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Antonio Ragone

 
Biografia

Sono nato a Vietri sul mare, sulla costiera amalfitana, da anni vivo in provincia di Roma. Dalla casa dove sono nato e vissuto fino all’età di sedici anni, mi appariva lo spazioso golfo di Salerno, con l’orizzonte lontano, ora cupo, ora luminoso, crescendo e sperimentando le mie prime esperienze di vita insieme al mare. Forse, è per questa simbiosi, che, già da allora, ho considerato il mare come una misteriosa metafora della vita. Negli ultimi tempi ho partecipato a numerose rassegne letterarie, nel 2008 ho preso parte all’Epidaurus Festival di Dubrovnik, organizzato dalla pianista e poetessa croata Ivana Marija Vidovic, e partecipato ad un incontro a Vietri sul mare, il mio paese natale, dove sono stato invitato, tra l’altro, ad un incontro con le scuole e gli studenti del posto. Per il resto la mia attività va dalla poesia, alla narrativa, alla saggistica, mi sono occupato di editing, recensioni e prefazioni. Ho tenuto alcune conferenze, tra cui una su Giuseppe Ungaretti e l'ermetismo. Ho conseguito, tra l'altro, il primo premio ad un concorso di poesia religiosa, una segnalazione d’onore dall’Associazione Prenestina del Cimento e il primo premio per una silloge di poesie al Concorso nazionale "Luigi Parchetti". Poesie e racconti sono presenti in varie antologie. Nelle mie raccolta di liriche ho cercato di far emergere un forte e ricercato desiderio di ri-conquista, fino in fondo, della vita, quasi mi fosse stata sottratta, sotto gli aspetti più intimi, in un crudele gioco, da uno spietato mercato consumistico, dove non c’è spazio per i sentimenti, anch’essi divenuti negoziabili. E lo faccio chiedendo alla vita stessa, in un medesimo momento, ossimoricamente, verità e bugie, distruzioni e difese, eliminazioni e salvataggi, accettando da essa solo l’unica vera offerta che è l’amore, esprimendolo con un linguaggio serrato, come in un vicolo stretto, spudoratamente essenziale, che vuole arrivare, pur nella sua complessità, direttamente al cervello del lettore, lasciando il compito di trascinare verso il cuore le sue vigorose emozioni servendosi di descrizioni simili a fuochi d’artificio, che a me è parso udire nel corso di questa creazione poetica. Parole scagliate, all’improvviso, come pietre, quasi impietosamente a cercare con sana rabbia quei sentimenti smarriti nel sottosuolo di una società che incoscientemente pretende di poterne fare a meno. Le molte anafore utilizzate hanno il vigore martellante di una difesa e, nel contempo, di una pretesa a riottenere tutto quanto si è perduto credendolo di averlo sempre posseduto, inventandosi aprioristiche illusioni che così spesso si accettano come amaro conforto per proseguire in un infinito percorso di ricerca. Una poesia, quindi, gridata, mai sussurrata e mai disperata, nel tormentato deserto della vita, una poesia che vuole rivendicare a sé tutti gli elementi primordiali dell’umanità, senza far sconti a niente e a nessuno. Probabilmente dovrebbe intravedersi un tentativo, spero almeno in parte riuscito, di uno studio teso a conseguire una tecnica poetica essenzialmente originale, con una poesia, a mio avviso, energica, ma funzionale per un consapevole recupero di valori smarritisi nel caos delle ideologie fallite e sconfitte, ripristinabili solo elevandosi e sublimandosi nel labirinto dei moderni egocentrismi che purtroppo regolano le relazioni interpersonali. La vita non è un che un sogno spezzato sotto il peso delle ansie giovanili, proprio quando, nell’alba d’un giorno primaverile, ci si appresta a percorrere un viaggio, che appare naturalmente incerto, lungo una via spoglia di luoghi sicuri, timorosi di non incontrarli mai, giacché il viaggio della vita non è mai facile, pur accettando una sfida impari, scegliendo di lottare senza cedere ad inconsistenti lusinghe d’una società disattenta e edonistica, impegnando l’esito d’una ricerca, un coraggio perso e ritrovato per affrontare la vita, pur se questa appare lontana nello spazio come una “filastrocca della luna piena”. Da anni ormai ho capito che il silenzio fa rumore e ogni giorno si vuole imparare a cadere per rialzarsi senza troppe ferite, rimettendosi continuamente in gioco, in un circuito vitale dove il mare è immenso come una suggestiva voglia di libertà. È come quando s’avverte l’interiore necessità di scrivere ad un vero amico giovanile, cercando l’occasione, dopo tanti anni, di rivedersi. Allora non si spenderanno mai troppe parole per ringraziarlo, assicurandogli con sincerità che in tutti quegli anni, scorsi via come acqua di fiume, il mio pensiero è sempre ritornato ai ricordi della giovinezza, ai quali mi sono nutrito e tuttora mi nutro con immutata nostalgia. Quanti ricordi! Le nostre passeggiate per il corso di Vietri sul mare, i bagni marini sotto il sole costiero dell’estate, le partite a carte nel retrobottega del ciabattino, quando la pioggia bagnava le vie del paese, le ore passate dai salesiani, le partite di calcio, le passeggiate a piedi fino a Salerno passando vicino Palazzo Olivieri. E quanta speranza nei nostri discorsi rivolti al domani, quel domani che è già passato, e siamo ritornati all’oggi. Strana è la vita, che ci illude spesso, ci prende per la giacca e ci porta dove vuole, in quel momento, nemmeno ce ne accorgiamo. Poi … poi, d’un tratto mi sovvengono i volti dei tanti amici che hanno attraversato la mia vita, in special modo di quelli giovanili, e ne definisco il valore che tuttora appare autentico ed essenziale, avendo condiviso insieme tante piccole gioie e, perché no, le illusioni e le delusioni del nostro tempo, che custodisco gelosamente nelle fotografie in bianco e nero che spesso vado a visitare. Ebbene, i ricordi di quella nostra giovinezza mi hanno aiutato a portare avanti la vita, soprattutto nei momenti difficili che spesso ho incontrato lungo il mio percorso.
Ultime opere pubblicate:
Viaggi verso il porto - raccolta di poesie - Gabrieli editore 2004; L'isola nascosta - raccolta di poesie - Edizioni Akkuaria 2007; Con gli occhi di un gatto – AA.VV. – Antologia: presente con il racconto “Il gatto d’un regno lontano”; d’acqua è il mio nome – AA.VV. – Antologia: presente con la poesia “Ricordo veneziano”; La Passione degli Apostoli - poemetto con saggio critico - Ed. Akkuaria  2008; I passi sul sentiero sconosciuto - raccolta di poesie - liberidiscrivere.eu 2009.

 
Recensione
“(…) Una poesia, quindi, gridata, mai sussurrata e mai disperata, nel tormentato deserto della vita, una poesia che vuole rivendicare a sé tutti gli elementi primordiali dell’umanità, senza far sconti a niente e a nessuno (…)”.
Sono queste le parole con cui si può sinteticamente compendiare la poesia di Antonio Ragone, illustre artista letterato amalfitano, il cui afflato artistico è sicuramente corposo e intriso di elevati messaggi universali.
La sua forte propensione al gesto poetico ha origine assai lontana, bisogna principalmente ricercarla nell’atmosfere calde e sanguigne della sua terra natìa, dove il protagonista incontrastato è il mare. Ed è proprio in questo rapporto simbiotico che si ritrova la scintilla che ha dato vita al suo amore per l’arte.
Nella sua poesia vi sono segni evidenti di una ricerca originale, tesa sempre al recupero di quei valori personali che si sono smarriti nell’ideologie false e ricche di egocentrismi, una carica d’energia vitale e positiva.
Questo slancio frizzante e pieno di segnali universali si affianca sempre, quasi fosse un ingranaggio imprescindibile, al suo mare.
E' “suo”, il possessivo perché è proprio suo: lo sente dentro, che scorre palpitando e si rivela in tutte le sue variegate forme presentandosi in tutta la sua spaventosa maestosità.
Nei versi di “La spiaggia dei vecchi” se ne ha una forte prova:
 

Sulla spiaggia che possiede il privilegio
d’aver senza spesa tutte le cose
vomitate con conati d’onde
da un mare solitamente avaro
di tutte le sue illegittime conquiste
ben ricoverate nelle voragine delle sue prigioni…

 

e ancora qualche verso di seguito

 

Forse alla stanza un lume a petrolio
rischiara a stento il palpito dell’alba grigia
che appaga l’indifferenza dell’indugio
d’affondare i piedi sull’affogata rena
d’un mare non ancora placato.
Ora non fa paura a questi vecchi senza pace
riprendersi tutti i rifiuti rubati e tanto attesi.

 

Proprio in queste semplici parole, concatenate in un messaggio forte e allarmato, che il poeta pone l’accento del suo grido d’amore.
Il participio passato con valore aggettivale “vomitate”, nella sua accezione lessicale non certamente positiva, risponde ad una vera preoccupazione dell’autore nei confronti di un mare colpito dall’ignoranza dell’uomo e, non a caso, qualche parola prima va ad usare volutamente il sostantivo “spesa”, quasi volesse far intendere al lettore che il mare sia diventato un super mercato, in cui ci si trova di tutto. E se anche il significato dell’intera strofa rivela altresì la capacità del mare di celare tesori nelle sue profondità e in seconda battuta poi rigettarteli a suo comodo, tra le righe, resta evidente un messaggio di disagio.
Ma il poeta non si ferma, va oltre e, infatti nella chiosa finale, ci descrive un gioco millenario, che perdura in modo matematico… Il marinaio, pur temendo l’ira e la possanza distruttiva del mare, è costretto da un bisogno di sopravvivenza a sfidare le onde per andare a raccogliere i doni che lo stesso gli offre. E’ un rispettoso rapporto, dove il nauta sa che, nella generosità, troverà il suo compenso. Il mare, quindi, diventa stimolo per emozionare, per ritrovare affetti lontani e, a volte, dimenticati ma mai sopiti, per analizzare le proprie paure e per conservare sensazioni dal gusto pieno, in cui odori, gesti, parole, atteggiamenti sono la vita dell’artista…

Di altro registro è “Filastrocca della luna piena”:

 

E stanno tutti ad aspettarmi
Lungo il margine del fiume
C’è la luna, c’è la luna
Che stanotte è luna piena.
Cercherò d’esser presente
Come sempre in questa notte (…)

 

In questi primi versi, un’attesa, che perdura in ambito quasi sognante, si fa largo nella memoria appesa al tempo che scorre inesorabile e nel bagaglio delle reminiscenze, con lento procedere, prendono corpo immagini intense, palpitanti, che di certo sono appartenute all’artista e che ora si delineano lungo la dorsale del ricordo appagante…
E più avanti:

 

(…) Cercherò di far ritorno
Lungo il margine del fiume
Com’è stato tante notti
Dove abbiamo sospirato
Io per primo io per primo
D’averla tutta intera questa luna.
Ma chissà dovessi ritardare
Vi prego voi restate ad aspettare
Ci sarà notte come questa
Altra luna luna piena.

 

Qui, invece, la sua carica nostalgica diventa palpabile e la gioia delle serate passate insieme agli amici e agli affetti più preziosi prende spazio divenendo introspezione elevata, l’autore, in questo andamento temporale, sembra quasi che voglia rievocare quelle emozioni d’allora, come se le stesse nutrano ancora, a distanza di molto tempo, il suo cuore.
E forse è proprio così, da quelle reminiscenze non si è mai staccato, allontanato, non ha mai potuto farne senza, anche perché sono la sua vita… Sono istantanee che tiene nel cassetto e, all’uopo, le fa ritornare a galla attraverso la poesia…
Tra le spire della sua poesia si percepisce, concreto più che mai, un amore spassionato nei confronti della sua terra d’origine, è un bisogno impellente, un’esigenza vitale che s’espleta come un ampex memoriale, la cui forza diventa messaggio universale.
E’ la forza del suo mare a rendere il suo afflato elegiaco forte, passionale e melanconico. In “L’assenza”, infatti, appare chiaro sullo sfondo nebbioso di una serata o un giorno, poco importa, il suo bisogno di nutrirsi ancora di ciò che è stato fondamentale per la sua crescita interiore e, in una presentazione oltremodo marittima, fa una riflessione carica di tristezza ma al contempo lucida e razionale:

 

Percepivo l’odore della nebbia nel respiro,
nessun lampione pur fioco illuminava la fanghiglia.
Ero solo, e se qualcuno avessi mai incontrato,
saremmo stati – io e lui – ancor più soli. (…)

 

In questa considerazione, come si appalesa dal tono dimesso dei versi, si coglie bene la tristezza del suo pensare, evocata dalla descrizione scarna ma puntuale del palcoscenico su cui il suo razionalizzare si muove.
In quelle parole, equilibrate, precise, lessicalmente efficaci, l’ansia prende corpo evidenziando tutta la sua dirompente gravità, si rende conto consapevolmente che quei momenti non ci sono più, quegli attimi così avvolgenti non potranno più essere vissuti, ma, nonostante ciò, al solo evocarli il cuore riprende vita…
A questo punto, è logico ipotizzare che la poetica di Ragone sia vissuta e metabolizzata come un periplo avvincente, appassionante, dove il mezzo usato non è un battello o un legno galleggiante, ma bensì la memoria.
In tale viaggio i colori, le emozioni, la consapevolezza, i pareri celati e il variegato spettro dell’illusioni diventano inevitabilmente mosaico caldo di un animo sensibile, ove si rivede, esaltato in piena luce, uno sviluppo interiore.
Un tragitto preciso, a volte anche tortuoso, problematico ma sempre indirizzato alla ricerca dell’accrescimento personale e in seconda istanza persino universale.

 

Ne “I morti non vanno mai via”, ove la narrazione s’avvia lentamente, si può rilevare come Ragone, attraverso un linguaggio e una costruzione narrativa apparentemente semplice, desideri in qualche modo indirizzare subito il lettore verso un ambito puramente introspettivo, dove le emozioni risulteranno protagoniste incontrastate.
Grazie, infatti, ad un flash-back onirico egli entra immediatamente nel vivo della storia.
Quel bimbo, descritto con forte sensibilità autobiografica, diventa un mezzo per descrivere uno scenario preciso: un palcoscenico su cui, ancora una volta, si vedono pienamente passaggi di un vissuto di una terra cui l’autore non può distaccarsi e, ancor di più, non vuole in nessuna maniera lasciare o abbandonare…

 

(…) Un bambino correva lungo la stradina fitta di fichidindia sotto piante di quercia. Al di là del muretto che delimitava la stradina cespugli ed ortiche erano nati sotto alberi di carrube, e più giù ancora, la roccia che scendeva sino al mare, la tirrenica roccia su cui esili agavi s'innalzavano. Il suono dell'estate era la cicala nascosta forse tra i rami del centenario pino e il cinguettio di passeri irrequieti. In questo schietto gioco la corsa del bambino era la pagina vitale più armoniosa, il movimento che spinge l'uomo a fare la sua storia. (…)

 

Si ha la netta certezza che l’amore per quelle zone alimenta il suo procedere e che i ricordi saranno il punto nodale di tutta la narrazione.
I protagonisti, in un alternarsi di sensazioni forti e tenui, risponderanno o, almeno tenteranno di farlo, ad un’esigenza dell’autore stesso, cioè quel comprendere se la forza evocatrice della memoria può sostenere un amore mai svanito…E sia Angela che Adele sono la risposta.
In entrambe, in modo differente per sviluppo e modalità, vi è una consapevolezza, una sicurezza che, nonostante tutto, la vita debba essere vissuta pienamente e che nei ricordi, originati da accadimenti segnanti per il loro contenuto significativo, vi sia una sorta di medicamento salutare…
Ragone, con saggia delicatezza, sembra dirci che le memorie, seppur a volte drammatiche, tragiche, animano la vita e con esse si deve andare avanti e se ne ha la conferma ulteriore nella conclusione della storia, quando, con delicato disinganno, ci ricorda quanto i morti non ci lasciano mai…
Per esemplificare, la morte è vista come grimaldello per entrare nell’animo umano e in “L’ultima poesia”, altro racconto di una forte carica simbolica, se ne ha una riprova tangibile.
In questo racconto, dai toni mestamente noir, si gioca proprio su questo tentativo di varcare la soglia dei sentimenti, di cercare di giungere fino all’estremo e di portare chi legge verso un confine delicato, insicuro, dove le azioni si conducono solo per effetto di una soluzione tragica.
La morte del poeta rappresenta, sovvertendo e esasperando i fattori, una liberazione da quei vincoli a cui quotidianamente siamo sottoposti, è una sorta di rottura attraverso la quale si arriva alla libertà eterna. In uno strano gioco del destino la morte attua il suo disegno e per quanto sia tragico, ingiusto e terribilmente triste bisogna accettarlo perché fa parte della vita.
Questo è tra le righe il messaggio che ci vuole trasmettere l’artista.
Forse, dopo questa esegesi lievemente indicativa, si può arrivare ad affermare che Ragone, in tutta la sua artisticità appassionata e al contempo celebrativa, voglia in qualche modo riportarci all’importanza educativa delle memorie . Puntualmente, in un passo de “Il gatto d’un regno lontano”, sotto forma narrativa, lo ribadisce con forza convincente, quasi volesse marcarlo a fuoco nel nostro sentire:

 

(…) essendo i ricordi custoditi in qualche luogo del nostro essere, non sono vicini, ma, addirittura, sono noi stessi, il nostro pensiero, il nostro modo di comportarsi, le nostre contraddizioni.(…)
Parole che raccolgono tutta la centralità del suo gesto artistico e che, insieme alla sua terra e al suo mare, danno la misura concreta della sua forza espressiva…

Francesco Anelli
 
   
Filastrocca della luna piena
 
E stanno tutti ad aspettarmi
Lungo il margine del fiume
C’è la luna, c’è la luna
Che stanotte è luna piena.
Cercherò d’esser presente
Come sempre in questa notte
Voi che state ad aspettarmi
Non andate via di fretta
Non c’è altro da vedere
C’è la luna solo quella.
È sereno pure il buio
Non c’è alito di vento
C’è l’umor d’acqua stagnante
Ma ci vuole pure quello.
Che rimane ormai del mondo
Se non gli occhi verso il cielo
C’è la luna forse è vecchia
Ma è lassù così leggera.
Voi state pure ad aspettarmi
Riposate i vostri sensi
Così sfiancante è stato il giorno
Cercherò di far ritorno
Lungo il margine del fiume
Com’è stato tante notti
Dove abbiamo sospirato
Io per primo io per primo
D’averla tutta intera questa luna.
Ma chissà dovessi ritardare
Vi prego voi restate ad aspettare
Ci sarà notte come questa
Altra luna luna piena
   
   
Intermezzo
 
Quando tutti mi avranno
dimenticato,
ritornerò,

il turbato monito
del mare taciturno
ascolterò,

estraneo
tra la mia gente,
camminerò,

sconosciuto,
come un turista
venuto di lontano.

Così
mi sentirò
rivestito del mio passato,
di nuovo avrò
vicino
i miei cari
e gli amici,
rimasti fermi,
nel tempo,

ad aspettarmi.

   
   
La spiaggia dei vecchi
 
Sulla spiaggia che possiede il privilegio
d’aver senza spesa tutte le cose
vomitate con conati d’onde
da un mare solitamente avaro
di tutte le sue illegittime conquiste
ben ricoverate nelle voragine delle sue prigioni.

Per questo dopo un’invernale burrasca
d’un agitato mare notturno
i vecchi marinai percorrono palmo su palmo
riprendendosi nascosti nei detriti
la giusta ricompensa per le loro ansie.

Chissà aspettato quanto tempo con impaziente calma
scrutando all’orizzonte ogni sera
il segnale convenuto segretamente loro
che dia a questi vecchi una notte insonne
piena di pioggia che il vento sbatte
in faccia al vetro d’una finestra scura.

Forse alla stanza un lume a petrolio
rischiara a stento il palpito dell’alba grigia
che appaga l’indifferenza dell’indugio
d’affondare i piedi sull’affogata rena
d’un mare non ancora placato.
Ora non fa paura a questi vecchi senza pace
riprendersi tutti i rifiuti rubati e tanto attesi.

   
   
L’agreste casa
 
Vieni, ascolta un poco il senso dei pensieri celati
che popolano l’agreste casa riflessa nello stagno,
casa addormentata, da sterpaglia cinta,
irritanti ortiche e ombrose parietarie.

Dorme la casa, da secoli forse immersa
immemore nel sonno d’una notte astrale,
sì, dorme, dorme, eppure ancora vive!

Non far rumore mentre recidi
la pannocchia ramosa dell’asfodelo,
il silenzio stesso della nostra presenza
potrebbe risvegliarla, scuoterla,
nei rigagnoli al suolo farla crollare come sale.

Voglio che dorma, che resista all’implacabile
rumore degli interminabili istanti
delle nostre notti, ove da sempre
dai nostri sogni ci preserva
e dai risvegli ad ogni alba più inquieti.

   
   
L’assenza
 
Lo incontrai per una strada di fango
- il buio nascondeva il suo volto e non lo riconobbi -
erano già tutti dentro, seduti accanto
ad un boccale di vino. Mancavo solo io,
io, io fui l’ultimo a giungere al casale dei pescatori.
M’attendevano da tanti anni, e quando
entrai era già tutto finito, quelli già tutti
erano andati via. O non erano mai giunti?
Nessuna macchia di rosso vino sulla tovaglia c’era,
che sempre scorre nel berlo. Uscii.
L’uomo che fuori al buio non riconobbi
non lo conobbi mai, solo perché
semplicemente non era mai esistito.
Percepivo l’odore della nebbia nel respiro,
nessun lampione pur fioco illuminava la fanghiglia.
Ero solo, e se qualcuno avessi mai incontrato,
saremmo stati – io e lui – ancor più soli.
Vagando, vagando, pervenni alfine al porto?
Questo, questo, solo per la salsedine nell’aria?
Non seppi mai se anch’esso fosse mai esistito,
il mare, intendo, così immenso
per essere davvero mai esistito.
Quella notte, una buona volta, niveo da secoli,
intesi che nulla era tangibile,
perché nulla è ciò che in verità aneliamo.
Nella nebbia e nell’odore del mare,
che da sempre per me solo m’ero inventato,
all’improvviso pensai di rivedere
l’uomo nascosto nel buio.
Fu un attimo, poi disparve, perché non c’era.
Naturalmente perché non c’ero anch’io.
   
   
Una sera d’agosto
 
Nel tranquillo aere d’una sera agostana
scorsi il lucore delle perseidi
precipitare nell’ondeggiante verde mare
dei colli castellani, svanire tra i vitigni.

Guaivano i cani alla chiara luna
dalle vicine gore si levava un flebile
gracidìo di rane nascoste al buio
mentre inconsapevole raccoglievo quelle lacrime.

   
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano: Antonio Ragone
-Recensione: Francesco Anelli
-Correzioni: Maria Catena Sanfilippo
-Editing: Anna De Vivo [Ande]
 

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

 
 

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a cura di Ezio Falcomer

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