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Prosa e racconti

Prima Vera

Sento la Prima Vera stagione, che s'affianca alle nevi d'Inverno, che smuove dentro un'idea dirompente, che graffia come sul greto il ruscello di monte e rumoreggia in un andare d'acque nuove, rivolte al ghiacciaio. Chiara d'ambra la pelle si muove e il sangue  straripa, caldo e sensibile. E' neve di nuovo, nel biancore fiorito dei ciliegi selvatici che occhieggiano sopra il fusto alto, avvolto di edere verdi e ancora vermiglie nei primi raggi di sole, colto. Poi quel cedere all'aria, mentre stacca i petali bianchi, che fuggitivi vibrano e si disperdono. Non c'è frutto che possa compensare questo pianto, che in silenzio s'avvera.

La storia e le storie

«Io gli credevo. Avevo fiducia in lui. Lui rappresentava la patria, la continuità. Cosa volevi, Maria? Che mi mettessi coi comunisti?»
«Che c’entrano i comunisti? Sempre co’ ‘sti comunisti. Mica c’erano solo i comunisti nella Brigate partigiane. C’erano i bianchi, gli azionisti. E tu? Tu coi badogliani. Con quello. Già dopo Caporetto si sapeva chi era quello. E poi le guerre coloniali, ad ammazzare indigeni con l’iprite. Ma come si fa ad essere Badogliani? Giuseppe, dimmelo, come si fa?»
«Io non lo sapevo. Sapevo che lui era con il re…»
«E già, infatti era con il re, anche quando sono scappati e hanno lasciato Roma indifesa. Gli alleati ci avrebbero protetti e invece no. Hanno pensato solo a mettersi in salvo loro.  E ci hanno lasciato qui, nelle mani dei nazisti. Tu che ne sai? »
«Io lo so. Io ero in montagna, mica a Brindisi con loro. Sarà stato mal consigliato, sai…»
«Si, proprio. Mal consigliato… come Mussolini. Sono sempre mal consigliati questi. Mai una responsabilità personale per le nefandezze che hanno commesso. Lo so che eri in montagna. Ma noi eravamo qui, Giovanni ed io. Qui a Roma, coi nazisti che imperversavano. Che ne sai tu?  La città sembrava morta, morta. I nazisti ovunque, come un cancro. Ci difendevamo come potevamo. Sempre a scappare da una casa all’altra, con la paura di essere denunciati.»
«E certo. Io ero altrove. Giovanni ti era vicino…»
«No, non è questo. Troppo facile, Giuseppe. E’ che le scelte definiscono gli uomini. Io non ti amavo più. Non ti stimavo più. Tu hai fatto una scelta, ed io ho fatto la mia»
«Ma che c’entra la politica con l’amore? Noi pensavo di sposarci, di fare dei figli insieme. Tu mi hai tradito. Mi hai tradito: è questa la verità, e basta.»
«C’entra. Quando la storia prende il sopravvento sulle nostre storie personali, c’entra. Io non ti ho tradito. Siete voi badogliani che avete tradito gli italiani.»
E Maria se ne andò, sbattendo la porta. Stavolta per sempre.

 

Il partigiano

Arturo Lenzi, un bell'uomo sulla cinquantina, funzionario nazionale del partito, grazie ai suoi trascorsi bellici nella guerra di resistenza e liberazione, capo squadra assaltatori, si era fatto nome di coraggioso fino all'incoscienza e godette e gode, ancora, stima e reputazione. Finita la guerra, lasciò il paese natio e tutte le conoscenze, per la politica. Neppure il suo amore giovanile, del quale aveva sempre serbato un nostalgico ricordo, si peritò di salutare, d'altro canto - alla macchia - aveva allacciato una relazione con la figlia del Comandante, che faceva da staffetta da e per la montagna, come portaordini. Ora era di ritorno, per assolvere un mesto dovere di esequie ma, pensò molto, alla sua vecchia fiamma amorosa, durante il viaggio da Roma. E giunto in paese, da appena un giorno, nella piazza principale, quasi fosse un appuntamento...
- Ciao Giulia, come stai? quanto tempo....e tua mamma?
- Ciao Arturo, ti ho visto in paese, ieri ma, anche se mi avevi visto, ti sei girato dall'altra parte.
- Bhe! sai, avevo appena saputo che avevi sposato Marco. Ricordi? lo consideravamo una nullità, anche tu, perché non aveva preso parte ...
- Quando sei andato in montagna, mi aspettavo notizie. Nulla per mesi. Che dovevo pensare? e poi, dicevano che ti era messo con la Jolanda, la staffetta, e lei in paese, si vantava di essere la tua ragazza. Non sei neanche tornato a casa, subito a Roma per il partito.
- Niente, niente, non voglio recriminare. Hai dei bambini, lo so e Marco ha un buon lavoro,. Insomma state bene e tua madre, la Maria. Era terribile, a quei tempi, sempre a farti la guardia.
Giulia, abbassando la testa e sorridendo:
- però gliela abbiamo fatta, ricordi? Te lo ricordi, quella notte ...
- Io non l'ho scordato mai, Giulia, mi ha fatto compagnia tutto il tempo della guerra e ancora mi torna in mente, con una nostalgia infinita. Sai, io non mi sono sposato...poi la politica mi ha preso tutto il tempo. Oggi sono qui per le esequie di Molotov, ricordi? il padre di Jolanda. Era il mio comandante nella Brigata Vallelunga.
L'imbarazzo cresceva in entrambi e nel tentativo di fugarlo, si guardava attorno e salutavano i passanti, indifferenti, anche a distanza. Giulia sembrò, un attimo, voler aggiungere qualcosa ma, restò interdetta, Arturo stava guardando qualcuno e gli porse, distrattamente la mano, come a volersi necessariamente congedare. Così si separarono con un attimo di titubanza, come un rincrescimento.
Arturo, che durante il breve incontro con Giulia, si era tolto il fazzoletto rosso dal collo riponendolo in tasca con le decorazioni da esibire nel corteo funebre, si stava risistemando mentre si avvicinava al suo sorridente interlocutore:
- Ciao Marco, come stai? Come va qui in paese? Ho visto Giulia, poco fa. E' ancora bellissima.
- Tutto bene, ah! Giulia, si stiamo bene tutti ,anche i ragazzi. Nell'ultima campagna di iscrizioni siamo aumentati del tre e mezzo per cento. Grande adesione e l'Amministrazione Comunale, funziona bene. Vieni, devi prendere posto in testa al corteo, vicino al sindaco agli altri e la Jolanda.
La lucida macchina nera, con il feretro, seguito da una donna corpulenta in gramaglie, il sindaco, un anziano dall'aria battagliera e Arturo con a fianco Marco, prese a passo breve a percorrere il corso principale, dalla sede del partito, dove era stata allestita la camera ardente, verso il cimitero. Seguivano un centinaio di persone e qualcuno faceva ala al passaggio del corteo.
D'improvviso, provenienti dalla parte antistante il corteo, si udirono dei botti, esplosioni di artifici, simili a quelli che si usava far esplodere per Pasqua.
- Cosa succede Marco?
- Deve essere quel bastardo del Camerata, oh scusa!
Intanto un gruppetto di giovinastri, correndo inseguita da due Carabinieri, risaliva i lati del piccolo corteo, sbeffeggiandolo con il lancio di buste d'acqua colorata.
- Mario, Camerata, bastardo. Poi facciamo i conti.
Gli gridava dietro Marco, evidentemente inferocito.
- Ma chi è? Chiese Arturo, di chi è figlio. Avete fascisti qui, ancora?
- Nessuno ti ha detto nulla? Neanche la Giulia?
- Cosa vuoi dire? cosa c'entra la Giulia.
- Ho sposato la Giulia che era incinta. Quel nazi skin, alto, con gli orecchini, è suo figlio e ...
- E...? Domanda inquieto Arturo.
- E' anche tuo figlio.
 
 
 
 
 

Maria Assunta

La chiazza di sangue era enorme.
Il rosso brillante si stava già scurendo ai bordi, virando verso il nero.
Mamma e papà capirono finalmente cosa aveva cercato di gridare nonna dalla finestra e misero una mano davanti agli occhi di noi due bambini, perché non vedessimo quell'immensità rossa spuntata nella tromba delle scale di casa. Ma era troppo tardi. Avevamo già visto. E se anche non avessimo visto, sarebbe bastato l'odore che impregnava tutto: un odore denso, sconosciuto e dolce.
Ci spinsero in fretta in ascensore, e poi in casa. Mentre aspettavamo il pranzo seduti in salotto, sentivamo i genitori e mia nonna che confabulavano in cucina. Non ci dissero niente, nessuna spiegazione. Ma noi sapevamo che bastava aspettare. Quando mamma e papà furono usciti per tornare al lavoro (allora non esisteva l'orario continuato), chiedemmo a nonna. E lei, con la tipica ruvidezza contadina di chi ne ha viste tante, rispose: «Ma niente, quella pazza di fronte si è buttata di sotto, dall'ottavo piano». Mio fratello voleva sapere i particolari: come avesse fatto, quanto ci avesse messo per arrivare e com'era dopo essersi schiantata a terra. Io chiesi perché. Alle domande di Paolo, mia nonna rispose con dovizia di dettagli. Alla mia, con un'alzata di spalle ed un sollevarsi degli occhi dal cielo.

Tradito

“Continui a fumare come un turco. Chissà come hai fatto a resistere senza sigarette in mezzo alla boscaglia.”
E’ sempre lei, cristo santo. Non è cambiata, la voce bassa e decisa, il naso dritto in mezzo all’ovale puro, gli zigomi alti come quelli delle dive del cinema americano, e gli occhi, dio, me li sognavo tutte le notti questi occhi verdeazzurro, glauchi diceva il Professore quando gli mostravo la fotografia ciancicata che tengo ancora nel portafoglio.
Vorrei stringerla fino a levarle il fiato, ho pensato a questo momento per mesi mentre cacciavo tedeschi come da bambino cacciavo i fagiani con mio padre. E mi dicevo che lo facevo anche per lei, cristo, per darle la libertà e una casa e pane fresco tutti i giorni e un letto vero.
Ed è lei, è sempre lei, la mia Irene bella come le dive, ma non è più lei, e non è più mia.
“Paolo dice di andare a trovarlo, che vuole vederti, che ti perdona perché ti capisce”, sta dicendo.
E a me sale di nuovo in gola tutta la furia che credevo di aver sfogato spaccandogli il naso, a quel sant’uomo di Paolo. Al vigliacco che ha preferito nascondersi sotto la sottana della mia donna e poi non è riuscito a resistere, povero, e gli è venuto da scivolare anche dentro la mia donna, oh, scusa, mi dispiace, sai, ma eravamo così soli e spaventati e tu eri sparito in montagna e allora…
“Quello non capisce un beneamato”, ringhio. “Quello che avevo da dirgli gliel’ho detto, non ho altro da aggiungere. Io coi vigliacchi parlo solo così, le parole non servono.”

La mia dolce amica Rosita in: The Monk

post rimosso dalla redazione
 
I termini pornografici contenuti nel racconto, non sono erotici, e non sono ammessi.
 
Manuela

Il filo

Ed ecco il racconti di un’altra amica del mio “Laboratorio”
 
Eccolo lì.
Sette e trenta del mattino, sul bus che mi porta in ufficio.Ma questa volta, no. Questa volta saprò resistere.
Lui è lì che mi tenta: bianco, sinuoso, lungo una decina di centimetri, appoggiato su un morbidissimo loden blu.
Per la precisione sulla spalla di un morbidissimo loden blu indossato da un distinto signore brizzolato, longilineo.
Sicuramente un professionista.
Sicuramente sposato, lo dice la fede all'anulare sinistro.
Che sia un professionista lo rivela la cartella in vero cuoio, firmata “The Bridge”, di certo molto pesante. Lui però la porta con disinvoltura, come fosse di tela di cotone.
E' chiaro che è uno sportivo. Ha il fisico asciutto, probabilmente un giocatore di tennis o un nuotatore, vista la dimensione delle spalle.
E, su quella destra, appoggiato con noncuranza, con andamento flessuoso, c’è la mia ossessione.
Nuovamente i miei occhi lo fissano e la mia mano sta per sollevarsi, per avvicinarsi e toccarlo.
No, l'ho già detto, questa volta no. Resisterò.
In fondo a me cosa importa se quel signore così distinto, così elegante ha sulla spalla destra del suo loden blu un lungo, sinuoso filo bianco?
A lui non da alcun fastidio, neanche se ne accorge.
Non pesa.
Cosa vuoi che sia per uno così, che regge quella cartella, portarsi anche il filo bianco addosso? Di certo non è questa banalità a svalutare una figura tanto elegante e fare di quel bell’uomo una persona trasandata.
Certo, ma a me, da fastidio.

Una storia, incredibile, di guerra.

 
 
Passava il fronte, così si diceva e si dice ancora. I tedeschi che risalivano, memoria di altro più vecchio simile evento, lo stivale in ritirata, verso casa loro, di là dalle Alpi, così proditoriamente e baldanzosamente valicate, incalzati qui e richiamati in patria a tentare una difesa che si annunciava drammatica: fronte russo, fronte occidentale.
I convogli : uomini, automezzi, armamenti leggeri e logistici, prevalentemente di notte, per sfuggire alla ricognizione aerea alleata, su strade secondarie tra monti e boschi, si allungano in file lente silenziose, sospettose e vigili e, a mano a mano che veniva superato un manufatto, per ritardare la marcia dei possibili inseguitori, veniva minato e fatto saltare, distrutto, alle loro spalle. Il passaggio poteva durare giorni e notti, sotto gli occhi dei bambini, delle donne e degli anziani: gli uomini validi, si tenevano a debita distanza per tema di rappresaglie.
Quando gli ultimi mezzi ebbero superato l'abitato di Orciatico (PI), la squadra artificieri del reparto, cominciò ad approntare le cariche alla base dei caseggiati prospicienti la strada rotabile-carrabile e le donne e qualche anziano, con aria sgomenta, intuendo la tragedia, mandavano lamenti e pianti, ovviamente inascoltati e loro allontanati con incomprensibili parole per difficoltà di lingua.

Felice da morire

Lei aveva un rapporto quotidiano con la sua morte. Non che la desiderasse, non più di quanto avesse desiderato la vita, d'altronde. Solo che, come dire?, sapeva che prima o poi sarebbe capitato, così come le era capitato di nascere le sarebbe capitato anche di morire. In realtà accumulava anche quelli che adesso si chiamano "fattori di rischio" come se li collezionasse - questo ce l'ho, questo mi manca. Sicché si sarebbe potuto supporre un certo gusto per l'autodistruzione, ma non c'era compiacimento in questo, solo che non la vedeva come un rischio, la morte. Piuttosto come una certezza. Trovava stucchevoli tutte quelle dichiarazioni sul fatto che fumare o essere grassi accelerassero il processo: come si può accelerare ciò il cui tempo non è previsto né prevedibile? Non è come se gli esseri umani avessero una data di scadenza, ma solo se conservati in modo corretto. Solo, ad un certo punto, almeno finora, ed estrapolando dai precedenti, e senza voler porre ipoteche sul futuro, accade che muoiano.

Tutto ciò che ho sempre chiesto al sesso (e non mi ha mai risposto) - I

Il sesso è una situazione complessa che coinvolge tutti gli esseri viventi e li rende simili tra loro; ad esempio: un uomo al maiale, o a un toro, o a un pesce lesso; raramente le tre cose insieme e soltanto in presenza di capi di stato.
Dicesi sesso tutto ciò che si fa meglio degli altri avendo più degli altri, se non c’è un altro che lo sta facendo al posto tuo con ciò che tu avevi.
Di norma è un compimento dell’amore per i romantici, un compimento e basta per i siffrediani, un e basta per i religiosi.
Il sesso è apparso sulla terra prima dell’uomo e della donna, ma solo dopo è diventato tale, fino a quel momento era stato un atto di riproduzione meccanico; voglio dire: si usavano fotocopiatrici e fotocopiatori d’argilla.
Perché il sesso si mostri, occorre che coloro i quali ne fanno uso stiano nascosti e, meglio ancora, al buio. Questo fatto è in apparenza contraddittorio, ma in realtà molti uomini preferiscono non essere visti quando non vengono sentiti. Solo in particolari casi è accettato essere espliciti nelle vicende sessuali: se si è animali (sempre), oppure se si è appena nati (necessario!)
Il sesso lo fanno in modo giusto solo i pentiti perché sono sempre protetti. Chiunque quindi voglia fare sesso sicuro deve ammettere almeno un delitto o svelare dove compra le riviste pornografiche.
Il sesso può essere fatto liberamente in diversi modi: da solo ed è autoerotismo; con la fidanzata ed è automobile; con l’amante ed è automatico; con la moglie ed è autodemolizione.

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