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Il cucciolo e la fata - Neraorchidea

 

C’era una volta un cucciolo nero e marrone, gli occhi scuri e buoni, le orecchie morbide e arrotolate all’indietro, non aveva un nome ma sognava di vivere in un castello incantato  al centro di un bosco, con una fata e tanti elfi saltellanti, sognava di correre tra l’erba rossastra ed i glicini ,arrivare fino all’orizzonte per trovare la pentola di rose, sognava il tempo degli usignoli e dei lecci,  una vita  piena di rondini, di fiori di stagione,lenta, passata a poltrire su una coperta di lana soffice. La realtà era ben diversa, il cucciolo viveva in una periferia di una grande città, in una casa squallida con piantine secche sul terrazzo, e stampe grigie alle pareti, l’unica sua compagnia era Egon il pesciolino rosso della boccia che nuotava tutto il giorno infelice in su e in giù.  
Il padrone era sempre di umore cattivo, lavorava in una piccola fabbrica dietro casa, continuamente  alla mercé di chi poteva offrirgli qualche altro lavoro per continuare a tirare avanti quella vita grama che conduceva.

I soldi erano sempre troppo pochi, i figli molti ed era un continuo contare qualcosa che non tornava mai. Aveva  una moglie sciatta  e quattro bimbi cresciuti male, taciturni e sgarbati che spesso prendevano a calci il cucciolo, mai contenti di nulla. Il padrone per sfuggire a questi giorni di buio, alla domenica si metteva il vestito della festa , andava in piazza a fare quattro chiacchiere con gli amici ed ad ubriacarsi al bar dell’angolo, quello vicino alla laguna piena di zanzare. E un brutto giorno era tornato a casa con lo stomaco pieno di vino e  di cattiveria ,aveva rinchiuso il cucciolo in un sacchetto e l’aveva abbandonato in un bosco di sterpi lontano, come un sacco d’immondizia.

Non si era neanche voltato indietro, non aveva provato nessun rimorso, tanto era solo un cane. Faceva freddo e l’umidità gelava le ossa, il cucciolo si era liberato dal sacco e con gli occhi bagnati si era accucciato in un angolo dietro a una siepe d’alloro. Il vento faceva vibrare gli alberi che erano all’improvviso diventati neri,la nebbia galleggiava a filo di strada e la realtà si era trasformata in una grande ferita. Era inquieto, svuotato, in preda al panico, aveva fame e sete. Avrebbe voluto  solo morire. Si  era accucciato con le palpebre di piombo e il sonno clemente lo aveva trasportato nel regno di Morfeo. Il giorno dopo un pallido sole gli  aveva accarezzato la pelle,gli occhi si erano aperti, quasi commossi di essere ancora vivi, aveva annusato i cespugli, e un po’ indeciso sulle zampe si era messo in cammino.  Aveva girovagato stanco e affamato per giorni interi, senza meta, senza orientamento, senza più ricordi,se non l’ultimo, quello di essere stato imprigionato in qualcosa di buio . Le gambe erano traballanti, ma il cielo era blu, c’erano la luna, le stelle e il vento soffiava ancora. Per ore intere  aveva attraversato pianure desolate, fossati e paesi  fino a trovarsi dopo migliaia di passi ai piedi di quel castello azzurro che aveva sempre sognato, disperso nel vento della brughiera. Lì ci viveva una fata che si nutriva di  latte di lumaca , adorava gli animali, aveva un lungo mantello nero splendente nelle notti di  pioggia,  girava a mezzanotte  con lampade accese, suonando la cornamusa in una impervia  nostalgia del suo passato. Conosceva mille storie di mare, il movimento delle onde, e  aveva avuto sussultato in quella  mattina di gelo quando affacciandosi alla finestra aveva visto  sulla linea dell’orizzonte un cagnolino stremato in cerca d’ aiuto. Era sporco, il pelo a chiazze, sembrava un cane vecchio, ma gli occhi  erano  grandi, due occhi di tempesta che parlavano della cattiveria del mondo e chiedevano solo amore. La fata si era innamorata di  quelle due pozze scure, aveva parlato,poi sorriso, si era presa cura di lui sciogliendosi in un lungo abbraccio. Le campane suonavano lontano, il calore della vita si era acceso e forse Dio da qualche parte aveva mischiato bene le sue carte.  Le catene erano state spezzate,e ormai il cucciolo traboccava di felicità con quella strana fata dai capelli neri  che viveva in un castello pieno di libri impilati e di cose strane. Si erano dissipate le tenebre, restava solo la luce.

Poi il tempo rotolava tra fogli ingialliti, l’inverno lasciava il posto alla primavera, il cucciolo è diventato adulto, la fata si è trasformata con una perfida magia in una donna che lavora tutto il giorno in un ufficio, una donna senza un attimo di tregua che corre di qua e di là in una città caotica, sempre piena di impegni e di cose da sistemare, il castello è diventato un appartamento al terzo piano, solo il loro amore è rimasto immutato, caldo e vivo come allora.. Sono andate perdute molte chiavi, sono state percorse molte strade ripide, c’e’ stato tanto caos, ma quella fata diventata donna ha capito che anche un semplice cucciolo può essere un tratto pianeggiante in questa vita in salita. E può avere la forma di una barca  che ti aiuta ad attraversare il mare nei  momenti bui, la stanchezza, il dolore. Un cucciolo può diventare una stella che brillerà per sempre.

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a cura di Ezio Falcomer

♦Compagnia di teatro sul web Accademia dei Sensi♦

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