La Duchessa di Amalfi, l'attualità di John Webster e del teatro elisabettiano | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

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La Duchessa di Amalfi, l'attualità di John Webster e del teatro elisabettiano

Lady D. si può considerare una epigone di Giovanna d’Aragona Piccolomini e di Castiglia, la Duchessa di Amalfi che visse e morì a Ravello, nella Torre dello Ziro, sulla costiera amalfitana, innamorata folle del suo cavalier servente, il maggiordomo Antonio Bologna, così come le tante “spose” che per incostanza comportamentale, insicurezza affettiva, mettono a dura prova gli equilibri familiari, di rango, di regno, di Stato. Sorvoliamo sulle crisi matrimoniali di qualche Presidente di alcuni Stati nel mondo! Storia triste e ad un tempo commovente, di amore e di morte, che ispirò a Matteo Maria Bandello la XXVI delle sue “Novelle”: Il signor Antonio Bologna sposa la duchessa di Malfi e tutti dui sono ammazzati, dalla quale in seguito: John Webster trasse la “Tragedy of the Dutchesse of Amalfi”; Françoise Belleforest “Histoire tragique”; e Felipe Lope de Vega la sua “Comedia famosa y triste del Mayordomo de la Duquesa de Amalfi”. Figlia illegittima di Ferdinando I d’Aragona, Giovanna dei Conti di Gerace, nel 1490 all’età di dodici anni, andò, fanciulla, in moglie al duca di Amalfi Alfonso Piccolomini. Uomo dissoluto e corrotto, il Duca in capo a pochi anni la lasciò vedova e madre di due figli, alla guida di un Ducato praticamente in rovina. Giovane, ma soprattutto caparbia, Giovanna riuscì a risollevare il governo e, coll’avvenente maggiordomo di corte Antonio Bologna, a rifarsi una famiglia. Scandali e pettegolezzi accompagnarono quella che passò alla storia come una delle più torbide faccende familiari di tutti i tempi… calunnie e maldicenze certamente non apprezzate dai fratelli di lei, tra cui un Cardinale della Romana Chiesa Cattolica Apostolica, Conte di Gerace, salito al soglio cardinalizio per intercessione della casa d’Aragona e di Castiglia. I fratelli per soffocare lo scandaloso rapporto con il maggiordomo diffusero la voce della sua follia cosicché lei ed i suoi bimbi, forse del suo secondo marito, Antonio, vennero rinchiusi nella Torre dello Ziro, e quivi lasciati morire di fame, ma secondo alcuni trucidati (anno 1510?); Antonio Bologna invece, in un primo momento scampato alla cattura, cadde per mano di un prezzolato tagliagole.
Questo fatto di cronaca rinascimentale viene riproposto in teatro a Lariano, vicino Velletri, dalla Compagnia Teatrale della Luce e dell’Ombra per la regia di Gennaro Duccilli il 26 e 27 giugno 2010, nel Centro Polifunzionale Tiberio Bartoli.
 “La Duchessa di Amalfi” di John Webster, per la regia di Gennaro Duccilli è un testo anticipatorio degli eventi attuali di cronaca nera. È forse che dalla decadenza risulta più agevole la rinascita dei valori dell’esistenza? Gennaro Duccilli dispiega nell’arricchimento del testo di Webster questioni di etica e di bioetica, questioni che partendo dall’osservazione sistematica della natura entrano a far parte del gene umano, alterandolo e modificandolo. Mostruosità nella “benevola” flora si sposano con la fauna dando così origine ad inquietanti esseri che troppo spesso rientrano a far parte del nostro abituale menu! La modificazione del genoma, la cattiva istruzione, la superficialità d’intenti, la violenza sulla donna, sul più debole, portano inevitabilmente ad una decadenza tragica del genere umano! Risulta quasi naturale inebriarsi per non sottostare ai lati oscuri della realtà, gli accenti di una vertiginosa incursione nell’ambiguità dell’esistenza portano ad assaporare, a provare strane ed ambigue miscele che ti portano inesorabilmente nell’abisso della dimenticanza proprio per non soffrire. Tutto viene circondato da una fitta oscurità di cui il densissimo e magnifico linguaggio poetico si fa portavoce propagando brividi di angoscia e disgregazione. Tutto questo nell’attualità dell’opera sanguinaria di John Webster messo in scena da Gennaro Duccilli che ha integrato il testo con un sapiente e radicale lavoro di ricerca letteraria e psicologica che mira al cuore di questa vicenda svelandone l’essenza: al luogo della narrazione è affiancato un Luogo Altro, un non-luogo in cui i personaggi, svelati, mostrano il loro potenziale mitico, la loro forza evocativa. Lo spettacolo si divide in quattro Abissi temporali e spaziali che fanno da introduzione alle varie fasi della vicenda. Ma questi due aspetti della narrazione, luogo altro e luogo della vicenda, non sono totalmente estranei; c’è chi riesce a scorgere i segni di ciò che è celato. Nella dimensione senza tempo, tutto è già avvenuto ma tutto sta ancora accadendo nel viaggio vorticoso tra le rovine dell’anima.

Giuseppe Lorin, per Rosso Venexiano -Teatro
     
     
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- Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi 
- Editing:  Anna de Vivo
 

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