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Elsy Aparicio: la dignità e i diritti femminili in Bolivia

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ELSY APARICIO: LA DIGNITÀ E I DIRITTI FEMMINILI IN BOLIVIA AFFIANCANO LA LOTTA PER IL PROCESSO D’INTEGRAZIONE SOCIALE SOSTENUTA DALLE GIOVANI IDEE COSTITUZIONALI DI “EL EVO”
Elsy Aparicio, responsabile della segreteria generale dell’Associazione Camera di Commercio Italo - Boliviana (ACaCIB) con sede a Roma, in un recente incontro, avvenuto nello studio privato del Presidente Marco Loi, ha voluto esprimere le sue considerazioni sulle problematiche inerenti la popolazione femminile boliviana sotto l’ottica delle nuove idee costituzionali. È opportuno ricordare che la Bolivia è formata da 9 dipartimenti regionali e da 36 nazioni, così chiamate, che rappresentano le diverse popolazioni indigene boliviane, secondo la divisione amministrativa del territorio boliviano. Il 25 gennaio 2009 in Bolivia c’è stato il Referendum Costituzionale che ha visto l’affluenza di oltre 3 milioni di elettori. I dati ufficiali riportano una vittoria del SI al 61,49%, e per il NO solo il 38,51%. Non un plebiscito, ma certamente una forte adesione al progetto costituzionale, e un’indiscussa vittoria del governo di Evo Morales, primo Presidente indigeno aymara (coltivatori di coca), a guidare lo Stato Boliviano. Masticare foglie di coca è una tradizione millenaria per le popolazioni indigene dell'America Latina che non potrebbero ne vivere ne lavorare a quelle altitudini andine, tra loro le popolazioni Aymara e Quechua, che considerano le foglie di tale pianta come sacre. Il relativo basso effetto narcotico di queste foglie ha chiaramente sortito effetti benefici all'interno della società boliviana, permettendo agli operai del paese di lavorare più di quindici ore al giorno, in particolare nelle regioni andine, più povere, popolose e a prevalenza indigena. Analizzando il voto costituzionale si ritrova la spaccatura che caratterizza il paese: da una parte le regioni orientali, più ricche e bianche, dall’altra quelle occidentali Lo stile di vita di queste popolazioni è studiato dagli antropologi con l’osservazione sistematica, essi affermano la tesi che i loro comportamenti hanno caratteristiche ancestrali legate alla tradizione etnica, a pratiche devozionali panteistiche, all’isolamento morfologico di alcune zone, all’integralismo boliviano.
 
D - Chiediamo ad Elsy Aparicio: può fornirci informazioni sul modo di vivere di un nucleo familiare ad estrazione indigena tradizionale?
R - Nella vita di tutti giorni, nell’ambito familiare e della comunità, le donne indigene affrontano molti ostacoli che derivano dalla inadeguatezza di servizi primari e dalla bassa scolarità che in molti casi è carente o inesistente, fattori che si aggiungono a tante altre problematiche. Questi fattori limitano fortemente la partecipazione della donna alla vita sociale che ogni giorno si fa sempre più violenta. La discriminazione di genere inizia nella propria famiglia dove la donna viene esposta a costanti maltrattamenti, sopraccarico di lavoro e responsabilità.
In qualche comunità il genitore uomo e il marito hanno il pieno diritto “naturale” di gridare, offendere, malmenare e maltrattare la donna.
D - Una sua riflessione sulla violenza?
R - La violenza sulla donna in Bolivia? Direi che tutto il problema dipende da una questione di punti di vista. L’essere costrette a sposarsi presto per me è una violenza: la nostra società così impone. Rimaniamo segregate, costrette ad una vita domestica senza sbocchi personali, trattate come una classe inferiore alla quale viene soppresso ogni tipo di aspirazione, e questo avviene quotidianamente.
La donna sposata deve sopportare l’infedeltà del marito in silenzio e con “dignità” per essere considerata una signora. Lui è libero di fare ciò che vuole, le sue scappatelle sono giustificate dalla tradizione nazionale: il famoso “Viernes de soltero” (venerdì da scapolo).
Ci sono troppi comportamenti che vengono giustificati come forme tradizionali e consuetudini che diventano parte integrante delle nostre culture popolari. Comunque noi, donne di questo secolo… siamo per la lotta, per la conquista dei nostri spazi, per un posto degno nel governo e per i pari diritti in un società piena di pregiudizi contro le donne.
D - Secondo il suo punto di vista, i matrimoni imposti, la poligamia, le pratiche di violenza sulle donne fanno parte ancora, nel terzo millennio, del comportamento sfrenato maschilista boliviano?
R - Il comportamento maschilista purtroppo non è solo boliviano, esiste in tutto il Sudamerica e anche in tutto il mondo: negli Stati Uniti a Dallas (Texas) si copia il modello Mexicano, molto “macho”, in Europa gli Italiani con la scusa dell’amore per la famiglia tradizionale vorrebbero che la donna fosse sempre a loro disposizione, che stia in casa ma anche in ufficio, vogliono una donna con tradizioni antiche e con pensieri moderni… In Bolivia è molto più sentito il maschilismo; tuttavia in questi anni di inizio del terzo millennio si stanno facendo dei progressi, la donna imprenditrice è ammirata non più criticata per le sue scelte di vita. Un chiaro esempio del cambio ideologico generazionale lo vediamo nel governo attuale con Celima Torrico: la prima donna indigena che ricopre la carica di Ministro della Giustizia e dei Diritti Umani.
Le donne di questo millennio sono donne d’ammirare, cercano di partecipare attivamente per essere protagoniste nello scenario culturale, sociale e politico del contesto in cui vivono; anche perché finalmente hanno acquisito la forza e il coraggio per denunciare qualunque forma di violenza.
D - In quali di questi dipartimenti - Potosí (Potosì), Santa Cruz (Santa Cruz de la Sierra), Beni (Trinidad), Pando (Cobija), Tarija (Tarija), La Paz (La Paz), Oruro (Oruro), Cochabamba (Cochabamba), Chuquisaca (Sucre) - si avverte maggiormente lo schieramento maschilista e la violenza sulle donne?
R - La nostra società boliviana è ancorata ad una visione maschilista, non siamo ancora capaci di fare il determinante salto culturale che stabilisca il definitivo cambio di rotta in questo senso; ovviamente tutto questo non si riscontra in una città specifica, il fatto è generale. Le pari opportunità sono una sfida ancora lontana, ma non impossibile, siamo sulla buona strada, e noi abbiamo fiducia nell’attività anche di crescita politica.
Sebbene la Bolivia, almeno per gli standard occidentali, ricorra con una certa disinvoltura a riforme costituzionali, quest’ultimo progetto costituzionale può vantare un carattere proprio, che la rende forse una delle costituzioni più amate della storia del paese.
Il progetto di una nuova costituzione risale almeno agli anni ’90, quando i movimenti indigeni richiesero con maggiore forza il riconoscimento dei loro diritti.
Coloro che tutt’ora si muovono in questo marasma di idealità, progetti e azioni vantano spesso con orgoglio questa genesi.
Un decennio dopo, la riforma costituzionale è diventata il punto di incontro per i movimenti indigeni e contadini in Bolivia, la sintesi di richieste di autodeterminazione, equità sociale, un modello socioeconomico e politico nuovo, ed Evo Morales ne ha fatto una delle bandiere del suo governo. Il fatto che “El Evo”, come lo chiamano tutti qui in Bolivia, sia un indigeno aymara emerso da questo mondo e abbia lavorato con estrema decisione alla nuova costituzione boliviana, ha reso il voto un’occasione per schierarsi con lui.
I sostenitori del progetto ammirano il carattere autoctono, indigeno di questa costituzione, che riconosce alle 36 nazioni – cioè alle diverse popolazioni indigene boliviane – dignità e diritti. Tra questi, quello di intervenire sulle risorse rinnovabili e non, presenti nel loro territorio, alla proprietà collettiva della terra, il diritto a vivere, curarsi, istruirsi ed esprimersi secondo i loro usi e costumi, a parlare la loro lingua e a partecipare alle istituzioni dello Stato. Inoltre, lo stato assume e promuove i principi del costituzionalismo occidentale accanto a quelli indigeni, antichi, (per esempio: ama qhilla, ama llulla, ama suwa: non essere pigro, bugiardo o ladro, oppure il suma qamaña, il vivere bene, tipico degli aymara). In generale, tutta la costituzione richiama principi e pratiche dei popoli indigeni originari contadini, andando ben al di là del riconoscimento della repubblica pluriculturale e multietnica della costituzione del 1994.
Dal punto di vista economico, la nuova costituzione di “El Evo” attribuisce un ruolo chiave allo Stato nell’intervento e nel controllo diretto di settori strategici, e per questo è stata definita socialista da amanti, e oppositori. Più in generale, il modello economico di riferimento non è certamente quello neoliberale, vissuto come dolorosa imposizione esterna durante la presidenza di Paz Estensoro.
D - Medioevo e Modernità: come possono andare di pari passo questi due modi di interpretare l’evoluzione civile? Un principio indigeno è il monito: ama qhilla, ama llulla, ama suwa: non essere pigro, non essere bugiardo, non essere ladro. È un monito sintetico che include la non violenza o si tratta di fondamentali diritti umani, tolleranza e democrazia che potrebbero essere affrontati solo con un’autentica rivoluzione culturale?
R - Come ho detto prima, continuiamo a nasconderci dietro le vecchie radici maschiliste di una società arcaica, nascosta nelle tradizioni. Questo rimane un fatto difficile da interpretare o meglio di capire dove inizia la modernità, se per moderno si intende dare lavoro a una donna, darle l’opportunità di gestire un carico politico, etc.; allora siamo moderni; comunque nel medioevo le donne lavoravano lo stesso e la politica era solo per gli uomini come sempre; allora vuol dire che siamo ancora nel medioevo!
Ebbene sì, c’è bisogno di una rivoluzione culturale per cambiare questo sistema obsoleto e mettere in pratica i principi che fanno dell’essere umano una persona degna d’esistere perché nulla toglie che il lavoro dona dignità, indipendenza, perciò è importante non essere pigro e dire sempre la verità perché il buon comportamento, il rispetto di se stessi e degli altri fa si che un essere leale, onesto, possa rispettare i diritti del prossimo.
Sono stati proprio questi principi indigeni che hanno dato origine ai fondamentali diritti umani e vanno perseguiti, perché questo è l’unico modo per ottenere una emancipazione della donna.
D - Si è discusso a lungo nelle sale vetuste del Campidoglio, dei gruppi etnici culturali delle minoranze qui a Roma. Chiediamo al Dott. Madisson Godoy Sanchez , Consigliere aggiunto per il Comune di Roma per il Continente America, cosa sta facendo la giunta capitolina per l’integrazione della comunità boliviana a Roma: ci sono delle proposte di legge in atto, delle intenzioni governative italiane?
R- La realtà è che a Roma e in tutta Italia non esiste un modello vero, autentico di integrazione interculturale. Quello che è stato fatto fino adesso sono soltanto decreti dei governi di turno, per superare una determinata crisi o per pressioni politiche di alcuni gruppi o partiti. Perciò manca veramente un’integrazione responsabile, seria, concreta e moderna, che prenda in considerazione la realtà del contesto migratorio italiano e non siano adattata alla nostra realtà da altri paesi, come la Francia o l'Inghilterra. Questi modelli tra l’altro si sono rivelati non precisamente come una panacea per dare risposte adeguate ai vari aspetti dell'integrazione. Partendo da questo presupposto è evidente che la comunità boliviana in Roma sia influenzata da questo vuoto programmatico italiano. Comunque la presenza dei Consiglieri Aggiunti al Consiglio Comunale di Roma istituita ai tempi del Sindaco Veltroni e confermati dall'attuale Sindaco Gianni Alemanno sono un esempio di un percorso integrativo di rappresentanza politica importante in questi momenti. Con la nomina del Delegato del Sindaco all'Integrazione e di un Consigliere Aggiunto si dà un'ulteriore spinta per lavorare sulla creazione di un Modello Romano d'Integrazione. Allo stesso modo sono convinto che la promozione della cultura latinoamericana e boliviana in particolare, che ha sue somiglianze culturali, linguistiche e sociali con la cultura italiana, sia la strada giusta da percorrere per fare conoscere parte della nostra ricchezza culturale e sottolineare gli aspetti positivi dell'immigrazione dell'America Latina, che è senza dubbio una delle comunità migliori inserita nel tessuto sociale del paese ospitante.
Ringrazio il Dott. Madisson Godoy Sanchez per la sua chiarezza espressiva, e segnaliamo qui di seguito le intenzioni governative boliviane: il modello economico boliviano sarà basato sulla differenziazione dell’offerta, sarà costituito da organizzazioni economiche comunitarie, statali, private e da società cooperative, anche estere.
La proprietà privata sarà garantita, ma nel caso della terra questa dovrà svolgere una funzione socioeconomica a favore del paese e della popolazione. La terra boliviana dovrà essere protetta dal governo e dal suo popolo, senza ingerenze straniere con scuse di “sfruttamento”.
Lo sfruttamento delle proprie risorse sarà fatto con l’aiuto, caso mai, dell’economia straniera. L’idea è che l’economia boliviana favorisca una migliore qualità della vita e il benessere di tutto il popolo boliviano, non la crescita economica in sé basata sull’accumulo di valore!
U Uno degli argomenti dell’opposizione è stato che la costituzione attuale, differentemente dalla precedente, progetta uno stato laico, che non attribuisce nessun ruolo di primo piano alla religione cattolica, pur riconoscendo la libertà di culto.
Il testo costituzionale in questo è contraddittorio. La Conferenza Episcopale Boliviana infatti è intervenuta in modo equilibrato: se da un lato, lo Stato boliviano si dice laico, dall’altro dichiara ambiguamente di volersi rafforzare anche tramite i culti indigeni originari contadini. Un accenno ai rapporti tra Stato Boliviano e Chiesa Cattolica si trova anche nell’Osservatore Romano di marzo 2010. Nulla di scandaloso, lo stato moderno occidentale è in debito con il pensiero filosofico e religioso e lo stesso può accadere tra stato, spiritualità e la cultura indigena qui in Bolivia. br> Tuttavia, pochi qui e in occidente sarebbero disposti ad accettare una relazione esclusiva e organica tra culti e Stato. Sul versante economico i detrattori, dell’idea riformistica di Evo Morales, sostengono che la costituzione bloccherà l’economia e scoraggerà i già scarsi investimenti esteri nel paese. Inoltre, dato l’alto livello di corruzione presente, il timore è che questo modello di stampo statalista possa fare di questa dolorosa abitudine un fenomeno inarrestabile.
Ma tutti noi abbiamo fiducia nell’operato di Evo Morales, l’illuminato per il suo paese; lasciamolo lavorare in santa pace!
Vorrei qui aggiungere una “confidenza”, un istante magico di riflessione, una catarsi liberatoria di una bella e coraggiosa donna boliviana della quale non rivelerò mai il nome. Non solo per la privacy ma anche ed unicamente per far percepire ai nostri lettori che spesso l’evoluzione culturale e la sensibilità propria dell’individuo non vanno di pari passo con le leggi e le tradizioni endemiche della nazione di appartenenza, per nascita.
Ecco cosa vuol dire, nel contempo, avere ancora la propria Patria nel cuore: “Mi sono sposata che avevo solo 19 anni per motivi personali, e non ero incinta. Niente a che vedere con le tradizioni! Mi sono laureata molto in là con gli anni. Dopo circa un anno di matrimonio è nata la mia piccola. Sono figlia unica, ringrazio mia madre, un’altra donna da esempio, che mi ha cresciuta con amore e con immensi sacrifici. Il mio matrimonio è durato appena tre anni, mi sono separata… e subito sono stata giudicata male dalle mie più care amiche. Avevo con me la mia bimba! Questo mi ha reso felice e mi ha dato la forza di continuare nel mio intento, di lottare. Le mie amiche mi guardavano male perché pensavano che ero alla ricerca di un padre per mia figlia, e cosi erano gelose del loro partner, e mi hanno allontanata. A questo comportamento porta la superficialità del giudizio e l’ignoranza culturale del posto!
Il mio spirito ha sempre pensato in grande, cosi la mia amata Bolivia l’ho avvertita troppo piccola, troppo stretta per il mio modo di pensare, di percepire la vita, di comprendere fino in fondo cosa fosse l’autentica cultura; è per questa ragione che sono fuggita nella grande Europa!
Sono nata a La Paz Bolivia, il 9 marzo del ‘71, il giorno dopo la “Giornata Internazionale della Donna!”
Giuseppe Lorin
 
 

-Associazione Salotto Culturale Rosso enexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Intervista:Giuseppe Lorin
-Correzioni: Maila Meini
-Editing: Anna De Vivo

 

 

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a cura di Ezio Falcomer

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