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Giuseppe Pittà

 

 

l'intervista di Loredana Semantica a Giuseppe Pittà in esclusiva per Rosso Venexiano

Rainer Maria Rilke dice nelle sue "lettere ad un giovane poeta" di chiedersi prima di iniziare: morirei se mi fosse negato di scrivere? Si dice che la scrittura abbia origine in un fonte sotterranea alla quale lo scrittore attinge, nella quale torna ad immergersi per ritrovare intatta e viva la frattura da cui sgorga la scrittura. Anche per te è stato così? Ci puoi parlare delle origini della tua scrittura?

Ho in verità cominciato molto presto a comunicare anche mediante meccanismi diversi dal comune dialogare. All’inizio erano i segni, i colori, i miei movimenti di immagine, attraverso strani collages o soltanto disponendo vari oggetti. Poi ho trovato il segno, il significato delle parole attraverso il segno.
E il foglio bianco, che mi ha sempre affascinato ed ancora adesso mi affascina anche se nel frattempo è diventato uno schermo di computer. Ho cominciato subito a scrivere piccoli pensieri, diversi sicuramente da quelli che mi stimolavano gli insegnanti. Nascevano strane filastrocche e piccole poesie che dedicavo in primis al mondo che mi circondava. Non ancora le persone, ma le cose: quell’albero, quella via, quella casa, quella determinata antenna televisiva posta su quel determinato tetto di tegole nere.
Le persone sono arrivate dopo, molto dopo. La prima fonte di ispirazione una professoressa di francese. Una supplente a nomina annuale nel mio secondo anno al liceo. Uno schianto, ancora oggi ricordo con gran passione la giovane Luigia. La prima vera persona incontrata nelle mie poesie. Una specie di innamoramento ad uso esclusivo dell’ispirazione. Il fatto di una concretezza impossibile diventava fonte di dolore, un male che produceva la giusta “adrenalina poetica”, quel vortice ventoso che aiutava i versi a costruirsi, a venir fuori, ad affrancarsi dallo scorrimento nelle mie vene. Un gioco a liberarmi, quindi, ma anche a massacrarmi, perché nella forza di quel gioco c’è sempre, come c’era, la consapevolezza di un qualcosa che sento, come sentivo, sensibile, un groppo alla gola che toglie il respiro, ma che a volte lascia respirare tranquillo.
Un equilibrio magico, quindi, tra respiro e non respiro, tra serenità e terrore, tra l’abilità ad inebriarmi e la follia che mi precipita nel baratro.
Il solito vecchio discorso tra gli opposti, che nel mio modo di sentire “poetico” si fanno pressanti e sconvolgono ed aggiustano e infiammano e rasserenano. Tutto in una fatica incredibile, che è quella che ti tiene sempre in equilibrio precario, su un filo teso sul burrone più oscuro, ma ben in luce, per quanto mi riguarda, nel riflettore dei raggi. Di sole, di luna, non è importante se non la dimensione sconcertante e però splendida del mio personale luogo teatrale, l’unico che mi salva e mi conforta, pur nell’orrore dei tempi e della Storia, pur nella malvagità dell’uomo o nella sua piccola propensione al martirio ed alla santità.
Ho sempre scritto e non saprei fare altro, nel senso che non potrei vedermi senza la scrittura. Essa è per me una sorta di sostegno, ma anche il modo di entrarmi dentro, di scuotere i passi del quotidiano, di stimolare il desiderio di apprendere i moti del mondo e di confrontarmi ed anche di indignarmi per gli orrori che sono costretto a vedere e ad ascoltare. Insomma vivere.

Dal bisogno al sogno. C’è un momento nel quale lo scrittore si rende conto che oltre l’ispirazione scrivere può essere la strada, una via da percorrere, una scelta di vita. Quando hai acquisito questa consapevolezza? Consideri in questo senso la scrittura una sorta di vocazione?

Non so se sia una vocazione, fa semplicemente parte di me. La poesia mi scorre dentro da sempre. A volte penso sia come una componente chimica del mio sangue. La ritengo parte della vita. Affiora fin dai tempi antichi, insieme alla lettura, ma anche e soprattutto alle trame di un mondo sempre abbastanza difficile, come è e lo è sempre stato il mio Molise. Ad un certo punto ha perfino preso una strada di denuncia, un profilo civile, fatto di indignazione e di gran spunto di lotta. Però dentro ci entrava e ci entra tutto, specialmente il passo del quotidiano, le storie mie e degli altri, i tramonti e le albe e senza dubbio il vento, che è come un accompagnamento musicale al mio procedere.
Ho acquisito la consapevolezza di dover affiancare la dimensione del sogno ad ogni istante da sveglio della mia giornata. Così vivo quasi sempre in bilico con le presenze del sogno, sognando ad occhi aperti e chiusi, muovendomi apparentemente distratto in un mondo che riconosco a tratti e che per certi versi mi piace quasi esclusivamente quando si presenta nel sogno.
La scrittura per me è una specie di zattera sulla quale salvarmi dai pericoli degli uragani. Una difesa dalle onde altissime e dai rumori forti. Lì ci sto bene, nei segni trovo la forza di progredire, di spingermi verso le mie stagioni, fatte di stranezze e giungle intricate, ma immerse totalmente in una conoscenza che ho acquisito nel tempo. Un mondo, il mio, che mi piace e che però riconosco in tanti altri, dei quali seguo le loro storie, le pulsazioni del loro sangue, la magia dei loro pensieri attraverso le loro poesie, i racconti, la magia stupenda della loro arte.

Quali sono le figure di riferimento della tua opera? Non solo tra i grandi, ma anche persone che sono state per te guide, punti d’appoggio o modelli. Ti viene in mente un nome al di sopra di tutti?

Eh si, un po’ di maestri li ho avuti di sicuro. Il primo è stato mio padre. La sua vasta biblioteca mi sembrò un luogo inaccessibile e difficile, ma piano lui mi aiutò a scoprirne le meraviglie nascoste. Il primo vero approccio furono i libri di avventure, che piano sostituirono i fumetti (che poi ho recuperato in pieno da “grande” e che ancora hanno un buon ruolo nel mio gioire quotidiano), Emilio Salgari al posto degli Albi dell’Intrepido o di Capitan Miki ed il Grande Blek. E tutta la collezione paterna di fantascienza. Libri che ancora per me rivestono una importanza suprema. Urania, Cosmo, Galaxy.
In ognuno di questi piccoli libri, venduti nelle edicole, ci trovavo (e ci trovo) il sapore delle avventure e soprattutto la spinta al futuro e la stessa voce del futuro. Ancora oggi sono un grande consumatore di fantascienza e devo dire che essa ha un ruolo strategico nel mio modo di estraniarmi, a volte estremamente necessario, dalle cose spiacevoli di questo nostro attuale mondo.
Poi un giorno arrivò un libro grande e grosso. Mio padre lo aveva comperato e lo aveva posato in bella evidenza su un ripiano della libreria. Verde, copertina verde. Medusa della Mondatori. Libri splendidi per quei tempi. Era l’Ulisse di James Joyce. L’ho letto subito. Non ci capii molto. Avevo solo 11 anni. Ma ho avuto tenacia (quella ce l’ho ancora). L’ho riletto per ben cinque altre volte ed alla fine mi sono innamorato di Molly e l’amo ancora. Splendido libro di formazione. Ma ho avuto altri maestri. Gunther Grass e Hans Magnus Enzensberger e il grande Pier Paolo Pasolini, per tutto, per le poesie, i romanzi, il cinema, le sue opinioni e visioni. E poi uno stuolo di sudamericani. Ma il vero maestro è stato e sarà sempre Jorge Amado. Non so perché … ho seguito tutte le sue strade di Salvador de Bahia, tutto mi è entrato dentro, al punto di conoscere ed amare il Brasile senza esserci mai stato. Non so perché, ma ho sentito lui il mio maestro e l’ho eletto subito a maestro, senza neanche chieder lui il permesso.

La ricchezza dei contenuti delle poesie di Emily Dickinson ha indotto a definire la sua opera una sorta di cosmogonia, gli scritti di Kafka sono pervasi da un senso di colpa incombente ed invincibile e tanto si è parlato del pessimismo cosmico leopardiano. Quale ritieni sia la nota distintiva o il tema ricorrente del tuo scrivere?

Non tutto quel che scrivo finisce per essere conosciuto dagli altri. Non tutto metto a disposizione. Alcune cose sono e restano solo mie, ma non per una specie di arroganza poetica, oh no, nessuna presunzione, ma solo perché rappresentano le strade terapeutiche al mio passo di vita. Insomma una specie di pudore.
Scrivo comunque quasi sempre di cose che mi appartengono o che comunque mi girano attorno, finendo in un qualche modo per coinvolgermi. La scrittura avviene attraverso molti meccanismi letterari, racconti, testi teatrali, ma il più delle volte attraverso la poesia. Che è difficile, non è mai facile e facilmente codificabile il mio modo di fare e proporre poesia. Essa è piena di riferimenti, spesso politici. Ma la centralità è nel sentire, metto in primo piano la dimensione dell’affetto e del sentimento, dove la spinta dell’amore è senza dubbio di costruzione, perché anche se ho atteggiamenti pessimistici essi nel tempo è come se si bagnassero in acque miracolose che ne trasformano la natura e nell’aspetto negativo si insinua una sorta di virus benefico, che allarga gli orizzonti della conoscenza e si eleva a positività.
Ecco, è un po’ il mondo della luce che però vien fuori dalle tenebre. Il mistero che si illumina e si presenta. Il volto che si apre a sorriso. La parola che diventa sublime e si affranca dalle pene. Credo che nelle mie cose c’è anche l’azione erotica, un modo di elevare il palpito ed il fremito a primaria forma di vita, il tutto attraverso la fisicità ed il desiderio. Nelle mie poesie non è mai l’elemento assoluto, l’eros è sempre accompagnato da altro, come di fatto è nella vita reale di ognuno. Momenti, tratti di sentire, spinte e pulsioni che si fanno centrali e poi si spostano, per ritornare e rigenerarsi. Non so. forse non ho risposto adeguatamente a questa domanda, ho pescato in me, ma è sempre difficile riuscire a scandire per bene la natura delle proprie azioni creative.

Si dice che scrivere, specie poesie, sia un’attività essenzialmente inutile, proprio per la sua peculiare incapacità di produrre beni materiali, per la sua natura afinalistica, eppure ad essa si dedicano ore ed ore al giorno. E’ così anche per te? Quali sono state le soddisfazioni che ti sono giunte per mezzo della scrittura? E cosa speri possa darti nel futuro?

Beh è risaputo, la poesia non ha mercato (così si dice). Quindi partiamo subito dal presupposto che se vuoi dedicarti alla poesia e vivere di poesia, la cosa non può essere possibile. Tutti i grandi poeti del novecento hanno svolto altri lavori e nessuno ha potuto vivere di poesia. Perfino gli scrittori, che con i romanzi hanno potuto godere di maggior attenzione e di vendite, spesso hanno avuto problemi economici, al punto che si è dovuto licenziare una legge apposita che permettesse un minimo di benessere per queste persone che tanto avevano dato alla cultura italica.
Beh Riccardo Baccelli è stato il primo e tutti ricordano la legge citando il nome del grande autore de “Il mulino del Po”. Oggi è perfino peggio. Se gli scrittori che vivono di letteratura sono davvero pochi, i poeti decisamente nessuno. Quindi la scelta di continuare a dedicarsi alla poesia non è scelta economica, ma per me essa è comunque una scelta di sopravvivenza.
Per alcune persone è il legame con la propria intelligenza, con quello che si ha dentro, con il proprio percorso di vita. Per me è, come già detto, il legame che ho con me stesso e con gli altri, la spinta al futuro, la strada verso un mondo migliore, quindi tutta la speranza. Le soddisfazioni non giungono dai premi (ai quali non partecipo fin dai tempi lontanissimi della prima giovinezza), ma dalla possibilità di costruire un dialogo con gli altri, con i lettori, con gli altri “operatori” della poesia.
Le soddisfazioni arrivano dai progetti che nascono e che mettono insieme varie “intelligenze”, varie sensibilità e si indirizzano a proposte importanti di crescita culturale per tutti. Progetti che nascono dal confronto e dal dialogo e che si vanno costruendo con l’apporto di ognuno. Ecco (rispondendo anche all’ultima domanda su cosa penso mi potrà dare la poesia nel futuro), questa è la più grossa soddisfazione, riuscire a conoscerci ed a progettare, senza fretta, ma mai fermi, il futuro.

Siamo quasi alla fine e questo punto mi chiedo: quale domanda ti sarebbe piaciuto ti fosse rivolta in un’intervista?

Oh, qualunque domanda credo sia legittima da porre in una intervista. Queste che mi sono state poste credo tengano conto un po’ di tutto quello che può scaturire da una persona che si occupa di poesia. A volte ci si chiede chi è veramente la persona che ci fa emozionare con un verso che leggiamo e che in qualche modo ci ha colpito.
Io credo che un po’ di mistero deve rimanere. Molte volte ho amato gli autori di alcune opere attraverso le loro opere, poi magari li ho visti in tv e mi sono sembrati spocchiosi e terribili. Ecco, io credo che alcune poesie, come i romanzi ed altro, devono poter vivere senza i loro autori. Cioè essere prese per quel che sono, senza dare un volto a chi le ha create. Può essere un modo brutale di escludere una sorta di dio creatore, ma forse migliora la parte costruita, che diventa centrale e quindi riesce ad emanare tutto il fascino di cui ha bisogno nel viaggio comunicativo. Ecco, ho apprezzato domande non dirette sulla vita, esaltandomi ad inserire invece moti della mia vita proprio perché non espressamente richieste, ma sempre avvolte dall’aura della scelta di scegliere la poesia come perno dell’esistenza.

E per finire come mai questo singolare nick?


Beh è molto facile rispondere a questa domanda. Premetto che l’oh che precede rasputin è un oh di sorpresa, una specie di modo di dire “ma guarda tu, c’è anche rasputin”, che io immagino sia con un viso di stupore autentico, con le labbra a circolo, con negli occhi una sorta di buon sorriso. Poi c’è lui, Rasputin. Grigorij Efimovic, monaco russo. Mi ha sempre affascinato. Le sue rare foto, gli occhi, magnetici, spericolati, colmi di un potere che non ha eguali. Mi ha sempre molto intrigato dal punto di vista del mistero. Tante cose che non si sanno, che non appaiono nelle stanze della Storia, che non si completano della buona conoscenza. E poi la vita a corte, la sua vicinanza alla zarina Alessandra, la follia innata e la lucidità di un pensiero che sa come dominare il mondo, l’influenza politica, la cura di Alessio, la congiura dei Boiardi, la sua morte, la certezza per tanti che non sia mai veramente morto.
Beh, mille e mille argomentazioni per avvicinarsi ad un personaggio scomodo e per tanti versi dipinto nella malvagità più estrema. Invece io non lo avverto così, non conosco veramente il perché, ma lo sento ambiguo solo nel fatto che era persona antica e moderna allo stesso tempo, un po’ come me, che credo di essere antico nei valori, nel rispetto reciproco e nella tutela delle tante cose buone del pianeta e però persona di futuro nelle scelte del progresso, nelle speranze di poter vivere il futuro in un mondo migliore e nella gioia più serena di intrecciare i migliori palpiti con le persone che stimo e che sento vicine.


Robe di “rasputin”, da lui medesimo

Oh oh. Nome d’arte: Giuseppe Pittà. Nasce a Natale del 1949. Preistorico, ma si taglia gli anni, a grosse fette. Nasce in Oratino, provincia di Campobasso, Molise. Infanzia normale. Fuma già tanto fin dai 12 anni. Fa cosacce dall’infanzia. Legge Joyce, Salgari e Buzzati a 9 anni (colpa del papà che lascia i libri in ogni luogo) e comincia a divorare gli Urania ed i Cosmo settimanalmente, non abbandonando mai però le piacevolezze fumettistiche. Dopo studi più o meno regolari, vola fuori Molise per l’University. Tempi duri. Dal PCI ai Marxisti-Leninisti il passo fu breve. Rivoltoso e rivoluzionario, dimostra sul campo tutto il suo plusvalore. È oggetto/soggetto di molte vicissitudini similavventurose sino a quasi estreme conseguenza. Amante di letteratura/cinema/musica/arte figurativa e quanto più, si concede al ghiribizzo della Poesia e pubblica i primi librettini di poesiucole di carattere presocraticamente filo cinesiche e maotoste. Gioca al poeta maldido e scopre la poesia visiva. Scribacchia così per amici pittori/scultori e li presenta, nei modi più strani, alle varie mostricciattolerie. Intanto studiacca robe stranissime, finendosi per farsi avviluppare laureatamene in filosofia con espettorante specialità subatmosferica in tal antropologia culturale. Boh. Indi fa cose brutte, come partire per lo mondo, ma sempre ritornando, per la gioia dei suoi numerosissimi nemici. Decide così di arrivoltarsi nel suo Molise dove si occupa di un sacco di cose, tutte tassativamente brutte, brutali, orridosamente da serial killer. Così fa sindacato, solidarietà, si fa rinchiudere nelle carceri, fa teatro con i detenuti, con certi ragazzi che gli altri dicono difficili, con altri supersimpatici che dicono hanno handicap, ma che non è assolutamente vero, e con tutta una giungla di animalesche presenze. Poi fa altre scelte, sceltine, sceltacce, ma sono robe che non interessano. Dal punto di vista trascendental tanghistico letterario, beh, lui organizza/tiene corsi di scrittura, laboratori teatrali, schifezze cinematografiche e cose di arte varia. Scribacchia cose, pubblica cose, dice cose, parla di cose, sogna cose. Di questi tempi sta cercando di completare un noir che, nelle speranze, dovrebbe mitigare il suo rouge perpetuo presso la bnl, sede di cb. Gli hanno notificato una partecipazione extraordinaria, per il 10 gennaio 2007, ad un processo per un biomicidio. Ha un cimitero nell’armadio e mille stratosferiche pendenze. Un figlio di 20 anni, una moglie, una tartaruga, una siamese in casa e 9 gatti, di cui tre piccoli piccoli, due bianchi, uno grigio, in giardino, tre ragni che vivono su un ficus, una madre che è fatta in serie come tutte le mamme ed un po’ di amici matti come campane. Si occupa adesso di solidarietà sociale, attraverso l’Auser, di antifascismo attraverso l’Anpi, di antistress attraverso il Melodramma, di antitelevisione attraverso un piccolo cinema che ha fondato insieme ads un gruppuscolo di cinefili pure cinofili. Beh .. Tutto il resto è noia ..

 

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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Intervistato: Giuseppe Pittà [ohrasputin]
-Intervista di: Loredana Semantica
-Redazione
-Editing e grafica: Manuela Verbasi
-Supervisione grafica: Emy Coratti

 

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