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Corali

Come chiamate a riva

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Ognuno sente dentro di sè farsi vivo almeno un approdo. E che sia un luogo, un oggetto, una persona o l’intero mondo, mondato dalle chincaglierie che si trascina dietro, poco importa. Quel che conta è raccontarlo, in versi (max 20) o minuta prosa (max 40 righe - come formattate dall'editor del sito) o qualsiasi cosa faccia da supporto alla vostra ispirazione (foto, disegno, pittura, no ceramiche o altro materiale fragile). Ognuno la sua chiamata, o più.
Per venti giorni saranno raccolte in questo post, poi ne sceglierò quaranta (se ci arriviamo...), per profondità, per linguaggio, per stupore, quindi scriverò la prefazione, le didascalie, il corredo necessario di informazioni che vorrete fornire (persino delle macchie che avete sulla pelle, eventuali cicatrici, segni particolari e/o calvizie) e, infine, - giurin giuretto! - realizzerò l’e-book (del quale allego la bozza della copertina), che potrete liberamente scaricare e stampare.
 
Aggr’azzie, nonché a bracci e bacci (se graditi, ma non richiesti).
 
Ennebbì: partecipando, dichiarate che le opere da Voi inserite sono frutto del Vostro ingegno ed accettate che siano pubblicate e diffuse a titolo gratuito su supporto elettronico.
 

ritratto di taglioavvenuto
 #
Sono nato uovo. Certo, per voi una malformazione. Ma lo giurerei su tutti i vostri padri che così successe.
Io me ne stavo andando su e giù, e, mentre aspettavo ed aspettavo, mi guardavo intorno.
Ad essere sinceri ero anche molto spaventato. I rumori, sapete. Rumori che sentivo chiaramente per la prima volta. Ma tanti, tanti. Molti.
Non ero ancora del tutto sceso che già le voci " ci ci - ci ci - ci ci - ci ci ri ciò " venivano sopravanzate dai suoni di una specie di festa, un saltar di tappi sullo stesso piano delle voci, insomma tra gargherozzo e la cassa di risonanza in cui la mia padroncina si allenava, nei suoi vari balletti davanti allo specchio, a far battere il cuore più o meno aritmicamente.
Dovevano provenire da molto oltre il suo diaframma, poiché, tre in particolare, rimbalzarono giù in basso come tappi sfuggiti al tirabusciò e lanciati giù dal palato verso l'ugola, cui seguì un vero e proprio maremoto salivare.
:- Ci siamo, esco per le vie aeree!". Pensai sgomento. Invece no.
Questo, ciò che paventavo, mi fu impossibile.
Troppi ostacoli da superare. La natura aveva imposto, frapposto tra me ed un'opzionale mia via d'uscita un unico obbligo a quel labirinto fatto di conche, siepi, parassiti, saprofiti, solchi, dagherrotipi, acari, funghi, encefalopodi, vermi striscianti che mi salutavano come tanti lombrichi finendo per finire in bocca ad una talpa.
Tutto sarebbe finito in bocca ad una talpa. Pensavo.
Quel suono melodioso che mi aveva deliziato i capillari apparsimi sulle ancora tenere membrane durante i miei primi sforzi di discesa e che avevo avvertito come esterno, ma così simile alle mie voci fattoriali: le voci che mi stavano creando cinguettando; quei ci ci ci, trasformatisi poi da festosi stappii in limacciose, assillanti spirali sotterranee, quella totalità che aveva costituito prima l'esterno, poi l'interno, poi ancora l'esterno, poi ancora l'interno di mondi simili ed ugualmente diversi, s'erano semplicemente traferiti, non su piani longitudinali, che erano rimasti gli stessi se così può dirsi, ma su lenzuoleschi piani tridimensionali latitudinarii, sfiorando ogni punto cardinale si, ma per tangenti, per ellissi, iperboli, le famose nubi.
Cirri, fiocchi, frattali, svaporazz fino a raggiungere la levità delle aspirazioni in una perduta isoletta egea nata in una notte: un gineceo di petali di rose e di scogli azzurrini su smalti e stelline.
Poi:- Tesoro..
:- Tesoro.
 
Sono nato uovo, e tale sono rimasto. Alla bocca dell'approdo i marosi mi procurarono, prima d'esser lanciato lontano, un vorticoso valzer di nausee.
:- Ahahaah, povero piccolo!
 
" Il modo migliore di misurare il salto di una pulce, è ascoltare da dove provenga il ronzio emesso dalle zanzare." Aristofane. Le nuvole
 
 
 

 #

Ah... gli effetti residui dei festeggiamenti per il nuovo anno concedono a volte frutti sì succosi... ;-)

 

ritratto di erremmeccì
 #
VERSO L’APPRODO
 
Come una barca di carta, un battello ebbro
i miei stessi gesti ho rincorso
sempre in ritardo attraccando
 
sguardi arbustivi dalle rive,
intrichi di rettili e mangrovie
agguati tendevano al mio scivolare
sulle vie tracciate dall’inevitabilità
delle correnti
 
e rapide vorticose, talora,
il cielo hanno rovesciato
nell’imbuto degli occhi
 

 
Ma peggio di tutto
                 erano le secche,
insidie di sabbia e di piombo,
risucchio verso il fondo
d’irrimediabili desolazioni.
 
Brezze fresche dal folto
della foresta hanno sempre donato
un bacio di pioggia alle vele, tese
ancora alla meta, gonfie ancora
di aromi e di smanie d’approdo.
 
 

ritratto di erremmeccì
 #
Portava gli occhi
 
 
Portava gli occhi
a bagnarsi sulla riva,
nelle onde gelate di febbraio,
nella risacca che trascina il viola,
inoffensivo ormai, di meduse
dalle vesti  trasparenti.
 
Immobile
aspettava il tuono, la tempesta
il volo pazzo dei gabbiani
ebbri dei loro gridi
 
o il profilarsi
-nel taglio sanguigno all’orizzonte-
di una vela
che il grecale estivo
sospingerebbe
a strisciare la fiancata
lungo il pontile di una lunga attesa.
 

ritratto di taglioavvenuto
 #
Pensiero della sera:
quale sarà la sezione aurea sul pressapoco: sette miliardi di personcine, poco più?
Ecco, a volte mi vengono e vorrei cancellarli perché mi sento cretino, ma non posso. Non mi sento ottimista. È sul far della sera che vengono; allora mi dico ma sei tu? E mi devo rispondere: - Certo che sei tu, cosa credevi, che siano noccioline?
Così inizio a contare. Non come si fa con le pecore, le quali sono sempre troppe per riuscire a contarle così candide come la lana, ce l'avete mai vista voi una Nera in quel gregge? E quindi finisce prima il programmino, prima che io m'addormenti. Eppoi, eppoi a qualcuno è venuto in mente di far fare loro il saltello per rendere il gioco più interessante: -Op...op! Chiaro e scuro. Vicino e lontano. Te lo rendo io chiaro lo scuro, te lo rendo io vicino il lontano.
E pensare che questo numero strano in fondo è quasi un numero fisso: 1, 617xxx—1,618,xxx, ballonzola lì, da quelle parti, ma questo è niente. A meno che tu non sia un matematico, una persona rigorosa che se si tratta di formule non vuol fronzoli o uno scienziato squinternato al quale è permessa un poco più di libertà e te lo devi ciucciare per quel che è, un numero, sono intervenuti i parolai, quelli un po' meno rigorosi, i quali di volta in volta l'hanno definito numero divino, proporzione aurea, sezione aurea, proporzione divina, qualcuno l'ha accostato a Fidia addirittura, come se questo tra le mani ci avesse la perfezione o volesse raggiungerla, quel cornutazzo.
Raggiungere la perfezione con un uomo? Con l'idea dell'uomo? La bellezza! Non vi fa ridere?
Che funzioni o non funzioni, in matematica, in astronomia, è solo un caso vi dico, come la serie di Fibunazz. Perché funziona solo con i numeri interi? Perché è un numero irrazionale?
No, no, per me è un numero politico, come lo sfoglio delle margherite, come i voti del '68; sono visi, parole, è seduzione. Perché, nel '68, c'era almeno il voto acquisito. Una conquista ce l'avevamo fatta ad ottenerla.
E ora dove approdo? Voglio vivere liquido, in alto mare. E se questo numero fosse la frazione di cervello funzionante che abbiamo rispetto alla massa del corpo?
Ma allora non dovremmo tutti galleggiare?
 

ritratto di Sara Cristofori
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scusate ma il mio pezzo che fine ha fatto?
 

ritratto di erremmeccì
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e perché? uno dei miei? "Portava gli occhi" dov'è?
 

ritratto di Raggiodiluna
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Una discesa a terra..... ( falso contatto )
 
Avrei fatto prima a scendere le scale ma cedo all'ascensore, cinque piani sono troppi!
- Ecco che arriva, un po' vecchio... ma accogliente, come sempre.
Entro e chiudo le porte, premo il pulsante e mi giro verso lo specchio: - che spettacolo! L'odore di mughetto arriva prima dell'immagine, sarà la nuova profumazione che ha messo il portiere. Mentre mi guardo sento la mia vita addosso, burlona e incantatrice, riflessa sembro doppia, forse starei meglio con le trecce.
Che dire allo specchio che ripetutamente m'interroga in questi secondi di discesa? 
Mi fa sempre le stesse domande e spesso, devo ammettere,  preferisco girare le spalle.  Anche se chiudo un occhio l'altro mi scruta e finisco per correggere il trucco. Il rossetto è a posto, avrei dovuto alzare i capelli? ...Ma no! - Vado bene lo stesso!
Se sarà necessario, fuori, alzerò il cappuccio, qui c'è sempre vento.
- La pulsantiera segna il quarto piano, che faccio?  I miei occhi cedono, l'immagine riflessa mi dà noia, guardo le scarpe e... mannaggia al freddo! -
Sono stufa di mettere stivali, sembro una crocerossina in campo militare.  Ecco! ..il terzo piano lo riconosco senza guardare, lo capisco dal dondolio, in questo punto l'ascensore s'inceppa e penso sempre che qualche volta verrà la fine.
Quanto tempo perso in questa discesa, sono sola e mi sento a disagio. 
Come starei da sola?
Non l'ho mai provato, sono quarta di sette fratelli e la mia tribù magnifica non mi ha mai fatto sentire il silenzio, quello vero, quello che fa male... dico meno male! 
Se resto ancora qui dentro posso anche andare in panico.
Quando toccherò terra - giuro - userò solo le scale!
Lo dico sempre...!  
Adesso sono pronta, quasi esco, ho superato il secondo piano non guardo più lo specchio, lo trovo bugiardo.... o sono bugiarda io?
Sento passi nella scala, qualcuno scende a piedi, magari arriva prima di me e io perderò altro tempo ad aspettare che si apra la porta.
Le attese sono snervanti, bucano la mente, avverto l'ansia al primo piano e vorrei uscire.
- Non posso! .... Ancora qualche attimo e sarò fuori per sempre.
Come sipario vedo le porte aprirsi, una scena visitata e mai corretta, da 5 anni, sempre la stessa e gli stessi pensieri...
Dove vado e perchè, se farò bene o era meglio non provare, scegliere, comprare, attendere, pagare.
Gesti ripetuti, commissioni obbligate, la spesa trasformata in viaggio di piacere e il nuovo pensiero prima di tornare in ascensore... dirmi che aspetterò domani per salire dalle scale e trovare una scusa allo specchio per un nuovo approdo.
 
 
 

ritratto di leopold bloom
 #
La mano sinistra perpendicolare al terreno, il pugno della destra poggia sul polso, sull'indice la biglia, il pollice è il detonatore.
Le cochis non si usavano mai, troppo delicate, erano la posta in palio, sarebbero andate in frantumi, si usavano le biglie di vetro, piu resistenti, casomai se prese di striscio si scheggiavano, ma era una possibilità remota e comunque le si poteva ancora adoperare. Il gioco era mutuato dalla guerra, un colpo a testa, chi colpiva la biglia avversaria vinceva la guerra e aveva diritto al bottino di guerra, una sfida onesta, che rispettava le antiche regole dell'onore, anche il giubilo per la vittoria non doveva ferire troppo l'orgoglio dello sconfitto, la vittoria era già il premio, la promozione sul campo.
La mano si apre e mostra il mai visto, cinque sfere d'acciaio lucidissimo, il bambino le mostra senza dire nulla, si gode il momento di fama, si apre la contesa, si da un valore al nuovo prodotto bellico, dieci a uno, si stila la dichiarazione di guerra, partono i primi colpi, i proiettili sfiorano il bersagli.
La distanza è quella giusta, il nemico non è riuscito a ripararsi a dovere dopo l'ultimo attacco, cinquanta centimetri di pianura lo dividono dai colpi dell'artiglieria, il bambino sa già che centrerà il bersaglio, è alla sua portata, vuole solo colpirlo in pieno, per far schizzare via la biglia e guadagnarsi un nuovo gallone, il pollice scatta senza impedimenti, il proiettile vola veloce l'impatto è pieno, ma la biglia non schizza via, si disgrega sul posto, tanti piccoli frammenti che volano nell'aria, come una piccola esplosione, al suo posto il proiettile d'acciaio.
Cala il silenzio, la vittima diventa reale, la nuova arma è letale, nessuno vorrà più affrontarla, il bambino è l'arma, è quello che ha portato la morte.
Passano gli anni, l'uomo è ancora il bambino con le biglie d'acciaio in tasca, non sono più lucide, sono un po' rigate, ma mantengono ancora intatta la loro solidità, la loro letale durezza al contatto.
 

ritratto di selly
 #
 
 
 
 
 
 
 

ritratto di erremmeccì
 #
VEDREMO LA RIVA ALLONTANARSI
 
 
e partiremo, un giorno,
da quest’isola d’Alcinoo,
temporaneo ricovero
            delle nostre membra
 
vedremo la riva allontanarsi
e piangeremo un poco, dentro.
 
Itaca però ci attende,
eterno agognato mistero
 
sponda di luce.
 

ritratto di erremmeccì
 #
STEPPA
 
Urlo di lupo
nella steppa crudele
che è il mondo
 
non sopravvivranno a lungo
le gazzelle- candidi i tuoi pensieri
come il gelo che chiazza le rocce-
 
inferno di bufere
brucia i nostri occhi…
mai più rivedremo
                            l’incedere
                                                  delle nuvole
sopra la vastità della pianura.
 

 #
Come stanno
 
Come stanno les enfants terribles? Non riesco
a pensare l’animo così malvagio. Lo scrittore
è una lente universale. Fui, sarò, sono cieco.
La verità ha bisogno di un soggetto
in grado di usare il verbo nascosto. Non parlo
più tanto, è vero, ma non ci sono  
le savane di una volta, diventano deserti
a piedi nudi. Gli esploratori cercano altrove
i leoni. E anche solo mormorare il tuo nome
precipita desolazione. Tre di noi, ieri,
erano la pattuglia allo scoperto. Sotto i palazzi
le macerie dei dinosauri, tre di noi
trovarono rifugio nell’ultimo bar aperto. La città
è glabra, i panni stesi non sono peli, i vecchi
stesi non sono caduti, le mani tese
non sono vere. Les enfant sont terribles, o
non sopravvivono ai luoghi.
 

 #
Chi eri al mondo
 
Dovrò ripassare la dinamica delle escoriazioni,
aiuta nei feriali. Le strette di mano
sanano le domeniche. Passiamo
uno sull’altra a salti, ma quale danno
può arrecare una strada
che si allontana da noi? È pudore
o davvero la tolleranza è per chi ama
qualsiasi e ovunque si ami
quello che i manovratori chiamano “accostata”?
Sottopongo i muri ad una visita accurata,
la loro geometria rimbalza di casa in casa,
spiega come la libertà divenga proiezione
e un uomo può mettere gli occhi in fuori
finchè non dice “lasciami toccare”  al risorto.
E gli tocca la ferita della memoria e quello,
o quella o altro gli saltano addosso.
Però i muri, e prima ancora i tronchi, erano
rossi dove la caduta marcava la pelle.
L’intonaco è perciò il viso di via Scaramella:
l’intonaco non i pali e il pallone.
 

 #
Il solco
(di Marco Valdo)
 
Lo si dice per amor di precisione, ma non muove di una virgola il risultato, non cambia di un grammo la sostanza, diventa un dettaglio trascurabile, una impalpabile patina, forse un po' opaca, tanto da essere confusa con il tempo che passa.
L'olio idratante fa brillare la pelle, il massaggio rimanda ai ricordi, il fatto che sia sola li rende malinconici, lontani, la musica della radio vi aggiunge una retorica ingenua, facile da digerire, piange, ma come fosse una specie di sudore, l'unico dolore e un ronzio di nervi dietro al collo.
Ora il pensiero supera il gesto, vede già il risultato e il cambio di rotta, è già dopo, quello che si era detto rimane come una vibrazione, con un sentore di vero, perché pensato e restato, ma senza apparente importanza, portanza, un ruscelletto invernale che resta secco con il bel tempo.
Un solco è pur sempre un solco, un segno di qualcosa che è transitato, troppo tempo è passato per ricordare, perché si è segnata la via? Si cerca il punto di partenza, quello d'arrivo, si accampano ipotesi.
L'olio idratante fa splendere quadratini di pelle, il corpo sfugge come un rettile al massaggio, prurito alle mani, i ricordi sono impersonali, la solitudine li rende compassionevoli, la musica voluta li riconosce, ma come un panorama o una strada, che si conosce ma non ti appartiene, gli occhi sono asciutti, ma come fosse una specie di pianto ateo, il dolore è profondo, un rumore di tamburo dietro alle spalle.
Lo si dice per amor di precisione, ma è solo un solco secco che porta da un punto all'altro, non si sa bene cosa.
 

 #
Incroci
 
«Tu vivi qui?» chiedo alla donna accoccolata
in un anfratto della storia, la pelle segnata
dalla lunga traversata del deserto e poi del mare
antico, nuovamente rosso di sangue innocente -
come tutto il sangue, come in tutti i tempi -
e se non fosse per il mio iphone che vibra insistente,
l'unica cosa che vibra in questo mondo morto,
non fosse per quello, l'avrei pensata vestita d'un peplo
invece che di jeans fatti a X'iang e scarpe di Lahore
- la via della seta e delle spezie trasformata in quella
delle carabattole, del low cost inutile al benessere
inesistente - e che parlasse la lingua franca degli schiavi,
non la neo lingua rimasticata e risputata dalle
parabole rilucenti sui tetti delle baraccopoli della periferia
di Marrakesh. «Io sono vissuta,» risponde lei
e non capisco se sia metafora o errore. «Sono vissuta,»
ribadisce, «ed ora sono qui.» E sento
il rollio dell'onda che l'ha trascinata in questo approdo
inesistente, l'onda lunga della miseria e dell'orrore,
lo sento nelle mie gambe, nel mio corpo gonfio di certezze.
Non aggiunge altro, neanche chiede, abbassa gli occhi
ed io con lei. Le lascio qualche euro, gli spiccioli avanzati
dalla spesa, sussurra «grazie,» rispondo «prego,»
con gli automatismi della buona educazione.
Tutto finisce, o tutto è già finito.
 
 
 
 

 #
hai coraggio, belladonna, il primo sintomo dell'Arte. O mi vuoi bene, e sei come aquilegia per l'acqua e il senno.
 

 #
Mentre ti stringo fra le braccia (*)
 
            Lo trovai senza averlo cercato. D’altronde, quanto davvero desideriamo che oggetti remoti appaiano più resistenti all’usura di noi, che pure li disponemmo al degrado, immaginando in tal modo di essere sottratti alla condanna cui li destinammo? E non ci coglie stupore, misto ad invidia e un velo di rancore, per il confronto con essi, provvisti del segno evidente che niente lavora a nostro favore così da mantenere la fragola della gola vivamente sugosa? Purtroppo, l’esito immediato dell’alba è il manifesto del giorno aggiunto, questo significa che tale è per tutto il creato, solo che alcune cose hanno calendari più efficienti.
            L’amarezza, a questo punto, è propria delle mani che ora svolgono le pieghe del foglio, cercano di riappropriarsi della grazia che seppe costruirle con dovizia di attenzione, ma non posso evitare un sorriso bonario, notando alcune sovrapposizioni in difetto di misura. Non era stato realizzato in fretta, nè con approssimazione, però si notava l’agile manualità giovanile opposta all’ansia della creazione.
            Ricordate come si realizza, vero?
            Strappate un foglio dall’ultimo quaderno che vi è rimasto, poi piegate gli spigoli alti verso l’interno del foglio stesso, facendo in modo che si incontrino a metà i due semilati del lato corto. Sembrerà una freccia verso l’orizzonte, quindi piegatene la punta verso voi, operando perchè i lembi restino all’interno della stessa e il margine della piega si inserri perfettamente nella nuova. A questo punto voltate il foglio e ripiegate ancora gli spigoli alti, che per metà conterrano la piegatura già fatta, dopodichè occorre allineare i bordi nello stesso senso per ricavare dall’altro lato una sacca romboidale.            
            Ecco, su quest’ultima era disegnato un cuore dal profilo rosso, stinto ma in piena efficienza di battito, al suo interno un nome e una freccia che, piovuta dall’alto, simulava la ferita pulsante, due gocce in meno di sangue, ma chissà le migliaia di lacrime mancanti, mentre la punta disassata in basso a sinistra, descriveva quanto duro doveva essere stato l’impatto tra desiderio e bersaglio. Il segnalibro, consegnato a “Tre fiammiferi accesi”, non ha mai detto a Prévert dell’ultimo verso cancellato con una incredibile ferocia e che ancora chiede clemenza. Del resto i poeti non hanno colpa se il vero è un falso problema e se il problema del falso è dire il vero.
 
(*) Tre fiammiferi accesi (J. Prévert) 
 

 #
Apriti cielo!
 
Il viaggiatore alieno dagli oblò frontali vede
un Moai sulla riva azzurra ricca di atmosfera.
Vede e non vede: che sarà mai? Non grida: Terra!
Nè si commuove o prende bandiere. I congegni
delle rotule fermi, ammesso che le ginocchia
nascano anche per lui presso cimeli di preghiere
alla divina cometa che non ci prenda in pieno.
Il bacino coerente al sedile, le spalle strette,
chiama il desiderio di uscire dallo spazio
becero, zeppo di oscurità come terreni.
Vorrei essere a quel periscopio intrastellare,
sfregare ciò che dico occhi con un palmo
che dico misura umana e l’altro meravigliarmi
della fisica su cui puntano le visioni, sarabande
del luogo coperte dalla fissità degli eroi:
quando appare nel buio una illuminazione
si può ricondurre alla ragione qualsiasi forma,
definita al momento, o che appartenga al verbo locale
distinto dagli indigeni per la indispensabile etnia della luce
spinta ad una riflessione accurata sulla sua voce nuda.
 
 

 #
Dagherrotipi
 
Immancabili le rughe di quel seppia esemplare
così vicino alla vanga che la diresti ancora seme.
E amando io la sanguigna, come appare giovane
composta, chiusa nella grazia solitaria, nel recinto
di massello nero, cornice intrepida per la madre
della madre,  e solo di fianco si apposta l’uomo,
in attesa fuorviante, giacché i maschi non vengono
avanti con il tono austero dei camini, ma bruciano
i sensi subito volgari. Nostro il fumo, non il fuoco.
Mia nonna è una donna morta. Significa che
si muove senza darlo a vedere. Suo marito,
prima del tempo diventò congiunto ai campi.
Prima dei campi, donò l’intrusione nella femmina
di tutte le braccia che vedi adesso accordate
a cognomi diversi con le volute della razza.
Ci puoi contare, ci puoi contare chiamandoli
a uno a uno, seppure il numero si allarghi
fino a perdersi in quel tanto che non ricordo.
E per mia nonna, giardino inappellabile,
ancora insidio la verbena a trovarla.
 
 

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