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Joachim - taglioavvenuto

 
Ci devo mettere una pezza, e al più presto, attaccarci una toppa, prima che finisca in merda!"
Nella settimana, bollente, passata a Sharm el Sheik sul finire di marzo, John aveva a lungo ponderato sulla propria esistenza.
Ed aveva concluso che era arrivato il momento di agire.
Che fosse troppo presto per prendere in mano la propria vita e spendersela così, in un solo colpo, gli era passato per la testa parecchie di quelle notti, ma la lettura a zuzzurelloni di un romanzaccio lasciato casualmente nel cassetto del comodino della sua camera d'albergo al Resort & Spring Hotel di Nahama Bay da un qualche viaggiatore di passaggio, lo aveva risolto per il si.
 

"E' ora, finalmente, che anch'io diventi grande!"
C'erano state quelle due reggiane, a distrarlo un po’, pizzicate sul passeggio che da Nahama Beach portava al centro dell'ex villaggio, una volta contrassegnato da stradine zaccherose, profumi intensi di spezie e gelsomini, piccole oreficerie nascoste, ora rutilante di luci, di artigianato fasullo e di alberghi a cinque stelle neanche fosse Las Vegas e gli impiegati e le commesse italiani che s'incarognivano sulle macchinette da gioco site nella hall, importate da Rimini, dei miliardari americani in cerca di stordimenti d'azzardo esotici, ma quelle, aveva subito ragionato John, erano appunto e soltanto una distrazione, e tale avrebbero dovuto restare.
Le due reggiane, di età indefinibile finché egli non aveva potuto rovistare incuriosito, e questo era successo la seconda notte dopo averle conosciute, nelle loro handbags, le aveva sorprese mentre, ancora accalorate da un sole spietato seppur fosse notte e tirasse una brezza leggera, cercavano di intortare due ragazzi del luogo, due inservienti sudati e sbuffanti, impazienti di finire di riempire dei rifiuti della cucina due enormi sacchi neri di polietilene, darsi una lavata di corsa e trasformarsi in giovani, seducenti e profumati Omar Sharif in una qualsiasi discoteca.
Era bastata un'occhiata, un breve sfiorare il loro fior di pelle, a John, per divergerne l'attenzione, che egli sapeva essere quanto di più superficiale.
Ma sicuro di se, non si era fermato, né aveva rallentato l'andatura. Erano state loro a seguirlo, dopo un pò.
E poi a lui cosa importava se lo avessero seguito o no?
Nahama pullulava di turiste, italiane, inglesi, tedesche, francesi un po’ meno, arrivate con i charters per crogiolarsi al sole, rinfrescarsi in acque azzurre, fare snorkeling sui pesci pappagallo acquistati a quintali per rinvigorire le spoglie scogliere e, se non avevano già un compagno, procurarsene uno, magari colore di quell'astro brunito. Provare l'ebbrezza di una pelle di un profumo diverso, di ciò che le occidentali fantasticano negli uomini appena più scuri, scoprire il potere della tentazione e del successo su di un animo fermo da secoli al sacrificio, all'abiura di se stesso e della propria natura: riscoprire il potere, non della passione lenta, ma del corpo bruciante, di cosce e seni torniti, modellati: palpitii, così, come una vacanza.
Le due tardone, fattesi uno sguardo d'intesa, avevano abbandonato i due ragazzi egiziani sicure che, fosse andata buca con il fusto biondo, il bianco della camicia aperto sul petto a risaltarne la sodezza, l'occhio e il naso da falco, andatura dinoccolata ma elegante, si sarebbero potute rifare in uno dei tanti locali sulla piazza. Lo avevano circumnavigato mentre sorbiva un caffè alla turca che peggio non si poteva e si erano accomodate, accavallando le gambe, lunghe abbastanza per la verità, già abbronzate dalle lampade, all'unico tavolino libero fra lui ed il marciapiedi. Lisa aveva chiesto ad Enrica, "hai l'accendino?" Ed Enrica aveva scosso la testa, i bei capelli ramati ed inanellati giù giù fino alle tette, mostrando una chiostra di denti perfetti come uno squalo.

 

" Volete accendere ?"
" Oh si, grazie !"
John aveva estratto dal taschino della camicia il pacchetto di Gitanes che gli serviva per fumarne di meno e l'accendisigari, e si era sporto, lasciando che Lisa, mentre aspirava la prima boccata, si beasse a piacere del vello d'oro.
" Noi siamo di Reggio Emilia….io Lisa, lei Enrica".
" O vé, io di Bologna …. di Castel Bolognese … per la verità !"
" Noi facciamo le estetiste".
" Io studio … ".
" Beh… e che cosa …. le mucche ….?"
John accolse quel loro riso strampalato, a dirompere per le gole come Wasserfaelle inarrestabili, con un senso di fastidio decrescente.
" In fondo, me la sono voluta, le ho cercate io !"
Lisa ed Enrica ripartirono di sabato, il ragazzo la domenica. Lisa era nata il 11 maggio 1973, Enrica il 13 aprile 1971, erano entrambe sposate e con figli.
Giovanni Agostini, figlio di Libero, di anni ventitre, dopo essersi letto sull'aereo le pagine che gli mancavano di Scendi, Mosé, ed aver percorso l'intero tragitto dalla sala della pedana delle valigie al parcheggio a suon di calci in culo per aver confessato a Libero che in quei quattro anni di iscrizione a Giurisprudenza aveva dato un solo esame, abilitazione all'inglese, ora fa il cercatore di pepite in un luogo imprecisato, ai limitari della foresta amazzonica.
Vive con una puttana, una mezzosangue, sono ammalati tutti e due di sifilide, si fa chiamare Joachim, e sono felici se ogni tanto portano in città qualche granellino d'oro. Tanto per bere.
 

 

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a cura di Ezio Falcomer

♦Compagnia di teatro sul web Accademia dei Sensi♦

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