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Leptos - crobiotermi - Ezio Falcomer

 
 
 

Leptos
(Scritto da © crobiotermi)

 

Avrebbe potuto essere un cubo ma ovviamente non lo era. Furono le finte pareti a trarmi in inganno. Poteva essere vetro, aria colorata, marmo oppure semplice e astratta profondità. A volte era l'incavo umido di una lingua dove mi coricavo fra strisce di pelle di serpente, spesso galleggiavo su dei liquidi o succhiavo perle facendomi valva. Erano impressioni, tutte impressioni perché ogni cosa era variabile e tutto era modificabile, tutto era Leptos.
Lei disponeva totalmente di me dosandomi come una presa di sale sul suo piatto preferito, modellando il tempo e la realtà attraverso le sue propaggini. Potevo trascorrere pochi istanti come giorni interminabili, fare parte dell'infinito o morire un secondo più tardi. Ero come un batterio sulla sua pelle, un esperimento scientifico, un cuscino del Topkapi, una bibita rinfrescante, un simpatico riflesso o semplicemente un mese dell'anno.
Era Lei che dettava le regole. Tutto era suo vezzo e capriccio. La cosa più terribile era lo sviluppo incontrollato della luce e del tempo. Ciò che disorientava era la loro totale presenza o l'assoluta assenza, ma ancor peggiore era l'attesa. Essere in balia di qualsiasi cosa, non sapere cosa sarebbe accaduto domani, fra un ora o fra pochi secondi.
Leptos mi appariva sotto diverse incarnazioni, come coltivatrice di piantine, una grande madre, l'ape regina, un polpo orfano, lo scienziato con le provette, il sole, una macchia di colore sulla tavolozza di Han Van Meergeren. L'ultima volta era un occhio sospeso. Al suo interno dei mazzi di rose in vasi colmi di sangue punteggiavano uno sterminato cielo blu cobalto. Tutto ciò dava una vaga idea purpurea. Le ciglia erano lance di pece gocciolante, un succo nero e appiccicoso che mi protendevo per bere, magicamente attratto da quel sapore deviante, devastatore d'organi. All'interno dell'occhio fra incastri di tenebre e stelle, volavano draghi che bruciando nuvole fra folgori e orgasmi di fumo, si perdevano lontano, nel profondo, oltre ogni cosa conosciuta, dove dimorava l'incomprensibile.
Lei mi guardava con amore aprendo il sipario delle palpebre con una lentezza esasperata, invitandomi ad entrare, a scoprire. Mi sorrideva lacrimando effluvi di assenzio i quali mi donavano l'ebbrezza necessaria per potermi considerare Dio. Era irresistibile. Avvicinarsi a quell'ammaliante accesso alla salvezza diventava assolutamente naturale. Era lì che avveniva il cambiamento. Quando iniziavo a non temere e a concedermi, avvicinandomi sempre più a quel portale d'amore, ogni attimo e ogni secondo si trasformava in odio. E allora fuggivo a perdifiato, scivolando su urla di muschio bagnato con lei perennemente alle mie spalle, inseguito dall'occhio che non era più occhio ma rapace, tridente e zanna, sibilo e rantolo, bava sul collo, era ogni cosa in continuo e tenace mutamento. Era voce, fiato malato, pensiero nella mente, l'invisibile scalpello, era un rimorso, una paura infantile, si trasfigurava nel vento facendosi vortice e nuvola, cavalcandomi con le spire luminose protese nell'aria, galoppante fauce e muta criniera di cristallo. Non si placava, non si placava mai, nemmeno di fronte ad una facile resa, nemmeno di fronte a un palese abbandono, nemmeno quando tutto tendeva a espandersi e il cielo inevitabilmente si manifestava come un'invisibile e gigantesca cupola vibrante.
Milioni di pensieri e cose in continua espansione, premevano contro quell'universo gonfiato che esplodeva sopra di me liberando l'evanescenza di ciò che fu, disgregando ogni scheletro e morte, spargendo gangli di lingue e fiumi di saliva, ammassi di tempo fermo, dita e polpastrelli, sogni e schizzi di parole deflagrate. Tutto si dissolveva, persino l'aria, consumata e risucchiata in un unico e definitivo sottovuoto.
In un altro livello dell'essere, al di là delle dimensioni da me conosciute, Leptos mutata definitivamente in una bambina, osservava il mio esplodere in mezzo a un paesaggio punteggiato da bolle di sapone. Ciò che per me era l'universo vitale, per Lei era uno dei tanti e divertenti mondi fluttuanti nell'aria, un gioco futile e un passatempo che svaniva e rinasceva ad ogni soffio nel proprio dispenser.
Quando giunse l'ora della fine, quando anche l'ultimo soffio di vita mi lasciò, mi ritrovai in completa solitudine, sul bordo del nulla a ricominciare tutto da capo, come un neonato davanti all'ignoto, in attesa di qualcosa di completamente sconosciuto.

 
   

 

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a cura di Ezio Falcomer

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