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cose così

Da una musica

 
 
La luna chiarissima, è alta nel cielo quasi nero.
Un gran fuoco, al centro della radura, illumina e brucia il volto degli astanti.
Una musica monotona, una nenia senza parole suonata senza cuore da una chitarra senza suonatore, appesantisce un'atmosfera senza vita.
Che baccano; che silenzio.
I volti appena distinguibili, rispecchiano lo spirito della melodia, praticamente assente.
Qualcuno rosicchia stancamente da un osso, un ultimo improbabile pezzetto di carne.
Qualcuno consuma lentamente l'ennesima sigaretta e una birra ormai non più fresca.
Qualcuno spossato per il duro lavoro è già riverso sul terreno, avvolto in una vecchia coperta
in attesa di un profondo sonno ristoratore.
Alcune coppie di occhi guardano, assenti e persi, le fiamme evanescenti, e ne riflettono i guizzi di luce. Sono puntati nel vuoto, forse scrutano l'infinito, forse dormono già.
Ma due no!
Due si cercano. Si scrutano. Brillano di luce propria. Si interrogano.
Raggiungono l'intesa.
Pedro si alza, Maria lo segue, spariscono dopo pochi metri dentro il buio della foresta.
La nenia senza parole, continua.
                                  
                          Stefano Franco Sardi
 
 
 

Per dire delle vecchie case in noi.

Qui una porta ha cardini smossi
ma la soglia induce in, oltre.
Ci conta gli ingressi il dubbio della volta:
che fosse ieri il calcio ai suoi gerani?
- Nemmeno avessimo addosso il pianto dal cortile
a qui che si spande dal basso -.
Già, il basso da cui fuggivano scale
e noi per primi
verso i rialzati, anch’essi a nudo di danaro
ma più ricchi di perfidia
e poi più su, al quarto piano della marunnella.
 
Tu non crollasti mai.
  
A qualcuno la soglia o la porta
fanno asma da muffe come in me l’umido pensato:
ci sono corse che il cuore fermerebbe sulle ringhiere marce
nei giusti cedimenti a soste di rifiato
 
per dire di noi :
un libero stare aperti al chiuso.

avrei voluto...

avrei voluto  che il giorno ti scivolasse via senza lasciarti tracce né di  rosso né di arancio, avrei voluto che la tua ombra prendesse  il sopravvento sulla sera e la facesse    a pezzi con il silenzio,  ho immaginato come sarebbe stato il gelo guardandoti gli occhi sempre più lontani e come si sarebbe  perso il tuo odore nelle raffiche di vento della notte. avrei voluto sicuramente strapparti dai miei gesti, dalle mie urla, cancellandoti dai punti prediletti della mente e della carne, avrei voluto farti   sparire dalla mia  pelle, sparire dai giochi delle mie parole, sparire dalle carezze  e dal pianto.

 

Soprattutto  avrei voluto che tutto questo si fosse consumato in un istante,che  non ci fossero state troppe attese, troppe pause e  sentire il tuo distacco come un lampo, come un tuono, come uno scoppio lacerante, ma definitivo. Senza arroganti orgogli, senza odiosi rimpianti, senza accuse o difese, vane   entrambe sul fronte di questa guerra  …avrei voluto perderti subito senza nessun tempo ostile, offuscato, ottuso, perderti con la sensazione di non averti mai avuto. così, facile! .. facilmente…senza percepire nulla di tutto quanto il dolore racchiuda e rilasci, ma ciò è impossibile .Impossibile  perché l’anima si muove in una ruota di sentimenti, si avvita e si stringe, si espande e si affida a questo  vortice. e il vortice ti assale, ti smembra, ti svuota, ti ottunde e ti porta e ti  riporta al centro esatto dell’emozione…. Leggi tutto »

Dimmi

quante volte ti ho veduta
quante volte ti rivedrò ancora
quante volte ho incrociato il tuo sguardo
quante volte ancora, cercherò di incrociarlo
quante volte mi sono perso nei tuoi occhi
quante volte mi ci perderò ancora
quante volte ti ho sognata
quante volte ancora, ti sognerò
quante volte ho sentito il tuo profumo
quante volte lo sentirò ancora
quante volte avrei voluto essere la causa di un tuo lieve sospiro
quante volte ancora, lo vorrò
quante volte ho sofferto per un tuo abbraccio
quante volte mi augurerò di soffrirne ancora
quante volte avrei voluto assaporare i tuoi baci
dimmi quante volte ancora,
prima che io riesca a trovare il coraggio di parlarti
                                                              Stefano Franco Sardi
 
 

buffo

assopirsi addosso
quando tutto è leggero
tipo che oggi
è la vigilia di ieri

E tu, ieri, dov'eri?
[dormivo male]
sapevi amare

Poi faccio un sogno
che tutto è buffo
pure la felicità
 

 

boh

 

Stupide falene isteriche
gracili e nude
ali  di seta illusa
bianchi veli da sposa
dilaniati da lingue di  fuoco.

Forse è questo l'inferno.
Sazi fino all'ultimo respiro

 

Le cose della vita

A volte le cose funzionano bene
Altre volte funzionano male
Ed ogni tanto non funzionano affatto
A volte le cose funzionano
ma noi non le vediamo funzionare
Altre volte seppur funzionano
noi
per la dannata voglia di non farle funzionare
fingiamo non funzionino
A volte le cose si rompono
e noi
purtroppo
non sappiamo ripararle
o non sappiamo come aggiustarle
E non ci sono tecnici preparati
o sono solo usurai
che ci prendono tutto
senza lasciarci nessun accorgimento

Le cose
come le relazioni umane

Il mio ripostiglio
colmo di ricordi assopiti
non s'assottiglia
perché
per quanto io possa ripulirlo
s'aggiungono
sempre anime
che non ho saputo riparare
o non ho potuto
e voluto
lasciarmi rompere
Il mio ripostiglio
che da bimbo mi sembrava ampio
spazioso e gigantesco
ora col tempo manigoldo
ha assunto sembianze
d'un magazzino in disordine

Haiku

primavera
 
petali rosa
in folate odorose
e fiocchi bianchi
 
carezze
 
tra i capelli
lieve il vento ruzza
carezzandoli
 
bambola
 
la bambola
imperlata di pioggia
ride sul prato
 
inutilmente
 
pensieri vaghi
cadono da petali
nella corrente
 
inverno
 
il verno viene
e pone bianco velo
a capo monte
 
letture così
 
legge il vento
parole e pensieri
spesso insulsi
 
cantar d'amore
 
l'usignolo
invano si nasconde
perso dal canto

signore, che ci assisti

Entrare, nella pancia
contrazioni, negli spasmi
di un’idea
frantumare i vetri a una finestra
divellerne gli stipiti e puntare
le nuvole lassù
farle tornare lustre
arditi noi, e il male
signore, che ci assisti
 
 

Buon natale 2009

Ancora specchietti lustri
piccole lampadine di luce
colorata intermittente
grandi e piccoli globi luccicanti
e involti in carte stellate
che sbigottiscono
accecati dal bagliore dei neon
della vetrina zeppa di oggetti oscuri
occhi castani umidi di taglio alieno
da una verde vita tribolata.
Lontano dalla terra domestica
povera ma calda di sguardi
qui tra gente che non lo vuole
lo scaccia perché col moccio
sporca il cristallo della vetrina.

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