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Prosa e racconti

Tasche vuote.

Ho rovesciato la mia vita come si fa quando si vuotano le tasche, non c’è rimasto niente. Quello che avevo da spendere l’ho speso. Niente rimorsi. Ho vissuto pienamente, intensamente. Ora che le rughe sono come grinze di un vestito passato di taglia, nelle tasche vuote ritrovo solo le briciole dei ricordi che non vogliono morire soffocati. Le ho buttate. Ho visto volteggiare dei corvi. Presto dei ricordi non rimarranno neanche le briciole. Meno male, ho fame di nuovo. Di vita.

Delle forme, delle Idee, delle Categorie a Yellowstone

“Andiamo Bubu”.

“E dove?” rispose Bubu saltellando ora sulla punta di un piede ora sulla punta dell'altro onde cercar di capire qual'era la gamba migliore che avesse, di cui potesse fidarsi di più nel caso gli fosse capitato di dover correre su una gamba sola, o anche unicamente di camminarci, su di un solo piede, a Yogi Bear che già si stava incamminando spedito.

“Mi verrà in mente durante la giornata” si lasciò sfuggire l'orso più grande sorridendo tra se e se con espressione furbesca e sorniona senza aggiungere alcunché non voltandosi comunque né di lato né tanto meno indietro, che altrimenti l'amico avrebbe potuto pensare chissà cosa una volta che gliel'avesse scorta.

Si si, Yogi conosceva perfettamente il compagno, o almeno credeva di conoscerlo stante che erano nati lo stesso minuto, la medesima ora, giorno, mese ed anno, ed avevano sempre convissuto.

Sapeva per esperienza che a Bubu, a volte succedeva.

“Quello è un salmone” aveva urlato per la gioia alzando le mani al cielo Yogi dopo averle tenute a mò di visiera sugli occhi. Per alcuni istanti, dato che erano sulla sponda che dava contro il sole: un sole che così pulito tutti e due, sia presi isolatamente che insieme, non l'avevano mai visto riflettersi sulle onde argentee di quella enorme, pericolosa ed altrettanto immaginifica, ombrosa, fresca distesa d'acque.

E Bubu di rimando abbassando ambedue le braccia lungo il corpo. “è una carpa”.

Cesarina

 Cesarina era mia madre, e questa è la straordinaria storia che mi raccontò.
 
IL PADRE DI CESARINA
    Luigi, il padre di Cesarina, era molto bello. Questo era il motivo precipuo  per cui Maria, la madre di Cesarina, l'aveva sposato. Si erano conosciuti perché lavoravano entrambi a servizio, credo della principessa Pignatelli, dove Maria faceva la cuoca e Luigi il maggiordomo.
  Maria, quando conobbe Luigi, era vedova: il suo primo marito, Renato, era morto nella Grande Guerra, anzi, era stato uno dei primi morti di quella tragedia. Non in un'azione militare, ma era morto di tifo, lassù al nord, lasciandola da sola con due figli piccoli, a Cesano, un paesino vicino Roma. La sua era una famiglia  contadina, ma la terra era andata ai suoi numerosi fratelli maschi, lasciandola senza mezzi di sussistenza.
Per questo lei si era trasferita da Cesano a Roma, per poter lavorare e mantenere i suoi due figli. Aveva fatto prima la sguattera, poi la cameriera e piano piano, lucidando scarpe e argenteria, pulendo saloni e verdura,  aveva salito la scala sociale di questo mondo servile, diventando cuoca.
  Ed insomma, ad un certo punto aveva incontrato Luigi. Aveva 11 anni meno di lei. Era alto ed aveva un sorriso luminoso. Veniva da Rimini ed anche il suo buffo accento contribuiva al suo fascino. Non so se fu amore a prima vista, non so chi corteggiò chi. Ma il fatto è che nonostante l'opposizione dei suoi due figli di prime nozze, Primo ed Egle, che lo consideravano un avventuriero, Maria lo sposò. E così nacque Cesarina, nel 1928.
  Purtroppo, la vita con Luigi sembrava confermare i sospetti dei suoi due fratellastri. Luigi, forte bevitore, prima perse il lavoro, poi cominciò ad essere assente per periodi sempre piu' lunghi. Maria non solo dovette continuare a lavorare, ma fu costretta a mettere Cesarina in collegio, dove rimase sino a che non ebbe 15 anni.
 

Di Te

Sei Te il tuo racconto di storia...

lo leggo tra le punte del viso,dietro crine di un sorriso.
Il tuo corpo racconta...
disperse illusioni,percezioni stridenti.

Ti affacci a un pozzo di immagini confuse
che raffiorano corde di emozioni strozzate in gola.
Invochi il silenzio...
una flebile stanza di tesori cari dispersi fra i ricordi
che si sciolgono come luce nell'ombra avvolgente
dilatando i tuoi spazi e i tuoi respiri.
Com'è dolce assaporare la nenia dei tuoi discorsi
dalla leggera brezza primaverile cullati.
Parli delle stelle dei sogni appesi alla luna
tua sincera amica lassù a intonar notti danzanti
al ritmo di sensi sconosciuti.
Dilati le braccia nell'intorno agguantando i profumi,
ti discosti dai rumori della città e di chi non ti sa capire.
Malinconica creatura in cerca di pace e serene melodie,

non disperare!Sentirai il tuo canto giungere là dove ancora non riesci a volgere.
Oltre le tue perlacee pupille si accendono le fiamme di desideri
che ti sembrano troppo lontani ora,ma senti? Ne sfiori il calore.
Vedi,le immagini che meglio riconosciamo sono quelle il lontananza...

l'orizzonte ti nasconde paesaggi impercettibili al tatto
ma ascoltando il rumore delle maree la loro incostanza

abbracciando l' andirivieni di onde superbe 
coglierai meglio lo scrosciarsi delle acque seriche
che poggiano sulle rive del tuo cuore.

Vedrai, finalmente custodirai teneri gesti nelle carezze di una mano sincera
riconoscerai l'alba di un giorno felice

e sarai li,di fronte quell'immenso azzurro

a cantar il tuo grido al Mondo,

il tuo grido di incantevole allegrezza...

Accadde un giorno

V’informo che è uscito il libro di cui allego una sinossi ridotta per non scoprire tutte le carte…

Vi ringrazio per l’attenzione

 

                                            Accadde un giorno – Sinossi

 

Questo libro narra di una storia d’amore. Una storia che coinvolge un uomo di 57 anni ed una donna prossima ai 40.

Sposato ed appena andato in pensione lui, divorziata lei.

L’incontro avviene durante una sua gita in moto, nell’agriturismo di lei “Oasi”, sito vicino Montalcino – Siena.

Un incontro occasionale ed imprevedibile che in poche ore si trasforma in un’attrazione fisica e mentale travolgente.

Vivranno quattro giorni intensi a Siena e dintorni, scoprendo sempre più la quantità di affinità intellettuali, artistiche, di pensiero e fisiche in comune.

Una vera e propria esplosione di sentimenti e di passione che li coinvolge in maniera assoluta.

Lui, ciononostante, fa prevalere la sua parte razionale, enunciando i seri motivi, ad iniziare dalla differenza d’età, che devono indurli a considerare quei giorni solo una parentesi splendida, che dovrà essere chiusa.

E così sarà…

Cronaca di un sogno annunciato.

Stavo camminando per un rettifilo affollato, come può essere la strada principale di una grande città, con le mani nelle tasche dei jeans e completamente all'oscuro di dove stessi andando. Dopo un diverticolo mi ritrovo in una stradina laterale stretta e buia. Cammino spedito. La strada stringe e diventa un vicolo in leggera salita. Le luci più prossime sono lontane. La salita si fa più salita. E quindi in cima, mi si presenta immenso un mare stranamente insolito appoggiato su una spiaggia lunga e deserta. Il buio diventa sempre più buio. Più di una lavagna. Più buio della paura che ormai prende il sopravvento e in evidente disagio mi giro d’istinto per tornare indietro. Ma il vicolo dal quale sono arrivato non c’è  più. Al suo posto c'è un sentiero parallelo alla spiaggia, che più avanti sale sopra ad un monte in cima al quale, c'è una vecchia ferrovia in disuso e delle casematte da contraerea. La spiaggia invece prosegue a perdita d’occhio. Laggiù, dove vedo e non vedo, laggiù in fondo, c’è un bambino che gira in moto sulla sabbia. Mi sembra di conoscerlo anche se lontano. Si, è un compagno di scuola delle elementari e sembra che il tempo per lui non sia passato.
Gli lancio un urlo per chiedergli un passaggio e lo vedo prontamente farmi un cenno d'assenso. Quasi sorride. Gli occhi sono appena socchiusi però non si ferma, anzi accelera. Io resto come un ebete a guardarlo mentre si getta nelle onde.

Al Gius

Al Gius non piaceva molto allontanarsi dal bosco, dove i militari raramente entravano, vuoi per una sorta di scarsa dimestichezza, vuoi per il timore degli agguati. Aveva smesso pure di segnare i giorni trascorsi lì, sulla corteccia bianca di una betulla e ora le incisioni si erano orlate, logorandosi in una riga scura, che segnava il tronco come sangue d’albero rappreso. Anche il ferro del fucile gli sembrava consunto e ne osservava gli strani puntini incassati, sparsi qua e là, come se il metallo fosse gravato dalla sua stessa spossatezza. Non sapeva nemmeno da quanto fossero lì, né quando avessero iniziato a farsi, se uno per volta o tutto insieme, nel cedimento del ferro. Una sorta di riluttanza lo pervase, e abbandonò l’arma appoggiandola all’albero più vicino. Da giorni non sentiva più fame né sonno, soltanto una specie di sete infeconda che gli rendeva la bocca impastata, e provava la sensazione che si fosse riempita di sabbia.
Gli altri partigiani erano a caccia, per aver un po’ di carne da abbrustolire sul fuoco, ma il vino era finito.
Il Gius si avviò lentamente verso la sorgente del Rì per prender dell’acqua fresca. Gli avevano lasciato quell’incombenza che almeno... si muovesse... qualche passo... la fonte non era lontana. Sapevano quanto gli piacesse starsene lì, abbarbicato sull’orlo del Rì, a guardare l’acqua che inevitabilmente scorreva giù fino a valle, raggiungeva la Piana, s’infilava tra le case del paese, ammorbidiva l’aria, richiamava l’allegria dei bambini che nonostante la guerra gorgheggiavano ancora e spandeva all’intorno quella gioia attutita, dalle sponde del torrente fin dentro le case, quelle ancora abitate.

il senso scarlatto del potere

aveva l'odore della carne e dell'aurora. se le due cose si fossero potute sentire vicine, sullo stesso piano, si sarebbero confuse inalando lo stesso senso roseo e sensuale. si muoveva ondeggiando e stemperandosi nelle lenzuola come fanno le bianche nuvole di marzo quando girano  sopra la testa sfilacciando il cielo blu. sulle labbra era apparso un movimento appena percettibile di vittoria, sì, il colore rosso  ne aveva proprio la forma. La forma del potere. una linea appena allungata divideva la bocca e si rialzava agli angoli creando due minuscoli punti ombrosi. piccoli, ma unici, nel resto del rosa. due piccoli punti potevano spiegare, contenere, realizzare...  tanto senso scarlatto  di potere?
ma poi, se si seguiva il suo sguardo, indugiando lentamente... lentamente.... lentamente...e si raggiungeva l'altra sponda del giorno, dove i raggi aranciati zigzagavano sulla schiena inerte, dove il respiro raccontava ancora di guerra, dove il calore si confondeva con la  resa.....beh, proprio lì stava   il suo sigillo. il suo regno. allora si, che si riusciva a  capire quell’insostenibile, rosso, turgido,  sorriso di conquista.

Assenza di felicità

Non ti abbattere, se c'è qualcosa che ho capito in questi anni di assenza, è proprio questa. Mai abbattersi, mai mollare la presa. Ti conosco da pochissimo tempo, saranno circa cinque mesi, e già ti voglio bene come se ti conoscessi da sempre.
Occhi fragili, situazioni non facili da affrontare, paura, timore, rabbia, incertezza.
Un passato difficile dove spesso la sofferenza ha assorbito anche quel poco di felicità che la vita ti aveva donato gratuitamente. 
Gli amici, una delle poche cose certe della vita. Il divertimento, i sabati sera agognati per distogliere il pensiero e il cuore dalle circostanze che ti facevano soffrire così tanto. Ogni volta che incontro i tuoi occhi mi sento affogare dentro, vedo quell'assenza insaziante di felicità , di tranquillità di un giorno, almeno uno, in cui tu non debba avere un minimo pensiero per la testa.
Ora che la vita ti mette ancora davanti ad un bivio, tu non puoi cedere, non puoi lasciare giocare la partita della tua vita agli altri. Non ne vale la pena.
Stai camminando su un filo , fragile sottile quasi come se fosse fatto di cotone. Mantieni l'equilibrio sempre. Provaci almeno. Al massimo quando cadi e ti rialzi avrai mille lividi sulla tua pelle. Quei lividi sono il segno che ci hai provato. Non c'era un materasso sotto di te ma prima o poi qualcuno te lo porterà e quel giorno te lo ricorderai per sempre. Nella vita tutti facciamo degli errori ma chi ne fa' tanti è un saggio. Dagli errori si impara e più errori si fanno più si prende il g(i)usto della vita. Bisogna lottare sempre. Lo si deve fare per se stessi.
Coraggio, prendi in mano la tua vita, vivitela in tutto e per tutto, giocatela come una partita a poker, rischia,sii presente sino in fondo. Anche se vedi buio.
Ma stai attenta, magari dietro quel velo nero c'è la tua felicità. 
Se rompi quel velo, troverai il paradiso. Quello tuo. Quello che ti sei guadagnata perché hai capito che qui sotto nessuno ti regala niente e che ti devi fare del male per stare bene.
 

El Gardelin

Era buio pesto quella sera e Gigi fumava la sua ennesima sigaretta appoggiato al tronco di un grosso albero ai margini del bosco, perso nei suoi cupi pensieri da non accorgersi che la Pina si stringeva con trasporto alle sue spalle sussurrandogli paroline dolci.
<< Gigi…è tardi, andiamo a dormire dai.>>
<< Gardelin?...>> <<Mmmmm…>> << Vieni dai e non farti cruccio, vedrai che domani andrà tutto bene…Gardelin?...Ma cos’hai, cosa sono tutti sti pensieri. Andiamo!>>
<< No, stasera no Pina. >> << Ma perché? >>
<< Perché non mi va, non ho voglia…>>
<< Uffa, quanto sei noioso, e allora resta lì a prenderti l’umidità in testa! >>
Brontolò la Pina e poi mettendo il muso se la filò, quella sera non era aria, meglio sparire, peggio per lui.
Gigi rimase lì, gli occhi fissi giù nella valle, sul suo paese. Riusciva a vedere solo qualche sparuta lucetta di tanto in tanto.
Quanto tempo era che non scendeva a valle? Mesi, no anni. Erano anni che si nascondeva nei boschi con i partigiani, accampato alla benemeglio sotto una misera tenda o in qualche grotta con la costante paura d’essere scovato. Aveva preso quella decisione dopo che aveva visto cosa era capace di fare il regime e dopo che i fascisti si portarono via suo zio, accusato non si era mai capito bene di quale atroce reato, lasciandolo poi morire di stenti in carcere e lui aveva promesso di vendicarlo. Così si era unito ai partigiani che adesso lo chiamavano “el Gardelin”  in onore della sua straordinaria capacità di imitare il verso degli uccelli in special modo quello del cardellino, richiamo che usava per avvisare i compagni in vista di pericoli imminenti.
Maledetto regine, non era più vita quella, maledetta guerra, quanto l’odiava e odiava anche quello che era costretto a fare, quella sera sentiva tutto il peso gravargli sulle spalle.
Intanto il pensiero correva giù per gli irti sentieri di montagna fino a quella casetta bianca dove abitava il suo amore, la sua adorata Tina. Appena poteva le scriveva sempre e le lettere gliele mandava tramite la Pina, la loro postina e messaggera, non aveva mai ricevuto nessuna risposta, perché?
Quello che lo teneva ancora in vita era il ricordo della loro ultima sera insieme, la più bella di tutta la sua misera esistenza.

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