
che è questo canto d'amore
per te.
 
Samhain
Uscirò a guardare le stelle
indossando un caldo mantello
calzerò gli stivali di cervo
ed in capo ghirlande di quercia

lascerò sulla soglia una mela
soda bread e una pinta di latte
una piccola fata di luce
per guidarvi lungo il cammino

Ci saranno a cento finestre
arancioni e sdentati sorrisi
e sarà più sottile la notte
traboccante di passi e sussurri

la Signora rischiarerà il passo
con la sua pergamena d'argento
mentre correran cuori a pulsare
con il ritmo guerriero del bodhran

Entrerò nel serpente che danza
seguirò il fluire del tempo
nella viva spirale che apre
i cancelli alle anime salve
giungerà mezzanotte e ogni fiamma
assopita sarà nella notte
nell'attesa di mani fanciulle
a scoccare la prima scintilla

Si alzerà il sacro fuoco e sarà
nuova festa ed un fresco sentiero
mille fiaccole ripartiranno
a recare il sorriso a ogni casa

getterò nelle braci una foglia
i ricordi di un giro di ruota
i pensieri di fango e di fece
per lasciarli fuggire nel vento

perchè venga una pagina bianca
del gran libro che chiamano vita
dove cantare ancora una volta
questo giorno

fuori dai giorni.

 
Moonlight
Miele di fiordistella
acqua d'aurora dipinta
un grasso fuoco giuggiola
nel buio di velluto

l'erba come cuscino
vivo giaciglio d'incanti
la quieta ebbrezza del sonno
s'attarda gentile ai tuoi occhi

Ricamo intrecci di perduti ricordi
nell'onda di seta che mi sommerge
accolgo con gioia il tuo respiro
fragrante bacio di bianca magnolia

L'aria è un torrente di luce assassina
falene pallide fanno la questua
la fiamma langue nell'aria bruna
come un tramonto di resina e brace

io cerco l'aria che tu respiri
per indossarla come un mantello
cerco chimere tra i rami di pesco
nudi ora e stanchi un dì tetto d'alcova

ritrovo intatta nel tuo sorriso
la forza antica che mi mosse a te
vento di salice tra le tue chiome
luce di luna negli occhi tuoi.

 
Wolf
Soffice gelo sotto i tuoi passi
fiato di neve intorno a te
l'aria appuntita scortica gli occhi
frecce di vento nel manto tuo

Nel vecchio cervo non cerchi la carne
ma quel calore di maggio inoltrato
quando nell'erba seguivi tua madre
giocando lieto nel cuore del branco

Sotto gli abeti c'è un cuore asciutto
l'odore antico di chi aspettò
sotto la neve c'è ancora tempo
per ritrovare chi è andato già

Quando la luna era piena cantavi
la gloria atavica del cacciatore
eri signore di tutte le taighe
la voce limpida della paura

Abbassi gli occhi, vecchio guerriero
ma la stanchezza finirti non può
finchè cammini sul lago dei sogni
l'ultimo invito udire non puoi

Perchè nell'erba è più bello giocare
se c'è tuo padre a cacciare con te
perchè anche un lupo conosce l'amore
e lo rincorre nel sole che va

Gioca nel vento zanna di nebbia
lascia il tuo segno per chi verrà
tuffati ancora nel mare d'argento
la tua canzone

corre con te.

 
Nell'aria
Come fossi una brezza
ti respiro
Come petali di ciliegio
sulla neve
Come un ruggito di pioggia
a te io grido
Come foglie d'acero stampate
sulla terra
Come una quieta nebbia
mi sei intorno
come il mormorare lieve
delle rogge
Come uno spirito d'aria
vieni a me
come in un sogno ti bacio
in un sospiro.
 
Sei Tu
Sei una goccia di rugiada
nell'alba di un bucaneve
sfolgorante
lacrima di ghiaccio
Sei una gora di linfa argentina
gioioso scherzo d'acqua
inebriante
abbraccio di correnti
Sei una snella betulla argentata
timidamente al limitar del bosco
affascinante
sussurro di foglie.
Sei il respiro ricco della terra
adagiata nel bacio del sole
reale
come l'abbraccio della Dea
Sei la luna crescente e le stelle
il falò di una notte di danza
miele di castagno
dolce ninfa delle acque
sei tu.
 
Sweet Fair Of Summer
Fata delle sorgenti
Sciogli le trecce di cielo
Fai scivolare senza pudori
Il magico cantico delle acque

Elfa degli alti boschi
Accogli senza paura
Il viandante che percorre scalzo
Il sentiero dell’erica in fiore

Dolcissima strega
Donami ancora i tuoi fiori
Sono ebbro di sogno e non posso
Non voglio ancora svegliarmi

Signora del tempo
Regina del divenire
Scuoti l’alto fusto del tuo giardino
Dividi il frutto del tuo raccolto

Luna, scarlatta luna
Lascia un lenzuolo di quiete
Celaci agli occhi dei vivi
Dacci un palpito ancora di cuore

E tu, cantastorie alato
Tu menestrello che passeggi nel cielo
Ricorda e canta perché non si perda
Il sospiro d’amore che ci unisce ancora

Il respiro d’argento che tintinna nel buio
Il calore vicino di un fuoco lontano
La dolce ira delle tempeste
Tra le tue braccia, amor mio.

 
Beltane
Canterai, canterai
le braccia alzate alla luna di maggio
con il coraggio a calzarti i piedi
e una corona di faggio e di quercia

Sognerai, sognerai
fissando il ruggito di serpente
delle membra ardenti del bosco
rosseggianti sfuggenti falene

Griderai, tu griderai
la parola che apre le nubi
che fa germogliare il giorno
in un placido palmo di mano

Camminerai, camminerai
come in un mattino di nebbia sottile
avanzando sul nero battello
verso l'alto cerchio di pietre

Riderai, piangerai
abbraccerai chi ha danzato con te
correrai incontro alle stelle
con il sapore del miele che incanta

Troverai, certo troverai
quella fetta di cielo che ti mancava
in quegli occhi ti perderai
senza paura amerai

amerai.

Amergin
Sono nato dal pino e dall’onda
Sono cresciuto nel sole e nel salso
Sono un prato disteso al cielo
Sono un fiore ed un’ape
Sono il vento della sera
Sono la spiaggia vuota
Sono il sorriso del mattino
Sono il sentiero verso il giorno
Sono un albero spoglio
Sono una criniera argentata
Sono il verde ed il giallo
Sono il rosso e la terra
Sono un guerriero e un giullare
Sono un viandante assetato
Sono un cuore sbriciolato che batte
Sono una casa senza porte
Sono una finestra accostata in estate
Sono il falco affamato
Sono la colomba squarciata
Sono un menestrello pazzo
Sono un ombrello chiuso quando piove
Sono il figlio di una primavera
Sono una sera quieta
Sono un fuoco incessante
Sono un amante innamorato
Sono disperato e felice
Sono un campo di grano maturo
Sono la canzone del corvo
Sono il pianto del cielo di novembre
Sono una notte di danza
Sono l’ebbrezza ed il sogno
Sono un bacio dell’alba
Sono una carezza della sera
Sono un pellegrino dell’inferno
Sono felice di un inverno che arriva
Sono la vita che attende nel sonno
Sono la vita che brucia nel sole
Sono uno nel tutto
Sono il tutto nell’uno
Sono un artigiano
Sono andato avanti a cercare
Sono stanco ma il cammino è lungo
Sono stanco ma non ho paura
Di cantare il sole d’oro della vittoria
Il sanguigno tramonto della sconfitta
La risata cinguettante di una nuova vita
Il lamento del clan per chi è andato oltre
La lama sorridente della satira
E il peana di gloria della nuova stagione
Perché questo è il mio destino
Perche questo è il mio canto
Perché sono Amergin Verdistelle
Il bardo del Verde Cammino.
 
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Elfo Guerriero
-Recensione: Roberto Rinaldi
-Editing: Emy Coratti
 
 

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

 

Ezio Falcomer

Biografia

Nato a Concordia Sagittaria (Ve) nel 1962. Vive a Torino. Insegna Lettere nella scuola superiore. E' Dottore di Ricerca in Italianistica ed è autore di saggi di critica letteraria apparsi su libri e riviste. Fin dai diciott'anni ha avuto esperienze teatrali professionali e amatoriali. È membro della Compagnia di teatro sul web Accademia dei Sensi e della Compagnia torinese Eidos Teatro, diretta da Alan Mauro Vai.
La sua esperienza della poesia e della scrittura creativa in genere, non relegata ad agende, cassetti o a file sperduti del proprio pc, è recente e nasce dall'esperienza del blog.
Sotto lo pseudonimo di Isidhermes Siviglia, nel 2008 ha pubblicato la raccolta poetica "Brezze di brace" per la CSA Editrice di Castellana Grotte (Ba).
Altre opere:

  • Rive di Esistere è la produzione poetica successiva fino all'estate 2009, inedita;
  • Inedita anche la raccolta La Vita Picara, versi di ultimissima produzione, 2009-10;
  • Il Frank Einstein (Vorrei Vincere il Nobel per la Fisica Come Frank Einstein) è la selezione di tutti i post di natura comica, demenziale, surreale, istrionica, narrativa, cabarettistica, prodotta sul blog tra il 2007 e il 2009 e che hanno suscitato più commenti con i lettori. Il comico, si sa, avvicina autore e lettore. In questo caso il blog diventava anche un piccolo teatro. L'opera sarà edita a maggio giugno da Nerosubianco di Cuneo;
  • Diario del Che in Sicilia, parodia e satira della vacanza con la figlia l'estate scorsa;
  • La Filanda, parodia della canzone di Milva;
  • Il reparto, racconto ispirato alle degenze in ospedale. 

Fa parte della redazione di Rosso Venexiano dal 2009. Ideatore e curatore della sez. dedicata alle letture dei testi dei nostri autori (♦sommario♦

 
 
Recensione
Nutrendomi delle atmosfere artistiche di Ezio Falcomer, multiforme artista di area veneziana, iniziando dalla raccolta Brezze di brace, mi ha subito colpito quello che egli stesso definisce, un proemio, non a caso un termine dal sapore mitologico, ovvero ciò che rappresenta la parte introduttiva di un poema che dovrebbe inevitabilmente portare ad una conclusione quasi sempre drammatica.

Sfrigolio di parole
da brace escrescenti incandescenze
divelte dal buio o eiaculate
inopportune

sotto, il nulla di questo cielo

procelle vertiginose
baluginio di onde

brividore di ectoplasmi
sensuosi esicasmi

bipolari ciclotimie
di tremuli sintagmi

attinie gorgonie e gasteropodi
su un reef di un blu alchemico
sospesi

anelanti
al volo nel Mistero
tesi.

Si avverte, sin dall’incipit, che egli prepara le basi per condurci ad una serie di presentazioni concrete e ben definite nelle loro sintesi, tese a delineare un carattere e una condizione complicata di ciò che si riferisce al processo involutivo dell’organismo, vorremmo poter dire, della nascita, dal momento che questa successione si concretizza nell’ambito nativo per eccellenza, ossia l’acqua marina, su un reef di un blu alchemico / sospesi / anelanti / al volo nel Mistero / tesi. Ecco, il Mistero, non il mistero, che già si presenta all’origine dell’introspezione poetica di Falcomer, dell’uomo e della vita e del suo svilupparsi fino alla morte non sono altro che Mistero, il nulla di questo cielo, che pur è sostenuto da brezze di mare e di terra che alimentano il carbone acceso nelle braci dei disagi, delle inquietudini e delle agitate sofferenze delle passioni umane. Allora si comprende come questo Mistero passi anche attraverso riferimenti biblici come Il Cantico dei Cantici, riferimento al mistero della sacralità dell’eros, amore e dolore, e a quel richiamo di sapore mitologico - di cui si è fatto cenno all’inizio - qui rappresentate soprattutto dalle figure di Ecate, dea di sortilegi e di spettrali figure, libera di vagare tra gli uomini, gli dèi e il regno dei defunti, e di Persefone, rapita da Ade, dio dell’oltretomba, e colà portata, per congiungersi a lei per sempre nel mistero dei morti.

Vorrei titillarti i capezzoli
mentre mi leggi
il Cantico dei Cantici
versarti latte e miele
spalmarti
di rugiada e di fango

Ho sete di te
respirarti
con fame…

Ho male di te
oh i tuoi occhi lontani
corro i tuoi seni

Spazi aprirti o socchiuderti
infantile ebbro annebbiato
condurti
nel mistico e nel selvaggio mistero
porta o stipite del tuo sé profondo
rifarai amicizia
con Ecate e Persefone
i tuoi occhi lame nel buio
inquiete falene
sirene del piacere e del sapere
ti investirà la tua energia antica
riprenderà di te possesso
….

Quindi, Falcomer percorre un sentiero lungo e polveroso di cui conosce l’origine, e immette in quest’ambito iniziale un proemio che introduce una meta senza fine, forse sperata, sospirata, mai conquistata, per questo odiata. Ritorna il tanto amato senso del viaggio del poeta, della vita intesa come viatico alla ricerca incessante di una meta che forse c’è, e per questo ogni obiettivo raggiunto non sarà mai quello sospirato, il viaggio che ricorda quelli di Ulisse e di Enea come metafora della vita, nella quale, a volte, per soddisfare qualche intimo tormento, si è disposti ad accettare illusioni come conforto alle nostre ansie.
I poeti non sono cercatori di sogni, ma artigiani della realtà trasformata in una potenza metaforica per effetto di una dimensione icastica; i poeti vivono, “non con”, ma il Mistero che, antiteticamente, affascina e impaurisce, che spinge, pirandellianamente, e in maniera inconscia, a trovare una via di rifugio, un rimedio alle proprie pulsioni emotive. Falcomer lo fa in maniera del tutto autonoma e originale, sperimentando altri e disparati esercizi letterari, come il ricorso alla scrittura demenziale e surreale, una satira graffiante e gratificante per se stesso e il lettore, la troviamo nei suoi lavori Il Frank Einstein (Vorrei Vincere il Nobel per la Fisica Come Frank Einstein), raccolta di post dove il blog assurge a ruolo ben definito di piccolo teatro, altro luogo frequentato da Falcomer con sentimento e passione, e Diario del Che in Sicilia e nel rifacimento burlesco d’una canzone di Milva, La Filanda.

Voglio farmi un viaggio intorno alla mia camera.
Voglio prendermi un the con Madeleine, dirigente di locanda. Magari inzupparci anche il biscotto,
rimediando a tutto il tempo che ho perduto.

Tempo perduto, giorni sembrati inutili, è in realtà quel periodo temporale in cui l’artista guarda profondamente in se stesso, sperimenta l’inquietudine della solitudine, riscaldandosi al calore del fuoco sempre vivo dell’arte, così ampia e spaziosa in Falcomer, continuando il suo personale percorso attraverso La Vita Picara, versi di ultimissima produzione, dove quasi si traveste da popolano astuto e senza scrupoli che passa attraverso le avventure più disparate, di volta in volta vagabondo, servitore, scudiero, milite o furfante, caratteristico della letteratura spagnola.

Si sbelicano di luci
efelidi di folla
la polpa di adamitica polvere
nelle umide sere dei magi
è calda questa polla
di caos calura lojura
evade mia canzone
da lordura
e da altura eremitica
come un lorca rinato
dalla cura della Storia
nello struscio agorafobo
ti bacio ti calmo
col mio mantra di carne
mi perlita de labuan, rebelle
allo sterco di trono ed altare
mio rosario di allegro martirio
corsara di cuore e di pelle
guernica dove piove la gioia.

Falcomer raggiunge una sua meta, sospirata, l’importanza dell’esserci, ad ogni costo, nelle belle rime di Rive di esistere, fresche, a volte sofferte e mitologicamente erotiche.

desidero e non morirò
ma non muore il mio desiderio

un altrove Zeus mi vieta
mi annienta il Fato il roseo domani

donna mortale
d’amore di uomo
sfamarmi
ricordare uno ieri
un futuro inseguire
verso lui protendere le mani
potessi.

Flutti d'inconsolabile silenzio
agli opachi bordi di questo esistere
o resistere
testardo

Ezio Falcomer, nel suo racconto Il reparto, impegna un personale contraddittorio con la vita e con il male di vivere montaliano, utilizzando una purezza di linguaggio, pur certamente con strutture stilisticamente attuali, ma limpidamente conformi e funzionali, evitando di utilizzare un inappropriato parossismo letterario.
In conclusione, egli affronta il Mistero.
Il Mistero della vita: e lo fa da artista autorevole qual è, consapevole del fatto che quando si nasce poeta, assumono notevole spessore i sentimenti che inevitabilmente, nel tortuoso percorso del vita, crescono con lui, diventano visibili e percettibili e, in virtù di un ossimoro concreto e vitale, individualmente universali.
Questa intrinseca operazione artistica trasforma quel flusso di sentimenti in un grappolo di sensazioni che gli terranno sempre compagnia, come l’amore, la vita, la morte, luoghi di continue visitazioni, mai effimere, sempre disposte a mettere a disposizione del poeta infiniti acini da raccogliere senza che mai quel grappolo diventi raspo.
Nasce così una pura e concreta sintesi che consente di osservare, meditandoli, i pur piccoli accadimenti, i minimi solchi del vivere, da essi traendo un istintuale stimolo a trasferire questi apprendimenti (o apprensioni?) ai suoi compagni di viaggio, i lettori.

Antonio Ragone
 
Da “Brezze di brace” (Un proemio)
Sfrigolio di parole
da brace escrescenti incandescenze
divelte dal buio o eiaculate
inopportune

sotto, il nulla di questo cielo

procelle vertiginose
baluginio di onde
brividore di ectoplasmi
sensuosi esicasmi

bipolari ciclotimie
di tremuli sintagmi

attinie gorgonie e gasteropodi
su un reef di un blu alchemico
sospesi

anelanti
al volo nel Mistero
tesi.

 
Cantico latte e miele
Vorrei titillarti i capezzoli
mentre mi leggi
il Cantico dei Cantici
versarti latte e miele
spalmarti
di rugiada e di fango
sentire
il tuo soffio caldo
percorrermi il corpo
sentire le tue labbra
che sfiorano ogni angolo
bagnarmi il volto
nella rosa
gialla rossa verde azzurra
di fuoco e di carne
e sentire
l'urlo della lupa
nella notte calda
impazzita
di luna piena.
 
Il piacere e il sapere. Mistero sacro
Più della mente la pelle ricorda
fruscii cascata frutti polpa
cunicoli e anfratti ricorda
radure
piccoli laghi
dove dee o cerve si bagnano
lune e maree
flussi di vita e morte
paure degli avi o vivi pensieri
eroi impudenti
che risvegliano
passioni sopite
dimenticati segreti
rose viola
intricate di morte o passione
e di magia
profumo di iris
che cattura accende rapisce ammala
che guarisce.

Scavarti
tradirti con la tua voglia
e falce aratro pala dissodarti
riempire di me il tuo vuoto
riaccendere
la forza che dimenticasti
costante brutale dolce
dissetarti e infuocarti
mangiare e bere di te
percorrerti
con gli unguenti dell’inquieta volontà
come serpenti nel loro nido
o radici avide nella zolla pregna
attorcigliati e indistinguibili, noi

Come onda investirti
di spuma ridente
lavare la tua notte
e come mostro marino
succhiarti indietro nell’acqua abissale

Spazi aprirti o socchiuderti
infantile ebbro annebbiato
condurti
nel mistico e nel selvaggio mistero
porta o stipite del tuo sé profondo
rifarai amicizia
con Ecate e Persefone
i tuoi occhi lame nel buio
inquiete falene
sirene del piacere e del sapere
ti investirà la tua energia antica
riprenderà di te possesso

 
Il bambino
E ridire e raccontare.
Impacchettare un'avventura di una vita.
Cosa fui.
Ero magma ingenuo e affamato.
Sciarada di codice genetico.
Cascata di lacrime di generazioni
perplesse e affaticate.
Ero bambino che aveva poco tempo.
Ero sensibile un tantino.
Esigevo risposte o adulti godimenti.
Razziavo qua e là piaceri e chicchi di mais,
come le galline di Nonna.
Guardavo le sterpaglie e le fanghiglie.
Erano come gli intestini miei.
Rancorosi e pronti alla battaglia.
Ero pieno di stupori,
di fiato indolenza e indecenza.
Ah, l'odore delle bambine!
Africa, nei recessi miei!
 
Da “La Vita Picara” Benzodiaze
Stridono ore
nella biacca dello ieri
e un allarme di ipotesi
nella pace del presente

si sfarinano minuti monchi

rastrello eventi
estremo vegeto onnivoro
nello sciacquio della notte
calma luce di selvaggio

maciullo unghie
e strepito su campi di parole
pallore ipnotico delle pagine
apoteosi di eventi
che svetrigliano il sonno biochimico

fin quando cede
qualcosa
e il nulla orfico osmotico
mi abbatte
resa al naufragio

sfrego ultimi vagiti
in braccio alle brume

e la bestia
sfrana in antri
madidi e oppiati.

 
La spesa
I robot si scassano
ammiccando,
in fila alle casse,
a scampoli di morositas e mon chéri,
estenuati
da brusii di desiderio vacuo
senza potenza.

Allora
meglio trasformare le catastrofi
in occasioni
trasandate e spavalde

sale giochi
per bimbi parcheggiati
da dei eclissati e distratti

far esplodere strutture
fuochi fatui di cancredini

e cantare fra
dharma salsedini e filetti di alici
marinate.

 
Da “Rive di esistere” Calipso
Nutre questa spiaggia
mia fame di un sempre nuovo qualcosa

di brividi soglia varcare
desidero
contro una noia che suona di peso

mi muovo
tra meandri di alghe
di palme di ruderi
cimiteri di naufraghi
uomini afflitti

desidero e non morirò
ma non muore il mio desiderio

un altrove Zeus mi vieta
mi annienta il Fato il roseo domani

donna mortale
d’amore di uomo
sfamarmi
ricordare uno ieri
un futuro inseguire
verso lui protendere le mani
potessi.

 
Rive di esistere
Flutti d'inconsolabile silenzio
agli opachi bordi di questo esistere
o resistere
testardo

stagione a tempo è questa
canto di cicala sotto sole d'azzardo
foglie in concerto ansanti
effimere
plauso di bionde spighe

e l'oscurità
poi
ombra di chissà quali suoni
se suoni saranno
od opprimente
apatia di eventi

afasia di silenti eoni.

 
Chele d’amore
Sequele di aromi
umori estasiati
tutto mi porta
il vento di vita

un flutto sommerge
miei malati sapori

le chele del tempo
brezze sciupano e faville
al macero di gloria
di boria ostinata
ma non il cuore che ama

singulti di stupiti cantori
si diramano a radure

e l'amore è ormai
mio vizio e mia aria.

 
“Il reparto”
“Terapiaaa!”. E gli ospiti caracollano come zombie incontro al carrello, cuccagna biochimica di protocollo. Giorni lisci, demotivati, un respirare senza costi e senza rischi. Ore e ore di sigaretta guardando il pavimento, aspettando che arrivi sera. Sera. L’ora magica, quando le incertezze si dissolvono, l’angoscia si liquefa in una carezza di abbandono liquido alle benzodiazepine, come un massaggio thailandese. I più rompicazzo sono i maniacali, ti stremano, parlano a voce alta, metallici, senza sosta, aggressivi, ancora peggio se disforici. Tanti alcolisti. Fanno impressione i cocainomani in down; bulbi oculari vitrei, fissi: con le carte in mano non distinguono più un due di picche da un re di cuori. Gli eroinomani hanno un certezza: 70 ore di lavaggio vene e tecnicamente la dipendenza se ne è andata. L’alcool è più insidioso: il tipo scavalcherebbe il muro di notte per farsi un goccio al bar più vicino; il richiamo non finisce mai. Un’ ansia sorda, un’inquietudine inarrestabile. Con lo schizofrenico hai una conversazione d’èlite, per così dire: sono i più strutturati, i più ricchi di argomenti, sensibili, attenti, sotto il contenimento del farmaco. Con lo psicotico in allucinazione è un po’ dura a volte. Improvvisamente ti riveste di due tette e un fica, nella sua mente, magari mentre stai mangiando, e ti guarda in modo assassino, come volessi possederlo, tipo l’Esorcista. “E’ solo nella tua mente, è solo nella tua mente. Ti vuoi calmare? Passami il sale per favore. Massì, fanculo, cambia pure di tavolo”.
 
 
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Ezio Falcomer
-Recensione: Antonio Ragone
-Editing: Anna De Vivo
 
 

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

Ferdinando Giordano [Gil]

 
Biografia

Ho già un’età indecente; forse qualcosa in meno, calcolando l’anno da passare, per pensare d’essere ciò che avrei voluto diventare: uno così, all’anagrafe dei postini, non compare e mi dispiace. Avrei voluto essere raccomandato e non lo sono! Ordinario, pensereste; ordinatamente rispondo: sì! Non vi tratterrò a lungo: a lungo amereste essere altrove, lo so, ma è giusto spiegarsi prima per potersi ripiegare poi… E’ ciò che sto facendo e lo dico ai più distanti! Cioè a quelli meno attenti: al cane, agl’inciampi, alle dimenticanze, alle ricorrenze. Dirò col poeta, che non sono io, ma del quale scrivo ogni turbamento e le poche assonanze: “nacqui come tutti e come ognuno ne fui certo solo dopo un rapido consulto con le mie membra, non mi piacevo ed urlai. Degli astanti qualcuno pianse e qualcun altro rise: nessuno capì bene perché, ma tutti si diedero un gran da fare per raccontarlo.” Il luogo era, e dovrebbe ancora essere, Cetara, sulla divina costa d’Amalfi. Cinquantatre anni fa ed ancora continua a Salerno, dove lavoro nel settore dell’assistenza informatica e nella formazione. Varia fu la giovinezza e glabra d’onori, come pur’anco la maturità e similmente la vecchiaia incipiente. A qualcuno verrebbe in mente che è una vita inutile! Risponderò che di inutile in vita c’è ben poco, tranne la morte che spero di evitare nel secolo in corso: poi si vedrà… Ho vissuto per lo sport con sportività, quindi nessun risultato notevole. Ho vissuto per il divertimento spassandomela quindi niente di serio ho raggiunto. Ho vissuto per studiare ottenendo una laurea summa cum laude in Ignoranza Integrata all’Apparire Sapiente. Ho vissuto per scrivere consumando carta negli astucci delle Bic come cerbottane. Ho vissuto per lavorare avendo come obiettivo un’unica grande vacanza nella quale ancora mi crogiolo. Insomma, ho vissuto e vivo ancora a discapito dell’ovvio, ma - ovvio - questo finirà prima o poi, sperando poi. Sarei giornalista - pubblicista - se nonostante gli articoli pubblicati fossi riuscito a presentare un esame decente e ricevere una sedia girevole in una redazione decente, ancorché locale. Sarei editore se dagli oltre cinquanta numeri di mensile da me editi avessi tratto quanto basta per continuare. Sarei grafico pubblicitario se di tutta la comunicazione esterna ed interna realizzata fossi riuscito a comunicare ai committenti il giusto prezzo da pagare. Sarei un formatore se nei trent’anni passati a formare dagli analfabeti ai dottori mi fossi conformato all’insegnamento. Sarei un animatore radiofonico - lei, in perfetto inglese direbbe speaker - se nei ventiquattro anni trascorsi ad animare “on air” non fossi caduto malamente da quei voli. Ed invece, Egregio giunto fin qui, ho l’onore di annunciarti che sono ben poco e quel poco è: padre, sposo, genero e…! Come dire: paradiso, purgatorio, inferno e… limbo. Ah sì, una cosa buona c’è: sono interista ottimista.
 

 
Recensione
Nel leggere i componimenti di Ferdinando Giordano s'intuisce senza ombra di dubbio che la sua poetica è ricca di spessore. Da qui, pertanto, il mio lieve imbarazzo nel scegliere le poesie che meglio lo rappresentassero nel suo proporsi a tondo, anche perché, per la verità, in ogni sua composizione c'è lo spunto del verseggiatore attento e profondo. Detto ciò, in questo florilegio poetico da me modestamente scelto si potranno riscontrare tutte le simbologie di un animo pienamente rivolto al gesto lirico inteso nel suo significato più ampio e veritiero. Ed è proprio nel suo scorrere veloce attraverso l'animo della poesia che si ritrova l'originalità del suo comporre, si avverte la ricerca quasi scientifica del linguaggio atto a produrre sempre un alchimia tra messaggio e atmosfera evocativa...Il suo poetare, oscuro ma solo all'apparenza, si bilica con grande equilibrio tra slanci passionali, sorretti da metafore articolate saggiamente, e trame linguistiche ben dosate, per poi sfociare comprensibilmente in gesti eligiaci di gran esito. In "In vita", "Tutto muta a guardare da fermi", "So di me come discesa la terra" e "Solo mia sarà la visione", infatti, questa sua abilità si espleta come un rio d'acqua alpestre che nasce da una piccola fonte e, durante il tragitto lungo il mare ampliandosi di forza trascinante, diventa flusso energico e dirompente...Così, per certe valenze, il flusso poetico di Giordano appare denso, s'adagia su trame tessute con oculatezza e visione dialettica infusa di nostalgica tristezza, quasi se il gesto autentico di un sorriso, un bacio o, più ampiamente, di una considerazione possano aprire quegli spazi ricchi di sensazioni al lettore. E in "Non chiederei, ora, del tuo sesso un chi", tutto ciò s'amplifica portando il messaggio ad uno stadio introspettivo:

 

Avevi un corpo a nido d’anima,
un alveare di raccolta;
industriavano i pensieri un miele denso
sul giglio alto della coscia,
aperto al golfo delle labbra,
al sapore di talune bucce
amare (...)

 

come si legge tra le pieghe di un costrutto ricercato questo incipit è carico di forza dirompente, l'immagine dell'alveare a nido d'anima, simbolicamente, fuoriesce svettando su livelli elevati proponendosi come una sequenza, seppur semplice nei lemmi, forte dal punto di vista interiore...Il corpo dell'amata diventa natura rigogliosa e desiderio carnale, diviene passaggio di pensiero quasi osceno ...e ancora più avanti si rincara la dose:

 

(...) Quindi ti visitai
col passo delle processioni. Interno alla navata dei tuoi seni
il cuore stava cupo: nemmeno un cenno di respiro,
quasi un traguardo l’iride
- come in ogni sguardo basso - si presenta al dolore:
così ti nacque la partenza.

 

e i versi qui diventano più riflessivi, meno spudorati, quasi si volesse giustificare per l'audacia del gesto celato da un verbo così esplicito [ visitai ] e nel verso seguente c'è appunto la precisazione...Sembra ricordarsi avvertendo il lettore che la sua visita, poco importa se reale o auspicabile, è stata fatta con il passo usato nelle processioni, sicuramente pesante, rispettoso, lacerante e lento ma pur sempre voglioso di lei. Come si può notare, l'amore verseggiato da Giordano non è mai sdolcinato, mieloso, patetico e consueto, cerca quasi sempre di filtrarlo attraverso una lente spesso ironica e spettrografica, in cui ogni sentimento è reso originalmente e in "Quindi, vai" se ne ha un forte sentore:

 

Che cosa conduce
le frange del tuo costato alle brume della strada?

Il commiato

espone l’assenza negli spazi ritrovati,
quando rapido perderti è cruccio delle grucce sul cuore:
la breve gonna ruotata alla zip per lo sguardo; il foulard
nell’incavo di misura; la misura stessa che attrae sui tuoi seni
- quel latte insito di tutta l’acqua che mi bisogna -
mai compiutamente in fiore.

Quindi vai, esterna ai miei polsi

e resto trancio dei tuoi occhi:
con le monche dita della rabbia spingo
la notte alla semiotica dei fanali sparsi
nelle tue orme.

La città si muove, ha gambe tue:
percorsi lisci che avvampano la piazza
col suo governo d’ansie

per farmi insonne.
Chissà perché sempre al tramonto.
Chissà a chi questa deprimente ora.

 

versi questi, come si può ben notare, altamente simbolici, dove il desiderio si fa tratteggio e la cura del particolare riempe la scena: il cruccio delle grucce sul cuore, la gonna, la zip, il foulard e il seno giocano insieme nell'immagine come pedine mosse ad arte, per sfociare infine nella metafora dell'abbeveramento, che introduce lo scoramento del commiato...Un concetto d'amore sofferto, legato al compimento come prova di coraggio e il tutto posto come un percorso lungo e travagliato, ma proprio per questo ammaliante e vissuto con trasporto. Il Giordano sembrerebbe dire..."Guardate che la poesia, oltre essere ricerca del nuovo, è sofferenza, travalicamento del superfluo, è un passaggio attraverso l'animo". E in "A mio padre, sulla costa d'Amalfi", se ne ha un'ulteriore conferma...

 

Padre, questa sera non ti cerco a caso,
sono il solo figlio della mia nostalgia:
ero di fianco al vecchio Saracino
che sulla costa anticipa le nuvole
e dorme da secoli sul mare
ho tracciato sulla roccia il mio regno
e fissato quattro pertiche sugli angoli
poi con gli occhi le ho alzate fino al cielo
e più su per raggiungerti e pregare

ho disteso il mio corpo in appendice
e chiesto di dormire insieme a te.

 

qui l'amore della propria terra s'arricchisce della figura del padre e il componimento, tra le pieghe cariche di ricordi e zone a lui molto care, diventa una preghiera accorata per una persona che non c'è più ma che ancora presente nel suo cuore. La chiosa è un tentativo o, meglio, una speranza di lenire in qualche modo la mancanza fisica del genitore, quasi se dirselo, in qualche modo, potesse avvicinarsi ancora a lui. Potrebbe apparire come una disillusione, ma nel scopo primariamente poetico non lo è affatto, perché i ricordi possiedono una valenza terapeutica e l'autore di ciò n'è consapevole e vuole trasmettercelo.
In "Obiezioni agli aerei" e "Formiche in chiusa", invece, si riscopre l'ironia razionale dell'artisticità del campano.

 

Oggi tutti sanno
che non parlai male degli aerei
né a quei tafani del greggio
né alle bussole dei semi volanti,

epperò,

occorre che io ricordi
che non hanno ali adatte al cemento
così non si potranno muri portati
né scale o cortili
per abitare il cielo oggidì:

nessuno corre scalzo sopra i cirri
sottraendosi alla terra

a ridersi mentre cade.

 

In questa poesia, oltre a puntare il dito sul progresso simboleggiato dall'aereo, Giordano con cipiglio scanzonato, quasi provocatorio, ribadisce nemmeno tanto velatamente che la terra, più volte calpestata da piedi incuranti e incoscienti, sta per esplodere. E' un gemito preoccupato. E' un monito al gregge del mondo...Con immagini irrisorie si vuole celare un destino al quale non ci sarà soluzione se non si porrà rimedio. E il verso finale ne traccia la forza e l'ironia lucida...
Mentre, nei versi che seguono l'autore lancia un altro tema, forse più prosaico ma non meno importante...

 

Quando il peso del frutto spiegò il concetto della leva
di terzo genere - si badi - del terzo genere
noi tutti dal suolo esclamammo: oh!
finalmente si capisce il profilo del pianoro,
laddove si poggia il fiume
e piega la luce
il sonno.

Speculammo sull’ipotesi che tutto abbia un senso,
prima che il vomere annudasse larve
schiumandoci ai bordi;
qualcuno pronunciò: si è fatto tardi per sapere;
così noi

.

 

qui, infatti, il protagonista è il popolo delle formiche, che per trasposizione può paragonarsi al genere umano. Abilità e capacità di sintesi in questi fulminei versi: traspare lo sconcerto del popolo sotterraneo quando, atraverso una semplice leva, l'uomo avvia le operazioni agricole. Lo stupore degli imenotteri nello scoprire che la terra è abitata da altri esseri oltre loro è grande, ma è ancora, più amplificato quando si rendono conto d'essere indifesi verso quella razza che, per esigenze personali e di sopravvivenza, è pronta a distruggere tutto. Non c'è nulla che si può fare per opporre resistenza all'imminente distruzione e il verso chiave è proprio quello in cui il vomere affondando mette a nudo la debolezza delle larve E' ovviamente un paradosso, portato all'estremo, in cui il gioco delle parti è impari ma, nella sua crudezza, riporta a galla quell'esigenza di trovare la misura nei rapporti, qualsiasi essi siano...
In conclusione, per dirla con le sue parole: "Dirò col poeta, che non sono io, ma del quale scrivo ogni turbamento e le poche assonanze: nacqui come tutti e come ognuno ne fui certo solo dopo un rapido consulto con le mie membra, non mi piacevo ed urlai. Degli astanti qualcuno pianse e qualcun altro rise: nessuno capì bene perché, ma tutti si diedero un gran da fare per raccontarlo.”. Ed proprio il senso di queste righe che ci dà la misura dell'artisticità di Giordano, quel suo prendersi in giro con ironia intelligente, quella sua conoscenza della vita così disincantata, quel suo stupire e stupirsi su accadimenti reali che ci accumunano un po' tutti, quella sua irrefrenabile voglia di conoscere fanno di lui poeta e penna abile e originale.

Francesco Anelli
 
 
Dimmi di me

 
Tacciami di aver deluso i guadi
che non attraversai.
E di tutti i ponti la prima spalla
solo accarezzata quand’era appena un limo
il coraggio.
 
Tacciami della viltà del giunco
piegato alla corrente,
di quella persa opposizione al gorgo,
delle rotazioni in fibra di lamenti.
 
Tacciami muovendo cauta gli zigomi:
l’urlo dimena fruste ed io temo la sua gabbia.
 
Eppure sento la gola matura
quando mi espongo.
 
 
La domenica del lago
 
C’è già qualcosa che nasce a pelle del monte.
Furono altre zolle, e saranno di coscienza.
 
La confraternita delle piante si ravviva:
nessuna aveva ombre, e vanno folla al sole per la loro striminzita aurora;
ma il rumore del rotolamento era quello;
come quando rovescia il petto ampio una roccia
e coglie meraviglia di tenerezza ai lombrichi nuovi.
 
Erano il ventre della sassaia. La sua tenia angusta.
Non ce l’avrebbero fatta a sollevarla da sola,
la vita che si fa all’oscuro della chiara sorte trovata: animale e curva.
E nemmeno avremmo voluto fosse così.
 
C’è fretta ovunque e sottoterra i semi smagliano
la loro coperta. Sembra non manchi niente.
 
La neve scioglie il suo pensiero d’acqua e corre, inventa pozze di riposo:
non vedo muscoli perché qui non servono.
I liquidi si liberano dalle trappole solide: lo fanno senza sforzo:
perché non noi? Succederà una volta, una soltanto!, e non sapremo.
Potesse essere qui, tra me e il mandorlo: il mandorlo gemma ancora. Avverrà così:
il rombo delle braccia lungo gli argini del corpo,
la loro frattura in miriadi di puntute scaglie
infisse dal pensiero stesso alla schiera delle costole
senza doverci essere a principio un fondo di dolore.
 
I suoi rostri balordi, del ghiaccio - dico - ma non solo: scivoli, ma di che ti lamenti? Non sente l’erba con la gola umida.
Va alterna, va per gaudio agli alpeggi.
 
C’è un’unica via: un uomo muove un’ombra, e sono io
che introito vita
da spendere in città.
 
 
 
Come tra i panni spogli
 
Tornerà la triplice arsura di mistral
giù per gl’intonaci di sabbia
sui dorsi dei delfini e nelle gole dei gabbiani.
 
Sarà gobba la rotta inamovibile
per i flussi del nome perso: che gran bere ai ritorni sulle labbra del migrante,
restituito allo stomaco della città, diseredata dalla coppia
torrida.
 
- Riavrò il tuo sorbetto al limone?
Vai a saperlo tra le guglie della folla!
 
Mi muovo tra grisaglie di vetrine
trapassato dall’estoque di febbraio - in ricorrenza al cuore -
con la mancata forza
 
del tuo corpo
 
che non trattiene furia
sulle vernici
come tra i panni spogli.
 
 
 
Per una donna e mai più.

 
Non vive poiché non morì, come s’intende la pioggia,
solo fu attratta altrove.
 
La vedevo andare ai sacramenti
sulla corsia della quaresima
- in auge i suoi tremori -
portando calibri esatti di passione.
 
Fu una matassa di passi, su tutti i sentieri che andavano dalle rotule ai sogni:
un colpo vero al peso che costò alla terra
una quercia di un secolo scorso;
uno spartiacque a valle, patendo grovigli e inghippi di fretta,
per quell’invaso che trasudò fili come idee
a farmi uomo a stenti.
 
Seppe stare ferma quando l’organo zittì la voce:
tese la mano sul ronzio del mio lamento
e vi lasciò un silenzio semplice
 
ssssst…
 
come ancora mostra la bocca.
 
 
Liturgia dell’ombra portata.

 
Triste la nera di riporto
che muta per gli appoggi.
S’allunga o si spezza nei piani
ad uno sguardo retto li mantiene
ad angolo
ad aversi un futile turgore d’asse.
 
Nera la triste cade di colpo
sfuggita al corpo
che sia o non sia vivente
appartiene all’origine
lo implica:
di simile ho saputo solo
gli dei
ma anche l’amore o l’odio.
 
Finché qui ed io
saremo qualcosa
sarà l’ultima a calare
 
di me nella calata luce.
   
   
Prima della sera

 
Lei, lui.
 
Il muro contiene radici e pietraia.
Forse è più secco il suo cuore che il sole nella vasca.
 
Le serpi origliano passi ma trovano l’ombra delle cicale,
che non basta, anzi le arrabbia.
 
Niente di più ci assiste declinando l’afa al fresco.
Niente ci coinvolge meno delle radici esposte.
 
Tra di loro scaviamo una tana di corpi
per le nostre fluide carezze.
 
Siamo complici dei rami e reggiamo foglie di calma
quasi fossero porzioni di pause.
 
Se cadi ora,
come una pesca satura di mezzogiorno
avrai dimora nella mia fame.
 
Se ti lasci baciare, amor mio,
sarò dimora delle tue stelle
mentre le accendo.
   
   
Sul faro.

 
In questo semplice rubarti una smorfia, il volto si dà tregua
quasi àncora
non ormeggiasse l’uomo ch’è venuto a dirti andiamo!
 
Si direbbe di queste onde un caldo abbraccio
di sottane in punto alle ginocchia
come gli avambracci della luna sulle tibie della sera
oppure passi accorti oltre la soglia
del molo acquartierati nei frangenti del mattino spoglio.
 
Amarti era amarti ancora
benché nel disdegno del rancore il tuo nome
rappresentasse una seduta
uno sbarco un luogo
puoi dire un richiamo teso ai glutei per quella forza asciutta
delle aderenze.
 
Amarti ancora, lo so, era amarti prima
ma non ebbi fondo
per attese congrue ai tuoi voli.
Però poi ad un gabbiano in cova o forse in pagina di cielo:
 
guarda, un gesto di vento coglie il mare alla fonda
c’è la risacca persa sui bordi
ancora.
   
   
Spegnendo un lume, un salto di luce.

 
Ai recinti delle meridiane rubo ombra
e sugli intonaci dei campanili
i rintocchi spettinano crepe a ciocche:
qui compongo a labbra
i batocchi del tuo seno sonoro.
 
Tu sei la schiena di quel duro colle che s’anticipa
nel valico di una lontananza incerta
ma se avanzo a dita aperte negli avvalli
opponi castità melliflue
a guizzi di vocali intense.
 
E fermi l’uscio al chiuso.
 
Dammi una ruga che mi danzi intorno
sulla tua esile scorza un raggrinzire vacuo
mi accora
ma pattino ruotando i polsi
perché il palmo colga la lanugine istigata a guardia
di ogni attesa di percorso.
 
O di timore.
 
Cosa,
per questa fuga che ti attardo?
 
Sei tino di fragranza
spillato a goccia:
 
rade al punto che nessuno schiocco di castagne al fuoco
provocò salive tanto liquide alla bocca.
 
E come vino solido rafforza
ad ogni primitiva piena il tino si accalora.
   
   
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Ferdinando Giordano [Gil]
-Recensione: Francesco Anelli
-Editing: Anna De Vivo

 

ventitremarzoduemiladieci

 

Francesco Anelli - Sospetto Lancinante - narrativa

 
 
Avevo 35 anni. Ero single da circa venticinque giorni e lavoravo come analista di mercati economici...
 
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Copyright Licenza standard di copyright
Editore Ass.ne Salotto Culturale Rosso Venexiano
Pubblicato agosto 20, 2011
Lingua Italiano
Pagine 73
   
Rilegatura Copertina morbida con rilegatura accurata
Inchiostro contenuto Bianco e nero
Dimensioni (cm) 14.8 larghezza × 21.0 altezza
disponibile anche in Download:  €4.00   qui
 
o Ebook: €4.00
 
pubblicazione a cura di Anna De Vivo e Manuela Verbasi
autore: Francesco Anelli alias blinkeye62
 

Francesco Anelli [blinkeye62]

Sono Francesco e 49 anni fa questo mondo mi accolse tra le sue spire...
Non so dirvi se per mia fortuna o sua sfortuna, tendo tuttavia per la seconda ipotesi... sta di fatto però che ero venuto al mondo e quindi valse la pena vivere...
Ovviamente, sto scherzando.
 



Vivo a Milano, dove ho conseguito una laurea in lettere parecchi anni or sono, ora comunque mi occupo d'informatica.
Attualmente sono proprietario di un sito che tratta di sicurezza informatica, ove cerco di dare informazioni utili, atte a preservare il proprio computer da attacchi malevoli...
Amo e non disdegno la cultura e per questa ragione, per diletto, scrivo...

 

 
Nato a Sesto San Giovanni in provincia di Milano il 01 – 09 – 1960. Famiglia di ceto normale. Fin dalla tenerissima età s’intuivano le mie qualità artistiche, infatti mia madre raccontava spesso di me, davanti alla televisione, tenere il tempo musicale delle canzoni che passavano…Avevo tre anni…Poi crescendo tutto si è celato dietro la necessità di una vita difficile e dura. Ho frequentato le scuole dell’obbligo con la naturalezza di un bimbo, poi, giunto alle superiori, i miei decisero di farmi frequentare un istituto commerciale per ragionieri e così percepì il diploma con ottimi risultati. La mia vera natura, tuttavia, era la letteratura. Decisi finalmente di mettermi a frequentare la facoltà di lettere presso la Statale di Milano e lì mi laureai con profitto e per qualche anno collaborai con l’istituto di filologia classica. Ora, invece, mi occupo d’informatica.
 
Francesco Anelli
 

 

 
Gli Amanti 
 
Teme testardo del rio destino lo sguardo
lui che codardo d'amor celava il dardo,
ed or che 'l fato ha ceduto disarmato
il velo s'è alzato e un fuoco l'ha incendiato.<
>Con il desio nel cor aspramente s'allaccia
ed il suo andar così  duramente s'approccia,
tra fili sì sottili di lieve rugiada
pronto a gettar arcano stretto alla preda.
E 'l ragno tesse nuovamente la sua trama
perché presto vi cadan le prede a cui brama.
Ma esse a un rosso fil restan silenti appese
inermi e tremule due anime in amor sospese,
i loro occhi si scambian due arcani
e i loro cuori son uno senza domani.
Lo guardano e dicono:
"Aspetta indarno, tu, stolido ragno,
poiché 'l nostro presente scarno
non ti vuole suo compagno"
sugellando così dell'union la tempesta
che divisi li vuole senza protesta,
ma di dolce passion sconvolta la testa
..una sola anima al fin resta. 
 
 
Si coglie in questa prosa un antico ardore fatto di passioni mai sopite. Il linguaggio poetico è denso di materia, calzante nella ritmica, costantemente teso alla ricerca di un suono che si fa parola. La rima è presente, scandita come dei rintocchi di una campana, ai quali fa seguito il suo eco lontano. L'autore nobilita una forma poetica classica ma c'è parvenza di garbata leggerezza, senza mai venire meno  di una composizione  piacevole alla lettura.
 
 
 
Palpito
 
gioco con i tuoi occhi,
puntati sul mio viso,
ormai stanco dal conto chiarore degli anni.
Come vorrei essere un lampo per saettare
nell'oscurità dei tuoi gravosi patemi...
invece sono solo un bacio che muore sulle tue labbra
Palpito,
esito per il tuo seno gonfio di desiderio;
piegandomi scorgo le pieghe mobili della tua gioia...
il cui ansimo dona ai miei occhi stelle folgoranti:
come nell'amore.
tocco senza decenza le tue labbra,
voltandomi mi sfiori come farfalla
e nel rossore del tuo voglioso sguardo
ritrovo l'apice di una notte calda,
come il fuoco della passione... 
 
 
L'autore esprime con tutta la foga e la passione, l'ardore per un sentimento erotico. Poche parole esaustive nell'esaltare una gioia vitale, desiderio, voluttà e sentimento. Ci si immerge nella poesia lasciandosi andare a brividi d'estasi e immagini suadenti. 
 
 
 
Fata e Gnomo 
 
Difficile interpretare il silenzio, quasi quanto spiegarlo... Racconta cose profonde e sincere. Come ascoltarlo? Chiudendo gli occhi leggendo il cuore … scrutando dentro di sé comprendendo, capendo...accettando! In quel irreale silenzio si muove qualcosa...ombra di dama…Giunge volando, scortata dai raggi di una Luna …lenta incede, trionfando su un giorno che rosso di vergogna con un inchino si congeda...Figlia del vento e della terra del fuoco e dell’acqua...simile a lieve brezza sfiora i petali dei fiori in una muta carezza...in un eterno movimento che ricorda il principio stesso della vita...Si posa sul ramo dell’antica quercia che sovrasta la radura…trae a sé le gambe sottili, vi appoggia i gomiti ed inizia a guardarsi intorno…Il silenzio è il  sovrano di  quella terra, pochi versi di uccelli …un grido fiacco di corvo…Nulla che le paia degno di nota…i capelli rossi disegnano una fiamma viva e gareggiano coi lumi che si irradiano dal suo serico abito viola, paglie di luce che si accendono ad ogni movimento e refolo di vento...Il capo china a lato, mentre un soffio alita verso l’esterno, gocce di candide perle si materializzano per incanto, stende la mano sottile e con una lieve torsione del polso le racchiude nella stessa…Celata  in un alone di bianco incanto è lei, nessun dubbio su chi sia…E’ una fata…Vive da tempo in  questa terra desolata, dove lacrime e tristezza hanno solcato il volto della terra e degli uomini che l’abitavano..Niuno è rimasto qui.. almeno così ella e si dice nel bosco …ove tutti sanno. Densa, acre brezza lambisce le paffute guance di quella fata così gentile. Senz’alcun preavviso lascia quel solido ramo spiccando il volo in direzione del fiume, ambiente a lei molto famigliare. Sbatte le ali velocemente e le traiettorie di quel volo paiono equilibrate e ben dosate. Percepisce in cuor suo che quella natura, da lì a poco, diventerà palcoscenico di vicende burrascose, eppur consapevole di questa verità si porta tuttavia presso il masso vicino allo scorrere dell’acqua, ove è solita riposare…Nel suo volare, da quell’altezza, giungono ai suoi vividi occhietti immagini di un bosco ancora animato da creature gentili e lievi come un sole che riscalda. Una coppia di giovani daini muschiati erra tra i bassi cespugli nella ricerca di germogli freschi per la consueta prima colazione, uno scoiattolo, saltando di ramo in ramo, rincorre una farfalla dall’ali viola e gialle che, svolazzando irregolarmente, rallegra l’aria di quella mattina tersa…Insomma una natura viva, sveglia e pronta a donare respiro al mondo ancora ignaro. Quella creatura del popolo dell’ali abitava quel bosco da tempo immemore e le sue scorribande per le fronde verdi degli alberi secolari avevano conosciuto avventure meravigliose, aveva saputo trarre da esse insegnamenti utili per la vita che stava vivendo…Mentre la sua piccola mente ripercorreva tutti questi ricordi, un refolo di brezza gentile la riporta a concentrarsi sul volo. Vede il masso, che si trova proprio in mezzo al fluire un po’ irruente dell’acqua, pare un’isola in mezzo ad un mare ricco d’anime pronte a donare le proprie esperienze…Con un piccolo cambiamento di traiettoria plana, abbassandosi il più possibile, verso quella roccia, luogo d’avvistamento importante…
 
 
C'è  sempre un intento a dare vita ad una rappresentazione fiabesca dove il lettore può cogliere, se attento, un meta-linguaggio. Non è pura immaginazione di una fantasia libera e sciolta, c'è una profonda meditazione dell'animo universale e la fiaba nasconde significati reconditi, ma svelabili  a coloro vogliano immergersi.   
 
Desiderio sotto pelle
Nella penombra ti vedo...così proverbialmente generosa...con fiumi delicatamente scivolanti sotto gli occhi e con una luce leggermente imbrunita dalla stanchezza del quotidiano, pronta ad accendersi per un bacio e una mia parola....Voliamo nelle parole...nella passione...dammi la mano e aprimi il tuo corpo come un fiore all'alba che porge la sua eterea bellezza...Io, stante in quegli scorci di stelle filanti, mi nutrirò del tuo candore e dei tuoi sottili baci...Dammene con voracità...Io, non satollo, penderò dalle tue pungenti labbra...pronto a gustarne il colore, ebbro di te...Sempre i miei baci ti sollevano e ti schioccano e nella testa e sul corpo caldo ed animoso che vibra di tensione e di laceranti tocchi...E ti porgi a me...in un arco sempieterno, che avvolge il desiderio di me....E con voglia palpitante ti porto in quel gioco che, ogni volta, si rinnova tra languori e rivoli sguscianti di sudore e giace in movenze senza tempo vibrando in un gesticolare appassionato...Sei stupenda, e mentre ti guardo provo euforia indescrivibile...Ti voglio...ti voglio e per sempre. Urlo nella mente...
 
L'erotismo che traspare da questa breve composizione è prepotente e allo stesso momento ha qualcosa di soave, di sussurato, quasi volesse apparire ma non svelarsi completamente, con la forza delle immagini evocate dalla fervida creatività del narratore. 
 
 
Viaggio 
 
"non respiravo aria solo per dimostrare al mondo che esistevo,respiravo il tuo respiro per dimostrarti che esistevi,concreta più di una quercia secolare.Eravamo pronti a partire, il luogo era imprecisato.....la partenza ci aveva messo addossouna frenesia incontenibile, il tuo picchiettare sulla mia spalla mi aveva convinto che il viaggioora era concreto.Ti guardavo come si guarda una bimba e l'aria.....benedetta aria....scompigliava le  tue ciocche inconsulte di profumo di bosco, quello che mi aveva fatto sempre impazzire....quello che avevi al nostro primo incontro.Inalavo, inalavo profondamente e, in quel gesto vitale,percorsi il tuo pratofatto di pelle soffice, vellutata, rosea e pazzamente eccitante.....Io ero lì, davanti al bancone, che guardavo la hostess dal nasino all'insùe pensavo al tuo corpo gesticolante......lì a due metri da dove ero.Aria, aria, aria........un sguardo d'intesa, un occhiolino provocante, un ammiccamento di natura......e noi, tra qualche ora, distanti da qui....su un'isola piena di sole, piena di mare, piena di natura, piena di tranquillità………..lontano da tutto...ma soprattutto piena di noi.........Aria nuova, aria di felicità....."
 
 
La libertà dell'autore si fa sentire in questo brevissimo e intenso racconto. C'è sempre il registro dell'ammaginazione che spazia e si concede per visioni senza confini. Un inno alla libertà del proprio animo in cui prende forma l'inno alla gioia.
 
 
 
La partita

 

La lieve brezza spirante portava con sé le voci festanti di bimbi in vacanza; ed io, altresì quella mattina, mi trovavo nel cortile di casa. Sorridevo al sole, già alto nel cielo azzurro, e speravo di conquistare nel gioco le sicurezze di un bambino di quell’età.  Mi sarebbe piaciuto moltissimo prendere parte alla partita di calcio di quel giorno. Il gioco del pallone era la mia grande passione e, anche se non avevo la certezza di parteciparvi, ero ugualmente entusiasta. L’eco delle voci provenienti dagli altri cortili, divenuti anch’essi campi da gioco, alimentava il mio desiderio di giocare. Dopo le solite discussioni d’inizio partita, l’incontro ebbe il via. Mi gettai subito nella mischia e la mia squadra, anche quella volta, vinse con un mucchio di segnature……..
 
 
Un ricordo della propria infanzia diventa pretesto per evocazioni d'altri tempi. Sono sprazzi di un'anima candida e nel gioco descritto traspare tutta la proropente vitalità di una giovane vita.
 
 
Estate

 

Nelle estati torride e afose, quando il sole riscalda la natura festosa, mi piaceva guardare il fieno pieno d’insetti ronzanti e i riflessi abbacinanti dell’acqua del torrente. Coricandomi lungo le rive di quel rivo, ascoltavo il vociferare degli uccelli, appollaiati sui rami degli alberi circostanti, e amavo cercare di svelare i possibili segreti racchiusi in quel loro frenetico dialogare, senza comprendere tuttavia che lo stesso racchiudeva un mistero insondabile, impenetrabile e agli umani sconosciuto. Ero ancora troppo piccolo per intuirlo. Amavo altresì volgere gli occhi verso il cielo stellato, sorprendendomi ogni volta per la sua bellezza e l'oscurità punteggiata. Spesso piangevo davanti alla crudeltà di un roboante temporale estivo e, ad ogni feroce colpo di tuono, mi andavo a nascondere nelle gonne di mia madre, che con serenità amorevole, stringendomi forte al petto, nell’orecchio dolcemente mi sussurrava: “E’ Gesù che gioca alle bocce, non devi avere paura”. Solo ascoltandola e guardandola negli occhi provavo meno timore………..
 
 
Un racconto agreste e meditativo. Il pensiero dell'autore è piacevolmente nostalgico e a tratti malinconico, dove lascia spazio a ricordi dolci della sua infanzia. Gli occhi del bambino registrano quello che l'adulto trasforma in prosa narrativa. Brevissimo racconto con un finale struggente che regala il sorriso a chi si sofferma alla lettura. L'autore esprime costantemente nella sua opera complessiva, un forte attaccamento a valori e principi , in cui pare evidente l'esaltazione e la difesa di sentimenti puri, gioiosi, vitali. C'è amore per ciò che appassiona e sa trasmettere al lettore una calma interiore e meditativa.  
 
 
 
Tutte le opere di questo autore sono segnate dall'intenso rapporto che si percepisce nei confronti dell'amore per la vita, declinata nelle sue espressioni. Vitale e nostalgica, malinconica e felice, sensuale, dove tutto nasce dal cuore e dall'animo di una persona attenta  al suo passato, presente e tesa verso nuove aspirazioni e conoscenze. La scrittura è poetica e di facile presa, dalle tinte pastello, paragonabile  ad una  raffigurazione pittorica

 

Roberto  Rinaldi

 

 

C’era una volta un professore universitario a cui i genitori diedero un nome santo: Francesco, il signore degli Anelli. Non sapendo bene a cosa andasse incontro, ebbe l’intuizione magnifica di accettare l’invito d'una sorridente Manuela di entrare nella redazione di Rosso Venexiano verso ottobre 2006, quindi se non erro, conobbe i redattori della prima fase di Rosso, una gran bella squadra di st... upendi poeti molto capaci e un matto  vero, che la perseguitò per due anni, si affezionò profondamente a Manu, penso proprio per aver vissuto tale periodo.

 

Egli entrò nella sopracitata redazione ed accortosi che di Francesco ve n’erano almeno altri due, decise di farsi chiamare Franz, anche per darsi un tono militaresco da buon professore, pensando di metterci tutti in riga. Ben presto, fu sommerso da decine di recensioni da fare agli autori di Rosso Venexiano, a volte, coi suoi occhi azzurri alla Paul Newman, pianse lacrime di sangue per trattenersi dall’esprimere il suo vero sentire limitandosi a rigettare alcune proposte davvero difficili, oggettivamente impossibili, del resto, pensava, vabbè essere cortesi e comprensivi, ma non tutto quello che si scrive è poesia, non tutti coloro i quali scrivono, sono poeti, ed io lo faccio gratuitamente,  non ho peccati gravi da scontare, quindi c’è un limite a tutto.

Per fuggire alle recensioni impossibili, escogitò e propose di occuparsi di didattica che inizialmente fu relegata in un blog aperto apposta, una specie di Harlem lontanissimo da Frammenti (poi naturlamente e giustamente, a gennaio 2009 integrato per decisione di Manuela)   ed un laboratorio letterario, di scrittura narrativa, sempre su Frammenti che prese il volo e si diede un tono (un bel rosso vivo). Terrorizzato  perché quasi azzannato al polpaccio da Manuela, iniziò a scusarsi già nella prima riga per quanto avrebbe scritto nella seconda, dopo che ben due brave quanto permalose autrici lasciarono il Rosso, perché aveva espresso, ritenendo d’avere a che fare con persone normali, dimentico che qui di normali ce ne sono davvero pochi (e vuoi che siano proprio tutti da noi?) una opinione peraltro legittima e con cognizione, non supponendo che alle autrici e agli autori spocchiosi non devi far sapere quanti calci meriterebbero nel sedere.
Ridendo e scherzando, il laboratorio ebbe grande successo, non tanto quantitativamente che sinceramente è la cosa che ci preme di meno, quanto qualitativamente, giacché dapprima  trattato con diffidenza (quando uno si mette a fare il prof, tutti i prof lo stroncano)  e poi via via con trasporto ed amicizia, seppe legare i “geni di Rosso”, quattro figuri che sono un grande tesoro per noi,  di cui vi racconterò nei prossimi giorni. Questo racconto per farvi conoscere il nostro amato, buono e preparato nonché gran bel gnocco, Franz alias blinkeye62 (ma lui è del 60), al quale la sottoscritta deve moltissimo a livello umano soprattutto, ma anche per aver elevato culturalmente il nostro salotto che grazie ai suoi interventi e ai suoi banchi, di sicuro può fregiarsi d’essere culturale. Grazie amore di un Franz, non commuoverti che è tutto vero… ti abbraccio forte.

Francesco è persona di grande umanità. Nella nostra redazione dal 2006 ha visto nascere e collaborato alla formazione di Rosso Venexiano dando un contributo importante in momenti davvero difficili ,  creando e gestendo il Laboratorio di scrittura narrativa, dando una mano alla selezione della prosa per la biblioteca Frammenti, preparando le lezioni di didattica, e regalando commenti precisi alle opere degli Autori di Rosso Venexiano. Da parte mia e di tutta la redazione, un sentito ringraziamento e un fortissimo abbraccio di stima ed affetto sincero.

 

Tua amica Manuela

 

 

 

 

-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Francesco Anelli
-Recensione: Roberto  Rinaldi
-Editing: Manuela Verbasi
 

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

 

 

Francesco Luca Santo [Poetanelcuore]

 

Biografia
Francesco Luca Santo nasce trentuno anni fa ad Augusta, paese dove risiede tuttora. è specializzato in Archivismo Aziendale e qualificato OSA (Operatore socio assistenziale). Dall'età di quattordici anni scrive versi e pensieri che gli hanno permesso di vincere nel 1994 la menzione di merito al concorso poetico indetto dall'ente umanitario UNICEF con la poesia "Una pietra sul cuore". Questa passione lo induce, dieci anni più tardi, nell'Ottobre del 2004, a pubblicare il suo primo libro dal titolo "Stelle senza cielo"(Derocco edizioni);la comunione in versi e prosa di tematiche d'amore e sociali. Successivamente partecipa a svariati concorsi letterario/poetici, piazzandosi per due volte al quarto posto: "Premio Rosario Livatino"(Sorrento) col testo poetico “Una luna di dolore” e "Gara poetica" indetta dalla RAI dal titolo “Di- Versi” (RAI DOC FUTURA) con due diverse poesie: “Stelle senza cielo” e “Pioggia”.
Le sue rime sono presenti in diverse riviste ed antologie poetiche. Tra il Luglio e l'Ottobre del 2007, vengono dati alle stampe due quaderni letterari: uno in versi, dal titolo "Chimere", l'altro in prosa dal titolo "Nettare di Nabucco" entrambi editi da (Vitale edizioni). Nello stesso periodo, i suoi scritti, vengono menzionati in due distinti brevi articoli redatti dal quotidiano regionale “La Sicilia” stilati e curati dal giornalista d'arte e cultura Davide Mannarà. Questo è il preludio all'incontro tra l'autore e la Presidente "Dell'Associazione Culturale Akkuaria" di Catania, Vera Ambra, che dà vita alla nascita del suo secondo libro di poesie "Per rabbia o per amore". Un anno più tardi, Ottobre 2008, grazie all'interesse della poetessa ed editrice Lucia Lanza, dà alle stampe la sua prima integrale raccolta di prose dal titolo "Bisbigli e Grida" (Lulu edizioni). Nel Dicembre del 2008 è stato premiato, con menzione di merito, al concorso “Il Natale” Città di Patti con l'opera “Il Natale di Giuseppe”. Nel marzo 2009, la biografia e due opere poetiche “Albori d'amore” e “Blu” vengono inserite nella “Nuova Enciclopedia dei poeti italiani” cura di “Aletti Editore”. Nell'Aprile 2009 è finalista al concorso letterario “Concorso di emozioni” Manuale di Mari con la poesia “Elena” Nell'autunno successivo, Ottobre 2009, è tra i finalisti del premio “Pentelite” Città di Sortino; piazzamento terzo posto con la poesia “Questo è il mio Sangue”.
Francesco Luca Santo è presente in vari portali poetici del web, sotto lo pseudonimo di "Poetanelcuore" e, tramite le pubblicazioni virtuali, ha conosciuto ed intrapreso rapporti di amicizia e di lavoro poetico con diverse autrici di tutta Italia, tra cui: Dora Forino; Rosa Maria Di Falco e Anna Marinelli e “Raggioluminoso” con le quali ha composto alcuni "concerti di mani tra poeti".
 
Recensione
Francesco Luca Santo ha iniziato la sua carriera di poeta a quattordici anni in un momento di particolare sconforto e solitudine. Per gioco dice lui. Un gioco che lo ha plasmato e nutrito fino nel profondo del cuore, dandogli modo di apprezzare le varie sfaccettature del mondo che lo circonda e che poi ha saputo tradurre in parole, parole che rimarranno impresse nel tempo. Attinge le sue poesie da argomenti più disparati, che più lo colpiscono e, da ragazzo sensibile qual è, sa trarre delle liriche notevoli, liriche che parlano della sua terra, della sua città o di amori che credeva dimenticati ma che ricorda con rimpianto e dolore come in “Il figlio che volevo”. Nella poesia “Verso te” da cui ho estrapolato questi pochi versi “… bigotta e vigliacca/ mi raggomitolo in un angolo della strada ferrata/ con in mano l’eccesso infernale …” si può percepirne la forte commozione e la straordinaria intensità. Ne “La palla” l’autore trasmette una sofferenza che non troverà mai giustizia, il dolore di un’agghiacciante realtà, una sequenza che colpisce nel profondo, versi duri ma di vera vita quotidiana. Se il motivo scatenante del suo scrivere, per Francesco Luca Santo, in principio era la solitudine, il bisogno di farsi ascoltare, adesso invece, sono i sentimenti e le emozioni. Dolci o forti, tenere o dolorose, non importa quali esse siano, sa sempre trovare il modo giusto di trasmetterle in liriche di impatto e carattere. Riportando le sue testuali parole: “Credo che la mia poesia sia un dono, non so quale sia lo scopo o il motivo, ma c'è e convive con le mie emozioni. Non riesco ad essere obiettivo nei confronti dei miei versi, non so definirli, ma sono certo che sono elucubrazioni interiori che mi dominano quando mi ritrovo la penna tra le mani. A volte credo che siano orribili e da cancellare, altre volte li trovo notevoli e interessanti, ma questo è un po' il cruccio di ogni poeta: non riuscire ad essere critici fino in fondo e razionali con se stessi. La mia, credo, sia una poesia di cuore, viscerale, senza fronzoli o pomposità tecniche, è ciò che la mente mi comunica e poi la mano scrive. Anche per questo nasce lo pseudonimo di "Poetanelcuore". Oggi il suo bisogno è diventato pace, equilibrio e quel bambino che cercava qualcuno con cui parlare, adesso ha trovato la sua amica fedele che non tradirà mai: la poesia.

“Le poesie sintetizzano
musica e riflessione
Eteree e leggere
si sdraiano sui cieli dell’anima
smuovendone le emozioni…
Perché scrivere libera
la libertà di vivere…”

Eddy Braune
 
Il figlio che volevo

 
“Tu non sai quanto ti amo …
ma è così!”
L’ultimo soffio di fiato
che udii
dalle sue labbra!
Quanti giorni son passati...
quante cose son cambiate in me!
Le strade senza colore,
luce fioca per me il sole!
Quante volte ti ho sognata
e quante altre...
ho dipinto il tuo viso sul mio cuore!
Sognavo nostro figlio …
con i tuoi occhi
e il mio respiro!
Ho sognato …
non so nemmeno io quante cose!
Le tue viscere
adesso
stanno tessendo vita
ma la sua casa non sarà la mia,
le mani che lo stringeranno...
non saranno le mie!
E tu non puoi capire …
No … non puoi capire
Amore mio!
Non puoi capire …
quanto avrei desiderato esser io...
il padre di tuo figlio!
 
Verso te

 
Vorrei scrivere di te e di me...
di quello che eravamo
...e di ciò che il tempo ha bistrattato!
Vorrei parlare col tuo grido
che sordo mi esplode...
nel profondo del mio ventre,
come violini elettrici senza accordi
Vivo di lune e vampiri...
di facili letti e brutte poesie!
Vivo di eccessi e trucchi da pagliaccio
che imbrattano il mio viso
che tu definivi Dionisiaco
Sul freddo asse di un metrò...
attendo quel fischio freddo
che possa consegnarmi atrocemente a te!
Attendo il mio ultimo viaggio...
mentre questa cenere acida
sfigura il mio volto inchiostrato dal rimmel
Correrei per far più in fretta...
spiccherei il volo,
se un Dio mi offrisse le sue ultime ali!
Ed invece ho paura!
...e bigotta e vigliacca
mi raggomitolo in un angolo della strada ferrata
con in mano l’eccesso infernale
che ubriaca questi neuroni ormai folli...
questi occhi del tutto spenti.
Se tu tornassi dalla foresta nera...
se potessi riprender vita dalle nubi oscure,
il mio spirito tornerebbe a suonare la sua arpa …
come crisalide che rinasce farfalla!

***

(dedicato ad una donna morta suicida per la scomparsa del suo uomo)
 

   
La palla.

 
Mi regalava una palla
per farmi felice…
nella sua macchina
dai vetri oscurati
 
Voleva essere mio padre
perché figli non aveva…
Ma i suoi giochi
non mi divertivano!
 
E come lumaca velenosa
strisciava viscido
sul mio corpo
uccidendo per sempre
il mio sorriso!
 
Le sue carezze erano voglie…
I miei silenzi
Morte!!!
 
Mi regalava una palla
per farmi felice…
Mentre infelice
la mia età scompariva!
 
Avevo sette anni
E lui…
( lui )
Era il miglior amico
di
mio padre!!!
 
   
L'ultimo sorriso

 
Madre,

è già da un mese che son via, che non vedo il tuo sorriso, che non sento il tepore delle tue carezze, il profumo dei tuoi stufati e quel grembiule che odora di buono.
Il tempo, qui, scivola lento e imprevedibile; è un’eterna notte spinosa e buia:

senti solo urla e gemiti di dolore e poi non c’è freschezza nell’aria, c’è solo l’odore acre e spaventoso dei missili e degli spari.
Ci odiano tutti quaggiù … scappano impazziti ad ogni nostro passo, ed io non li biasimo affatto.
Ci chiamano gli angeli neri, le iene del male, perché distruggiamo le loro misere dimore, i loro cenci e il loro cuore; ma non sanno neanche quanto a me, tutto ciò, possa far male.
Mamma, odio questa pellicola di realtà … odio dover fare a pezzi chi, con questa assurda follia, non c’entra nulla e non sa neppure perché fugge via …
Voglio dire addio a questi gradi di paura e liberarmi da un inferno doloroso.
Tu aspettami, ti prego … dammi la forza per dire no … fammi amare ancora la vita, anche dopo averla coartata con la guerra.
Mamma, aspettami ancora sul divano accoccolata, come quando da bambino mi attendevi per la cena.

Mi hanno ferito …
sento il cuore scuoiarsi,
col sapore del sangue scrivo le ultime parole che forse non leggerai mai.
Sudo la mia pena annientato come polvere, è questo il prezzo che sto pagando per una guerra inutile!
E’ giunto il mio triste addio … sento tanto freddo, ma tu non sei qui … vicino a me, riscaldandomi col tuo respiro … sei dall’altro lato del mondo, pesandomi … mentre la mia anima si spegne come cera nel suo ultimo dolore …

Addio angelo mio … mia dolce madre, morirò felice perché dinnanzi agli occhi, ho il tuo volto, la tua letizia.
Addio mamma … il mio futuro è su una stella, dove ritroverò la mie tenera quiete, mentre qui, di me, resterà soltanto, un cadavere di guerra..

Addio.

   
Lager.

 
Stai con me stanotte
dolce stellina
che da lassù mi guardi
Stai con me
e offrimi un fresco sogno
La notte è spia
il giorno è doloroso
Io...
io sono abbandonato in mezzo
 a vite spossate
Io...
 io non conosco le loro lingue
Io...
io non so perché
mi hanno strappato dal mio “giardino!"
   
Augusta, vita mia!

 
Augusta...vita mia!
Fimmina cu l'occhi virdi di mari
e ù vistitu d'oru dò suli
ca trasi dintra lu cori
puttannumi 'n cielu ,
fino a lì stiddi
Paisi mio...
ca troppu bedda nascisti
sutta lu munti di Pulifemu,
ca si duci comu a lu mieli
e priziusa comu ù diamanti
da chiù bedda de reggini!
Ti amu cu tuttu lu me cori,
picchi si dintra la me anima
comu na matri ...ranni e duci!
E bellu è ,
quannu mi sveglio a matina
e, rapennu a finestra,
viru i tò occhi
ca mi salutano cuntenti...
comu se nun ti virissi da sempri..
Augusta mia,
sì tu... la vita mia!

***

Augusta … vita mia!
femmina con gli occhi verdi del mare
e l'abito d'oro del sole
che ti incunei dentro al cuor
facendomi toccare il cielo,
fino alle stelle
Paese mio...
che troppo bella sei nata
sotto il monte di Polifemo,
che sei dolce come il miele
e preziosa come il diamante
della più bella delle regine!
Ti amo con tutto il cuore,
perché sei dentro la mia anima
come una madre... dolce e anziana!
E che bello che è,
la mattina quando mi sveglio
vederti salutarmi felice,
come se non ti vedessi da sempre...
Augusta mia,
sei tu...la vita mia!

 
   
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Francesco Luca Santo [Poetanelcuore]
-Recensione: Eddy Braune
-Correzioni: Maria Catena
-Editing: Anna De Vivo [Ande]

 

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

 
 

Franco Pucci [essiamonoi]

Nella redazione di Rosso Venexiano dal 2009, Franco si occupa del Magazine (periodico stampabile) e di seguire gli autori lascando loro dei commenti precisi ai testi pubblicati nel nostro blog. Persona dotata di intelligente creatività, è in breve tempo diventato un punto di riferimento per la nostra redazione, benvoluto per la simpatia e per la carica di umanità che lo contraddistingue. Molto amato anche dai nostri autori per la sagacia, la fantasia nello scrivere, a me personalmente sta a cuore per i cambi di umore e i momenti in cui si allontana a raccogliersi nelle spalle per poi ripartire più forte, con coraggio e voglia di vivere, e perché sta allo scherzo sapendo che si scherza per non piangere talvolta e risponde sempre in modo "giusto" per il momento in cui ci troviamo. Difficile spiegare ma so che lui ha capito cosa intendo. Gli voglio bene, anche a sua moglie Conny che come tutte le grandi donne lo segue e lo affianca e li ringrazio sentitamente per il tempo dedicato alla cura di Rosso Venexiano, da loro adottato con affetto ed amicizia. Grazie Franco.

 

Manuela

 


 

anima e cuore, lavori in corso

se riuscissi a fotografare l’anima avrei mille riflessi in un negativo io e te le volte che ci siamo amati io e te le volte che ci siamo persi
[non era problema erano lavori in corso e poi era bello riprendere il discorso]
istantanee di vita, spezzoni convulsi quasi un film da passare alla moviola, al rallenty per un montaggio definitivo che ne io ne te desideriamo ormai
[lasciamolo così come lavori in corso questo nostro amore ogni volta diverso]
se riuscissi a fotografare il cuore avrei mille immagini come fotogrammi ognuno scandito al ritmo dell’amore che con l’ultimo battito s’è calmato
[lasciamolo così come un amore in corso al ritmo cheto di un cuore invecchiato]

 



erg

ho camminato trascinando la mia anima ormai troppo stanca per sollevarsi ho svuotato il mio cuore liberandomi delle scorie di amori indecenti ho spinto tutto me stesso verso quella splendida oasi che affascinante appariva essere il tuo amore la fatica mi ha vinto e sono crollato eri solo un miraggio

 



il mio nemico

l’acqua del fiume scorreva lenta attorcigliandosi in pigri mulinelli, seduto sulla sponda, lo sguardo fisso al niente, attendevo un evento che desse senso alla vita sino allora vissuta solo lo sciabordio del fiume teneva desti i miei sensi non so quanto tempo ho trascorso così, sulla riva di quel fiume i mulinelli inghiottivano i cadaveri dei miei anni ormai consunti ed erosi ma attendevo, sicuro che il nemico di lì a poco sarebbe passato lo vidi arrivare, finalmente, e lo seguii con lo sguardo: ero io soddisfatto lasciai la riva di quel fiume e me ne andai ora, seduto sulla sponda di un altro fiume attendo che passi il cadavere dell’ultimo nemico: il tempo ma forse è già passato e non me ne sono accorto

orme

abbiamo camminato insieme, a lungo sulla sabbia non v’è traccia del nostro passato, il mare ha cancellato il cammino percorso
dimentico dei passi perduti, continuo a camminare con te al mio fianco vite parallele che cercano di incontrarsi ingannando la geometria
il vento ed il mare giustificano questa speranza cancellando i nostri sbagli come passi nella sabbia

 

 

 



tsunami

oggi ho sentito una fitta al cuore, una sensazione precisa di distruzione acqua alla gola ho visto pavimenti ballare tutto il mio essere era percorso da tremiti ti ho cercato a lungo, non ti ho trovata solo il mio amore era tra le macerie ora attendo la prossima onda la bocca piena di sabbia

 



una sola stagione

attendevo l’autunno, ora che è arrivato anelo nuove primavere vivo così splendide e laceranti dicotomie che rendono il mio respiro instabile eppure ho masticato tempo e stagioni invecchiando la corteccia ma giù, nel profondo, dove neanche io oso avventurarmi scorre una linfa ancora vigorosa che tuttavia fatica a tornare in superficie scorie di amori finiti, spezzoni di vita avariata, macigni di menzogne impudiche ne ostruiscono il cammino il tanfo della sua stagnazione sale fino alla gola attendevo l’autunno, alla fine è arrivato dimentico di tutte le primavere forse le ho vissute, divorate così ingordamente che non me ne sono accorto ed ora son qui, vivo questa stagione così attesa e così dolce con un retrogusto di amaro in bocca

 



appeso ad una nuvola

l’immagine impressa nella mente lacerata percorsa da lampi, spogliata da ogni orpello, nuda si presenta ogni volta che credi di aver vinto la partita contro quel figlio di puttana che ti attende sornione, il tempo è così che l’inganno si disvela, lottando contro i mulini a vento senza la corazza della finzione la tua anima si presenta inerme il cuore non regge all’agone e cerchi scampo nella poesia la ragione ti cerca e trova di te solo l’immagine mentre sei lassù, appeso ad una nuvola

 



Gerico

le tue parole hanno sgretolato il mio muro di indifferenza cattiverie corrosive come acido pisciato contro l’intonaco hanno impietose messo a nudo la mia barriera di calce e sassi ora sto spazzando le briciole del mio superego sconfitto e soffro, finalmente soffro libero da artefatta corazza mentre il mucchietto di sassi affoga in un mare di lacrime

 



lacrime

come acqua acqua che calma si racconta nel tranquillo veleggiare dei miei pensieri verso approdi lontani indistinti seppure sereni o scorre impetuosa mentre riaffiorano pezzi di vita dalle buie gore del mulino a vento della mia anima
vivo questa stagione con gli occhi rivolti al passato guardando il futuro ignoto e mi specchio tuttavia nella tranquillità cristallina del tuo sguardo che materno ha soddisfatto la mia sete e pulito il mio cuore bambino mentre piango

 



spesso

spesso vorrei tornar bambino credo sia umano, succede a tutti noi spesso quando di notte attendo il mattino vorrei addormentarmi per non svegliarmi mai
spesso tra i miei ricordi cercando storie passate ho incontrato un po’ di tutto gettato alla rinfusa spesso ho conservato di me anche le cazzate mentendo per non dover poi chiedere scusa
ora che non mi importa del tempo passato spesso mi ritrovo a volgere lo sguardo dimentico allora che sono nato nella poesia io mi perdo

 



ultima risorsa

quando anche i miei occhi saranno aridi come deserto e avranno asciugato lacrime indesiderate e clandestine quando anche il cuore avrà cessato di sanguinare e la mia anima troverà anfratti più sereni ove riposare
proverò a parlarti di nuovo e conterò le bolle che piano usciranno dalle mie labbra con il respiro ormai chetato cercherò di guidarle, proteggendo il loro cammino, perché non svaniscano in aria e ti dicano il mio amore

 


 

 

 

-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Testi di: ©Franco Pucci
-Autore di Rosso Venexiano
-Editing di Manuela Verbasi
-Correzioni di Maria Catena Sanfilippo

Gabriele Menghi - Taglioavvenuto

 
Biografia
Gabriele Menghi, o “Taglioavvenuto” per gli utenti dei siti web di poesia, nasce, studia, vive e lavora in Emilia Romagna. Esercitando una professione economica liberale, nel suo primo arco di vita non tralascia di spostarsi in vari Paesi europei alla ricerca di affari, sembra, però, più affari di cuore che affari e punto.
Durante il periodo degli studi ha la ventura di lavorare quale cronista nella Redazione del “Resto del Carlino” di Rimini e lì cercare di imparare i primi rudimenti del metter su parole sotto la guida arcigna dello Storico, Prof. Amedeo Montemaggi, e di un eclettico giornalista quale il compianto Duilio Cavalli, padre del poeta contemporaneo Ennio Cavalli.
Abbandonato dalla carriera giornalistica, dedica la maggior parte del tempo trascorso da allora ad oggi al lavoro ed al lesso quotidiano, con piratesche sortite per lo più notturne tra fogli di sapienza antica e begli spiriti.
Nel 2007 approda, cullato impropriamente fin dall'inizio come un bimbo in fasce, nel Salotto Letterario Rosso Venexiano e qui, forse per ripagare a suo modo tante cure, comincia a buttar fuori versi e versacci, sicché, forse per metterlo a tacere definitivamente, la signora Presidentessa "Em-Manuela Verbasi Vien dal Mare" pone mano, si crede a soli fini solidaristici, ad una sua prima Raccolta.
Generoso com'era una volta per antonomasia la sua Terra, Taglio, giunti a questo punto, vuole anche offrire qualche coordinata, una chiave in più da cui anche quel nick, a Colui che tanto incautamente si è dato quale Recensore.
Si parte quindi da un dato: il primo componimento o l'ultimo nell'ordine del libro, dal titolo “Zero”, il quale accentra la propria attenzione sul linguaggio scientifico, o la Scienza, per dar conto che la circolarità insita in essa, se non suffragata dall'equilibrio della mente umana, lungi dal costituire il nuovo Dio, ha in sé le potenzialità per riportare l'umanità a zero.
Tutto il percorso ulteriore è una scoperta di: frammenti, visioni, concetti selezionati e recuperati tra le più variegate letture, di sentimenti più che di personaggi, esplicitata con un linguaggio piano e comprensibile, rinunciando perciò a priori al ricorso ad un lessico ricco ed enigmatico.
Quanto scritto si traduce ogni volta in una Speranza da far salire su di una nuova Arca, convinti come si è che il mondo intorno abbia la necessità di essere rifondato su nuove basi e che il dialogo, prima del diluvio, fra uomini di buona volontà forse è ancora possibile.
Se non lo è, allora si faccia la volontà di quelli ancora sani di mente.

Gabriele Menghi
 
Recensione
Ecco le istruzioni per l’uso che l’Autore ha lasciato allo “incauto recensore” che, incosciente, si immola: “Frammentazioni”, il canzoniere di Gabriele Menghi si può leggere in svariati modi.
Suggerirei di alternare la lettura dall’inizio a un percorso a vista della titolazione dell’indice delle circa trecento liriche. L’occhio che vuole un po’ divertirsi e farsi un’idea cade come su una lunga lirica fatta di titoli che parlano in modo evocativo, ironico e curioso. Con sequenze di titoli-lampo che colpiscono per l’ecletticità e per la polivalenza citazionale e creativa.
Un esempio: Schiocca la luna…, Barocco…, Marechiaro…, Come due zucchini…, Odio la squola…, Atomi e fardelli…, Fero fers tuli latum ferre…, Ricchione…, U’ pisci spada…, Don Juan…, Primovere…, Simhala Dvipa…, Un bosco a triangolo equilatero…, Manifesto alle padrone dell’amore..., Zero.
Incauto recensore, appunto, mi arrischio ad affabulare criticamente su un'avventura poetica ricca di sperimentazione, intersezioni di universi culturali molteplici, suggestioni in cui si incrociano gnosi, architetture cosmiche e matematiche avanzate, partiture del quotidiano, amore generoso, carnalità, navigazioni in tonalità blu - celesti - azzurre - verdi su spume marine e scanzonate ironie. Frammenti architettati con disinvolta e caotica premeditazione e con mano di uno stile d'autore sapiente ed esperto… e coltissimo. Frammentazione e rigorosa circolarità.
Riporto interamente la poesia iniziale: Schiocca la luna (p. 7), che, volente o nolente, ha funzione e valenza proemiale (e dà indicazioni di poetica):

Schiocca la goccia sulla foglia nera
rampolla
tu la stai a guardare, studiare
infossature, tendini
di un lago
oh, ti piove sopra il capo dolce
la luna è grande allora
schiocca la luna sulla foglia
misteri, che s’incurva.

Il soggetto lirico è osservatore di fenomeni e significatore, indagatore che si muove elasticamente tra universi frattali, micro e macrocosmi, perlustrazioni dell’ombra e del mistero. Con attenzione alle fonosemantiche e alle allitterazioni, studiati segnali al lettore e domande e provocazioni. Frammentazioni, frammenti certo. Dobbiamo credergli, ma con il sospetto anche di una riuscita partitura, con l’effetto di progetto narrativo che dice, suggerisce; la storia di un’anima, il diario di un’interiorità che si mostra e allo stesso tempo sfugge, si maschera, talvolta. Colpisce, fin dagli inizi, la coloristica di Menghi. L’insistere su tonalità-base blu e verdi, con varianti molteplici: azzurre, celesti, marine, smeraldo, militare. Colori del mare, dell’ombra, del sogno, del mondo naturale, del mistero. Un mistero navigato, da navigatore concreto e metaforico, marinaio di probabile esperienza e corsaro di universi culturali primordiali, antichi, postmoderni.
Suggerisco: Inverosimile (p. 9):  

Inverosimile
il vento azzurroferoce
con metodo frange, a destra
un mare grigioverde
un uomo solo
il viso illuminato
li fende
aggira il promontorio
scompare
aquilone felice
e il mare, il mare ora
sferzato
ad ogni dove diviene
color militare.

I frammenti del frangitore-fenditore si diramano con uno stile nominale, con sintassi offesa e caotizzata, con ricerca dell’impressione pittorica, con sprazzi e interventi da collage. Le immagini si fanno oggetti. Il bazar oggettistico di Menghi è ricco, debordante. Marineria, gastronomia, eros, barocchismi, dettagli del quotidiano, oggetti di scena, fino ai veri e propri correlativi oggettivi: Correlativo oggettivo, (p. 21). Cosmologia esistenziale che ha insistita passione per la dimensione dell’ombra: Camminando dune, (p. 12):

Sì, camminando dune
cullando
ebbri d’oblio
il profondo e il nulla
smeraldo
dimmi tu
di onde fluorescenti
nella sera
un bacio
che si perde.

L’uomo sta in un viaggio sapienziale, viandante, mago, sciamano di un’esistenza fitta a decifrarsi, fra il passato e il futuro impalpabili “stregone delle formiche” e “fallito negromante” di: Guarda mi dici, (p. 41). La sorprendente: Semisuppergiù (p. 44) canta un museo di simboli e di segni, icone sedimentate della storia, dalle antiche civiltà a un Novecento irto di avanguardie e cultura di massa. Il pop e l’araldica, la medicina e l’ipersemia del floreale in poesia, in una ellissi vertiginosa che denuncia l’esposizione del tempo umano a un incerto mistero, tra timore del nulla e fede in un senso ulteriore, mal-mai-certo:

Semisuppergiù, ah sì l’avverbio
come angolo che trepida nel muscolo
le Azzorre, profondità ventricolari
mostri insigni, di aeroplani
caetera et caetera
C’erano una volta massi
bianchi e neri
e cunei, troppo inamovibili
quindi alberi che fiorivano dall’acqua
oh Akh Menu
le tue piante araldiche!
Colano invece succhi gastrici
all’occhio, mani audaci
le rose poi, titubanti e azzurre
i gambi, spicci e velenosi
birbi e turbanti oggi
Perciò che venne Woodstock, a Bethel
C’erano i Gutenberg, Dunlop e le biciclette
Il tutto, sul fare della sera

Fendere il mistero, ma fendere, frangere come amante, coniugale, maschile. Con spavalderia e canzonatura, dove la quotidianità erotica mescola la femmina “cortigiana di razza” a “un piatto di zucchine / e sogliolette”: Dettaglio d’amore, (p.11). O con vitalità henrymilleriana, lievemente bukowskiana, o beatnik: Apri le gambe amor, (p. 36). La poliedricità di immagini del femminile desiderato in una ricca gamma tra l’onirico e l’osceno: Quella notte, (p.113). E l’amore: l’amore, declinato in mille ingegnose maniere, giocando tra vagabondaggi folli e crudi alla Paolo Rumiz e languori-slanci alla Verlaine: Mentre, (p.154). E il desiderio, come mistero mai del tutto spiegabile: Mi chiedevo perché, (pp.238-239). Infine, segnalo un brano da pastosa ed equivoca: Autointervista (p. 246), con cui Menghi sembra strizzarci l’occhio e in cui emerge l’abbassamento e la perdita d’aureola, come da una nobile tradizione, che attraversa i vari Baudelaire, Palazzeschi, crepuscolari vari, antiseriosi e antiaulici:

Vuole una birra?
non ha di meglio di quelle alla spina?
in questo momento lei sta facendo il guitto
perché lei no?
risponda seriamente, lei la considera poesia la sua?
in quanto dilettante allo sbaraglio
i poeti si sentono soli?
forse hanno pochi amici, quasi tutti morti
vogliono sentirsi onesti?
quelli veri lo sono
esprima un desiderio
non mi capirebbe, la spaventerei inutilmente!

(Vorremmo aggiungere sommessamente: forse che i critici e i recensori, fra dune e avvallamenti incerti, dubbi di onestà - guitteria, stanno messi meglio?).

Ezio Falcomer
 
 
 
L'autore devolve i proventi della vendita del libro all'Ass.ne Salotto Culturale Rosso Venexiano

 
Frammentazioni di Gabriele Menghi
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Prezzo di vendita € 14,90
288 pagine
Copertina Morbida - Formato 12x18 - bianco e nero
1a edizione 12/2009
 
   
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Gabriele Menghi [Taglioavvenuto]
-Recensione: Ezio Falcomer
-Editing: Anna De Vivo
-Correzioni: Maria Catena Sanfilippo

 

duemarzoduemiladieci

Giuseppina Iannello - Uno smeraldo tra l'azzurro

 
 
romanzo
ZONA 2011
pp. 212 - euro 18
ISBN 978 88 6438 235 7 
 
 
 
“...Iginia, siamo prossimi alla meta che è soltanto una tappa della vita: hai lasciato l'infanzia, una frazione, lungi dal tempo, senza alcun ideale. Prometti al tuo poeta d'aver cura del tuo presente, sì quanta ne hai del tuo passato?”
“Prometto.”
“Non pensare al declino. Ciò che noi siamo è, sostanzialmente, pensiero che si evolve, indipendente dal concetto di tempo.”
 
 
Ispirata e guidata da Giovanni Pascoli, voce narrante, l'autrice, attraverso il personaggio di Iginia, fa la rapsodia dei momenti salienti della propria infanzia. La più bella stagione della vita per la protagonista comporta molte amarezze. E tuttavia, dell'infanzia ella sente tutto lo splendore attraverso la voce dei poeti, che giunge in un delicato equilibrio di rispondenze, tra l'esiguo gruppo della terra, genitori e pochi affini, e i “Familiari del cielo”.
L'opera, che in codesto libro, racchiude la stagione dell'infanzia, si compendia di un messaggio spirituale: “La rigenerazione morale, attraverso il ricongiungimento tra passato e presente, perché il nostro presente, è quel che, comunemente, viene definito 'Passato'”.
L'opera è impregnata di quel mistero che è rievocazione nostalgica, e non ricerca oltre i limiti dell'immaginabile.
 
 
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Giuseppina Iannello è nata a Messina, nel 1955. Laureata, in lingua e storia della letteratura italiana, risiede a Brescia. La sua formazione culturale rientra in un'etica, che, conformemente, ai principi del Cristianesimo, approfondisce i rapporti tra individui, alla luce di una legge morale. L'obiettivo dell'autrice, è quello di dimostrare che la cultura è sentimento. La poesia, in quanto esplicazione del sentimento è l'unico mezzo che ci permette di confrontare l'io persona con l'io individuale, consentendoci di cogliere il nesso tra la dimensione umana e il trascendente. I suoi impegni letterari vertono sulla poesia, la narrativa e la saggistica. Pur in un contesto reale che denuncia molte sofferenze, l'autrice svolge serenamente la propria attività, fedele al ritorno agli ideali evangelici, in comunione coi Familiari del Cielo.
 
 
 
 
La direzione di Rosso Venexiano, congratulandosi, augura alla sua cara autrice ed amica, scrittrice e poetessa Giusy Iannello, il successo che merita.
 

Giuseppina Iannello - Uno smeraldo tra l'azzurro

 

 

 
romanzo
ZONA 2011
pp. 212 - euro 18
ISBN 978 88 6438 235 7 
 
freccia Giuseppina Iannello - Uno smeraldo tra l'azzurro
 
 
 

Karma Yoga Blog (Dialogo mistico)

Buddha - Se continui così ti reincarnerai in un lombrico.
 
Hermes - Ohh mmadonna, Siddhy, lasciami respirare un attimo.
 
Gesù - Eri così sulla buona strada...
 
Krishna - Ti stavi facendo un buon karma. Ti avevano pescato in serie gli arcani del Matto, del Mondo e del Mago. 
 
Buddha - E adesso arriva... quella li e ti porta alla febbre pagana dei sensi, molto torbida per giunta.
 
Hermes - Raga, non mi fate stress, alla Via ci devo arrivare a modo mio, col modo carnevalesco. Devo esaltare all'estremo la corporeità per poterla trascendere.
 
Gesù - Se penso che ai miei tempi mi son dovuto ciucciare quaranta giorni di digiuno e castità nel deserto... e ancora castità con Maddy, che mio Padre non me la lasciava sc..., checché ne dica quell'analfabeta di Dan Brown...
 
Hermes - Potevi evitarti di nascere in Palestina. Se nascevi in Grecia, magari a Corinto, che è come dire la California, con le tue doti facevi furore.
 
Krishna - A questo punto, Hermes, non ti resta che fare karma yoga, lo yoga dell'azione, come ho consigliato anche ad Arjuna nella Bhaghavad Gita. Posta incessantemente nel blog, senza preoccuparti degli esiti finali dell'azione. Spara cazz... ma senza attaccarti ad esse e ad ogni commento.
 
Hermes - Osservo me che posto, senza giudicarmi e osservo ogni mio ed altrui giudizio senza giudicarlo e così via...
 
Buddha - Realizzerai che il tuo io inflazionato e narcisista è illusorio come il blog stesso. Un blog Mandala, che un giorno cancellerai senza back up, per simboleggiare l'impermanenza di ogni cosa.
 
Gesù - Se penso che mi devo mettere con ‘sti altri due pur di avvicinarti al Regno dei Cieli...
 
Hermes - Ma sì, Ge, sta tranquillo. E' la stessa minestra con nomi diversi. Rilassati, è la globalizzazione!
 
Gesù - Pure il karma yoga adesso!
 
Hermes - Karma yoga blog, carnevalesco. Mago e Matto... Ma, a Kri!
 
Krishna - Eh... 
 
Hermes - La storia del karma yoga funziona anche per sc...?
 
Krishna - Ci sarebbe il Tantra, ma lo usa già Sting. Tienti il karma yoga anche per quello, avrai più visibilità.
 
Hermes - Sei un ottimo manager artistico.
 
Krishna - Shanti.
 
 
(Tratto da "Vorrei vincere il nobel per la fisica come Frank Einstein. Post comici, demenziali, ludicomaniacali", Cuneo, Nerosubianco, 2010)

L. Nivoul - Prosa dEros

Cover.jpg

La sua prosa, come la poesia, spesso dolcemente melanconica, si rivela a tratti dolorosa per la sensazione che trasmette: di chi vive un amore che va oltre la fisicità, importantissima e tocca corde profonde. L. Nivoul è una donna che non risparmia di dare di sé ciò che ha di più caro e personale: il suo amore smisurato, talvolta non corrisposto quanto desidererebbe. Questi racconti ne sono una testimonianza.

 Manuela Verbasi

 

 

 

 

 

 

 

 

L. Nivoul è nata in provincia di Trento, dove vive e lavora.

Insegna materie scientifiche e ama il suo lavoro che le permette di stare a contatto con i bambini e allo stesso modo è appassionata della scrittura, poiché le dà l’opportunità di dipingere con la sua sensibilità sia la realtà vissuta che l’immaginario fantastico.

 

 

Il mio Libro Prosa dEros è stato pubblicato e io sono emozionata.
Condivido con tutti Voi questo momento di gioia.
Si può trovarlo  qui, se vorrete.

 

 

Editore: CIESSE Edizioni
Pagine: 148
Genere: Erotico Soft
Versioni: Libro, eBook
Libro: Euro 14,20 + spese sped.
e-Book: Euro 7,10

Un caro saluto
 

Livia Fedele [fantasia]

 
 
Cenni biografici
Livia Fedele nasce ad Ariano Irpino (Av), è vissuta a Napoli, luogo in cui ha studiato e insegnato nella scuola elementare. Sposata, due figli adulti e indipendenti, ora vive a Marina di Carrara (Ms) dove si è trasferita in età pensionistica. Dedica il suo tempo libero alla lettura, alla musica, al teatro, a varie collezioni, alle amicizie, alla scrittura meditativa. I suoi scritti sono: brevi racconti, poesie, concetti, ricordi.
La Fedele, si è avvicinata da poco al mondo letterario del web, navigando in Internet, scoprendo siti letterari molto interessanti, come il Salotto Culturale di Rosso Venexiano che è divenuto la sua passione. La Fedele è molto spontanea nello scrivere, il suo stile è semplice, non si reputa una vera autrice, per le sue composizioni si lascia ispirare dal mare, dalla natura e spesso dalla luna. L'amore rimane sempre il tema principale dei suoi scritti, in tutte le sue sembianze.
 
Recensione
L’autrice Livia Fedele (fantasia) inizia ad avvicinarsi alla poesia partendo da un primo abbozzo dei suoi temi seguendo un movimento di rallentamento o di accelerazione nella sua redazione. Pur sentendosi incapace l’autrice dirige il suo pensiero e lo trascina verso l’ignoto:

 

Sfoglio le pagine di questo libro
non ancora concluso…

 

Ella si rende conto che sta formulando una propria esigenza di consapevolezza che tende ad arricchirsi costantemente. Lo stile se pur semplice, per lei, è impreziosito dalla tensione sensuale:

 

Mi hai trovata al chiaro di luna
che sognavo un amore lontano
occhi lucidi languidi…

 

un sogno o la realizzazione d’un desiderio tardivo a cui l’autrice si abbandona nella fantasia.
L’estensione del suo sguardo in cui la metafora e la narrazione schematizzano i percorsi di questa autrice si trasformano in mezzi strumentali che rendono possibile altre analisi ed interpretazioni

 

Prendilo questo cuor distrutto
spezzato in due salvalo
dagli una nuova vita col tuo calore…

 

In realtà è uno schema psichico, l’introduzione del conflitto fra desiderio e rimozione. Perciò il lettore potrebbe utilmente individuare, nelle opere, sia gli atti di interpretazione sia il lavoro interpretativo e gli usi del verbo interpretare “euten”, nel senso lato in cui questo termine designa traduzione, trascrizione, attribuzione di senso (erroneo o veritiero).
Molti pensieri inconsci possono coniugarsi per determinare un sogno:

 

Mente offuscata dall’alcol
occhi persi nel vuoto sgranati
verso un mondo bugiardo
reale solo nel mio sogno
nel mio incubo
nel mio niente.

 

Gli elementi del contenuto onirico costringono l’autrice ad una tecnica combinata, che da un lato si basa sull’associazione di chi sogna, e dall’altro inserisce ciò che manca attingendo all’intelligenza dei simboli di chi interpreta.

Immacolata Cassalia
 
 
 
Un libro

 
Sfoglio le pagine di questo libro
non ancora concluso
scorro ogni istantanea della mia storia
molte raffigurano te.
 
 
 
Nuova passione
 
Mi hai trovata al chiaro di luna
che sognavo un amore lontano
occhi lucidi languidi perduti
nel blu della mia notte
senza stelle
Mi hai preso la mano e portata con te
nelle tue fantasie
che ora sono le mie
Hai dato un senso nuovo alla mia vita
una luce vibrante mi accende
vivi riflessi da togliere il fiato
mi colorano gli occhi e il cuore
e sono viva ancora palpitante
nella magia di una nuova passione
con te.
   
 
   
Mare grigio

 
Prendilo questo cuore distrutto
spezzato in due salvalo
dagli nuova vita col tuo calore
cattiva giornata anche oggi
e tu dove sei?
Marosi grigi mi assalgono
si avventano su di me
crudele anche il mare che amo
ma mi affido a lui
e mi lascio avvolgere
e travolgere nel turbine delle onde
non invoco aiuto stavolta
mi lascio andare
e nessuno mi salverà.
   
 
   
Senza di te

 
Goccia a goccia mi prendi
giorno per giorno
su questo letto che brucia
vai vieni prendi lasci
ami non ami
se ci sei ti detesto
piango se te ne vai
e ti cerco in ogni angolo
ti chiamo nel vento
grido ti amo al mare e la mia voce si perde lontano
te lo sussurro piano
ma non mi ascolti
e vai di nuovo via
senza di me.
   
 
   
Silenzi

 
Quanti silenzi parole non dette
frasi rimaste sospese
non espresse taciute
Sorrisi sguardi
con le nostre parole
celate
velate
oscure.
Parole dolci
parole tremende
che spesso feriscono il cuore.
Parole ambigue
che nascondono bugie
o scottanti verità.
Ci guardiamo negli occhi
ancora la stessa sete
tacite le parole
silenzio per noi
   
 
   
Io e il mare

 
Mare impetuoso travolgente
come i miei sensi
al pensiero di te
Spume bianche s’infrangono
su scogli inermi
spruzzi salmastri
m’imperlano il viso.
Mi manchi
Stringimi a te riscaldami
prendi questo sale dalla mia pelle
coi tuoi baci
calma la mia voglia smaniosa
sazia la mia sete
col nettare del tuo fiore.
M’inebria la salsedine
il salmastro mi esalta
il ricordo di te
alle onde sussurro struggente
il tuo nome.
   
 
   
Trasgressione

 
Mente offuscata dall’alcol
occhi persi nel vuoto sgranati
verso un mondo bugiardo
reale solo nel mio sogno
nel mio incubo
nel mio niente.
Ossessione delirio desiderio di te
sempre più aggressivo
travolgente un tormento.
Prendimi così come sono
ancora penso a te
assurda la frenesia che mi assale
se ti sfioro soltanto
con la mia follia.
   
 
   
Dimentica

 
Tagli gelidi sul mio viso
lancinanti dolori nel petto
e dentro l’anima
Solo un sospiro
nel mio grigio cielo
un palpito
Uno spicchio di luna
gelida
mi conforta
e sussurra muta
‘dimentica’
   
 
   
Nascosta

 
Nascosta tra le tue braccia
mi sento protetta
sicura qui con te
lontana dal mondo intero
dalle paure dal buio
da quel tunnel che vuole divorarmi
inesorabile minaccioso
mostro tremendo
dalle fauci spalancate
implacabile.
Resterò avvinghiata
alle tue gambe calde forti
protettive
fino a quando lo vorrai
soltanto un’ora ancora
dimenticare
lasciare alle spalle tormento
e solitudine
per sprofondare nel tuo calmo
mare blu
   
 
   
E se ne vanno

 
E se ne vanno via
come gabbiani verso il mare aperto
a cercare lontano un'isola da abbracciare.
E se ne vanno via
come nuvole bianche verso monti e colline
ad avvolgere i prati e accarezzare i pini.
E se ne vanno via
come uccelli dai nidi accoglienti e caldi
varco cieli sereni liberi infiniti ...
... e te ne vai via anche tu
con tutti i sogni e le speranze
i ricordi e le certezze
senza voltarti indietro a guardarmi
un'ultima volta.
   
   
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Livia Fedele [fantasia]
-Recensione: Immacolata Cassalia
-Editing: Anna De Vivo [Ande]
-Correzioni: Maria Catena Sanfilippo

 

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

 

Ventisettegennaioduemiladieci

Manuela Verbasi

 

 

Negli occhi, nel cuore, nel tuo pane
bianca di burro, nera la notte di caffè
indugio di sensi, lenzuola e sete e fame
disperare di letti o stelle ed alibi ed albe
sanguinanti d'inganno, ritratti d'incerto.

 

 

 

Biografia
 
Manuela Verbasi

nasce a Francoforte il 22 ottobre 1963 da genitori italiani. Fin da piccola si diletta a scrivere poesie, vincendo l’unico Concorso Nazionale a cui partecipa all’età di 10 anni e i suoi testi vengono recitati da Ubaldo Lay al teatro Toniolo di Mestre Venezia.
Al corso di studi regolari effettuati in Venezia, fa seguire lo studio del pianoforte per qualche anno, partecipa per passione a corsi universitari di giornalismo, pubblicità, letteratura italiana del ‘900, inglese, informatica.
Recita per anni, in maniera egregia, con la compagnia teatrale amatoriale “Formigheta” del C.T.G. diretta da Guerrino Antonello, in commedie dialettali di Carlo Goldoni, di Giacinto Gallina ed altre in lingua italiana.
Nell'album fotografico, particolare emozione rivive nell’interpretazione della zia Clotilde in: “Non ti conosco più” di Aldo De Benedetti e di Maria Maddalena nella “Passione di Cristo”.
Sposa Morìs nel 1985, insieme creano la migliore poesia mai scritta: la loro figlia Elena oggi diciannovenne. Con grande pazienza di Morìs, il matrimonio procede discretamente, senza nessuno che cucina da ben 22 anni.
Lavora -pur di non cucinare- da 19 anni nelle ricerche sociologiche e studi di mercato, collabora attualmente con alcuni importanti Istituti nazionali ed internazionali di ricerca ed è Supervisore per il Nord-Est di alcuni tra i più importanti in Italia.

 
Commissionate dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha svolto indagini rilevanti sui corsi di fomazione organizzati dalle aziende, sulle professioni e per Banca d'Italia, sulla gestione del denaro delle famiglie, sulle spese e la gestione delle stesse, del gradimento da parte dei consumatori e dell'impatto pubblicitario sugli stessi. Per l'Ufficio Italiano Cambi, presso l'Aeroporto di Venezia, ha condotto uno studio sui movimenti di denaro transitati in Italia intervistando i passeggeri stranieri in partenza dall'Italia e ancora oggi è impegnata, per indagini riservate: vere e proprie  ispezioni presso le Aziende relativamente agli standard dei servizi qualità delle stesse e del personale nei riguardi della clientela.
Dal 2005 è responsabile per conto di Ipsos, del coordinamento in sede Rai del personale e delle operazioni di voto della giuria popolare demoskopica di Venezia per il Festival di Sanremo insieme al dott. Ubaldo Montanari funzionario Rai.
Per Ipsos, commissionata da Mediaset, nelle ultime elezioni politiche, responsabile del coordinamento delle proiezioni elettorali di 22 seggi campionati nella provincia di Venezia.
Il 10 maggio 2006 punta tutto su Rosso Venexiano. Stanca di leggere le poesie di Neruda -che adora- copia incollate da auto-proclamati poeti e poetesse in ogni blog di poesia, decide di creare uno spazio per gli autori non ancora famosi -o famosi un po’ meno di Neruda e comunque non copia incollanti.

 

 

Scrivono di lei:
Come una rosa, rossa e blu, trasparente, dove il corpo bagnato d'amore, si rimescola in mille profumi. Ed il senso del sesso si riempie d'amore.
Momenti e parole che arricchiscono la mente del lettore di una mancata ipocrisia e danno all'istinto una ragione.
Le dita, le labbra, le carezze, il respiro affannoso, si animano nei baci e nel desiderio d'amplesso.
 
Non occorrono molto per descrivere la poesia, che fiorisce dalle semplici parole di Venexiana, ma è sufficiente leggere le sue calde immagini, senza porsi nessun freno pregiudiziale.
E si potranno finalmente vivere insieme a lei quei nostri momenti, talvolta persi a causa della ragione.
Una dolcezza fisica infinita e sempre colorata di rosso e di blu, legata all'amore profumato.
Il sesso può essere poesia...

Andrea Leonardi
club de poétes Torino

 

 

 Recensione
Ogni volta che si legge la poesia di Manuela si prova grande emozione, un'emozione ricca di atmosfere e ricolma di desiderio. Nel suo verseggiare, accurato, preciso, a volte cadenzato, si ritrovano i caratteri di un'esperienza che ha radici che spesso affondano nel suo vivere...Quando le parole prendono vita significa che la poesia ha raggiunto il cuore, vuol dire che leggere non basta più, è necessario fermarsi ed attendere che un sospiro si espleti fino a diventare immagine che ti avvolge cullandoti in un sentimento passionale, la cui forza si evince dal lessico sempre originale e ben strutturato. Il soggetto della sua poetica è l'amore, non sdolcinato, banale, mieloso e tradizionale...ma forte, tragressivo, insinuante, che come un guanto si lascia sfilare come un gioco sensuale "(...) nel centro esatto del cristallo rosso in pieno petto. Tu al centro di me, goccia di sangue e vena pulsante, musica nella mia gola... sorgente a cui m'abbevero obliando il presente. Tu, voce nelle mie orecchie e morbidezza di baci fra morsi; arancio ch'esplode nella bocca riempiendola di sapore...nei tempi assorti, dove i silenzi sono caramelle da succhiare, ti spoglio guardandoti ad occhi chiusi, attraversando sogni nati per caso, intrappolata da intrecci di baci francesi e mani sapienti che mi scartano piano.". In questi versi si ritrova quell'amore non banale di cui si  accennato nelle righe precedenti, parole che danno il metro con cui ci si deve accostare alla sua poesia...Un'ottica da cui bisogna partire per comprendere appieno il significato reale della poetica di questa autrice, il cui sorgere artistico si dipana in un vortice di reale sensualità e concretezza nell'immagine...La sua ricerca lessicale è componente caratteristica del suo verseggiare e accanto a ciò si ritrovano altresì quelle immagini che ti fanno pensare, come ad esempio questa "(...) radice strappata a morsi dal cuore.", ove si esplica con forza dirompente un desiderio concreto, quasi carnale, ove la metafora rende appieno un'esigenza di passione...I versi di Manuela possiedono equilibrio, le parole hanno in sè una sottile linea guida in cui prevale, quasi sempre, quel pathos che dona al verso verità d'amore...

Francesco Anelli
 
 
Non è cosa facile, entrare nelle emozioni e nei sentimenti di un Autore, di un Poeta, ma la differenza tra chi metta in fila delle parole e chi, invece, a quelle parole dia un senso, un significato, un evolutivo snodarsi emozionale  lo si percepisce subito, fin dalle prime battute.
Ho letto altre recensioni indirizzate a Venexiana (Manuela) e concordo perfettamente con quanto le viene attribuito. Il viaggio affascinante che si intraprende leggendo i suoi testi, è un incedere attraverso l' eleganza della forma con cui vengono espressi, non esiste retorica perchè Manuela non è mai retorica: c'è passionalità nei suoi versi, c'è coinvolgimento, c'è amore. Non esiste volgarità nel suo esprimersi: l' Amore, nei suoi testi è Poesia! I ritmi a volte dolci, altre volte incalzanti, volteggiano con musicalità e armonia, si permeano e coinvolgono gli stadi emozionali che suscitano in chi legga i suoi componimenti. Un amore che assume le tonalità via via marcate, e così, un tenue colore rosa andrà a mitigare, ad addolcire i lividi viola che un dolore abbia impressi sul cuore e si veste di dolcezza e passione. Manuela è una Donna forte, decisa, una donna che si vive addosso ascoltando le proprie pulsioni, la propria interiorità che la conducono ad attente riflessioni e considerazioni laddove avvertisse una incombente fragilità che scaturisce dalla grande carica di umanità che la contraddistinguono. Ho imparato a conoscerla, ad apprezzarla al di là delle sue composizioni e posso affermare senza tema di smentite che Manuela è la classica, grande Amica che vorremmo tutti aver incontrato: la preziosità della stima, della considerazione e dell' amore che dona agli altri, sempre in modo discreto ma incisivo e costante, ci rimandano nitidamente il valore che una persona possiede, senza forzature o manipolazioni.
Tante parole, sono state spese per te, cara Manuela, ed io non farei altro che ripetermi e con minore capacità, non mi resta quindi che dirti a chiare lettere ciò che gli altri pensano ma che non ti hanno scritto: Ti voglio bene!
Ti auguro sempre e maggiori soddisfazioni dal tuo impegno letterario, affinchè tu possa abbondantemente raccogliere i frutti dei buoni sentimenti che ad altri hai donato.

Giulia Luigia Tatti
 

 

 

"Aliti di vita"
Troviamo ancora tempo per l'amore, ai nostri giorni? Forse sì. Forse "fra due respiri" (come recita il titolo di una delle composizioni di questa raccolta).
Sarebbe facile limitarsi a parlare della sensualità che scaturisce dai versi di Venexiana. Anzitutto, l’amore - com’è qui inscenato o comunque riprodotto - non scade mai nella banalità, ma si snoda sulle frequenze su cui già cavalcarono gli immortali cantori del classicismo. Inoltre, causa e risultato di questi abbracci o, se si vuole, "avvinghiamenti", non sono calma e beatitudine, bensì attriti e scintille, "lampi e tuoni!".
L'impeto del cuore, razo di questo libro, trova spesso il suo compimento in alcove nemmeno troppo celate. E ci ritroviamo così tutti quanti voyeurs di scene di grande raffinatezza; una raffinatezza dalla matrice a tratti crudele. Ora i corpi si cercano tra musica ovattata, divani, tappeti preziosi, ori, velluti... una pagina dopo, essi sono soltanto l'ombra di se stessi - una macchia sull'iride di chi ha appena guardato un bel film -, e si sono lasciati dietro intonaci che "si sfaldano poi cadono" e "letti spettinati".
Che ci sia la luna piena sopra Venezia o ci ritroviamo a viaggiare oltreoceano, la macchina fotografica dell'anima è sempre presente. Con impareggiabile maestria, Venexiana lancia i suoi canti (vedi le smaliziate allitterazioni, quasi degli scoppiettii di sillabe che si rincorrono volendosi bene, come in "Amor foresto"), disegna vignette romanzesche (è il caso delle 'lettere d'amore', o 'letters of love': scritti brevi ma dalle caratteristiche di poesie in prosa ancor più che di epistole) e, con voce voluttuosa, riesce a far materializzare davanti ai nostri occhi lingerie da sogno e, poco più oltre, la silhouette di una donna che, avvolta dalle brume di un’alba senza tempo, percorre veloce e furtiva uno dei ponti della Serenissima.
Ovviamente, non si può che provare curiosità per i risvolti biografici della poetessa. Qualcosa della "vera" realtà sembra trasparire qua e là, soprattutto nelle già citate 'lettere' e nelle varie prose, che parlano di viaggi e di incontri en passant; ma si ignora quanto o quanto poco di personale sia in esse contenuto. E forse ciò è un bene: in tal modo, il fascino rimane inalterato. Già: seppure noi siamo individui ben radicati nell'oggi, e dunque avvezzi a razionalizzare e, soprattutto, quantificare, non sapremo mai in quale percentuale ha inciso la fantasia su queste narrazioni.
A volte, scorrendo i titoli, la sensazione è che l'Autrice abbia voluto riferirsi a un attributo anonimo, ma, addentrandocisi nelle singole composizioni, qualsivoglia dubbio viene dissipato: Venexiana sa l'amore, sa dell'amore.
L'armamentario simbologico è un'abile estrapolazione di immagini da favola che, rimodellate sul pentagramma della modernità, acquistano, nelle loro variazioni, un carattere originale che è di per sé un vero e proprio marchio di fabbrica. Venexiana ci rammenta che ci si può persino amare - perché no? - sotto un temporale ("Amanti avvolt’in musical frastuono"), ma raramente concede un'opportunità alla speranza del domani: la gioia è solo una sequenza di istanti fugaci.

 
 
 Ecco ad esempio che ci imbattiamo in due amanti umiliati che si leccano le ferite "ancora una volta / per non abbracciarci // Per non cedere / alle lusinghe / di un bacio in gola". O in due fantasmi che si amano al suono di un'ugualmente fantomatica musica all’interno della cornice di un Teatro della Fenice deserto, disertato. In quest‘ultimo caso può darsi che si tratti degli spiriti medesimi che, in "Occhi verdi", partecipano a un "muto banchetto".
Spesso l'amore riflette se stesso, come in "Eva". E sempre e ancora abbiamo meravigliosi scorci di una natura che rispecchia gli stati d'animo (in "Forse Autunno", la poetessa confessa di essere "stanca di verde": fotogramma assai suggestivo, come quello della "rugosa foglia" che "Ora, velluto giallo, è / Sposa di radici e sogni").
Il dolore dell'assenza non è mai chiamato per nome, ma viene rappresentato con l'uso sapiente di una tecnica che io oso definire "cinematografica". Non è una mera coincidenza che alcune "scene" mi abbiano riportato alla memoria i momenti più fumosi, più onirici, di Eyes Wide Shut, opera ultima - e ultimativa - di Stanley Kubrick.
 
Sogno... non smetterò mai (...)
("Letter of love")
 
Sono fantasie? Si tratta di desideri incompiuti o che urlano di essere ri-realizzati?
Se è vero che "Vida es sueño", come intonava il buon Calderon de la Barca, ciò vale ancor di più per questo sentimento che più di ogni altro entusiasma e - sì! - avvampa i nostri sensi. Certo, non è facile: non c’è tempo, innumerevoli e gravose sono le catene che vorrebbero trattenerci. Ma, in ogni caso, amare occorre. L’amore è la più convincente affermazione di vita. Amore anche "Nonostante noi" (titolo di un'altra di queste belle poesie).

Un discorso a parte merita la sezione Cose così. Qui le metafore si fanno addirittura sublimi. Il sentimento, l'attrazione magnetica (ma irrimediabilmente senza futuro) si rivestono di quei significati universali cari a tutti gli amanti; e, anche quando il tono diventa più sbarazzino, esso tradisce una sorridente esperienza ("Venere sorgente / Spia di complimento / Si fa shakerare / Per suo godimento" [in: "Cose Così (vodka limone)"]).
 
Oggi possiamo tranquillamente affermare di avere tutti molte cose in comune, pur conservando un 'io' ben distinto. Ci arrabbattiamo, spesso con il fucile in mano, tra i mille ostracismi del labirintico Tutti-i-Giorni, e getteremmo alle ortiche un bel po‘ del nostro bagaglio personale pur di riuscire ad andare avanti, per conquistare un pezzettino in più del territorio di guerra. Ma c'è qualcosa a cui non sapremmo mai dire di no: le nostre passioni, "aliti di vita / a cui non rinunciare".

Peter Patti

 

 

 

Cose Così [fiato corto]

Trapasso i sensi ed inseguo il tempo
immeritevole io d'un mondo d'ossa
che si diramano stanche e attorcigliano
nuvole nere  nei giorni di burrasca.

Alle spalle nel deserto dei timori
lo sguardo s'addormenta all’alba
di grida acute in fondo agli occhi
sul profilo immobile del mio fiato corto

 

 

 

Cose Così [nostalgie orgogliose]
Sul tetto stelle delle mie prigioni
qua e là frammenti di luce bassa
macchie d'ali a mordermi le labbra
incollate a nostalgie orgogliose
rimbalza tra le costole la mia amarezza
ha piedi freddi la mia terra di smorfie
e sguardo scomodo di passi

Cose Così [a soffio di baci]

Duellare con il vento a soffio di baci dentro succhi più in fondo...
pressano i pensieri della voglia di te
e piegano e anch'io mi piego
sto per gridare contro il tuo ansimare all'improvviso...

 
Cose Così [blu cina] 
Rosa antico valica specchi precari
indossa sorrisi a commentare il tempo
lasciandolo luccicare di parole blu cina

[portami via dal baratro dei tuoi desideri]

Eccitante il senso che sono i pensieri
in quel tempo d'amianto a togliere fiato
piegati all'odore pungente del mondo

[cerco ancor invano di tenere il respiro]

 

 

 

 

Cose Così [ad occhi chiusi]
E’ un tempo interminabile questo che serpeggia sinuoso avanti a noi, un baratro in cui sprofonda la voglia nell’attesa e si fa eco e torna e ritorna a metà d’ogni respiro, nel centro esatto del cristallo rosso in pieno petto. Tu al centro di me, goccia di sangue e vena pulsante, musica nella mia gola… sorgente a cui m’abbevero obliando il presente.
Tu, voce nelle mie orecchie e morbidezza di baci fra i morsi; arancio ch’esplode nella bocca riempiendola di sapore… nei tempi assorti, dove i silenzi sono caramelle da succhiare, ti spoglio guardandoti ad occhi chiusi, attraversando sogni nati per caso, intrappolata da intrecci di baci francesi e mani sapienti che mi scartano piano.

 

 

 

Cose Così [terra nuda]
Schiudo pensieri per te inebriata di sensi
srotolo visioni di sana lussuria
arpa tra le tue mani
confusa d'alito caldo
cielo di spalle sulla terra nuda
manto fertile che si veste d'amore.

Cose Così [ora vivo]
Splendi nei colori d'ogni tuo sorriso
e nell'anima mia presa dal sogno dolce
d'un amore da cui attingo vita
imperfetta e fugace
femmina ora vivo piena
e non conosco alternativa a te
 
Cose Così [brividi]
Ferma fra due respiri
in silente adorazione di te
tese le mie corde a serrarti.

Dentro me i tuoi brividi
aliti di vita
a cui non rinunciare.

Cose Così [lettere d’amore]

Conserverò tue lettere d’amore
Le terrò strette con un nastro di velluto
Nascoste  che nessun possa sfiorarle
E poserò le labbra a trattenerle

Respirerò  il profumo su di loro
Impresso fra i tuoi polsi e la camicia
Sospesa fra l’amore e le parole
Cercando fra i pensieri un tuo ricordo

 

 

 

 

L'amor foresto
Calle celata ai distratti
Ricolma d’afrore pungente
Scorcio notturno, riposto
Gerani vivaci e piovasco

Frenesia d’amore foresto
Brama scarlatto sipario
Petali dischiusi, lamento
Respiro corto d'alito lento

Luna si fa altalena
Schiava d’amore in piedi
Arpeggio delizioso, dita
Flebile  lanterna antica

 

 

 

Forse Autunno 2
Capriole di carta,
Lasciva danza di scirocco,
Fibbia di fango a passeggio,
Involontaria recita
Su rovi di parole.

Stanca di verde, muta
Rugosa foglia esangue
Si lascia cadere piano.
Ora, velluto giallo, è
Sposa di radici e sogni.

Diluvio d'incessante cielo,
Scuri nembi di raso nero
Sommessamente,  sono
Greve pianto autunnale,
E livide perle d’opale.

Scorrono via gocce,
Lentiggini di pioggia fina,
Malinconie irradiate,
Di ombrelli e di risate
Sentieri scarni di poesie bagnate

 
Cose Così [gusto limone]
Dalla notte all’alba
Balla sul balcone
In mano un cocktail
Di vodka al  limone

Venere sorgente
Spia di complimento
Si fa shakerare
Per suo godimento

Ora sole brilla
Tra cosce imbrattate
Notte s’è accanita
Su di lei e sull’estate

Eva

Notti sfumate di rumori.
Complici stanze vuote,
Chiusero gli occhi
Per rispettare, chi,
Fra un sospiro
E un fremito
Si amò
Così.

 

 

 

 

Voyeur
Sottane svolazzanti
Colonne tornite da scalare
Paris, la Senna, gli Artisti
I nudi sulle tele
Sensualità raffinata
O solo voglia di scopare

Libri stropicciati
Su bancarelle confuse
Lasciate le librerie
Degli studenti svogliati
Dei professori francesi
Dagli sguardi invadenti
Dalle mani rugose
Odorose di vino
E di sesso divino

Fumo  di sigarette
E triangoli di tessuto sottile
Pelo nero,
Odor di fica e di tiglio
Seni pesanti
Che le dita fan tremare

Cosce pallide sbocciano
Da  nere calze a rete
Sul ferro di una bicicletta arrugginita
Sognanti  Voyeur
Con la patta sbottonata
Si fan trasportare…

Sorridere di letti
Inumidendo  labbra
Succhiando dita
Da far succhiare

Chiudete gli occhi...
Assecondando muti
Il baciarsi dei fianchi della notte...

Rumori di reti distrutte
In stanze spoglie
Con tende rubino
E  letti spettinati.

Angeli imperfetti
ad espiar la colpa
d'essere liberi.

 

 

 

Cose Così [radice strappata]
Scompare nel fruscio, il sospiro
seguendo la direzione del vento
dimentico dei respiri fumosi
d'una storia d'aria fresca
intensa ed improvvisa.
Finestra mai più aperta,
curva scintillante in sospensione tragica
fievole punto lontano immobile
nascosto d'orizzonte trasversale,
radice strappata a morsi dal cuore

 
E dentro le mie spalle mi ritrovo
Silenzio di parole da trovare
Tramestio di passi sotto pelle
Intonaci si sfaldano poi cadono

Non posso io cambiare la mia vita
Sul cuore rosso i palpiti attenuati
E dentro le mie spalle mi ritrovo

 

 

 

Voyeur
Sottane svolazzanti
Colonne tornite da scalare
Paris, la Senna, gli Artisti
I nudi sulle tele
Sensualità raffinata
O solo voglia di scopare

Libri stropicciati
Su bancarelle confuse
Lasciate le librerie
Degli studenti svogliati
Dei professori francesi
Dagli sguardi invadenti
Dalle mani rugose
Odorose di vino
E di sesso divino

Fumo  di sigarette
E triangoli di tessuto sottile
Pelo nero,
Odor di fica e di tiglio
Seni pesanti
Che le dita fan tremare

Cosce pallide sbocciano
Da  nere calze a rete
Sul ferro di una bicicletta arrugginita
Sognanti  Voyeur
Con la patta sbottonata
Si fan trasportare…

Sorridere di letti
Inumidendo  labbra
Succhiando dita
Da far succhiare

Chiudete gli occhi...
Assecondando muti
Il baciarsi dei fianchi della notte...

Rumori di reti distrutte
In stanze spoglie
Con tende rubino
E  letti spettinati.

Angeli imperfetti
ad espiar la colpa
d'essere liberi.

 

 

 

Sussulto... lampo e tuono!
Un vecchio casolare ros' antico
si staglia dall'immagine campestre
estate gialla  tutto s'è incupito
lavanda il cielo tinto e pur violetto

Di corsa a ripararsi dal maltempo
la pioggia infradiciati li ha parecchio
fra il fieno si può star qualche momento
e togliersi quei panni  appiccicati

Si sente un vento forte poi  fragore
tempesta è fiato corto  poi l'amore
amanti avvolt'in musical  frastuono
nel dondolio ondeggiante
sussulto... lampo e tuono!

 
Occhi verdi
Giravolte di lingue in delirio
Disegnano arabeschi su pelle.
Scandaloso arpeggio di voci,
Petali sfogliati e disinganno.
Declivio di rosee dolcezze,
Muto banchetto d’ombre.
Profili  di letti spogliati,
Stanze, occhi verdi e laghi.
Denudati battiti silenziosi,
Foglie, fiori, profumati specchi
Riflessi d’Amore, null’altro.

 

 

 

 

Letters of love
Caro Amore,
stasera sento forte la tua stanchezza, il desiderio di abbracci si fa più forte...  manchi.
E' perchè manchi che ho deciso di scriverti: non basta  un  messaggio, non basta  una mail  di  dieci parole... non basta...
passo il tempo a fissare punti vuoti cercando te,  il  tuo sapore, nel ricordo della tua lingua invadente nella mia bocca a sbattere sui denti.
Un fremito, Amore mio solo a  pensarci, il cuore  si fa pesante e gronda di dolorosa assenza, grida la sanguinante mancanza del tuo avvolgermi di tenerezze e di  passione.
Grande Amore,  che cresce e si espande, ritrovo te,  in ogni spazio di me...
Amore che lascia sospesa l'anima a strusciarsi di desiderio. Amore come fuoco ormai acceso inarrestabile.
Amore come te, come noi...che ritrovo in ogni canzone.
Amore... cuore di vetro soffiato color rubino,  melodia a due voci e sospiri eccitati dentro la bocca di lingue succhiate...
Amore, di odori e sapori sulle tue dita, sguardi perduti che vorrebbero parlare di letti e lenzuola umide.
Echi di te, tatuati nella mente... nel cuore che ti regalo, adesso, eternamente  e nel pensiero costante... con cui continuo ad abbracciarti.

 

 

Nonostante Noi
Ironicamente soli
fra mille altre solitudini
vestite di colori e suoni
di carezze mai date

Umiliati, Noi
a leccarci  ferite
ancora  una volta
per non abbracciarci

Per non cedere
alle lusinghe
di un bacio in gola

A mezz'ora
di silenzi e sguardi
o ad una vita
di passione fortissima

Amore impossibile
vivrai sottovoce
in  pensieri dolcissimi
dolcezze e battiti
nodi in gola e lacrime

Nonostante Noi
stupidi
orgogliosi
cuori vaganti
in cammino
verso Te

 
La Fenice
Silenzio strano di un teatro vuoto
tra velluti e penombre in
luogo misterioso...
tende rosse di velluto pesante
fra ori e rossi...solo noi.

Atmosfera sensuale e frizzante
nella penombra ricca di chiaroscuri
in uno storico teatro venexiano
appartati fra i tendaggi noi
complici amanti dell'amore.

In un loggione al quarto piano
quelli della nostra età si volano addosso
si stringono più forte per non perdersi
e la magia della musica si sente
pur nell'ovattato silenzio.

 

 


 

 

-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: P. Rafficoni
-Supervisione: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Manuela Verbasi [Venexiana][Anake]
-Recensione: Francesco Anelli, Giulia Luigia Tatti, Peter Patti, Andrea Leonardi
-Editing: Emy Coratti
-Staff di Frammenti

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

 


 

Maria Catena Sanfilippo [Mithrandir06]

 
Cenni biografici

Sono nata il 13/01/1965 a Riesi, (CL) paesino dell’entroterra siciliano in cui vivo, ho compiuto vari studi conseguendo il Diploma di Flauto, la Maturità Magistrale e il Diploma di Specializzazione Polivalente. Sono docente di ruolo nella Scuola media su posto di Sostegno. Adoro leggere. Appena ho imparato a decifrare la scrittura è stata una passione divorante. Sarà difficile da credere ma il primo libro che ho letto è stato un saggio sulle civiltà Inca e Maya di circa 400 pagine e avevo solo otto anni!!! Da allora ho letto di tutto un po’, il mio momento-relax preferito è, appunto, sul divano, con un libro in mano. Sposata e madre di due figli, scrivo poesie da quando ero bambina, ma non mi sento una “poetessa” perché non seguo uno stile o una forma, mi considero piuttosto una “scrivana di pensieri ed emozioni”. Considero la poesia come una specie di “diario di bordo” in cui fissare ricordi, sensazioni, emozioni: apro semplicemente il cuore e l’anima e lascio fluire la loro voce. Da circa due anni pubblico le poesie sul mio blog “Miscellanea” e su RossoVenexiano. Alcune mie poesie sono state inserite nelle raccolte di RossoVenexiano “L’Attesa” e “L’ultimo natale” e in “Petali d’Oriente”. Recentemente ho avuto una selezione dall’editrice “Il Filo” per la partecipazione ad una raccolta. Di indole curiosa sono appassionata di musica, scienza, astronomia, ufologia, meccanica (seguo molto la Formula Uno). Mi piace cucinare, ricamare, “bricolare”, “decoupare”, adoro dipingere su vetro e scattare fotografie. Ho partecipato a diversi concorsi di RossoFoto ricevendo anche delle menzioni. Mi entusiasma tutto quello che riesce a sollecitare la mia voglia di imparare, senza alcuna preclusione; mi considero una specie di Peter Pan che ha ancora bisogno di crescere e di imparare. Odio qualsiasi tipo di violenza ed amo tutto ciò che è bellezza ed armonia.  

Recensione
In un’epoca dove la poesia spesso si perde in complicate metafore e labirinti di significati nascosti, la scrittura dell’autrice si distingue per chiarezza di forme e trasparente descrizione. Colpisce alla prima lettura l’estrema eleganza del verso che trascina quasi su un palcoscenico teatrale. La forma del monologo è prevalente e sorprende per il suo recitare come per esempio nel “Il Lampione”:

 

Spando la mia luce
Osservo intorno
Cerco il senso
Di questa vita
Spesso priva di senso…

 

Molta attenzione è spesa nell’equilibrio delle parole e dei suoni, nello scandire i versi concatenandoli ad arte come con quel “dritta” dell’esempio che segue:

 

Forse solo la mia tenacia
Resisterà
Dritta,
nel suo metallico abito
di bronzo ossidato....

 

Nella splendida “Assolo” troviamo questo verso:

 

il cuore dice quello che la mente rifiuta

 

 e l’eco del cuore trova una presenza forte nei componimenti della nostra autrice. Fiorisce e fruttifica ne “Il Melograno”, si fa preghiera in “Non negarmi” e disperazione nei versi che ricordano la tragedia delle torri gemelle di New York. In “Se potessi…” lo troviamo tutt’uno con la natura attraverso le tante suggestioni che sembrano toccare profondamente l’animo della poetessa. Brezza d’estate, profumo d’autunno, gelo d’inverno colpiscono i sensi e rimandano ai versi de “Il mio mare”. Qui, in perfetto stile romantico, è forte l’aspirazione di poter cogliere quel mistero insito nell’esistenza, nell’universo percepito attraverso la natura e alla sua appartenenza.

 

E' in questo mare
che mi perdo e m'immergo
cercando di raggiungere
il senso
dei giorni e di tutti i pensieri
che come onde
continuano ad infrangersi
.

 

Seguo emozioni librandomi nel vento, recita l’autrice in “Orizzonte” e, nella chiusa di questo componimento, ci lascia dei versi straordinari a testimonianza di un profondo sentimento poetico:

 

Un universo miniaturizzato
stretto nel palmo della mano
vagisce.

 

La sua bellezza
mi stringe

 

Parole queste che scuotono e stupiscono nella loro splendida immagine evocativa della “bellezza” colta dalla lirica della poetessa in parole di rara efficacia e che lascio, in conclusione, alla vostra riflessione.

Davide Ferrara
 
 
 
New York, 11 Settembre 2001

 
Ho ancora negli occhi
Le due torri che fumano
Come assurde ciminiere.

E in un attimo, giù,
con uno schianto.

Lungo la mia schiena colano,
gocce gelide di angoscia,
come una pioggia mesta.

Il cuore rallenta i battiti,
stranito e attonito,

quando esseri innocenti
volano giù
come inutili pupazzi dismessi.

Fine dell’uomo, e trionfo,
di una barbarie senza tempo.

Potrà Dio perdonare questo?
Nella mia mente un solo grido,
una sola preghiera:

Dio mio, mai più,
mai più!

 
 
 
Assolo

 
Tintinna il cristallo nella mia mente
suona sempre un’unica nota
stonata

il cuore dice quello che la mente rifiuta

come su binari
la vita scorre
incessantemente

ma l’urlo non risuona

spenta è la voce
spezzato il canto
fragile la farfalla

ha bruciato le ali maledettamente

un tremolio che pervade
che risucchia
che mi lascia

come pane raffermo

sul ciglio della strada
che porta al mare

   
 
   
Briciole di me

 
Brillò d'oscuro barlume
la vita mia,
equilibrista io sono
tra affanni e inganni
che mi divorano.

Così buia è la luce
come oscuro e caldo
è il cuore,
che batte rintocchi
di vuote parole
di vane speranze.

Abbandonarmi vorrei
nel mare,
solitaria.
Ma emergo sempre,
spinta da
forze
non mie.

   
 
   
Il melograno

 
Vorrei essere
Melograno d’estate
Costellato di fiori vermigli
Per lusingarti con sogni di passione

Vorrei petali leggeri
Purpurei e luminosi
Di cui spogliarmi lentamente
Alla prima brezza della sera.

Vorrei essere
Melograno d’autunno
Gravida di rossi chicchi
Dolci da gustare ad uno ad uno

Vorrei tenerti avvinto
Tra i miei serici veli
Lasciarti assaporare con lentezza
La profonda mia passione.

Vorrei essere
Melograno d’inverno
Spoglio e pieno di spine
Per ricordarti di non farmi soffrire

Vorrei pungerti
Solo quando non mi credi
Vorrei ferirti
Spesso quando non mi ascolti.

Vorrei essere
Melograno di primavera
Brillante di tenere gemme
Promesse del nostro amore

Vorrei donarti totalmente
il verde della speranza
il tepore del corpo
la serenità del tempo

   
 
   
Il mio mare

 
E' in questo mare
che mi perdo e m'immergo
cercando di raggiungere
il senso
dei giorni e di tutti i pensieri
che come onde
continuano ad infrangersi.
Sento il tuo fluido salato
scivolarmi intorno
sfiora la mia pelle nuda
come un dolcissimo amante.
Libera galleggio
sospesa mi lascio cullare
il tuo profumo
mi conforta il cuore
gli occhi annegati d'azzurro
nella mente nuove parole
sussurrate dalla risacca
che eternamente risuona.
Dissolvermi vorrei
come spuma
confondermi tra le tue onde
essere parte di te.
Ma ritorno dolente
alla terra
dove consumo i miei giorni
priva dell'essenza di te.
   
 
   
Il Lampione

 
Mi ergo, mi elevo,
solitaria
al di sopra delle miserie umane
oltre le mie pochezze
oltre le mie paure…

Spando la mia luce
Osservo intorno
Cerco il senso
Di questa vita
Spesso priva di senso…

Dall’alto del mio
Guscio opalescente
Rifletto e penso:
cosa resterà di me…

Dei miei sogni
Delle mie delusioni
Cosa?
Quali brandelli d’anima
Sopravviveranno…

Disgiunti
Da cuore e cervello
Che mai,
Mai
sono stati complici…

Forse solo la mia tenacia
Resisterà
Dritta,
nel suo metallico abito
di bronzo ossidato....
Sferzata
da innumerevoli piogge
bruciata da soli cocenti
testimone silente
dei miei respiri veloci.

   
 
   
Non negarmi

 
Non negarmi amore mio
Il tocco gentile della tua mano forte

Ad essa mi aggrappo come un naufrago
Ti trattengo vicino a me
Mi proteggi dai pericoli
Ti sostengo lungo il nostro percorso.

Quando stringi la mia mano nella tua
Sento vibrare nelle mie vene un’onda potente
E mi sussurra che ti appartengo
E che tu mi appartieni.

Non negarmi amore mio
Il tocco gentile della tua mano forte
Che conosco dolcissima e delicata
Sulla mia pelle

Se ne sfioro il dorso con il pollice
Ne riconosco ogni minimo particolare
Piccolo compendio e sintesi
Della pelle del tuo corpo
Che sento solo mio.

Quando stringi la mia mano nella tua
Rinnova il senso del nostro legame
Che attraverso gli anni e le vicissitudini
È rimasto stabile come un’àncora
Come un faro nella tempesta.

Non negarmi amore mio
Il tocco gentile della tua mano forte
Senza di esso mi sento perduta
In un mare di solitudine devastante.

Quando stringi la mia mano nella tua
Vibra il mio corpo e risuona
Simile a corda di violino
Pronto e docile al tuo richiamo
Desideroso di ardenti carezze.

Per tutto questo
E per altro ancora che non ti so dire….

Non negarmi amore mio
Il tocco gentile della tua mano forte
In esso è racchiuso
La forza e l’essenza del nostro amore.

   
 
   
Orizzonte

 
Lo sguardo viaggia
oltre l’orizzonte
come il pensiero

una vibrazione immobile
silenziosa
che trascina.

Seguo emozioni
librandomi nel vento
inseguo briciole

lacrime di luce
che sgorgano
da una pietra viva.

Un universo miniaturizzato
stretto nel palmo della mano
vagisce.

La sua bellezza
mi stringe
a doppio nodo. .

   
 
   
Se potessi…

 
Potessi essere brezza d’estate
Farei contorno ai tuoi passi

Potessi essere profumo d’autunno
Rosseggerei tra i tuoi capelli

Potessi essere gelo d’inverno
Nevicherei dentro i tuoi occhi

Potessi essere boccio di primavera
Profumerei la tua carne

Ma sono solo io
Poco più che nulla

Se stringi forte la mano
Svanisco come cenere.

   
 
   
Sento l'Autunno

 
Elitre marroni
danzano all’autunno
nell’aria sentore
di fumo e di terra

il canto si mesce
all’ombra
evocando colori sbiaditi

sonnolenta
mi chiudo
in improbabili
fantasticherie

bussa forte
la vita
ma nel petto
la pietra non lacrima

voglio corteccia
come coperta
al mio riposo

intanto
formiche alate
muoiono
l’estate è finita.

   
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Maria Catena Sanfilippo [Mithrandir06]
-Recensione: Davide Ferrara
-Editing: Anna De Vivo [Ande]

 

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

 

Ventigennaioduemiladieci

Maria Mastrocola Dulbecco [maria34]

pagina in costruzione

 

La poesia di Maria Mastrocola ha una collocazione ben definita:

è l'anello mancante tra due scuole di pensiero,lo stile classico,cadenzato,lirico,che si lega indissolubilmente ad uno stile moderno,sperimentale,neo futuristico.

E' quindi inevitabile che dalla sua penna fuoriesca una poesia dinamica ma al contempo ricchissima di impostazioni del classicismo, che danno della opera intera una dimensione universale.

Maria in questa è una maestra,nella vita,nei suoi corsi di Unitre,nelle sue poetiche goccioline di sapienza che ci danno il suono e la ritmica di un fiume in piena.

[Scrive.....chi annera pagine bianche con la storia della vita altrui filtrata dalla propria esperienza.......].

La purezza del suo verso è cristallina ed inebria ,mentre le sue visioni diventano le nostre visioni,ma la sua è una poesia universale dove alla ricerca sillabica del settenario,si interpone una realistica esigenza di poesia moderna.

La sua è una poesia descrittiva -spirituale-onirica-tangibile.

[Gioco di luci

in acque limpide

e verdognole.

Ruscelli fluttuanti

che accarezzano

fondi melmosi

pietre pulite].

tra i temi portanti della sua opera non si puo' non parlare d'amore,agli osservatori ed ai lettori appare chiaro una cosa,non c'è poesia di Maria senza il sentimento che traina la vita.

L'amore diviene una definizione universale e una esigenza dello spirito,l'autrice insegna fondamentalmente questo: amare ed essere amati,l'amore che lei stessa descrive come antropologico,sociologico,psicologico,fisiologico e poetico.

Percui non è accettabile intenderlo con aggettivi subdoli o poco chiari.

Dice di lei :- .... Mi occupo del corso di "Laboratorio di Scrittura" dell'Unitrè di Rivoli" dove ci si incontra per leggere e commentare i propri scritti che a fine anno comporranno un nostro giornalino.....-],quindi

Maria è per gli altri,catalizza i gruppi di poesia,da sicurezza nella trasposizione poetica, è per noi tutti un riferimento.

 

Michela Zanarella

 

Maura Pot ì- Il tempo non è un aspirapolvere

 

 

Maura Potì
IL TEMPO NON E' UN ASPIRAPOLVERE
Poesie

pp. 96
ISBN   978 – 88 – 6479 – 036 - 7
maggio 2011

 

10,00

OPERA. Il tempo non è un aspirapolvere si articola in due sezioni che aprono, con modalità diverse, talora opposte, uno spiraglio sul mondo poetico dell’Autrice. La prima parte è poesia della parola non detta, affidata a monologhi interiori, pensieri segreti riaffiorati da un passato fortemente interiorizzato ed espressi ‘in differita’, tra le pieghe dei ricordi di un vissuto non ancora dimenticato. La seconda sezione annuncia una nuova stagione della vita che dal ripiegamento su se stessi porta a una riflessione più ampia, di respiro universale, che tocca l’esistenza umana in tutti i suoi aspetti. L’Autrice trova nuove motivazioni e nuove modalità espressive e in questa rivelazione, in questa noncuranza della memoria del passato, ritrova un presente provvisorio, in cui «accadono cose che sono come domande» a cui la poesia, prima o poi, risponde, assicurando una progressiva riappropriazione dell’identità. Personale e collettiva.
 

 

AUTORE. Maura Potì, architetto, nata a Brindisi, vive e lavora a Bari. La sua esperienza poetica nasce sul web, prima modalità di scambio letterario con altri scrittori, per soddisfare un’insopprimibile necessità di condivisione dei suoi scritti. Apre anche un blog con l’intenzione di coinvolgere nella sua ricerca espressiva artisti di ogni forma d’arte, ma presto non resiste al fascino della carta stampata e decide di percorrere la strada della pubblicazione. Ha pubblicato nel 2009 il suo primo libro Tra respiro e sospiro(Aletti Editore) e alcune sue poesie sono raccolte nelle antologie delle case editrici Aletti, Perrone (2009), R.E.I. (2011) e nell’antologia Poesie al balconedell’Associazione Culturale Comunicaria (2009-2010).

 

Michela Zanarella [michelazan]

 
 
Cenni biografici

Michela Zanarella è nata a Cittadella (Padova) il 01-07-1980. Ha frequentato l'Istituto Tecnico Commerciale “Giacinto Girardi” di Cittadella conseguendo il diploma di perito aziendale e corrispondenza in lingue estere nel 1999.
Inizia a scrivere poesie nel 2004 e scopre un talento naturale nella espressione della vita in versi.
Ottiene alcuni risultati nel campo della poesia come le menzioni di riconoscimento nei concorsi Beniamino Capparelli nel 2005 e Don Luigi Riva di Varese. Ottiene pubblicazioni in diverse antologie di poesia a tiratura nazionale.
Pubblica una sua prima raccolta di Poesia dal titolo “Credo” con l’Associazione Culturale MeEdusa. La raccolta, ottiene un buon riconoscimento popolare con una tiratura di mille copie.
Partecipa attivamente alla diffusione della poesia, sia come mezzo di comunicazione sia come elemento di dibattito tra i giovani.
Tra le sue passioni troviamo la letteratura internazionale con particolare interesse per la letteratura francese, lo studio dei grandi pittori della storia, i viaggi e la conoscenza di nuove culture.
E' stata ospite alla trasmissione radiofonica di Rosanna Perozzo su Radio Cooperativa a Padova. Alcuni articoli sono presenti su quotidiani quali il Mattino di Padova; il Gazzettino di Padova; il Padova; la Voce dei Berici. Ha partecipato alla trasmissione televisiva "Poeti e Poesia" di Elio Pecora su Televita, a Roma.
La sua seconda raccolta poetica è “Risvegli”, ediz. Nuovi Poeti.
Ha ottenuto il terzo posto assoluto nel concorso "Citta di Manziana 2007".
Ha ottenuto il terzo posto assoluto nel concorso internazionale "Vitamine per l'anima", nel marzo 2008.
Nel premio Onlus Mecenate ha ottenuto il sesto posto assoluto.
Menzione d'onore al premio Mondolibro di Roma; secondo posto al premio Groane 2008; primo posto assoluto al premio"Calogero Rasa" di Palermo; secondo posto al premio "L'aquilaia", Grosseto; secondo posto al premio "Invito alla poesia" di Trieste; menzione speciale al premio "Irpinia mia" di Avellino.
Decimo posto al premio "l'umanità non sposa la violenza" di Cremona; menzione di merito al "Premio Solaris"; menzione di merito al premio "Cà Domnicu" di Cadoneghe, Padova; sesto posto al "Premio Marguerite Yourcenar" di Montedit; secondo posto al premio Comune di Riolunato; segnalazione al premio "Olinto Dini".
Ha iniziato a scrivere i primi racconti nel gennaio 2008.
Ha collaborato alla realizzazione del libro "Solitudini dentro" di Carmen Tomasi, ed. Nuovi Poeti.
Nel 2009 ha ottenuto menzione di merito nel concorso internazionale poesia e immagine "Marco Pantani"; si è classificata al terzo posto al "Premio Animo Animale" di Pordenone; primo posto al Premio "Anime e luci 2008", a Padova; secondo posto al premio "La Rondine", di Trento. Menzione di merito al premio "Contemporanei d'autore".
Finalista al "premio Tindari-Patti" e al premio "Salvatore Cerino".
Ha pubblicato il terzo libro "Vita, infinito, paradisi" ed. Stravagario, nel giugno 2009, presentato recentemente a Roma.

 
Recensione
Dopo una presentazione così piena di attività e riconoscimenti, cosa altro aggiungere? Per una buona recensione bisognerebbe aver letto tutto ciò che Michela ha scritto, io la conosco da pochi mesi ed ho letto all’incirca una decina di poesie.
Michela è una giovanissima poetessa con un animo sensibile e una poesia fresca ed accattivante.
Il mio semplice esprimere non rende giustizia alla sua bravura.
Avete letto le sue poesie?
Esprimono maestria e al contempo spontaneità e lo si avverte in ognuna di esse. Niente di costruito, sincera e vera.
Trasmette emozioni che condivide con chi legge facendolo sentire partecipe. Attraverso il suo blog dove mi onoro di scrivere, la conosco per come sia sempre gentile, premurosa, rispettosa.
Generosa senza riserve e senza gelosie, concede il suo spazio agli amici lasciando loro ogni iniziativa senza porre condizioni.
Ho apprezzato tutto quello che ho letto di lei, non ultimi i suoi commenti verso gli altri dove rivela le qualità descritte.
Cito frasi di alcune sue poesie facendo torto ad altre:

 

Il colore del giorno

“Cosa vedono i tuoi occhi!
Tu che non sai cos’è la luce,
che non conosci nemmeno le ombre
quale forma ha il mio volto
lo sfiori, lo accarezzi
ne custodisci i tratti
preziosamente
quasi fuggissero dalle mani.”

 

E poi ancora

 

Battiti primordiali (ultimi versi)    

 

“Musica soave d’abissi
battiti primordiali di silenzi sopravissuti
al vuoto,
alla profondità del nulla,
alla bellezza dell’ignoto senza fine.”

 

Michela, il mio cuore vorrebbe esprimere tutto quello che sente ma spesso non vengono le parole giuste. Volevo declinare l’invito, invece ho voluto farlo per trovare nel mio cuore frasi armoniose come lo è la tua poesia.
Tant’è, quando cerchi, non trovi!
Sappi che ti apprezzo moltissimo come tutti quelli che ti leggono.
Mi sono goduta ogni frase conservandola per emozionarmi.

Maria34
 
 
 
La casa degli istinti

 
La linea del cielo
risciacqua una poesia
nella tua voce.
Io sto in ascolto.
Con il cuore da bambina
soffio l'infinito che si specchia
nell'aria
e rinasco nel sughero della tua bocca.
La casa degli istinti è vicina,
sotto la buona pioggia di un tremore,
dentro l'onda giovane di uno sguardo
senza misura.
Le mie labbra nascondono fulmini,
una sequenza di baci illuminati,
l'ossessione paziente
di un amore che copre intere stagioni,
zolle, orizzonti.
Cade passione su tutte le vene
e così vivo e ferisco di gioia
il fondo della memoria.
Ti vengo a cercare nella capigliatura
dell'anima e
ti trovo rugiada che veglia
piacere eterno sul pavimento
degli occhi.
 
 
 
I pazzi ridono di notte
 
Intorno a me follie bellissime
rovesciano la mente
e mi schiantano nel buio
ad imparare l'assurdo.
I pazzi ridono di notte
e non importa il gioco di una rima
o la croce di un mondo
che condanna.
Più ridono del rumore
del loro orizzonte,
mentre abbracciano ghiaccio
e confuse lacrime,
più intrecciano libertà
ad alberi e saggezza.
Pure il mio spirito
è gola e bocca
per carestie di ragione.
Noi, maledetti nel sangue
e nel midollo,
sappiamo rotolare tra gli abissi
e ritardare il grido della morte,
stringendo tra i denti altri cieli.
   
 
   
Nel tempo della luna
 

Mi sfiora ogni notte la tua anima
e nel tempo della luna
il silenzio cerca tra le lenzuola
le acque di un amore in fiamme.
Mi sveglia una luce di ciglia
assetata della mia carne.
La passione vive quando ancora
il cielo tace.
E quel frugare tra le labbra
eternità,
quel gridare all'alba il volto del piacere
è eco di paradiso sul cuore.

   
 
   
Vado per il tuo corpo

 
Vado per il tuo corpo
a vivere l'amore, che già grida
a piedi scalzi.
Dalla tua fronte bevo
gocce salate di notte in cielo.
Una passione ignota prende le ghiaie
di nudo tremare.
Lunga la strada al piacere
mette esilio nei tuoi occhi.
Vado per il tuo corpo
a spingere in cuore dolcezza,
a rompere l'onda precoce
d'istante.
   
 
   
L'eco bianca delle stelle

 
E' notte,
un rincorrersi buio di sogni
sotto l'eco bianca delle stelle.
Cerco il rumore chiaro della luce
tra le gonne di una luna in equilibrio.
Aquiloni neri confondono
le gerarchie del cielo.
Vorrei capire,
capire e sentire il passo veloce
delle distanze,
aggrappandomi alle labbra
di un silenzio quasi perfetto.
Al contatto con i miei occhi
le allegrie di una cometa
annusano le lenzuola del confine.
E fuggo con la pelle
a godere
il naufragare lento di un nettare
d'estate.
   
 
   
Fiato impuro

 
Come un inverno in guerra
continuo a masticare
gelidi precipizi.
Dal seno buio del silenzio
raccolgo le febbri
di un temporale.
Non so come nasce
tutta questa ferocia,
si spalancano pupille
arrossate da suoni nervosi.
Tenebre solitarie
si riproducono in fretta.
Ciò significa
che il mio fiato impuro
è schiavo
d' atroci inganni
   
   
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Michela Zanarella [michelazan]
-Recensione: Maria34
-Editing: Anna De Vivo
-Correzioni: Maria Catena Sanfilippo

 

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È l'ultimo uomo di questa storia - racconti degli autori di Rosso Venexiano


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Sono pubblicati nella raccolta:

1 - Sette palloncini anarchici di Franco Pucci
2- Desiderio di caffè... prima che di ogni altra cosa di Manuela Verbasi
3- Il ricordo di ...te! di Raggiodiluna
4-  Ritratto di uomo -1 di Ferdi Giordano
5- Le guerre che non si possono vincere di Bruno
6-  Plenilunio di Viola Bosio (violettavenere)
7- Viorica di Franca Figliolini
8- Un sogno... forse... di SempreGio
9-  Un castello di sabbia di Cinzia
10-  L'uomo dei sogni di Crobiotermi
11- Anche il mare va a morire di Tiziana Tius
12- Palloncini nel sole di Aurora
13- I palloncini di Franz
14- Post di ID15- Miràn sur Mer di taglioavvenuto
16-  Una serata magica di Maria Cusumano
17- L'ultimo suono di Antonio Gabriele
18- Miracolo a New York di Pinotota
19- L’assenza di Antonio Ragone
20- Il tempo libero, usiamolo per pensare di matris

Se avessi studiato musica di Sara Cristofori

 

ringraziamenti per:

 

presentazione di Francesco Anelli
copertina di Paolo Sprega
editing e studio grafico di Anna De Vivo
coordinamento e organizzazione di Manuela Verbasi e Gabriele Menghi
correzioni di Antonio Ragone
selezione di Giovanna Trani
la redazione e gli autori  di Rosso Venexiano (.com)

 

 

 

 
È l’ultimo uomo di questa storia
Antologia di racconti degli scrittori dell'Ass.ne Salotto Culturale Rosso Venexiano
Il libro è acquistabile online sul sito ilmiolibro.it

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Maurizio Triscornia [Matris]

Vento frenetico irrompi a scompigliarmi i pensieri legati sfilacciati regalati esaltandomi cerco piacere e protezione mescolati in romantica armonia

Cenni biografici Nasco a Verona, il 09/02/1963 in una fredda giornata di febbraio, in Borgo Ciodo, a Verona, presenti, la mamma Irma la nonna Angelina e 6 fratelli, l’ostetrica, che a momenti mi fa ammazzare, e il babbo che in quel momento era al lavoro. Alla fine sono uscito tutto bene 4 kg e 300 grammi di rosea carne ossa e cervello. Iniziai subito a darmi da fare, fin da piccolo, collezionavo  giornalini, figurine, giocattoli, e quant’altro il boom economico aveva messo a diposizione per noi fanciulli. Una bella famiglia, tante sorelle, un paio di fratelli e altri due morti già alle spalle, causa di due parti giunti a destinazione, ma defraudati dalla mano della morte. Cominciai con l’asilo a pochi passi da casa mia, ad iniziare il mio inserimento sociale nel gruppo dei coetanei. Già ero a capo di una banda di ragazzini, ben affiatata e coraggiosa, ci iniziavamo divertendoci alla vita. Poi le scuole e tanto gioco libero nei campi sulle montagne limitrofe, bellissimi tempi. Poi finite le scuole medie, che lasciarono in me un segno negativo, per come hanno devastato la mia voglia di studiare. Poi la scuola superiore. La mia famiglia era molto povera ma dignitosa e con un passato, di onestà e di lavoro, umile e rumorosa. Per ragioni economiche, fui spinto a frequentare una scuola alberghiera, distante 35 km da casa mia. In pratica da quel momento in poi cominciò la mia vita raminga, per studio e per lavoro, finiti i tre anni di scuola e già svolto tre stagioni estive, lavorai per qualche anno. Già da 15 anni cominciò il mio interesse per la poesia e per piccoli racconti comici, scritti per il sollazzo dei miei amici. Da li in seguito la passione per la poesia e per le arti, fu radicata e coltivata in me e mai più svanita. Passò il periodo del militare, dove produssi molta corrispondenza e personali scritti, durò giusto 6 mesi poi, fui licenziato. Partii, per la Spagna e ci rimasi per un lungo periodo, poi mi trasferii in Francia al nord est in Champagne, li, restai per circa due anni. In Francia, ebbi modo di ampliare le mie conoscenze nella lingua grazie all’aiuto molto importante di persone che mi sono state vicine e mi hanno aiutato non poco. In particolare Sylvie Paleni, che allora era capo bibliotecaria alla Biblioteca di Troyes, poi a Beaubourg, al centre de Pompidou, poi a Chambery Les halles, ancora siamo in ottimi rapporti, Grazie a Lei ho avuto la possibilità di ampliare in maniera più consona alle mie necessità, inoltre in lingua Francese, fu un periodo di studio molto intenso, li emancipai le mie visioni poetiche, nel perdurare le mie peregrinazioni nelle altre città e tra la natura. Vissi per molto tempo, anche ai margini di quella società reiettata rappresentata  dai  più  poveri, alimentandomi di esperienze e aprendo le mie sfere cognitive in  tutte le  direzioni, un periodo molto importante per la riflessione interiore e per il raggiungimento di una consapevolezza molto alta per la vita, la calma e la dinamicità del pensiero sono le particolarità che mi contraddistinguono. Fatto ritorno a Verona, dopo qualche anno passato nei gruppi di impegno sociale a collaborare per l’assegnazione delle case occupate, partecipai ad alcune lunghe occupazioni. Periodi in cui la democrazia schiacciava la tua volontà di emergere e di giustizia. Ottenni un lavoro e potei, così iscrivermi ad una scuola magistrale serale, per poter ottenere la maturità, da li coltivai i miei interessi maggiori: la letteratura italiana, la musica, l’arte in genere, l’enologia e la cucina, che ritengo praticare come un arte, ed a cui dedico una ricerca direi poetica. Finiti i primi due anni però, l’iniziativa fu sospesa e non si poté più proseguire. Allora decisi di conseguire la maturità tecnica, mi iscrissi alla scuola alberghiera per il 4° e 5° anno da privatista, conseguii il diploma e mi iscrissi a lingue all’Università di Verona. Dopo qualche tempo e qualche esame, rinunciai, per iscrivermi a scienze della formazione. A tutt’oggi ho finito i 42 esami, con buoni risultati, ma alla laurea, non ci sono ancora arrivato. Naturalmente devo sempre lavorare per mantenermi. Dopo il matrimonio, un figlio e un divorzio, ora sono alla fame, comunque lavorando, ma non mi dispero. I miei interessi ludici, sono il nuoto e gli scacchi. La poesia resta il mio scopo artistico maggiore, dove continuo a cimentarmi senza trovar ragione di smettere. Ampliare i miei interessi in campo artistico e culturale, è il mo continuo obbiettivo di vita. In famiglia, siamo tutti baciati per l’arte in casa Triscornia, il nonno di Carrara era un famoso scalpellino del marmo, così pure lo erano ancor più i miei bis e tris nonni, ho un fratello più grande che ora è tenore al teatro di Cagliari, espertissimo di musica classica e lirica. Le mie sorelle tutte legate alla pittura e alla prole, tutte splendide, una madre casalinga, poetessa di una bellezza unica, un padre gran lavoratore pianista e poeta di far suo. Ho un rimpianto, il mio fratellone, che ora è morto, genio polivalente in pittura musica scrittura e composizione, era il migliore. Ora lavoro presso un ex ospedale psichiatrico, ora in cambio di destinazione, per la Dirigenza Medica, mi occupo di accettazione e di attività amministrativa per la psichiatria di un noto ospedale di Verona. Sono stato eletto rappresentante per le attività culturali e ludiche nell’ULSS n20 di Verona, a tutt’oggi in carica. Sono attivo nell’appoggiare ideali di giustizia sociale e di spazi autogestiti per giovani, appoggio le iniziative alternative e sono solidale, con il con gruppo “la Chimica”, che in questo periodo sta passando un gran brutto momento, causa la ostinata opposizione agli di spazi autogestiti, da parte di certe forze politiche che ostacolano la libera associazione ed espressione culturale.
Recensione Immaginare. Non a caso ho scelto questo verbo per introdurre la poetica dell'autore. L'immaginazione, il ponte da varcare per trovarsi sulla sponda sognata, quella che fa parte di un mondo accogliente in cui il quotidiano evapora e si trasforma in fresco profumo.

...immagina, le fresche sere di settembre, il caldo spiantato, dal fresco benessere infuso dopo una giornata di sole...

La ricerca, o meglio, il desiderio pressante di abbandonare una vita in cui si è costretti, si presenta anche come immedesimazione, immersione in una natura spesso descritta con toni pittorici:

...mi carico di vita mi svuoto nel mare del mondo antico...

Catarsi, purificazione, esortazione continua, rivolta a se stesso ed al pubblico dei lettori e degli astanti assorti nel seguire il compiersi di quella che è la tragedia infinita del vivere umano, quasi si fosse in un teatro classico. Ecco l'attore poeta che sentenzia:

dunque siediti se non sai viver con il passo della formica

Racconta l'oracolo, che parla di vita e di morte, di avvenimenti che saranno ineluttabili com'è ineluttabile il ciclo che scandisce il nascere e lo spegnersi di ogni esistenza.

parli di morte sporco straccio di vita scaldato sgelato nei pensieri e muoio..

Coscienza e pensiero, consapevolezza assoluta di quello che è l'illusione, splendidamente resa nella poesia Pittore Pensante.

baldi spruzzi di colore mescolano pensieri e vita prosciugata smaniosa vita sciolta in pasta di luce resinosa e pregna è mastice la colla dei sogni rimasti invischiati in punta di martora ora lo scrigno è riposto nell'ombra di una luminosa mente

Innumerevoli sono gli spunti offerti per riflessioni di questo genere e, in queste brevi note, non è possibile darne testimonianza ma quello che voglio mettere in evidenza è l'estrema densità di temi che spaziano dai grandi interrogativi esistenziali ai piccoli e brevi momenti emotivi della nostra quotidianità Veniamo al verso. Lo scrivere di Matris può sembrare troppo libero, disordinato, intollerante a strofe, rime e assonanze. Si provi però a darne una lettura personale e ci si abbandoni al significato evocativo delle parole, al loro colorarsi colpite dai raggi della propria luce interiore. Questa è una scrittura poetica che va “sentita” e più vi si immerge e più matura. Si apprezzeranno così i versi che come una pila di cristalli sta in fragile equilibrio ma riflette un arcobaleno multicolore di emozioni, un “incantesimo” come il titolo di una delle composizioni proposte. Voglio terminare con un breve verso che altro non è che una domanda, poche parole che però ci svelano in pieno l'animo lirico e puro di questo autore:

ma.. nel buio della notte gli angeli si vestono di sole?

Davide Ferrara


 

Volti scolpiti oracoli di verità
I fini tratti che dei lignei volti scolpiti in nere quercie adombrano la strada recano i segni portanti del sole che li secca e la resina si salda nelle vene stringendo in dura morsa l'immagine di te sa che resisterà per secoli l'inalterata ambrata trasparenza ma si tinge di nerofumo la mia percezione nel dubbio che t'assale e sussurri sospirando parole che feriscono prima il cuore che la mente e lasciano svanire l'amore nel muro del pianto sofferto nella solitudine della tua gioia sottratta dal vento della calunnia


 

Pittore pensante alacre crogiolo sforna pane caldo e mosse visioni sconfinano nell'essenza lascia spazio al cono di luce che varca la stretta calle se medita con i fiori del tuo giardino sfogliati da pennellate di seta rosse e d'indaco morente lasciato il mare blù quel giorno cromato da desii scavato nell'onda rapite le emozioni invecchiamo insieme sonnecchioso pittore baldi spruzzi di colore mescolano pensieri e vita prosciugata smaniosa vita sciolta in pasta di luce resinosa e pregna è mastice la colla dei sogni rimasti invischiati in punta di martora ora lo scrigno è riposto nell'ombra di una luminosa mente


 

Luna menguante
luna calante ai miei occhi chiusi nel vento echeggiar di legni sbattuti sguardo buio nel sole splendente parli di morte sporco straccio di vita scaldato sgelato nei pensieri e muoio.. se gli ori che stipavi gli amori i fiori viventi alimentati in aiuole d'argento scavati ore ed anni liberi da celle oniriche arresto con sanguigni sogni deviati scollati dal sole tramati di te.. lucean d'amore infinito lasciato per caso nel destino a pensare


 

Ultima spiaggia

Anima, si apre si chiude entriamo usciamo calarsi non è sostanza ebbri misteri in scene ripugnanti l'anima vive viviamo nel mondo l'anima muore viviamo nel mondo? resti di macerie fumano brulicate d'odio l'anima si perde è tu, arenato su una spiaggia deserta d'amore di calore umano scrivo il mio nome sulla sabbia e l'onda scava la mia tomba saranno soli saranno reliquie le mie ossa mi carico di vita mi svuoto nel mare del mondo antico ora sono sono bello e brutto persefone mi adora lascio un' impronta nel suolo perché esisto esiste però è una gran gioia trasparire seduti e sollevati nel cuore sotto sopra però sempre avanti in stanche moribonde lettere distorte la sabbia è infinita ma dietro la vita è pericolo e amore miseria deprivata di tutto siamo animali ingabbiati gufi reali con ali spezzate guardiamo è il guardiano del mondo che ci accudisce non parliamo mai presenti i serpenti li divoriamo e braci per lesse parole soffritte sofferte infinite finiremo tutti presagi destini amati anime nel mondo


 

Languida attrice del tuo mondo

sospeso nell'aria il tuo nome scandito premia la scelta creata per caso dal destino, tace la tua ombra, non riesuma parole distratte né canti stonati. non apparecchi il desco rasentando le punte acuminate dei coltelli, non premi e non cedi alle lusinghe di un palcoscenico intatto e mai calcato da attori prodighi di vena, E' tuo, il mondo dei prescelti? E' tua, l'immagine sbiadita appiccicata al muro dei savi? Ritratta dal grigiore della vita, presti, complice il tuo mondo, privilegi e doni ai pochi protagonisti vorticanti attorno ai pregni odori che il tuo portamento aleggia e susciti diniego e il tuo riluttante vortice mescola le carte pescate all'inizio del tuo atto, per volontà degli dei.


 

....... contadini.

Aria di montagna che fresca scendi a valle liberi dall'afosa canicola che umida aggrava i nostri corpi di calura e sudore. Vaghi nel paese infilandoti per le stradine sfatte già fuse dal sole del giorno nei manti d'asfalto stremati neri come la pelle dei contadini infilati in bianche canotte sudate ingiallite incollate su pelli tirate, testimoni nei lavori più duri dove la terra mescola sangue spremuto dove nasce la scelta di vivere percorrendo antiche usanze armonie premiate da gesta quotidiane d'amore per la vita e il seme che l'uomo spande nasce e da frutto lavorato da mani antiche consumate incallite premiate dal raccolto seminato in una primavera di passione dal cervello che come un enorme occhio intriso di saccenza convive nel consolatorio intrigo di un mondo maturato in onde mobili di grano dorato


 

Nascita

Scavi con le dita il pane bianco che sfregola lentamente a terra .. e guardi incerto del passato il vissuto nel ventre bianco di tua madre spinte irreversibili sfiancano le reni e gesta vivide di forza e fretta cercano di uscire da spazi angusti e scuri per uscire illuminando la testa e il corpo del piccolo bambino ora l'assalto e' terminato in un vagito che sfonda l'aria ma il bello .. ora e' passato!! resti tu dilaniata e stanca sorridente ed evasiva attendere al varco la prole amata.. in un gesto d'amore creata


 

-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano -Direttore di Frammenti:  Manuela Verbasi -Supervisione:  Paolo Rafficoni -Autore di Rosso Venexiano:  Maurizio Triscornia  [Matris] -Recensione: Davide Ferrara -Editing: Anna De Vivo [Ande]
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Paolo Rafficoni [Mitosolare]

Cenni biografici
Di Paolo Rafficoni [mitosolare], colpisce la personalità forte, la capacità di dirigere e consigliare affinché tutto vada per il giusto verso, senza forzare gli eventi, lasciandoli scorrere senza farsi sopraffare. Dentro di sé, esperienze di vita forti che segnano anche pesantemente e il rafforzarsi attraversando ed abbattendo con perseveranza e decisone, muri che si presentano davanti inaspettatamente. Forza d’animo, razionalità ma anche passione e voglia di vivere e di vedere il mondo con occhi di ragazzo e un cuore che sa amare le persone, la famiglia. In sintesi: la vita stessa. Inizialmente e timidamente, si propose come fotografo dando a tutti noi la sensazione che si trattasse certamente di un artista d’alto livello, pian piano ha saputo scrivere opere di gran valore letterario per i contenuti d’assoluta importanza. La sua poesia è “piena”, talmente profonda da lasciare il lettore a riflettere, spesso a rileggere per capire metafore utilizzate sapientemente, con accorata attenzione, sempre, al fine di portare il suo sentire “positivo” e “buono” a chi ha il piacere di leggere e comprendere il suo mondo, fatto di colore e spesso di mare, cielo, tramonto che arrossa e riappacifica il giorno con la sera. Particolare attenzione merita la costante dichiarazione d’amore e d’appartenenza alla sua terra (Umbria), spesso raffigurata nelle foto e nelle sue liriche di stile classico. Scrive: “E' la mia terra, quella fascia di "etruria" che va dal basso senese fino alla parte alta dell'Umbria, un paesaggio fitto di dolci colline, un mare di verde, un susseguirsi, agli occhi, di vigneti, oliveti e quant'altro.” Ed ancora descrive una foto ad un arcobaleno: “I colori dell'arcobaleno, colti in un momento di rara magia, mi è comparso davanti improvvisamente, la mano è corsa immediatamente a prendere la macchina fotografica sul sedile accanto alla guida, la vettura abbandonata lungo la strada, freneticamente armeggiare con la fotocamera, l'apertura dell'otturatore, il tempo di scatto, veloce prima che quel raggio di sole fosse nuovamente coperto dalle nuvole....” Ecco gli occhi di ragazzo cui mi riferivo poc’anzi ed ecco anche la poesia nella descrizione accurata di ciò che già la foto esprimeva; un voler condividere la sua grande passione, non solo per l’immagine colta, ma per le emozioni uniche, forti, vissute in quei momenti. Naturale che tanta partecipazione significhi raggiungere ottimi livelli e riconoscimenti nel settore della fotografia, riuscendo ad affermarsi in siti importanti e molto partecipati a livello europeo. Lo stesso impegno pian piano ha indirizzato nella poesia che diviene strumento per esprimere introspettivi sentiti pensieri. Leggere le sue poesie, vedere le sue foto, e possibilmente fare amicizia con una persona così ricca di capacità, può solo essere produttivo e piacevole. Impossibile non apprezzare il suo modo apparentemente scanzonato di affrontare verbalmente problematiche di tutto rispetto, quando leggendo i suoi scritti, ci si rende perfettamente conto che tutt’altro è che scanzonato per la serietà che dimostra in tutto quello che fa, sempre con grande generosità ed estrema intelligenza. Da tempo nella redazione di Rosso Venexiano, ha regalato a tutti noi la sua esperienza, creando e seguendo importanti mostre quali: This land is my land, Il palio di Siena, San Galgano e dintorni su Frammenti di Rosso Venexiano, portando lo stesso al di fuori dei confini della piattaforma Splinder attraverso il coinvolgimento di grandi fotografi suoi amici di Foto Community invitandoli a partecipare ai concorsi fotografici su Rosso Foto di cui è Direttore responsabile. Amatissimo da tutta la redazione per il suo carattere gioviale ed il suo modo di fare amichevole e sempre rispettoso verso tutti, Paolo Rafficoni è una delle più belle persone che l’esperienza virtuale mi abbia concesso di poter incontrare.

Manuela Verbasi



"Certe volte rimango solo ad ammirare estasiato le ultime luci del giorno, a fissare un punto all'orizzonte ove poso gli occhi, ma non la mente. Con lei sono già alle ore che verranno, quelle che mi appartengono, quando in perfetta solitudine o in assoluto intreccio di vite diverse mi riapproprio del mio tempo."


"...un’alba fredda, dopo una notte insonne, passata a girovagare nei posti più impensati, alcuni anni addietro, con la compagnia di sconosciuti che come me avevano più di un motivo per non concedersi il riposo, ore passate a chiedersi il perché, non darsi risposte, ed il perché di tanti perché... una città che amo particolarmente in inverno quando fa veramente freddo, e in giro siamo in pochi..."

Recensione alla Mostra Fotografica di Paolo Rafficoni: This land is my land


Quando si ha modo di visualizzare delle foto, singolarmente, quasi sempre un particolare anche "piccolo" cattura la nostra attenzione e la nostra curiosità, trasmettendoci sensazioni immediate. Poi, ecco l' opportunità a visitare una intera mostra fotografica, ed è quì, mentre il nostro sguardo scorre le immagini, che ci si ritrova con il fiato sospeso: ci si muove lentamente con reverenza e amore, tra le immagini che rimandano di una natura incontaminata, tra corbezzoli maturi, vigneti opulenti e verdeggianti colline che superano la staticità di una foto prendendo vita, animandosi, e avverti i profumi, i suoni che la terra accoglie, e un mare d' erba diventa il moto perpetuo delle onde di un mare calmo e riposante. Un fremito, e un corteo di nubi minacciose incombe preludendo a un temporale, ma è solo un attimo poichè un altro scatto, a seguire, ne prende il posto con l' immagine di un arcobaleno che torna a rischiarare "I Merli delle Torri di Porsenna", "Il Minareto", "Il Borgo", svettanti, maestosi cipressi... Paolo Rafficoni è l' Autore di tutto questo! Un Autore che ci pregiamo annoverare tra i nostri migliori, un vero Mito (come da suo nick), che cattura magistralmente delle immagini dalle quali rimaniamo a nostra volta profondamente catturati e affascinati. Un mio piccolo contributo, una modesta testimonianza la mia, quale ringraziamento per la tua presenza Paolo, che mano a mano riscopriamo sempre più gradita e insostituibile per la crescita e la bellezza della nostra Associazione Culturale Rosso Venexiano, e che di te rimandano il grande amore per la tua Terra alla quale rendi giustizia con il dono dei tuoi splendidi scatti. Grazie! Un abbraccio fraterno,

Giulia Luigia Tatti

Non è un fotografo professionista, il suo lavoro “ufficiale” è un altro, ma Paolo è una persona che fa ogni cosa con impegno e con passione. Ci mette l'intelligenza, la cultura, l'intuizione, soprattutto il Cuore. È un “ragazzo” (anche se non in senso anagrafico!), che ha sempre voglia di crescere, di migliorare, di conoscere, di fare esperienze nuove. Ha coraggio e si rimette sempre in gioco. Faceva belle foto, ma ha continuato a sperimentare: nuovi tagli, nuovi colori intensi, scorci in bianco e nero, persone, dettagli. Non ho le conoscenze tecniche per poter dire se le sue foto sono perfette, ma posso dire che non sono mai banali, mai scontate, e comunicano sempre un vissuto, un'emozione. Riesce a 'comunicare' anche attraverso le parole scritte: le paure, i sogni, i momenti oscuri, l'entusiasmo per la vita, con uno stile elegante, mai formale. E così sono nate le sue “poesie di parole” che accompagnano sempre le sue “poesie di immagini”.

Mari de Cristofaro

Ho conosciuto virtualmente Paolo attraverso la frequentazione di Fotocommunity e sono rimasto subito affascinato dal modo preciso, pulito con cui sa presentare le sue opere fotografiche. Le sue immagini non riprendono semplicemente uno scorcio o un panorama con la miglior tecnica possibile; ognuna di esse trasmette una sensazione, uno stato d’animo, un attimo vissuto. Luoghi diversi fotografati in momenti diversi, legati ad un unico filo conduttore. Con esse ci si potrebbe costruire una immagine unica, dove colori, luci ed ombre, danno vita ad un mondo piacevole fatto di riflessi dorati, di albe e tramonti da brivido; un mondo pulito, invitante, gradevole, tutto da scoprire e da gustare. E non a caso i lavori fotografici di Paolo sono accompagnati da poesie che egli stesso compone, ispirato dalla visione della immagine; (questo a conferma del suo grande talento artistico a tutto campo). Osservando i suoi lavori la mente corre nelle direzioni più diverse della memoria alla ricerca dei più bei ricordi registrati durante il percorso della vita; e le parole delle poesie, come le note di una canzone, toccano le corde del cuore portando la mente a quella sensazione di appagamento che fa volare in alto, alla scoperta del suo mondo magico.

Antonio Morri

Non essendo un fotografo di professione, dimostra qualità non comuni. Riesce a cogliere immagini come hanno saputo fare e fanno gli "impressionisti" nell'ambito della pittura, e cioè, vedere una cosa e da questa cogliere l'impressione che che se ne ricava. Certo è che Paolo dimostra tutta la sua passione nella dinamica del vedere e incidere in un fotogramma tutto ciò che il sentimento gli trasmette, cogliendo senza alcuna superficialità, il segno pregnante di una immagine. Il suo fare con la fotografia è segno di vitalità e voglia di conoscenza riflessa attraverso tutto ciò che va oltre ciò che viene impresso nell'immagine riprodotta. E' necessario "leggere" la sua fotografia, cercando di comprendere cosa questa gli ha trasmesso. La soggettività è qualcosa che attiene al fotografo quanto all'osservatore che cerca di immaginare, attraverso sfumature e proiezioni, il sentire dell'artista. E' difficile sfuggire alla sensibilità di chi fotografa o dipinge. E, i colori, sono espressione dell'anima e fondamento di emozioni riflesse che appartengono a chi, nel fotografare, cerca di inviare un messaggio nella speranza che questo venga recepito. Ciò che Paolo riesce a trasmettere con l'immagine fotografica, rispecchia in pieno il suo sentire poetico e con il quale sa identificarsi. Inoltre non è difficile comprenderne la sensibilità e quanto questa sappia incidere nel suo scrivere in maniera prospettica rispetto al fotografare. Quando si hanno in seno valori e sentimenti rappresentativi del proprio essere, è difficile che i due modi di comunicare appaiano contrapposti. Il valore di un artista. è espressione di un sentire assoluto che prescinde da calcoli commerciali. Può piacere o meno, ma nulla toglie ai valore essenziali e sostanziali che vengono proposti.

Vincenzo Atzeni


"Gioco" con la fotografia da tanti anni, la mia prima macchina fotografica, ottica fissa, fu la scoperta di un mondo nuovo. Da allora tra alti e bassi ho sempre scattato, tramite le mie foto riesco ad emozionarmi e cerco di carpire quei momenti della vita che lo fanno. Ho sempre visto la fotografia come mezzo per esprimere quello che sento, per catturare i momenti che mi trasmettono emozioni. Parimenti ho sempre scritto, nel modo che mi era congeniale e naturale, mettevo giù cio che meglio riusciva a fissare i momenti che colpivano la mia fantasia, la mia emotività, legata alle sensazioni più interiori. Poi al momento dell'ingresso in Rosso Venenxiano misi un minimo di ordine anche al mio modo di scrivere, leggendo tra tanti autori bravi ed esperti, e prendendo da loro esempio, ho cercato di dare significati e modo diverso e nuovo ai miei scritti. Da lì sono nate le mie "quasi poesie" riprendendo un termine caro a Manuela Verbasi, che ringrazio in quanto proprio Lei mi ha spinto ed incoraggiato a scrivere. Il viaggio nella fotografia prosegue, sono entrato a piè pari dentro il mondo digitale, la nuova Canon è oramai la mia nuova ed inseparabile compagna di viaggio, con essa divido sensazioni ed emozioni, che cerco di trasmettere a quanti si soffermano a vedere le mie fotografie.

Paolo Rafficoni

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Riccardo Pratesi [kryapos]

Condannato all’Inferno spendo in anticipo il mio Paradiso.

Cenni biografici
nato in Toscana alle 10:10 del 10.10.1955, così riporta il certificato, quel 10 potrebbe anche essere una persecuzione ma ormai ci convivo da troppo tempo, mi pone anche nell’ibrida condizione di essere una bilancia con malefici influssi da scorpione, a cui non ho mai dato peso.Il mio lavoro che poco incastra col scrivere poesie, un altro esempio sembra sia tale Hannibal Lecter, paragone poco rassicurante invero, mi ha permesso di giocare a scacchi con la vecchia signora, dandomi modo di vedere realtà con occhi da osservatore ed attore cose che cambiano anima e scale di valori, il contributo in M.s.F ha avuto il significato di restituire un poco della fortuna che ho avuto senza meriti, per l’essere nato con la possibilità del poter scegliere strade diverse, le sfortune invece sono solo colpe personali, ma l’esserne stato parte ha fortificato principi etici nonché la consapevolezza dell’essere nel giusto nell’ aiutare indipendentemente da razza, religione o credo politico, e che solo essere indipendente permette di essere liberi. (Riccardo Pratesi)
Recensione
“Ascoltando me” è un verso che ci introduce diritti nel cuore della poetica del nostro autore. L’introspezione è il perno attorno al quale ruota una poesia che non abbonda di parole ma che ha abbondanti significati. Tematiche consuete come l’amore (“Ti ringrazio per avermi amato tanto male, da insegnarmi come non deve essere l’amore”), la solitudine (“Seduto in mezzo… mi aspetto che gentile mi sorprenda il domani.”), il tempo (“Solo una volta, è tutto il mio tempo.”) e tutte una serie di riflessioni che sono tipiche del continuo domandarsi dell’uomo sulla sua esistenza, sono affrontate con profondità e analisi puntuale. L’atteggiamento a volte può sembrare freddo e distaccato ma questa è la conseguenza di un verso netto, preciso e chiaro. Nel brano che segue la chiusa è addirittura segnata da un punto che è parola conclusiva della lirica:

“…
Uomini
di sabbia e vento,
belli fino al primo soffio.
Uomini,
di sangue e fatica,
uomini e punto.”

Sorprende l’equilibrio formale dello scrivere, la struttura di ogni lirica è, come dire, granitica, tanto da non disunirsi mai.

Mi ha colpito la chiusa che segue:
“…
Grazie per il primo grazie,
per il non obbligo di amare,
per l’amore mai preso,
che volendo
era tuo di diritto,
per quegli abbracci
mai dati
che mi hanno reso
libero dall’amore
e dall’amare.”

E’ un’affermazione netta, conclusiva, quasi a voler dare una soluzione a quella che è una delle fondamentali pulsioni della vita e cioè l’amore.
L’assenza di questo libera l’essere nell’affermazione del suo io. Non obbligo d’amare, quasi fosse un dovere, ma scelta individuale e sentimento di cui si può fare a meno. Qui sta il sottile significato di questa strofa. Lascia quell’inesprimibile sensazione posta tra il desiderio di avere quel che si anela e il suo essere negato.

“Dimmi quello che vedi,
perché ho solo
segni ed odori
dell’esser stato”

Qui l’ineluttabile relatività dell’essere, quel che vedono gli altri di noi (attraverso il fuggevole giudizio dei segni) intenti ad interpretare il nostro ruolo esistenziale (non importa se con una maschera o no). Una domanda pesante come un macigno: cosa si vede di sé, cosa vedono e cosa intendono le altre “monadi” intorno a noi. Si potrebbe filosofeggiare su ogni verso spesso chiuso come una massima e ricco di significati.

“Totale e delicata ricerca dell’inottenibile”
“…evitare di farsi abbagliare, quando decidiamo.”

“Il vero amore, se giunge troppo presto,
o peggio troppo tardi, non si riconosce”

E’ una delle chiavi di lettura della poetica del nostro autore ma, ad esser sincero, non la consiglio e preferisco leggere le liriche nella loro interezza e gustarle così come sono, dense, taglienti e mai banali. Nel lineare svolgersi dei versi mai si perde il filo di una lucida consapevolezza del proprio intendere l’esistenza e, se domande sono, hanno una risposta puntuale data dalla profonda capacità introspettiva dell’autore.

Davide Ferrara


Opere

Ti ringrazio per
avermi amato tanto male,
da insegnarmi come non
deve essere l’amore.
Ti sono grato
per aver camminato
nella vita con me senza
mai appoggiarti perché
avevi sostegno in altri,
insegnandomi la solitudine
delle decisioni.
Ti ringrazio di essere
bella come una Madonna,
e Madonna al punto da
impormi ogni assenza.
Ti ringrazio di essere
delle mie figlie la madre,
obbligandomi ad essere
un padre,
di questo non posso
che ringraziarti col cuore.
Grazie per il primo grazie,
per il non obbligo di amare,
per l’amore mai preso,
che volendo
era tuo di diritto,
per quegli abbracci
mai dati
che mi hanno reso
libero dall’amore
e dall’amare.


Solo una volta,
è tutto il mio tempo.
Non posso averne altro,
inesorabile,
senza rimedio,
lasciare andare
spesso è mortale,
poiché solo una volta…
è tutto il mio tempo.
Solo una volta si vive
ed infinite volte
si scompare.


Totale e delicata
ricerca dell’inottenibile.
Pensieri educati
dall’arte della seta,
poi sempre
quell’unica seducente
benché scontata posta,
un singolo filo,
uno spavento unico,
per sollevare
i desideri,
tutti.


Il vero amore,
se giunge troppo presto,
o peggio troppo tardi,
non si riconosce,
e quando capita,
meglio chiamarlo con
nome diverso o
solo più adatto,
poiché nel presto
ci affoghi,
è tutto intenso
è acqua ovunque
un urlo alla vita,
nel tardi è spavento,
paura di rimanere
con sabbia in bocca,
quella stessa uscita
dalla clessidra rotta,
lanciata contro il muro
dai non sono mai stato.
Ma accade uguale
Ed è vitale e sano,
basta evitare di
farsi abbagliare,
quando decidiamo.


Ho sceso le scale
Un gradino alla volta,
e fuori mi ha baciato
il sole ed il gelo,
ho disegnato nomi in aria,
per pennello il respiro,
per tavolozza il freddo,
gioco innocuo
di grande emozione.
il mio si è dissolto subito,
forse non l’ho nemmeno finito,
sono rimasto fermo e sgomento
lo sguardo fisso nello svanire,
l’unico in bianco e nero,
scritto con un filo di soffio,
nome imperfetto di
uomo ancor meno perfetto.


C’è sempre un pezzo che manca,
in ogni storia un pezzo si perde,
quella parte tra te e me,
quella che resta lì,
sospesa
né mia né tua,
tra l’andare ed il venire,
nel battito di ciglia
per cui guardi e non vedi,
l’attimo in cui vuoi dire
ed è solo silenzio.
Nell’apnea di un
respiro mancato,
quel pezzo manca e
scappa per sempre,
e là muoiono
i Noi mancati.


E così abbracciai…
Già l’abbraccio,
movimento dolce
d’onda profonda,
facile da regalare,
facile da sprecare,
difficile da capire,
segreto più del sesso,
perché nel sesso ti dai
e poi ti adatti,
dai forma e ne ricevi,
urti in spigoli vivi,
e perdi il senso di te e
del tuo intorno.
L’abbraccio non si adatta,
si spalma prende forma
segue la curva,
è figura tonda,
è colla di pelle e
liquido conforto.


Devo insegnare alle mie figlie
ad essere onorevoli
solo con se stesse,
ad onorarmi solo se è giusto e
senza sofferenza,
disonorevole è seguire morale
che flagella intelligenza
imposta da verbo e
non dal cuore,
o che nasce dal
bisogno di conferme,
spenge stupore,
taglia ali e sogni
solo perché così dev’essere.
Devo insegnare alle mie figlie
che si è vergini tutta la vita,
non è condizione fisica ma mentale,
si perde quando il fare è sempre uguale
e si ripete tutto senza mai cambiare,
restando a guardare,
o peggio a subire,
come ruota di macina da mulino,
che sempre lo stesso giro deve fare.
Devo insegnare alle mie figlie
che tirare calci
non è un male,
come non lo è accarezzare,
basta non sbagliare tempi e genti,
e che non è
giusto lasciarsi calpestare
in questo posto da lupi.
Devo insegnare alle mie figlie
che ci sono tempi
e fatti entrambi esatti
se sincroni con la vita,
che non c’è odio alcuno
per chi sbaglia
a guardare le lancette e
perde il treno
se ciò è destino.
Devo regalare [evitare]
alle mie figlie
i miei errori,
le mie perdite,
che sono ora i miei tesori,
per me è tardi per cambiare
ma è il minimo
da fare.


-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: P. Rafficoni
-Supervisione: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Riccardo Pratesi
-Recensione: Davide Ferrara
-Editing: Emy Coratti

tredicembreduemilaotto

Roberto Frazzetta [devilman767]

Cenni biografici
Roberto Frazzetta nasce a Roma nell’ottobre del 1976. All’età di quattordici anni inizia a manifestare il suo interesse verso la letteratura, la musica e l’arte in generale. A diciassette anni intraprende studi di musica nella capitale, parallelamente inizia a scrivere brevi racconti.
Il collasso emozionale aspetta in agguato per altri sei anni nei quali Roberto matura esperienze di vario genere nell’ambiente musicale nazionale e internazionale. Verso i ventitre anni la sua vena letteraria batte all’unisono con la sua musica e in poco tempo raccogliendo vecchie e nuove idee nasce “il Grido della farfalla”, una raccolta di brevi racconti scritti tra il 98 e 2000. Il suo cammino inizia veramente soltanto nel 2002 con il suo primo romanzo “Strane melodie” che troverà edizione l’anno successivo con la casa editrice Datanews .
Nel 2003 la promozione di “Strane melodie” lo porta in molte librerie di città italiane tra cui Firenze, Pescara, Roma, Ladispoli, Cesena, Milano, Cerveteri, Genova.
Roberto ama viaggiare, è affascinato dalle culture orientali, è uno studioso e praticante di Tai chi chuan, Kung fu tradizionale e Shiatsu.
Nel gennaio del 2004 ha completato il suo secondo romanzo “Maya”
Nel 2005 inizia la sua avventura nel campo teatrale, scrive diverse opere e soprattutto trova seguito nella costruzione di monologhi messi in scena nell’area romana. Nello stesso anno scrive il terzo romanzo noir “Situazioni instabili”.
Nel 2006 comincia la sua esperienza nel settore del cinema fiction cimentandosi nella sceneggiatura.
Nello stesso anno muove i primi passi verso quel mondo che tanto lo affascina facendo il primo corto metraggio “Solo mia” in gara al premio Arcipelagofestival 2006 di Roma.
Partecipa nella giuria del Roma teatro festival, rassegna nazionale di teatro.
Nel giugno del 2006 si classifica al primo posto nel Festival Bonsai corti teatrali tenuto al teatro Abarico.
La sua opera “Il siero dell’insana” ha ricevuto numerosi consensi ed è stata magistralmente interpretata da Miriam Piccarini, attrice dell’accademia dell’attore di Roma.
Nel febraio 2007 partecipa alla selezione teatrale del piccolo Eliseo con la sua Nuova opera “Angels in Roma” a sei personaggi.
Nello stesso mese viene portata in scena alla scuola di teatro Holsen di Bologna
A fine anno presenta la sua raccolta di racconti “No hay banda…”

Il resto è un mistero…

Contatti:
Il suo Blog: Devilman767
E-mail: eternitylife@libero.it
tylerdurden.kiss@libero.it

Recensione
Può il pensiero umano continuare a vivere “per inerzia” dopo la morte? Può costruirsi un romanzo alternativo alla realtà con la quale finirà per collidere? La scena è quella di quattro ragazzi, (tre donne e un uomo) che vivono insieme in un appartamento.La loro vita si svolge normalmente fino a quando…una festa, un rave, un collasso; la vita dei quattro si mescola articolando un’odissea di sconvolgenti prese di coscienza. Eddie : scrittore. Al rave assume una dose sconsiderata di sostanze dopanti. Inizia ad avere visioni di un vecchio che lo esorta a cercarlo. Nei giorni seguenti viene a conoscenza della vera identità del vecchio: suo nonno. Inizia così una fitta ragnatela di ricerche che vede coinvolgere non solo la sua, ma anche la vita delle sue amiche. Eddie infine giunge alla verità. Tutto intorno a lui nel suo mondo, non è altro che un romanzo, una storia dove lui è, allo stesso tempo, autore soggetto e… qualsiasi cosa. Maya.


Nuove pubblicazioni:




Maya

Narrativa
€ 13,00
Può il pensiero umano continuare a vivere per inerzia dopo la morte? Può costruirsi un romanzo alternativo alla realtà con la quale finirà per collidere?


Vai alla scheda libro





Come all´improvviso

Racconti
€ 10,00
Io ero come te, solo. Solo e cattivo,ma l’uno dopo l’altro ho ucciso
i miei fantasmi. Nel mio regno che è di questa terra dove i lupi
urlano tutte le notti cacciando i loro agnelli se

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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Redazione
-Direttore di Frammenti : Manuela Verbasi
-Supervisione: P. Rafficoni
-Autori di Rosso Venexiano: Devilman767 -Roberto Frazzetta-
-Editing Emy Coratti
-Segreteria Eddy Braune
VentinoveOttobreDuemilaotto