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La Dolce Diblu - Dora Milacci

 
Vi siete mai chiesti perché le rose sono così profumate e soprattutto perché hanno le spine? Io sì. Per questo motivo ho iniziato a fare ricerche. Dopo lunghi anni, ho trovato un antichissimo libro, sepolto in una stanza sotterranea tutta impolverata di una biblioteca millenaria. Questa che vi narro è la storia che ho trovato.
Agli albori della terra, esistevano sette fatine che governavano la natura. Le fatine avevano i colori dell’arcobaleno. C’era l’iraconda Dirosso, la frivola Darancio, la solare Digiallo, la pacata Diverde, la dolce Diblu, l’irrequieta Dindaco ed infine l’ombrosa Diviola. Le fatine avevano il potere assoluto sui fiori, le piante, le acque, i venti e tutti gli dovevano obbedienza assoluta. Non c’erano quasi mai stati problemi, perché le fatine erano coscienziose, nonostante qualcuna avesse un bel caratterino e non sempre chiedeva le cose con gentilezza.
Dovete sapere che a quel tempo, le rose erano come tutti gli altri fiori. Senza spine e senza profumo. Da lì a poco però sarebbe capitato qualcosa che le avrebbe fatte cambiare per sempre.
Una mattina di primavera, Dirosso e Dindaco, dopo aver fatto il loro giro di controllo, se ne stavano tranquillamente sedute sopra alcuni funghi, posti alla base di un grosso pino a chiacchierare. Di colpo però alcune grosse pigne caddero dall’albero e per poco le fatine non rimasero schiacciate. Le due fatine la presero malissimo pensando ad un affronto personale e chiamarono le altre a rapporto.
“Occorre dare una bella lezione per quello che è successo” brontolò Dirosso.
“Sì, hai ragione” continuò o capire chi comanda e che cose del genere sono inammissibili”.
“Secondo me, è stato solo un incidente” s’intromise Diverde “Non lo hanno fatto apposta”.
“Stai scherzando?” esclamò Dirosso ancora più infuocata del solito
“Hanno intenzione di ucciderci, per fare tutto quello che vogliono!”.
Darancio svolazzava a destra ed a sinistra senza ascoltare i discorsi, mentre Diviola taciturna come al solito disse: “Penso abbiate ragione. E’ tanto tempo, forse troppo che non diamo alla natura una bella lezione. Ci sto!”
“Che cosa avete in mente?” chiese Diblu preoccupata.
“Studieremo qualcosa “ iniziò Dindaco “Qualcosa che non dimenticheranno facilmente”.
“Secondo me state ingigantendo l’accaduto” s’intromise Digiallo “Va bene rimproverare, ma senza esagerare”.
I discorsi continuarono per ore. Alla fine le fatine, tutte d’accordo tranne una, decisero che la natura meritava una lezione, affinché capisse chi comandava.
Quella stessa notte, Diblu che non riusciva a dormire pensando a quello che le fatine volevano fare, andò a parlare con la natura. E rivelò che era in serio pericolo. All’inizio le piante, i fili d’erba, i fiori non volevano crederle. Com’era possibile che si fossero arrabbiate tanto? Alla fine però, dovettero accettare la cosa. Le fatine erano diventate loro nemiche. Dovevano difendersi prima di essere attaccate. Ormai era guerra. Arrivò l’alba e le fatine si alzarono in volo per il loro giro di controllo, ma trovarono ad aspettarle una brutta sorpresa.
Gli alberi iniziarono a lanciare i loro frutti, cercando di colpirle. L’edera afferrò Diverde e la stritolò fino a farle perdere i sensi. Un fungo velenoso emanò nell’aria le sue spore mentre passava Digiallo e la fatina cadde a terra avvelenata. Dirosso che era la più furba, capì che la dolce Diblu aveva avvisato la natura delle loro intenzioni. Difatti era stata l’unica a non accettare le loro idee. Accecata dall’ira, decretò la sua morte. Iniziò così un lungo inseguimento nei quattro angoli della terra. Per giorni Diblu cercò di volare lontano e nascondersi, ma le fatine rimaste, non le davano tregua. Fino a quando, Dindaco la raggiunse, l’afferrò e la strattonò graffiandola. Ad aiutarla nella lotta arrivò anche Diviola ed assieme la picchiarono a sangue, fino a che non le si spezzò un’ala. La dolce fatina esausta, ferita e dolorante cadde. Quando riuscì ad aprire gli occhi, vide che si trovava all’interno di una rosa rossa : “Aiutami, te ne prego” supplicò al fiore “Non lasciare che mi uccidano”.
“Non temere dolce fatina. Ti difenderò io.” rispose la suadente rosa. Come per magia i petali del fiore si chiusero a bocciolo e sui suoi steli spuntarono delle spine.
“Sarò ben contenta di aiutarti. Tu hai messo a rischio la tua vita per salvare tutti noi” . Come una madre che protegge la propria creatura, così la rosa avvolgeva e proteggeva la fatina ferita.
Quando Dirosso, Diviola, Dindaco e Darancio cercarono di aprire il fiore, non ci riuscirono. Appena si avvicinavano venivano punte.
“Non te la farò passare liscia” urlò Dirosso a squarciagola “Riuscirò a prenderti”.
Le quattro fatine rimaste svolazzavano sopra il fiore in attesa di trovare il momento giusto per agguantare Diblu. La loro cattiveria però, gli si ritorse contro. Difatti furono aggredite da tutte le creature del bosco che ebbero il sopravvento su di loro.
La dolce Diblu che non poteva più volare, rimase a dimora all’interno della rosa e lì trascorse l’intera vita. Da quel famoso giorno, non essendoci più le sette fatine, la natura si regolò da sola, mettendo in pratica i buoni insegnamenti di Diblu.
Dopo tantissimi lustri, arrivò anche per la dolce fatina, il momento di lasciare questa terra. Il suo corpo, che per così tanto tempo aveva alloggiato nel fiore, gli aveva trasferito il suo colore. Una pioggia finissima, simile a lacrime cadde nel momento in cui la fatina scomparve, lasciando nell’aria un profumo unico e intenso. Subito assorbito dai petali della rosa. L’intera natura ne ebbe il sentore, perché la terra tremò e si propagò nell’aria un sussulto prolungato simile ad un lamento.
La rosa blu, unica e rara, nella quale da allora dimora l’essenza della dolce fatina, alla quale ancor oggi tutta la natura s’inchina.
 

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a cura di Ezio Falcomer

♦Compagnia di teatro sul web Accademia dei Sensi♦

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